Elogio Dell’immobilità

È da qualche tempo che lambicco quel po’ di ammasso neuronale che mi è rimasto cercando di analizzare il flusso di coscienza che mi scorre attorno, riconoscerne i mutamenti e fissare il tutto. Per ora, l’unica cosa che sono riuscito a capire è che l’immobilità è la nuova forma di ultramobilità.

In un mondo che corre, scappa, lavora, crolla, criticizza, clicca qua e là, un mondo dove si elogia la vita “al limite” delle proprie possibilità, per stare al passo coi tempi bisogna essere velocissimi. Osservando ho capito che in questo mondo, per andare oltre, bisogna fermarsi. Immobili. Fissi nello spazio/tempo mentale che ci è concesso ed osservare il flusso. Rendendosi osservatori inerziali e dotandosi della giusta dose di pazienza, si può veder passare il Tutto davanti i propri occhi. Qualcosa come sedersi lungo la riva del fiume aspettando di veder passare il cadavere del proprio nemico, senza la necessità di avere un nemico ed un cadavere.

Qualcuno potrà controbattere sostenendo che questo spettacolo non è abbastanza interessante e che la noia è in agguato (e con essa una bella dose di Prozac) ma non c’è altrettanto rischio di noia in uno stato di iperattività forzata? Un operaio costretto a turni massacranti e ripetitivi, un bracciante che lavora sotto un sole cocente per pochi spiccioli non sono forse a rischio noia (per usare un eufemismo)?

Voglio quindi elogiare l’immobilità, la fissità, la totale e volontaria staticità del corpo ma non della mente. Voglio elogiare momenti passati su una sedia a guardar iniziare e finire il giorno pensando ad altro. Voglio elogiare le ore passate davanti al mare in attesa del sole successivo. Voglio elogiare il tempo che scorre noncurante dello spazio che ha deciso di non seguirlo.

My Lovely Iceland

I’m awake. It’s the sixth day of sunshine here in Iceland. Yes, I do count the days because it is not that common that we have so many days of pure, yellow, warm sun. The only sound I hear is the sound of the little birds that made a nest under my roof outside my bedroom window. I live in the capital of Iceland, Reykjavik. Even though it is the capital I sometimes feel like time has stopped, everything is moving in slow motion and all I need are my two dogs. They are my life, my love and my passion.

I take them out for a walk. Just five minutes walk from my house there is an open area covered with lava and moss. There are caves made out of lava and grass, the ground is soft because of all the moss. I sit down, watch my dogs run all around me and think of how lucky I am.

I live in a country free of war. I live in a country with one of the highest life rates in the world. I live a good life and my dogs live a great life. I am free; I can wear what I want, do what I want and say what I want – and people listen.
I am a proud daughter of an Icelandic fisherman.
I know what I want and how to get it.
I am not afraid.
I am brave.
I am a Viking — I am an Icelander.

Camminando Nella Città Di Erech


Il linguaggio è la forma più avanzata di comunità, che non esiste al di fuori di essa, e la comunicazione è al tempo stesso il corpo del sapere, insieme di conoscenze, di passioni, di visioni, comportamenti, desideri e riappropriazioni; un complesso indistruttibile, indiscindibile, ma anche l’evoluzione dei dispositivi disciplinari, è il meccanismo di potere con cui controllare gli elementi più sottili del corpo sociale e raggiungerne gli stessi atomi, cioè gli individui.

La comunicazione articola le tecniche di individualizzazione del potere, ne diventa anima reale e incorporea, elemento dove si articolano gli effetti di un certo tipo di potere e il riferimento di un sapere, l’ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere danno luogo a un sapere possibile, e il sapere rinnova e rinforza il potere. E quando il linguaggio diventa visivo è il corpo stesso che interpreta e fagocita il comune, assimila e interiorizza i differenti dispositivi di riduzione della soggettività, del dominio sul linguaggio dei corpi e sui corpi.

La comunicazione diventa l’intersezione tra il potere e la vita.

La presunta civiltà occidentale ritornerà al mitologico scontro tra Gilgamesh, sovrano della città di Erech (o Uruk), e il selvatico Enkidu, simbolica metafora dell’incluso nella città degli uomini e dell’escluso da essa . Un muro, un recinto di mura ancora più alto e invalicabile, che marca la differenza tra esclusi e inclusi, instaurando dispositivi relazionali fondati sulla dicotomia inclusione-esclusione, che non soltanto gerarchicamente rende inferiore gli esclusi agli inclusi, ma assai peggio li priva della loro qualità specifica rendendoli non-umani, inutili al sistema. Una linea di demarcazione netta che pone da una parte chi potrà essere utilizzato dal sistema di produzione, in particolare quello tecnologico, e dall’altra, con gli esclusi alla tecnologia, coloro che possono gestire in maniera critica e antagonista la stessa, per promuovere spazi di libertà e autonomia vitale. Al dio che consiglia le leggi da scrivere su stele, si sostituisce l’Impero della istituzionalizzazione totale, ma il meccanismo non cambia: nell’era della società della sorveglianza digitale cambiano solo gli strumenti e i dispositivi, che sono interiorizzati in un modo così normalizzato fino al punto di apparire a ciascun cittadino la fonte più intima della propria autonoma coscienza. Il buon cittadino, il cittadino normale, è per così dire un incluso perfettamente addomesticato, adattato, conformato, normato e inserito nel ciclo di produzione; educato, quindi, ad una certa gamma di discipline che omologano insieme all’anima il suo corpo. Murato fuori e murato dentro, ma inconsapevolmente cieco rispetto all’esistenza di quelle mura. Alla perimetrazione esterna, ieri della città-stato, oggi dell’ Impero globale, corrisponde la perimetrazione interna del suo sguardo, dei suoi sensi, del suo stato ordinario di coscienza indotto a disconnettere da sé quanto viene sovranamente riprovato e condannato all’esclusione: ciò che viene messo fuori luogo comune esteriore dovrà essere nel contempo disaggregato e disconnesso interiormente. Un potere istituente che fonda la regola impalpabile della relazione con chi è fuori dal luogo comune. E questa regola stabilisce, per quanto la riguarda, anche la sua dogana: all’Alt! che essa decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena oppure in guerra. Alle soglie del Terzo Millennio l’Impero , sistema produttivo e politico globale dell’unico esistente possibile, espropria tempi, energie e saperi, riduce continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto.