Anfibolia. Fallacia #4 ./exploit The Media!

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L’anfibolia consiste in una situazione di ambiguità. Generalmente, l’ambiguità di un testo non è tanto dovuta al fatto che le singole parole che vi compaiono possono essere interpretate in due sensi differenti, ma piuttosto al fatto che non riusciamo a comprendere il significato dell’enunciato inteso nel suo complesso. Due tipi molto diffusi di anfibolia sono dovuti a:
1. participi non connessi: rientra in questo tipo di circostanza l’errore grammaticale noto come participio non connesso che si verifica quando non si connette un nome alla locuzione participiale che lo precede;
2. uso inesatto del segno di negazione non nel discorso ordinario.

Imprenditori Italiani: Vittime O Carnefici?

Stasera ho iniziato a leggere, e in poche ore finito, “Storia della mia gente”, l’ultimo libro di Edoardo Nesi, Premio Strega 2011. L’ho letto incuriosito dal fatto che Nesi, oltre che valido scrittore, è stato anche imprenditore tessile per molti anni nella sua città, Prato. E proprio di questa sua esperienza imprenditoriale parla il libro. Tre generazioni: i nonni, il padre con lo zio e poi lui, con un epilogo triste, ovvero la vendita dell’azienda cinque anni fa, fortunatamente prima della grande crisi del 2008.

Nesi affronta con lucidità, ma anche con rabbia, le cause di questa resa coatta. Parla degli effetti della globalizzazione, di quanto poco sia stato fatto dai nostri politici per tutelare la piccola e media impresa, dell’invasione dei cinesi, dell’impari lotta con un mercato che non rispetta più le leggi imprenditoriali (non scritte) che caratterizzavano questo mondo, fino a vent’anni fa.

Particolarmente belle sono le pagine in cui ricorda le trattative con i clienti tedeschi, in cui non si discuteva di prezzi, i pagamenti erano puntualissimi ed il problema consisteva solo nell’aumentare la produzione. Sembra il racconto di due secoli, invece che di due decenni fa.

Un libro molto intenso nella prima parte, che a mio parere scade un po’ nella seconda, quando diviene più melodrammatico fino a concludersi con la descrizione di un triste corteo, in cui ad un certo punto appare un grande striscione con la scritta “Prato non deve chiudere”.

Quello che dice Nesi, soprattutto nell’analizzare i devastanti effetti del cosiddetto (e glorificato) libero mercato, è assolutamente condivisibile. Così come è corretta l’osservazione che, dovendo tutti puntare sulla “nicchia”, che per sua stessa definizione è piccola, in realtà si finisce per spartirsi la povertà. Esattamente come sta accadendo ora.

Ciò non significa che questo rappresenti il fallimento per tutti, anzi. Io continuo a vedere aziende che crescono e che sono in buona salute, ma solo perché stanno raccogliendo ciò che viene lasciato sul campo da chi non ce l’ha fatta. E questi ultimi sono la maggior parte purtroppo.

Ciò che noto, e che mi sentirei di dire anche a Nesi, è che purtroppo in molti imprenditori e in tanti dipendenti sembra non esserci ancora questa consapevolezza, e si continuano a fare le stesse cose di vent’anni fa. Vi è un ostinazione nel voler fingere di non vedere l’ovvio,  che a volte lascia perplessi. Soprattutto quando questa cecità diventa boria o arroganza. Nel libro vengono citati, tra gli altri, anche i tanti imprenditori in difficoltà a Carpi o Sassuolo. Conosco bene quelle realtà e ancora di più l’atteggiamento tipico di molti imprenditori di quelle zone. In nessun’altra parte d’Italia ho trovato così tante difficoltà a smontare le granitiche certezze di persone che si ostinavano a sostenere che loro la crisi non l’avrebbero sofferta, poiché avevano già dimostrato di essere bravi “a fare soldi” con le loro aziende. Ed erano gli stessi che dopo un anno chiudevano per fallimento, con gestioni finanziarie scandalose per incompetenza.

E’ vero, i nostri politici hanno fatto il peggio che potessero fare per salvaguardare le nostre PMI. Così come è vero che la globalizzazione nessuno l’avrebbe potuta arginare per sempre. Ma è anche vero che molti imprenditori hanno pesantemente contribuito a questo sfacelo, intestardendosi a continuare per la loro strada, negando persino a se stessi quello che stava accadendo attorno.

Così come molti dipendenti pensano di vivere ancora nel mondo sicuro e fatato degli anni ’90. Incapaci di comprendere che se non si danno una svegliata saranno spazzati via, che i sindacati lo vogliano no.

Questo non significa abbassare la testa e subire, ma al contrario significa maturare la consapevolezza che qualcosa di grande e tragico incombe sulle nostre teste se non usciamo da questo stato di ipnosi che ci porta a dare più rilevanza alla campagna acquisti della squadra del cuore piuttosto che al rischio di default di molti paesi (tra cui il nostro).

Ma se parli di queste cose alla gente, a quella gente che ricopre il ruolo di operaio o di imprenditore, scoprirai che non vuole sentire, non vuole comprendere, non vuole svegliarsi dal grande sonno.

Questo mondo, creato dai nostri pensieri, ci ha resi schiavi delle nostre stesse paure. E finché non le affronteremo diventeranno sempre più grandi e sempre più vere. Serve una pozione magica che ci faccia uscire dall’incantesimo. Ma dove sono finiti i maghi in grado di prepararla?

K. 07/11