Dell’essere Gay A New York

Trovo che la “normalizzazione” della vita gay -benchè sia uno standard cui tutti i gay tendono- sia di una noia mortale. Abbandonare quella dimensione trasgressiva propria dell’essere il cavolo a merenda è una perdita di conoscenza e di tragicità.

“Bisogna sedere sull’attimo” scriveva Nietzsche. Una rassicurante cornice borghese (vita di coppia, solido conto in banca, amici nel mondo della finanza e del belcanto…) non serve a tenere lontano il dolor vitae ma solo ad anestesizzare. Si tratta di barattare un po’ di felicità con un po’ di serenità. (ma la felicità è stare sulla corda?) (ma la normalizzazione è serenità?)

LG, NY

Ottavo Piano A Manhattan…irene A Ny

La natura ha fatto un vero e proprio affronto questa volta: la citta’ che non dorme mai ha dovuto arrestare la follia consumistica che la agita abitualmente 24 ore al giorno. New York e’ come raramente si e’ vista: tutti I negozi chiusi, molti con le vetrine assicurate dalle Union Jack di nastro adesivo o da pannelli di legno montati con una eccitata fretta dai gestori preoccupati di partecipare in qualunque modo alla saga eroica della tempesta da raccontare ai nipoti. Un popolo, quello americano, che ha vissuto sempre in maniera protetta e quindi pronto alle piu’ drastiche misure al primo suonare di una sirena. Molti newyorkesi ricchi sono o nelle loro confortevoli seconde case o nelle hall degli alberghi di lusso bevendo Bloody Mary. E proprio come nel racconto del Titanic anche qui la classe sembra separare i destini: per strada ci sono solo pochi homeless con le loro case gia’ tutte stipate nelle buste dei grandi magazzini. In televisione il sindaco Bloomberg non smette di allertare la popolazione per evitare che ci scappi il morto (e la rielezione) mentre in un riquadro laterale scorrono scene surreali di bagnanti irresponsabili che fanno surf su onde alte anche due metri. E’ unica questa citta’ nelle sue contraddizioni. Ma soprattutto e’ unico il bisogno di sentirsi parte delle vicende di una comunita’. C’e’ una volonta’ di partecipare al racconto perche’ la partecipazione certifica la propria appartenenza e quindi la propria identita’. E’ come se ognuno dei tanti milioni di immigrati che compongono questa nazione dicesse: io (oramai) appartengo agli Stati Uniti e la mia partecipazione drammatizzata a questo evento ne e’ la testimonianza.

(Lorenzo Gigliotti – NY)

Maturità

  (Arthur Rimbaud )

Caro Professore, l’esame vero che si è svolto in questi giorni è il tuo. E’ l’esame di tutto ciò che sei riuscito a fare in quest’anno. E’ l’esame di tutto ciò che sei riuscito a fare dei tuoi allievi.

Li hai guidati per mano? Li hai ascoltati? Li hai formati? Hai fatto capire come la letteratura, la poesia, la musica, l’arte possono far sentire meno solo e abbandonato chi vive la difficile fase dell’adolescenza? E allora bene, sarai promosso. E sarai indulgente verso coloro che hanno avuto al loro fianco insegnanti troppo spesso incapaci di un ascolto vero, così assorbiti dalle infinite insoddisfazioni che la scuola riserva loro.

Troppe volte hai sentito i tuoi colleghi dire che non si è pagati per farsi carico di biografie individuali. Ma tu sai che la scuola la si fa educando e non bocciando. Educando, perché il far venire fuori (e-ducere) delle forme compiute da un magma incandescente, quale può essere l’esistenza di un adolescente, è la base di ogni istruzione. E’ la formazione.

Sin dai primi canti della Commedia Dante chiama Duca la sua guida Virgilio. E questi, a conferma, gli comunica:”Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno/che tu mi segui, e io sarò tua guida”.

E tu hai saputo dire “per lo tuo me’”, per il tuo vantaggio, a quel ragazzo troppo distratto seduto in fondo l’aula a guardare sempre fuori dalla finestra? Ti sei dato il tempo di ascoltare realmente i silenzi carichi di significato dei ragazzi dei quali dovevi essere guida?

Spesso, troppo spesso non ci si vuol far carico di segnali chiari, inequivocabili, che lo studente lancia in una fase così delicata per la formazione della propria identità. E allora lo si lascia solo col suo problema e l’unico criterio di valutazione diventa quello nozionistico. E’ più facile. Ma non è così, Professore. Non è pensabile ritenere che l’educazione sia riducibile all’istruzione. Educare è più che istruire, anzi è propedeutico a ogni istruzione. Perciò ti chiedo, Professore, di essere un po’ meno professore e un po’ più maestro.

Il Kitsch

(La foto è di Pierre et Gilles)

Napoli seduce da lontano con la sua sensualità e, come la scia del profumo di dolci appena sfornati da un forno misterioso e irreperibile, ci fa sognare un mondo di delizie.

Da lontano ci irretisce agendo un immaginario sognato di corpi disponibili, di piaceri godibili, di occasioni facili. Salvo poi a incontrare la delusione di una realtà fatta di limitazioni anche turpi o funeste.

Napoli è il fascino del bandito che ci rapisce e, svelto di mano e con l’occhio di faina, ci travolge in un vortice di sensualità e passione. Salvo poi dover riconoscere il maleodorante olezzo di un corpo non lavato o la violenza ottusa e priva di luce del malandrino.

La nostra illusione di credere che la Bellezza abbia trovato casa a Napoli fa parte di quello stesso cumulo di cianfrusaglie che, come un apprendista stregone, mettiamo in moto appena, pressante e ineludibile, fa capolino dentro di noi il bisogno di pensare che esiste un luogo salvifico, o piu’ semplicemente un luogo.