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Amore Sospeso

La osservo mentre è alla ricerca di te. Il suo sguardo è colmo d’angoscia e d’amore. La solitudine in cui è improvvisamente piombata fa tutto il resto. Granitica nell’aspetto, fragile nell’animo. Troppi anni insieme per trovare un significato nuovo all’esistenza che diventa un pesante fardello, più di quanto non lo sia mai stato. Non potrà mai dimenticare la tua forza, il sorriso, l’onestà, i tuoi occhi.

Dovrà reinventarsi, ripensare allo scorrere del tempo in funzione solo di se stessa. Niente pasti alla solita ora, né corse folli per dare corpo a quell’accordo di vecchia data ma sempre fresco.

Vuoto. Incredulità.

Questo leggo nei suoi occhi, nonostante faccia di tutto per nasconderlo. L’ansia è svanita violentemente per fare posto a un dolore soffocante. Eri indistruttibile per lei.

Ha fatto tutto per te. E continuerà a farlo.

La vedo rincorrerti nel sonno agitato della notte. È lì che percorre rapidamente quel corridoio per raggiungerti, deve guardarti, parlarti e raccontarti del mondo fuori, mentre avverte un’invidia leggera nel guardare i volti di coloro che usciranno.

Finalmente ti accarezza, sfiorandoti il viso ricoperto dai resti di una barba incolta. È tutto il giorno che l’aspetti, ansioso di veder splendere il tuo raggio di sole. Per poi confidarle in un orecchio quella paura in cui vivi da una vita e che per una vita ti ha dominato.

Sapevi già come sarebbe andata, gliel’hai pure confidato, faccia a faccia. Azzurro nel verde.

Tutto finisce ma non esiste il momento adatto. L’ignoranza continua a regnare sovrana nel cuore.

Lei però continua a cercarti. E anche se la tua stanchezza non lascia più alcun dubbio, non vuole perdere ogni speranza. Fino al mattino, finché la realtà l’avvolge di nuovo e la getta nelle braccia di quella solitudine che porterà per sempre con sé. Non c’è via d’uscita, c’è solo un vano in cui in cui ti senti a tuo agio.

Falle capire, con il tuo amore, che nulla resterà immutato.

Diglielo tu, che può soltanto continuare ad amarti.

Stop: Bloccate Il Lavoro!

Smarrito ogni significato, guardiamo frastornati alla festa dei lavoratori come a una celebrazione dei nostri padri. Pensiamo a loro, al sudore amaro di fatica e li festeggiamo per il sangue versato. Ci crediamo, senza però comprendere fino in fondo il senso di questo giorno di pausa dal mondo che corre. Più che ignoranza, è il senso di vuoto attorno a creare l’abisso tra noi e loro. La prova è dura: si deve competere con la costruzione e lo spessore della coscienza di un’intera classe sociale, che ha conquistato negli anni i propri diritti assicurando sempre i propri doveri.
Sangue, scontri, morte in piazza e sul luogo di lavoro, per far passare un messaggio chiaro: le loro mani, il loro intelletto, la loro presenza fanno sì che tuttora sia possibile il tuo miracolo personale. Il benessere, il progresso e la tua dignità che poi ha lo stesso peso della loro. A questo hanno portato decenni di lotte, senza mai perplessità né ripensamenti di alcun genere.
Oggi noi immaginiamo un mondo che c’è stato, succhiato fino al midollo e prosciugato delle sue in-finite risorse. È un tempo lontano, così difficile da agguantare nonostante si trovi a un passo da noi. Perché si allontana a passo svelto fino a diventare imprendibile. Tutto diventa memoria di come saremmo potuti essere.
Così pensiamo a loro, i nostri padri, che hanno costruito il futuro in cui ci troviamo a vivere. Per carità nessuna colpa, nessuna responsabilità. Resta solo una miscela esplosiva di rabbia e di terrore. Ecco quel che siamo: incazzati e impauriti.
Non siamo abituati a lottare perché vissuti nell’agio, non siamo addestrati a sognare perché tenuti sott’olio. “Aspettate il vostro turno, datevi da fare, le cose ve le dovete guadagnare, senza sacrifici credete di meritarvi qualcosa????”. Parole vuote e finte, come se non sapessimo come si campa.
Una cosa però lasciatevela dire. Si può davvero ricomporre il presente senza tenere insieme i resti del passato? Chi di loro ha estirpato le nostre radici?
Mancanti i punti di riferimento, ideologici o culturali che siano, si brancola nel passato. Basta aggrapparsi a quelle vicende eroiche, svuotate dal verbo contemporaneo, per continuare a intravedere un piccolo spiraglio. Fin quando poi non facciamo i conti col mondo, meno in mano alle buone norme della polis, più costretto alle cattive regole dei re. Un mondo che nulla ha voluto lasciare intatto, e di tutto continua a sentire la mancanza.
Sappiate che non intendiamo fermarci. Il nostro cammino precario prosegue ostinato sulle macerie fumanti. Seguiamo il puzzo di bruciato, forse senza mai arrivare alla fonte di calore. Ma se la troviamo, allora è bene che cominciate a nascondervi.

Buon Primo Maggio.

Tecnocrazia Al Potere, Il Sogno Che Si Avvera

Se ti chiedono di prendere in mano tutto, in una situazione drammatica come questa, tu che fai? Accetti per forza. Male che ti possa andare, diventeresti il salvatore della Patria, addirittura d’Europa. Non hai nulla da perdere: in un caso, si può dare la colpa al governo precedente, quello degli appalti alla Protezione civile, della recessione e delle serate in allegria; nell’altro, il merito sarà tutto delle tue competenze, della tua professionalità, della tua serietà. Semplice no? Devi solo portare a termine un progetto, il tuo compito è chiaro, ti è stato affidato dai grandi. Quelli potenti che decidono in concreto stando all’ombra dei governi. Che poi sono gli stessi, o comunque parenti di quelli che gli prestano il denaro e fanno in modo che riescano a tenere in piedi una struttura lenta e pachidermica. Ricorda: devi dar conto a loro, questo solo devi fare.  Tu con la politica non c’entri nulla. Questo passaggio deve essere chiaro: la tua tecnica, necessaria e affidabile, è subentrata alla politica, pericolosa e inadeguata. Compreso bene?
Fa in modo che i conti tornino, riporta l’ago della bilancia in equilibrio, devi limitarti a portare avanti qualche riforma, e non avrai problemi a farle passare come improrogabili. Poi si fa ciò che dobbiamo fare. Ma non dare mai, dico mai una connotazione politica alle tue iniziative. Non devi dare spiegazioni a nessuno. In fondo, potevi startene a casa, beato tra i tuoi libri e le lezioni accademiche, e invece ti hanno scomodato e supplicato affinché tu soccorressi dei poveri disperati senza un minimo di speranza nel presente. Ti devono ringraziare, ricordalo bene!
Sii tecnico e basta. Dobbiamo rivedere le pensioni? Non importa come, fallo. Dobbiamo modificare la giustizia? Avanti. Il mondo del lavoro e dell’impresa necessitano di una bella svecchiata? Non tentennare, mostra sicurezza e fa ciò che devi fare.
Determinazione e nessuna pietà. Niente sentimentalismi per cortesia. Peraltro la parte la sai gestire bene.
Gli altri ti chiederanno di concertare, di condividere, di comprendere le loro motivazioni con tutte le menate inventate quando fu concepita la democrazia, la finzione più reale che esista. Te ne devi fottere. Chiaro? I problemi reali sono molti, richieste e bisogni quanti ne vuoi. Ma chi se ne frega! Noi abbiamo una missione. Va ristabilito l’ordine. Sopra le loro teste e i loro pensieri.
Qui non siamo nel mondo dei diritti e dei princìpi. Libertà, parità, giustizia sociale sono concetti ampiamente superati dal tempo per fortuna. Non bisogna nemmeno stare troppo a perderci tempo, parti sociali e cittadini rompicoglioni fiateranno appena, vedrai. Sono troppo impegnati a procurarsi il pane per sè e le loro famiglie.
La democrazia è il sogno di nullatenenti o di figli di papà con i soldi che gli escono dalle cavità auricolari.
Non è più il momento di sognare: qui siamo in stato d’emergenza. Chiaro? E non hai bisogno di alcuna legittimazione per portare avanti il nostro disegno. Sappi che al minimo segno di cedimento, sei fuori!
Tanto, molto presto sarà il turno di qualcun altro.

Gli Scontri Di Roma, Le Omissioni Di Un Paese

Lo ammetto, sono tentato di dire che la guerriglia di Roma è stata causata da gruppi organizzati pilotati, dai soliti infiltrati.

Le immagini mi riportano indietro nel tempo: manifestazioni partecipate, clima di festa, voglia di urlare il proprio malcontento (l’indignazione dovrebbe aver cessato di manifestarsi da diverso tempo), il proprio stato di malessere che per un solo giorno ti sembra di poter sopportare soltanto perché accanto a te ci sono nuvole di corpi umani avvolgenti e protettivi. Un blocco unico e indistruttibile, questa volta. Gridi, gridi e gridi ancora. Non possono far finta di non sentire.

Le cose però non vanno mai come vorresti. E in Italia accade spesso. So che è un’espressione scontata ma si tratta di corsi e ricorsi storici. Diciamo pure che siamo incolpevoli (?) spettatori di una pellicola senza inizio né fine. E così loro irrompono, sfasciano, distruggono. Solo in Italia. Sono pochi ma intruppati. Qualcuno li segue, ingrossa le loro fila, si accoda al più forte per sfogare la propria rabbia e, più spesso, per mostrare i muscoli in un contesto incapace  di reagire a dovere. Non c’è niente lì in mezzo che possa contrastare il fuoco, le pietre, la forza fisica. Almeno non con la stessa convinzione, che per di più stenta a crescere quando si è colti di sorpresa. La forza di una rivoluzione vera sta nella presa di coscienza collettiva delle masse.

Così non esiste il senso, manca il nesso con i bisogni e con la ragione.

Allora ho pensato: la solita storia che si ripete. Qualche esperto di guerriglia urbana, a contatto con i servizi o inviato da qualcuno (sinistra o destra è lo stesso), cerca di far passare un corteo pacifico, democratico, sacrosanto, per un covo di teppisti. E giù con le analisi dei politicanti di turno, ho immaginato: “bisogna isolare i violenti” “i soliti no global di sinistra” “sono questi gli oppositori del governo” “prendiamo le distanze da un certo tipo di manifestazioni”. Manifestanti=Teppisti. Corteo=covo di violenti oppositori del sistema. Sì, del sistema e non del regime. Perché chi era a Roma sabato scorso avrebbe dovuto protestare contro un sistema fatto da una classe dirigente incapace, da un ceto politico indegno e inadeguato. Chi era Roma forse lo ha fatto, forse no.

La strategia, ad ogni modo, non è andata a buon fine. Un po’ le pronte dichiarazioni di qualche politico di buona volontà e di qualche poliziotto, un po’ la tempestività della circolazione delle informazioni in rete, ed è stato evitato l’ennesimo ipocrita tentativo di ridicolizzare l’intelligenza del popolo sovrano. Il binomio è rimasto scapolo. Ma la protesta è stata macchiata e gli indignados nostrani rischiano, dopo quell’assurda giornata, di chiudere baracca. Nessuno parlerà mai delle loro storie di donne e uomini incazzati ma solo della loro presa di distanza dalla guerriglia.

Un punto a favore per il governo.

Chissà se sono davvero appartenenti al black bloc. Chissà se esiste il black bloc, me lo sono sempre chiesto. Come mi sono chiesto perché non sono stati fermati in tempo. Di nuovo scontato, lo so. Allora ci rifletto e mi convinco che magari non sono infiltrati ma un tantino baciati dalla fortuna sì. Qualcuno ieri si sarebbe anche fatto intervistare e avrebbe spiegato come si muovono e si addestrano i militanti del black bloc. Annuncerebbe che la guerra continua e lo farebbe attraverso un giornale vicino al centrosinistra, questa volta nemmeno lambito dalle critiche e dalle accuse dei loro colleghi parlamentari al governo. Probabilmente mi sbaglio, forse la mia sensazione è solo figlia della storia italica, degli anni di piombo e della strategia del terrore. Nasce dal tempo in cui tutti condannavano i fatti di sangue e contestualmente lasciavano fare i “compagni che sbagliano” per comodità, ipocrisia, opportunismo.

C’è qualcos’altro che non mi torna. In attesa di altri arresti, subito dopo gli scontri di Roma sono stati trovati soltanto 12 colpevoli, molti dei quali minorenni. Possibile? Se non c’è inganno, se non esistono connivenze tra teppisti e Stato, allora qualcosa non funziona.

Se poi ci si mette pure il puntualissimo Di Pietro (solitamente accusato dal centrodestra di istigazione alla sommossa) con proposte di legge che non disegnano niente di nuovo, ci limitano nella libertà di manifestare e che, di fatto, ci farebbero ripiombare nell’oblio degli anni passati, allora qualcosa non funziona bene.

E se l’ex magistrato viene pure appoggiato dal ministro dell’interno leghista, allora il quadro è davvero offuscato. Anzi quasi nitido.

Non Sono Un Bastardo

 

L’asfalto brucia. Non lo sopporto. Sento il vuoto attorno, rapide folate d’aria indifferente. Odori assenti, io che sento tutto.  Anche a un chilometro in linea d’aria alle volte.
Da dove deriva tutta questa impotenza? Libero non lo sono mai stato veramente, ma mi è sempre sembrato di esserlo col cuore. Non posso crederci! È finito tutto quell’amore? Non sono più avvolto. Nemmeno la consapevolezza di essere oggetto, per l’ennesima volta, dell’egoismo. Non ho mai chiesto nulla. Mai. Solo piccole attenzioni, lecito scambio dell’unico vizio che sia mai riuscito a riconoscermi: adorazione a prescindere.
Dalla brutalità antropica.
Dalla noncuranza del vicino.
Dalla razionalizzazione estremizzata dell’amore. Da quell’ammasso di perversione connaturata nella catena molecolare.
Ora il nulla. È buio, avverto il gelo e il mio cuore accelerato schizza fuori dal torace. Ce la farò?
Mi resta solo il tempo di respirare.

Sogni Di Piazza

Giro e rigiro. Non vedo nessuno. Dov’è la piazza? Mi avvicino in cerca di qualcuno che mi dia spiegazioni. È il primo maggio! Perché non vedo nessuno?

Qualcuno forse c’è, sono in quattro: ex operai in pensione. “Siamo venuti qui, come ogni anno. Non abbiamo sentito nessuno, sono anni che non abbiamo più contatti con i sindacati. Eravamo certi di incontrare qui il giorno della Festa dei Lavoratori tutto il mondo del lavoro”. Sono davvero sconfortati, smarriti. Si guardano attorno: “Adesso sbucheranno da quel vicolo, magari tutti assieme. Forse da quell’altro…”. Macchè. Un’altra cocente delusione.

Mi fermo con loro. Sentiamo tutti il bisogno di farlo, di scambiare qualche impressione. Loro, in particolare, cercano giustizia. Mi raccontano delle grandi piazze degli anni sessanta, settanta, anche novanta. “Altri tempi, quelli lì. I sindacati remavano tutti dalla parte dei lavoratori. Si poteva pensarla diversamente su alcune questioni ma la classe operaia era sacra”. All’epoca a nessuno sarebbe mai venuto in mente di accettare le condizioni invereconde imposte da governi di destra e sinistra sulla trasformazione del lavoro in lavoro flessibile, come gli imprenditori amano definirlo. Chissà perché poi, in pochi chiamano le cose con il loro vero nome. Lo avevano spacciato per l’antidoto contro la distruzione del tessuto economico-sociale di questo Paese. L’unico motore in grado di far ripartire una rete imprenditoriale, troppo spesso piagnucolona e poco spesso innovatrice. E invece, ci siamo ritrovati a pagare le scelte di una classe politica prona al potere delle lobby finanziarie che chiedono sempre e soltanto di sbrogliare quelle intricate matasse che regolano i diritti dei lavoratori.

“Ora che facciamo?”, si chiedono i quattro pensionati, “Non lo festeggiamo il primo maggio?”. Sarebbe la prima volta in assoluto in Italia. Paese di Berlusconi. È vero, ma anche terra della Resistenza, di Antonio Gramsci, dello Statuto dei lavoratori.

Saluto i quattro pensionati, mi volto dalla parte opposta e cammino. Percorro chilometri a testa bassa a riflettere. Come è possibile?

Sento un vociare, sempre più crescente. Diventa quasi assillante, disturba l’udito. All’improvviso una voce amplificata: “Finalmente beato”. Gli applausi sono incontenibili, le donne in lacrime. Anche gli uomini. Assisto involontariamente a scene deliranti di massa.

Non riesco a capire. Non ce la faccio. Ma questo non è lo stesso uomo che ha riconosciuto per primo lo stato croato e, di fatto, dato il via al massacro della guerra nei Balcani? Non è lo stesso che ha avuto il coraggio di chiedere la clemenza per un dittatore come Pinochet, che più volte ha incontrato durante il suo pontificato e mai fermato nei suoi disegni criminosi? Queste persone lo sanno? Le guardo una per una. Loro non guadano me, sono troppo estasiate, rapite dall’aria di festa falsa che sta consumandosi al fine di tenere in piedi un credo scricchiolante da decenni.

La Festa è da un’altra parte! Comincio a urlare: “La Festa è da un’altra parte! Non qui, non è questa la festa…è da un’altra parte!”. Mi sgolo, mi manca l’aria, nessuno mi ascolta. “Oggi è la Festa dei Lavoratori!!!”.

Apro gli occhi. Un filo di luce proveniente dalla mia destra illumina di colpo l’oscurità della camera da letto. I battiti del mio cuore rallentano poco alla volta. Comincio a tranquillizzami.

Mi asciugo il sudore della fronte e penso ad alta voce: “Siamo salvi”.

Tra La Guerra E La Pace, Io Scelgo Di Vivere

Gli altri non sono estranei. Sono una parte di me, del mio universo. La mia vita appartiene anche a loro. Non c’è interesse, né doppio fine. Lo sento che hanno bisogno di me. Forse ho più bisogno io di loro. Probabilmente mi sento vivo solo pensando che loro hanno bisogno di me.

Qui mi guardano sospettosi, mi sembra ovvio. È una terra falcidiata dalle molotov, da agguati inattesi, da attentati quotidiani, da esplosioni fatali. Sono due popoli tristi, costretti a dover convivere loro malgrado. Non si fanno compagnia. L’uno usurpato, l’altro usurpatore. E viceversa. Qual è la verità? Dove sta la ragione? Sono anni che ci rifletto. Scelgo da che parte stare, con tutti i rischi del caso. La storia racconta che gli uni hanno subìto l’aggressione territoriale da parte degli altri, che a loro volta sono scappati per secoli senza l’ombra di un tetto.

L’aria è densa di sangue. Respiro l’odio come fosse vitale alla stregua dell’ossigeno. Qui i bambini sono adulti dall’età di cinque sei anni. Trasportano bombe, imparano a sparare per difendersi, spesso per uccidere. L’altro è semplicemente il male. Non un nemico ma il male incarnato in un corpo umano. Di chi fidarsi? Devo stare in guardia, farmi accreditare e far comprendere loro che il mio arrivo in questa parte sacra di mondo non ha nulla a che fare con la guerra. Semmai con la pace. Conosco tutti i rischi, ho imparato sulla mia pelle a sentirne l’odore. Ma non importa. La mia vita in qualche modo gli appartiene. Deciderne la sorte spetta anche a loro.

Giorno dopo giorno sentono la mia appartenenza alla loro storia, alle loro vite, alla loro morte. Comincio a soffrire insieme a loro. Devo stare attento però. Devo guardarmi da quegli altri. Non ho mai sentito l’impulso di attaccarli. Non voglio la guerra. Ma loro no. Mi osservano, scrutano ogni mio comportamento, mi seguono passo passo. Lo ammetto: ho paura. Sono un uomo, mai ho creduto di essere un supereroe e di affrontare il pericolo scevro dalle paure. Un uomo senza paura è una macchina. Sono qui per condividere la mia vita con una parte di me. È così che mi sento completo. Seppure la vita sia fatta di scelte, non ho alcun pregiudizio nei confronti di alcuno. So che gli altri mi odiano. Sono l’ennesimo obiettivo da abbattere, non voglio ma è così. È il gioco delle parti.

Qui ho cercato di portare un po’ di serenità, assieme al cibo, all’acqua, ai libri, al desiderio di emancipazione e di riscatto da un tempo trascorso a cercare di capire come riprendersi tutto ciò che è stato rubato, violentato, sottratto con la prepotenza delle armi e della diplomazia. Cerchiamo di guardare oltre il muro del futuro. Immaginiamo di poter andare a scuola, di passeggiare con la propria compagna, di recarci sul luogo di lavoro col sorriso sulle labbra. Sogniamo di non dover guardare l’altro con sospetto, di non scrutare mai più nell’animo altrui per conoscerne sentimenti e desideri. Mettiamo da parte, una volta per tutte, ogni forma di timore verso l’altro. Sono qui per questo. Voglio imparare anch’io, con loro, a non vivere il resto dei miei giorni sopraffatto dal terrore. Voglio vivere non solo esistere.

Mi prendono con la forza. Il momento è giunto. Mostrano oggi tutta la loro diffidenza nei miei confronti. Pure io sono un nemico. È lo scotto che devo pagare per aver fatto la fatidica scelta. Colpa di chi decide sulle teste altrui stando ben attento a scegliere da che parte stare. O forse è solo colpa della natura umana, della sua brutalità, della sua insoddisfazione. Lo capisco.

In questo luogo sono finalmente riuscito a vivere, e a gioire. Ora posso anche morire. Non l’ho scelto, lo so. Non vi è scelta quando la morte arriva per mano altrui. Ma ho vissuto. Non temete per me: mi basta questo per andarmene libero da ogni paura.

Benigni Vuol Bene All’italia, La Rai No!

Possibile che lo spettacolo di Roberto Benigni al festival di Sanremo sia stato accolto tiepidamente dagli spettatori presenti? Il dubbio mi è balenato ascoltando la sonorità degli applausi. Lui è stato unico, non c’è dubbio. Battute ficcanti e velate, storie tanto intrecciate quanto distanti tra loro e una dolcezza inusuale, da grande letterato. Si è rivolto a loro per primi Benigni, a quelle persone sedute in teatro. Li (ci) ha incitati a sdegnarsi, a ribellarsi in occasione di offese di un certo genere. Ricordandogli (ci) chi sono stati i loro nonni e il prezzo che hanno pagato per la conquista della libertà, concetto spesso abusato a destra e a sinistra.
Ma non è questo il punto: lo si ami o no, è stato protagonista indiscusso di una prestazione di rara fattura.
Perché allora non ho sentito, nemmeno per un attimo, un applauso fragoroso? Nessun trionfo. Almeno è ciò che mi è parso di capire da casa. Il pubblico lo ha pure omaggiato con una standing ovation al termine della sua esegesi dell’inno di Mameli, che peraltro conoscevo in maniera molto approssimativa prima del suo intervento.
E allora?
E allora, in quell’istante, la mia mente ha elaborato un bizzarro assioma: non avranno mica ritoccato gli effetti acustici e sonori? Tutto è possibile a questo mondo! Così ho prestato attenzione anche alle inquadrature video e, facendo un rewind cerebrale, ho ricordato come le uniche facce riprese in primo piano durante il suo monologo appartenessero a personaggi più o meno noti: ministri vari, direttore generale Rai e quello artistico del festival, parlamentari (leghisti), vip e conduttori della tv di Stato. Non sembravano particolarmente colpiti dallo spettacolo, anzi. Quasi a un passo dalla noia. Ma come? Almeno incazzatevi! Nonostante il premio Oscar abbia fatto più volte riferimento al premier, anche se con eleganza e ironia insolite, nonostante abbia addirittura chiamato in causa Mauro Masi, seduto lì di fronte a lui. Niente. Proprio niente. Possibile? Immaginavo di leggere sul volto del direttore generale una sacrosanta voglia di rifarsi su quel giullare da quattro soldi…..in fondo lo sta prendendo in giro…..chissà quanto si sarà pentito di aver autorizzato l’ospitata…..è intollerabile tutto ciò……ma non c’è reazione…..Benigni  continua, beato e rassicurante……la faccia di Masi però non si vede…..no, non si vede. Nulla.
Ecco, ci risiamo.
Ho pensato: “L’hanno fatto ancora”. È la Rai!
Il volto di Masi non avrebbe retto al confronto con quello di Benigni, questo è chiaro. Non si devono incazzare, non devono mostrare alcun nervo scoperto.
E la regia del festival è sembrata aver seguito, per filo e per segno, indicazioni molto precise: proseguire con l’eliminazione di ogni traccia di attualità. Rai 1 non può non farlo. Non ci sono alternative.
Accade nel telegiornale di Minzolini, a porta a porta di Bruno Vespa o in quelle trasmissioni di cucina assolutamente al di fuori di ogni contesto di vita quotidiana. Perché non a Sanremo?
Il festival deve camuffare il più possibile la realtà e addolcirla. È la sagra della canzone, l’appuntamento degli italiani per eccellenza, di un popolo che deve continuare a sognare anche se l’incubo sembra aver preso il sopravvento da un po’.
E Benigni è una scheggia impazzita, imbrigliata dalla par condicio, ma pur sempre una scheggia impazzita. Come si fa a decontestualizzare i suoi discorsi, le sue parole, le sue verità, in modo che gli spettatori a casa pensino solo e soltanto alle sue movenze, al suo figuro o alla parte più pagliaccesca del suo personaggio e del suo spettacolo?
Certo, le parole non le puoi fermare. Ma fare in modo che facciano meno male forse sì. Il paese lo consente. Il modello culturale di riferimento pure.
Via allo show. Mai inquadrare il pubblico sghignazzante (si può ridere del premier? giammai!). Riprendere, invece, visi cupi e annoiati e noti ministri o dipendenti Rai stipendiati dal governo. Mai far sì che a Benigni, acuto oppositore del regime, sia accostato un altro concetto del tipo “cazzo, forse questo qui ha ragione!”. No, gli italiani non devono sapere. Non devono accorgersi che i primi piani toccano soltanto a quella gente sbeffeggiata, arrivata anche grazie all’establishment politico e pagata (sempre dalla politica) in un anno molto, ma molto meno, rispetto alla performance unica dell’ex ragazzaccio toscano.
A casa non devono sapere, non tutto. Che diamine! Un po’ di controllo ci vuole.
Bah, sono confuso. Forse sono uno dei tanti maligni che si aggirano da tempo in Italia.
Forse, in un attimo, mi si è materializzata davanti agli occhi tutta l’espressione della potenza degli strumenti di comunicazione di massa.
Forse era semplicemente stanchezza. Meglio dormire, e tornare a sognare.

Dialogo A Due Con Morpheus

Matrix Prendendo spunto dalla terza edizione del Public Camp 2010, abbiamo contattato un personaggio che di Rete se ne intende e abbiamo cercato di approfondire con lui alcuni degli argomenti trattati durante l’evento.
Il nostro ospite si chiama Morpheus*, uno che non ha certo bisogno di presentazioni.

D. In sintesi Morpheus, cosa è emerso dall’ultima edizione del Public Camp?
R. Che la Rete è un enorme insieme di mezzi di comunicazione e di influenza di massa. È il più interessante per potenzialità, molte delle quali ancora inespresse, e per velocità nella costruzione e nella tenuta delle relazioni. Ma una volta per tutte ci tengo a sottolineare anche un altro aspetto: dimentichiamoci tutte quelle balle sulla Rete come luogo aperto, libero e democratico. Il web ricorda molto più il Sud America e le sue peggiori dittature che una democrazia.

D. Scusi, credo di non aver capito.
R. Partiamo da un assunto: sono d’accordo con Formenti quando dice che la democrazia è morta. Lo è da tempo, perciò tentare di resuscitarla attraverso la Rete è roba da impostori. Il fatto che sia partecipata e accessibile più o meno a tutti non significa che la Rete sia un luogo democratico. I suoi protocolli di funzionamento non appartengono agli utenti. I contenuti scritti, modificati e commentati, rimbalzanti da una parte all’altra del mondo, ne sono una prova: più li fai girare, più entrano a far parte dell’immaginario collettivo generando cultura di massa. Difficile ribaltarne il significato, anche quando si tenta di farlo. L’unica cosa che può fare la Rete, è assumere le sembianze di un generatore di processi democratici, ma solo se partecipativi e derivanti dal basso.

D. Quindi lei non crede alla cosiddetta “rivoluzione” del web?
R. Non ho mai detto questo. Sarei un pazzo a non certificare la realtà dei fatti. Proprio al Public Camp, attraverso studiosi e addetti ai lavori, è stata dimostrata l’importanza concreta delle reti virtuali. Si è discusso del peso reale che un network può avere rispetto al comportamento degli esseri umani. Soprattutto è stato evidenziato quanto la Rete influisca sulla costruzione dell’opinione comune.

D. E quindi?
R. Significa che una rivoluzione c’è e ce ne saranno tante altre ma ciò non vuol dire che la piattaforma virtuale sia democratica. Tutto è assolutamente sotto controllo, non dimenticatelo mai. Non si esercita alcuna forma di esercizio della volontà popolare: la Rete è il luogo in cui tutti dicono di tutto e chi è più forte ha un effettivo dominio sugli altri. In sostanza, più si ha una preparazione culturale adeguata, più si può diventare protagonista della nuova lotta di classe che inevitabilmente si combatte proprio su internet.

D. Allora come si può influenzare l’opinione pubblica? Chiunque in Rete può farlo?
R. Assolutamente no. Affinché si generi influenza sulle coscienze è necessario individuare coloro che hanno il fisico e l’autorevolezza per farlo. Sono gli influencer, soggetti capaci di costruire controllo ed egemonia del consenso. La Rete, fatta comunque di relazioni vere in carne e ossa, solitamente è strutturata con grandi hub, circondati da una miriade di nodi e di link. Ma deve essere solida. Ce lo ha spiegato Barabàsi.

D. E questo può bastare a generare consenso?
R. No. Certamente devono essere gli hub i fattori determinanti, in quanto portatori di numerose relazioni nella rete. Ma a questi vanno affiancati i router, che generano conoscenza, gli switch che hanno il potere della persuasione e i bridge ovvero quelli che utilizzano le relazioni per rintracciare informazioni da mettere a frutto giorno dopo giorno. Il tutto deve dar vita a uno strumento tattico, un mezzo che sappia essere il centro di un fitto sistema relazionale e che sia in grado di veicolare il più possibile contenuti e informazioni.

D. Lo scenario appena descritto sembra quasi prospettare il sopravvento prossimo della Rete sul Pianeta…
R. Purtroppo la Rete è un altro marchingegno inventato e messo in circolazione per controllare l’intelletto di voi umani, sempre troppo fiduciosi nel prossimo e speranzosi riguardo all’innovazione. Ciò che vi ho raccontato non è una novità, basta guardare come è stato ridotto il lavoro proprio sul web. Sono riusciti a far passare i bloggers e i nuovi media-attivisti come rivelatori di ogni verità, quando in realtà, senza dar loro alcuna contribuzione, li sfruttano campando alle loro spalle.

D. Quindi, è troppo tardi per invertire la tendenza?
R. Bisogna lottare e fare in modo che a vincere siano quelli più buoni. Noi non ci siamo riusciti. Spero che a voi vada decisamente meglio.


* protagonista della trilogia di Matrix

Confine Liquido

Non potrei mai sopportare l’assenza del mare. Equivarrebbe a non vivere. Tutti i giorni faccio qualche metro in più rispetto al mio tragitto per contemplarlo, anche solo in corsa. Dieci secondi. Mi bastano dieci interminabili secondi di piacere vero. Pure quando non ne avverto alcun bisogno. Pure quando si infrange violentemente sugli scogli fino a risvegliare una certa inquietudine, che non riesce mai ad averla vinta sul senso di protezione da cui mi sento inspiegabilmente avvolto.
Mi separa da ciò che non conosco, e verso cui potrei decidere di muovermi. Altre terre e altri destini. Mi fa sentire libero di scegliere. Di guardare a una sorte diversa dalla mia o da quella che ho sempre immaginato. Di conoscere posti nuovi senza mai pensare di poter essere fermato. O di cercare fortuna altrove senza per questo essere incriminato.
Si trasforma, muta in continuazione il mare. Troppo spesso diventa muro tra noto e ignoto, due facce della stessa medaglia.
Spero di non trovarmi mai dall’altra parte di quel muro. Potrebbe essermi fatale.