Piccoli Tagli Netti


Conoscersi è un gioco a cui a volte non scegli nemmeno di giocare.
Conoscersi è lacerante.
Come farsi a fette sottili con un bisturi ben affilato.

Mi guardi con quegli occhi così tuoi e mi sfidi a dire di più.
Sai bene che non è quello che farò.

Sarebbe bello dirti “Sei stupenda” per intendere “Sei stupenda“.
Sarebbe bello dirti “Sono pazzo delle tue labbra” per intendere esattamente questo.

Eppure Conoscersi non te lo concede.
Questione delicata e ricca di prassi.

Sono gentile e premuroso con te che sei spigliata  ma fumosa.
Sono brillante e spiritoso mentre tu sei ammiccante ma trattenuta.

Sarebbe bello dirti “Voglio sbatterti al muro” per dire che desidero il tuo corpo.
Sarebbe bello dirti “Non parliamo più” per dire che ho solo voglia di averti.

 Annusarsi secondo le regole.
Stare attenti a non compiere passi falsi.
Misurare le parole.
Calcolare la distanza.

Guardami e basta.
Guardami e prenditi ciò che vuoi.
Come se lo avessi fatto migliaia di volte.

2012/03/14
Published

Sara

Un Cane A Tre Zampe.

 

L’asfalto bollente mi tiene appiccicate le scarpe a terra come se avessi cosparso le suole di bostick. Ora mollo lo zaino e mi tuffo in questo schifo di rigagnolo purulento che scorre parallelo alla strada. Alzo un braccio sudato e mi detergo la fronte sudata mentre continuo a piazzare un piede avanti all’altro pur di avere l’illusione di stare andando da qualche parte. La verità è che non so più dove cazzo sono.

L’altra notte in quel motel di Paloompa un topo, o un altro maledetto animale, mi ha fatto un buco grosso come la testa di un vitello nella mappa. Ora mi ritrovo da qualche parte in quel buco. Ci saranno 50 gradi all’ombra ma non posso saperlo: oltre quella improbabile che proietto io non c’è un solo albero, un palo, una torretta di avvistamento UFO che faccia mezzo metro quadro di ombra sotto cui ripararmi almeno per un po’.

Questa maledetta strada deserta che spacca a metà dio solo sa che parte di mondo.

Faccio altri dieci passi, forse dodici, e mi giro di scatto. Niente. Ripeto il trucchetto cercando di convincermi che il dio serpente del deserto del Gobi – protettore degli autostoppisti con un buco nella mappa – ascolterà le mie preghiere e farà apparire all’orizzonte un qualsiasi mezzo a due o quattro ruote a salvarmi da questo inferno.

Niente.

E fanculo anche al dio serpente del deserto del Gobi.

Poi la vedo. Distante e sfocata, appena un bagliore liquido sul nastro bruciato della carreggiata, più un miraggio che una speranza. Magari poi nemmeno si ferma e io sarò costretto a morire qui, sul ciglio del nulla, buono solo ad ingrassare scorpioni. Alzo il braccio e tiro fuori il pollice delle migliori occasioni. La macchina è una Buick del ’67 o del 2030 che tanto io non ci capisco niente. Il tipo accosta e si ferma una decina di metri dopo di me. Lo raggiungo, apro la portiera e dico salve. Salve, mi dice lui senza voltarsi.

Strano.

Salgo e dico: “Grazie di cuore, se non si fosse fermato lei non saprei proprio come avrei fatto” ma quello niente, guarda dritto avanti, si da un’aggiustatina agli occhiali e sbircia il suo orologio da polso. Così sto zitto qualche minuto, guardo avanti come lui e cerco di capire dalla segnaletica stradale dove sono finito e dove sto andando. Solo che non c’è nemmeno un cartello. Niente cartelli e niente curve: solo asfalto e sole.

È una giornata pessima per l’autostop, sa? Con questo caldo non si dovrebbe intraprendere un viaggio su strade desolate come questa. Non ho nemmeno capito di preciso dove siamo” dico sperando che abbocchi e si decida a parlare.  Abbocca: “Questa strada porta in un solo posto, non manca molto, vedrai” e io lo guardo meglio perché questa è esattamente il tipo di risposta che fa girare le palle ad un autostoppista.

Ha la pelle molto chiara ma deve avere bevuto a pranzo o magari ha problemi di circolazione perché è pieno di chiazze rosse sul collo e sul viso. Sto per chiedergli il nome dell’unico posto di cui parla ma quello apre di nuovo la bocca: “Hai mai visto dio, ragazzo?” lo dice come se mi avesse chiesto se guardo il football il venerdì sera. Il sedile inizia a diventare più scomodo e il caldo dell’abitacolo mi fa venire voglia di scaraventarmi fuori dall’auto in corsa. Il caldo e quella domanda sul vedere dio. “Mi scusi ma fa molto caldo e io ho passato un sacco di tempo sotto al Sole, forse potremmo accendere l’aria” dico io solo per sentire la mia voce rompere il silenzio. Fuori è sempre tutto uguale ma il rigagnolo non corre più parallelo alla strada, se ne discosta puntando ad ovest ed è inquietante perché penso che stia scappando via. Come vorrei fare io adesso. “Guarda là, un cane a tre zampe” mi fa con un leggero cenno del capo. Così io mi volto verso il finestrino e un istante dopo il Sole si fa nero e io perdo i sensi.

“Hey Joe, i said where you goin’ with that gun in your hand, oh…”

Mi risveglio con queste parole in testa. Apro gli occhi e li richiudo: capisco che sono ancora in macchina dal rumore del motore. Apro gli occhi e li richiudo: le parole di Hey Joe non le ho in testa, le sta canticchiando il tipo. Ho un dolore sordo e fastidioso alla base della nuca, come se avessi preso un colpo fortissimo. Cerco di alzare un braccio per toccarmi la testa ma non ci riesco. Quando mi rendo conto di essere legato al sedile con del nastro da imballaggio, per associazione di idee, mi ritorna in mente il rigagnolo del cazzo che scappava via. Quanto ha fatto bene. “Scusa se ti ho colpito, devi esserti fatto molto male… ma non preoccuparti, il sangue non scorre più” Il tizio, per la prima volta, si gira verso di me e mi fissa con quei suoi occhialoni da segretaria anni ’50. Dopo un paio di secondi mi rendo conto che ha un occhio solo. Non è che ha perso un occhio e qualcuno gli ha nascosto quello di vetro così io posso vedere l’orbita vuota. Il fatto è che quello ha un solo occhio e basta. Gli manca il sinistro e al posto del bulbo oculare c’è solo una macchia irregolare di pelle leggermente più scura di tutto il resto. Guardo fuori: il paesaggio è cambiato, ora siamo in alto. La strada è ancora larga e desolata ma adesso ci sono curve, salite e discese. Soprattutto salite però.

“DOVE CAZZO STIAMO ANDANDO, PERCHÉ CAZZO MI HAI LEGATO, CHI CAZZO SEI, PORCA TROIA!” urlo. Quello però non si scompone, si aggiusta gli occhiali e guida che è una bellezza. “Ti ho mai parlato di Sara? Sai cosa ho fatto a Sara?” dice quello come se stesse parlando del meteo. Io, adesso, ho decisamente paura. “Se mi lasci qui io non potrei manco dire a ness…” ma quello mi interrompe e dice: “Fra un paio di miglia arriviamo dove riposa Sara. Vedrai non è poi la fine del mondo. Mi dispiace tanto averti coinvolto in questa faccenda ma cerca di capire, ammazzarsi non è una passeggiata e morire da soli, senza il calore del prossimo… che desolazione.” Non riesco a far altro che pensare a mia madre e a quel fottutissimo cane a tre zampe.

Così ora siamo qui, dove riposa Sara. Questo tornante non lo abbiamo fatto e lui mi ha dato una pacca sulla spalla proprio mentre tiravamo giù il guardrail sbilenco. E mentre voliamo per qualche attimo infinito nell’aria del tramonto e il fantasma di Sara prepara la cena per gli ospiti in arrivo, a me tornano in mente le parole di mia madre quando avevo quattordici anni ed uscivo di casa la mattina presto per andare a scuola. E rotolando giù per la scarpata, con le lamiere che ci abbracciano sempre più forte e le sterpaglie, i sassi e i cani a tre zampe che si fanno strada attraverso il parabrezza divelto per colpirci forte, quelle parole vagamente preoccupate di mia madre mi risuonano nel cervello come un mantra per sfigati:

“Mi raccomando, non accettare mai passaggi dagli sconosciuti”.

 

 

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Tidy Monster


Foto by Effemme Studio – Roma

 

Cresciuto artisticamente in formazioni come Betty Ford Center (Betty Poison) e Milk White, Massimiliano Amoroso, alias Sailormob, è un bassista, compositore, arrangiatore di grande sensibilità, dotato di uno spiccato senso estetico. Le sue liriche – spesso taglienti –  sono come piccole briciole di pane che raccontando storie e situazioni altre lasciano intravedere il suo profondo universo interiore.

Tidy Monster è il suo primo album solista, distribuito sia in digitale da iTunes che fisicamente da Amazon in ben 68 Paesi in giro per il mondo. Questo è il consiglio che do a tutti:  procuratevi  una copia del disco, mettevi comodi e premete play. Ascoltatelo tutto d’un fiato e poi uscite a fare un giro. Tidy Monster è così ricco di suggestioni che avrete bisogno di metabolizzarlo bene prima di coglierne tutte le sfumature.

Per saperne di più su Sailormob e sul suo disco, vi propongo una breve intervista all’autore.

D:        Mi piacerebbe iniziare con un’ouverture del disco, qualcosa che ci permetta di saperne di più senza toglierci il gusto della scoperta attraverso l’ascolto.

R:        Questo disco è nato da sentimenti contrastanti ed è la sintesi tra la frizione che per forza di cose si può generare tra ciò che potrebbe essere e ciò che invece non è mai. È un disco che definirei primordiale eppure non è parco di lussi e comodi velluti. Un lavoro “cinematografico” composto di 10 piccoli film. Ogni pezzo, anche il più scarno, vive di una trama. Tidy Monster è netto, sincero quanto più è possibile, tanto che ad ogni track mancano davvero solo i nomi dei protagonisti per ricostruire fatti o individuare persone che hanno fatto, negli ultimi 10 anni, la mia vita.

D:        La prima volta che ho messo su il disco sono stato colpito soprattutto dalla varietà di sfumature che si percepiscono. Sfumature che riguardano liriche ed atmosfere sonore. Ne viene fuori quello che sembra essere un viaggio all’interno del tuo universo musicale. Sei soddisfatto del risultato ottenuto? Cambieresti qualcosa?

R:        A rischio di sembrare troppo sicuro di me (cosa che non sono mai), posso dirti che dopo tanti anni di musica ed esperienze in studio ho fatto il disco che avrei voluto fare. È uscito esattamente come lo avevo pensato. Un disco progettato sotto tutti i punti di vista per essere così come lo ascoltiamo. Le tracce sono state registrate dal vivo, nessuna diavoleria elettronica a sofisticare  quanto di spontaneo, vivo e pulsante stavamo via via mettendo in campo. Questo è stato possibile anche grazie alla qualità del mio “compagno di merende”, Marco Schietroma, che essendo un batterista in grado di suonare perfettamente sul click (senza quindi il bisogno di editare le tracce), mi permette di essere sempre molto sicuro di quello che sto facendo e il risultato credo sia evidente in termini di spontaneità dell’esecuzione e del suono finale che ne viene fuori (vedi  The Hammer Touch). Crediamo di aver fatto un buon lavoro, diteci voi se è così o meno.

D:        Come hai appena detto, hai costruito un progetto del tutto privo di fronzoli. Nessuna sovraincisione superflua, nessun effetto sonoro a sproposito. Tutto quello che c’è è assolutamente funzionale alla struttura e al senso dei pezzi. Un lavoro pulito.  Questa caratteristica dipende da una naturale inclinazione della tua personalità, da una scelta stilistica o dal tuo personale vissuto musicale?

R:        Il disco è oggettivamente così: netto, chiaro, che va sempre al punto. Tidy Monster non vuole essere niente di più di ciò che è. Composto essenzialmente di canzoni (fatta eccezione la lunga coda di The Berliner) in cui ci siamo concessi il gusto di una divagazione noise che forse da sola è il miglior biglietto da visita di questo cd. Non abbiamo pensato ad uno stile, non abbiamo pensato (come spesso sento dire/fare a molti produttori) ” facciamo un disco come…”. Avevamo delle cose da dire e le abbiamo dette, anche se poi è ovvio che nel processo creativo sono entrate in gioco le sonorità e le influenze che da sempre respiriamo.

D:        The Berliner è un tributo a Lou Reed. Cosa gli devi? In che rapporto sei con la sua musica?

R:        Credo sinceramente che Lou Reed stia alla musica rock come Sodoma (il pittore) stia al Rinascimento italiano. Magari è una figura più laterale rispetto a Beatles e Rolling Stones, eppure assolutamente  fondante. Se si va nel concreto si scopre che la produzione dei Velvet Underground consta di pochissime composizioni, eppure la scrittura di Reed (specie se accostata agli arrangiamenti di Cale) è di una qualità tale da essersi guadagnata di diritto il “terzo gradino del podio”. In generale tutta la sua produzione è così densa da essere stata fonte di ispirazione praticamente a tutta la musica che mi piace. In un ipotetico albero genealogico vedo con chiarezza un ramo che nasce da Mr Reed, si sviluppa nel lavoro dei Sonic Youth per fiorire negli Yeah Yeah Yeahs. Mi diverte pensare che collegato ad essi ci possa essere io, un insetto in qualche modo appeso ad un loro petalo.

D:        Quali altri artisti hanno influenzato il tuo disco?

R:        Nel recensire il disco uno dei siti più autorevoli in Italia, Rockit.it, mi cita come una strana creatura a metà tra Les Claypool e Jack White… come a Natale, quando con gli amici satolli si finisce col giocare a sette e mezzo, a te esce la “matta” e una figura: “IO STO!”

D:        Nel corso della tua carriera hai militato in molte formazioni: Betty Ford Center, Milk White, First Class Mob e Stevedore, solo per citarne alcune. Com’è stato uscire fuori dalla logica della band e lavorare ad un progetto solista? Cosa cambia nel processo creativo?

R:        Io sono un “animale da band” (o forse un animale e basta!), mi piace tutto dello stare con gli altri, persino i diverbi che la convivenza esaspera. La mia fuoriuscita, almeno in due delle formazioni che hai citato, è sempre stata dettata dalla presenza di qualche elemento alieno che, venuto in contatto con la band, ne ha alterato gli equilibri. Non ritrovandomi più coinvolto a pieno ho preferito allontanarmi (anche se emotivamente mi è sempre pesato moltissimo). Se ripenso alla mia vita musicale sento di aver militato davvero soltanto in tre band: gli Apprendistato, i Betty Ford Center e i Milk White. Per loro avrei dato il mio sangue ed ho oggettivamente rinunciato a tantissima parte del mio tempo e della mia vita privata. Ma non rimpiango nulla. Con queste persone ho passato momenti bellissimi e sono grato a tutti per quanto di bello si è vissuto insieme. In fondo, se è vero che questo è un “progetto solista”, se si va al la sostanza delle cose, ci si accorge che senza Marco questo disco non sarebbe ciò che è, e pertanto inquadro anche questa mia esperienza come un progetto di condivisione, con lui e con gli altri amici che ho voluto su questo cd.

D:        C’è un pezzo del disco a cui, per qualche ragione, sei legato in modo particolare?

R:        Sì. Il pezzo di chiusura dell’album: Brazzaville. Se in tutte le altre tracce parlo di qualcuno in modo specifico (giocate voi a “chi è chi”), la numero 10 è la più autobiografica. È quella in cui la rabbia, ormai sopita, si fa amarezza. Prende spunto da Casablanca, un classico del cinema che tutti conosciamo, almeno nella sua parte iconografica. Di quel film era stato previsto un sequel di cui era già stata definita l’esatta sceneggiatura. Il titolo del film avrebbe dovuto essere, per l’appunto Brazzaville. Il personaggio di Humphrey Bogart è molto più complesso di quello che sembra. Il finale di Casablanca è glorioso, ma quanti hanno davvero compreso il peso della scelta di Rick?! In fondo, scrivendo questa canzone, è come se avessi riposto un seme di speranza sul fatto che trasferendosi a Brazzaville possa avere trovato anche lui un po’ della tranquillità che gli era mancata in quei giorni in Marocco.

D:        Alcuni dei tuoi pezzi, come My Geisha, Lauren Hutton, Brazzaville, Dildo Rules prendono spunto dal mondo della letteratura e del cinema. Come sono nati?

R:        Come ti dicevo: vedo un po’ tutte le tracce di questo disco come dei piccoli racconti cinematografici. Di Brazzaville ti ho già parlato mentre posso dirti che My Geisha prende spunto dall’originale di Cardiff. Se no lo avete visto, fatelo… in senso lato è una canzone “risposta”…  in qualsiasi caso Shirley McLaine , dopo averla vista in quel film, non può non rimanere nel cuore! Discorso completamente diverso vale per Dildo Rules. È stata la prima canzone ad essere stata scritta. In fondo è un “omaggio” all’industria del porno. Una volta il porno era trasgressivo, era qualcosa che si ricercava, ammaliati dal fascino della trasgressione e del peccato. Ora tutto è pornografico. Mi capita spessissimo di vedere gente in giro vestita in modo molto più audace di qualsiasi pellicola degli anni ’80/’90. È saltato tutto. Un intero sistema di valori che relegava la sfera prettamente pornografica in uno scantinato in cui ricercare lascivia e corruzione.  I nostri costumi sono cambiati. Siamo tutti più liberi e disinibiti ed io non voglio giudicare se è un bene o se un male. Rimango un osservatore imparziale, che però un interrogativo se lo pone: siamo sicuri che lo stato delle cose ci rende più liberi o in realtà stiamo solo esibendo ciò che ci manca nei fatti? Ed ecco che allora arriva Lauren Hutton, con la voglia di infrangere (complice un sogno molto strano che ho messo in musica il mattino seguente) uno dei pochi veri tabù della nostra società, ossia la vecchiaia. Nessuno può più permettersi di invecchiare. In questo quadro anche i comportamenti sessuali cambiano. Nella track c’è un ventenne che si innamora della famosa attrice ormai agée. In fondo può succedere anche questo, giusto?

 

Wake Up!

La foto è di NotForYou

Warhol diceva: “in futuro saremo tutti famosi per 15 minuti”.

È una trappola.

Viviamo in un momento storico in cui il mercato delle illusioni è fiorente come mai prima d’ora. E le illusioni sono seducenti come il canto delle sirene.

Il meccanismo è diabolico ma estremamente semplice ed è lo strumento fondamentale attraverso il quale si costruisce, consolida e gestisce il controllo del consenso sociale.

Le lobby del potere hanno capito una cosa elementare: un controllo autoritario e repressivo delle masse genera situazioni potenzialmente esplosive.

La soluzione è mantenere il potere sedando il senso critico.
Come? “Regalandoci” l’illusione che vivere in Occidente vuol dire vivere da uomini liberi. Il controllo non viene più esercitato solo a livello politico ma soprattutto economico e culturale.

Tutto ciò che abbiamo sono una serie di pacchetti libertà spendibili in ambiti ben delineati al di fuori dei quali è quasi impossibile andare. Questi pacchetti libertà sono valvole di sfogo che consentono di abbassare il livello del dissenso nei momenti critici.

Cosa c’è di più rassicurante di una società in cui è possibile riunirsi, partecipare a cortei, manifestare il dissenso senza per questo rischiare di essere gettati a marcire in prigione? Cosa c’è di più democratico di una società in cui il potere d’acquisto è garantito ad una porzione di popolazione sempre più ampia?

Ed è qui il trucco, ti viene offerto un mondo fatto di vetrine colorate in cui, pagando, puoi giocare a sentirti libero, forte, arrivato. Solo che mentre tu sei impegnato nel Paese dei Balocchi qualcuno sta speculando sui tuoi diritti, sul tuo futuro e sulla tua libertà.

Il consumismo è la madre di tutte le bulimie:

avere accesso ad un campionario sempre più vasto di beni e servizi, poter annegare le proprie frustrazioni nell’acquisto di una marea infinita di prodotti è qualcosa che ti distrae e ti assopisce. Siamo tutti dispiaciuti per la fame nel mondo e il riscaldamento globale ma cosa facciamo – sul serio – in merito?

La soddisfazione compulsiva dei propri bisogni è una pillolina dorata che ha il brutto effetto collaterale di abbassare il senso critico:

perché dovrei preoccuparmi della libertà d’informazione se ho la tredicesima e le ferie pagate?

Viviamo nel migliore dei mondi possibili, un mondo fatto di individualismo standardizzato che ha come unico scopo quello di separarci dai nostri simili per renderci più gestibili.

Qualcuno ha detto che dopo gli anni ’70 non ci sono più battaglie che vale la pena di combattere. Per fortuna si sbagliava.

Oggi si combatte per la nostra libertà intellettuale, per il diritto all’indignazione, per riacquistare la capacità di giudicare e agire al di fuori degli schemi predeterminati che tentano costantemente di venderci.
Intorno a noi qualcosa sta cambiando:

la possibilità di accesso ad informazioni non manipolate dalle lobby è qualcosa di tangibile, reale. La rete può essere la roccaforte, la base di partenza per il risveglio civile e culturale delle nostre coscienze. Dobbiamo solo imparare a non perderci, a guardare bene. Quello che dobbiamo fare è tenere gli occhi aperti e non accontentarci delle apparenze.

Cerchiamo, scoviamo e condividiamo.

Se il consumismo è la madre di tutte le bulimie
la conoscenza è la madre di tutte le armi.

La Responsabilità Della Conoscenza

Premessa: ogni fatto umano può essere analizzato a partire da infiniti punti di vista.
Corollario: ogni punto di vista è inevitabilmente parziale.

La libertà di accesso alla conoscenza è ciò che consente ad un gruppo sociale di operare quelle scelte che lo porteranno a definire una “morale” socialmente condivisa. La possibilità di partecipare collettivamente alla costruzione dell’identità del proprio gruppo è presente in misura diversa in quasi tutte le culture, ma in nessuna si manifesta con la forza tipica di quella occidentale.
Questa caratteristica, questa possibilità di accesso al sapere, all’informazione e all’arte, porta con sé un’implicazione molto seria: la possibilità di emettere un giudizio sull’aderenza o la discrepanza fra ciò che la “morale” occidentale stabilisce ed i reali comportamenti che collettivamente vengono utilizzati nella prassi.

L’Occidente si trova in una posizione privilegiata ma di grande responsabilità: ciò che scegli può essere giusto o sbagliato.

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono praticate in una trentina di Paesi africani e in alcuni del Medio Oriente e si stima che ogni anno circa 2 milioni di bambine e giovani donne corrono il rischio di subire questo tipo di mutilazioni. La pratica che noi occidentali conosciamo di più è quella dell’infibulazione: clitoride e piccole labbra vengono mutilate mentre le grandi labbra vengono cucite fra loro. Viene lasciato solo un piccolo orifizio per la minzione e la fuoriuscita del sangue mestruale.

L’infibulazione ha due funzioni: è un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta fondamentale per l’inserimento della giovane donna nel tessuto sociale del suo gruppo di appartenenza, e serve a garantire alla famiglia dello sposo l’assoluta integrità della sposa. Questo si traduce in ricchezza economica per la famiglia della giovane donna poiché “la purezza” deve essere pagata dalla famiglia dello sposo.

Tutto questo è terribile e ripugnante.

Le PFM-1 sono la copia sovietica delle americane BLU-43/B.
Tecnicamente si tratta di ordigni antiuomo. Mine.
In Afghanistan sono conosciute come “pappagalli verdi” e hanno fatto tantissime vittime.
Gino Strada dice che in più di dieci anni di servizio in zone di guerra non ha mai curato una vittima di PMF-1 che non fosse un bambino. I bambini le trovano, ci giocano (non si attivano che dopo una prolungata manipolazione), le portano ai loro amici, se la passano di mano in mano. Poi esplodono.
Non ammazzano ma producono mutilazioni gravi. Spesso rendono ciechi.
Anche la PMF-1, come l’infibulazione, ha due funzioni: terrorizzare le popolazioni colpendo la fascia d’età più debole e ridurre il numero potenziale dei futuri combattenti nemici.

Tutto questo è terribile e ripugnante.
Come l’infibulazione.

Solo che “noi” abbiamo delle responsabilità maggiori.
L’infibulazione ci atterrisce perché la violenza subita da tutte queste donne è perpetrata in modo diretto e brutale proprio dal loro stesso gruppo di appartenenza. Non riusciamo a concepire una simile pratica nella nostra cultura e pensiamo che le culture che praticano le MGF siano retrograde ed incivili.
Eppure mi domando: cosa c’è di civile nel produrre ordigni che spappolano le mani di un bambino di otto anni? Cosa c’è di morale nel fare soldi storpiando delle giovani vite?
Sono domande serie, non retorica.

La mia premessa era che la libertà di accesso alle informazioni, alla cultura e all’arte ti garantiscono la possibilità di scegliere fra bene e male, fra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Se i Paesi dove l’infibulazione viene praticata avessero avuto uno sviluppo economico libero come il nostro probabilmente oggi le cose sarebbero diverse.
Noi bruciavamo le “streghe” sui roghi poi ci siamo – per così dire – “evoluti”.

Ne abbiamo avuto la possibilità.

La conoscenza è un bene prezioso legato a doppio filo al benessere economico del posto in cui vivi. Se la tua priorità è trovare da mangiare, difficilmente ti preoccuperai di leggere un libro. L’Occidente non può rifugiarsi dietro “antichi retaggi culturali” per giustificare le proprie azioni: siamo responsabili delle scelte che facciamo in misura direttamente proporzionale al benessere di cui godiamo.
Il mondo è un posto pieno di cose storte che possono essere cambiate.

A partire dalle nostre incoerenze e ipocrisie.

Poco Prima Dell’alba A Luci Spente

Mi guardi da lontano.
Il tuo profilo tagliato di netto dalle ombre che ti porti addosso.
Il tuo viso segnato dalla paura dell’addio.

Da questa parte della stanza ci sono io e ti guardo.
Il mio viso tagliato dall’ansia di averti persa.
Il mio profilo segnato dai solchi profondi delle mie rughe stanche.

Volevo solo che fossi mia.

Nella stanza buia le immagini confuse di un film in bianco e nero rotolano fuori da una TV di quarta mano. Tutto molto ordinario.
Anche ora che te ne stai lì, distesa in quella macchia scura con gli occhi fissi, non posso fare altro che desiderarti.

È il desiderio che ci rende deboli, che ci fa agire d’impulso.
Questo insano senso d’incompletezza.
Questo serpente bugiardo.
È tutto così chiaro ora, netto e pulito proprio come le tue iridi.

Nella mia testa le tue parole erano terremoti e valanghe.
Un tuo “
no” era tempesta, un “lasciami andare” un incendio.
Ed è nel fuoco che brucerò insieme alla mia colpa.

Volevo solo che fossi mia.

Perché ero niente ogni volta che non mi guardavi.
Ed ora che finalmente ti ho presa, che sono riuscito a fermarti in un fotogramma, ora che le tue parole non possono più ferirmi, che i lineamenti del tuo volto non possono più tradire il disprezzo né le tue mani tenermi a distanza, mi accorgo che nemmeno così sono riuscito a trattenerti.

È tutto così chiaro ora, scandito e lineare.

Te ne stai lì. Immobile.
Il calore del tuo corpo evapora insieme alla mia follia.
Da una TV di quarta mano lasciata accesa in una stanza buia rotolano fuori le ultime immagini di un film in bianco e nero che abbiamo visto quando tu ancora sorridevi alle mie carezze.

Ora sei carne morta e niente più.
Nei tuoi occhi opachi non c’è più luce perché possano riflettermi.

Se non ho potuto vivere del tuo calore mi accontenterò di raffreddarmi con te.
Senza nessun clamore ce ne andiamo via leggeri e fuori di qui inizia a disfarsi tutto come fosse la fine del mondo, come una catastrofe silenziosa che si consuma solo per noi due.

Ora che sono accanto a te e che le forze mi abbandonano, ora che i miei pensieri si fanno lievi e le palpebre pesanti, tutto ciò che posso fare è pronunciare il tuo nome come fosse una preghiera.

Come fosse l’unica parola che possa salvarmi l’anima.

Gabbie E Recinti

La foto è di NotForYou

E arrivo.
È qui che imparerò a colmare la distanza fra ciò che mi frulla per la testa e la sostanza concreta di cui sono fatte le mie idee. Questo posto fatto di uomini e di storie, questo magazzino di carne e sangue e infezioni e dolori e illusioni e speranze andate a male. Questa babele di naufraghi.
Qui imparerò che un uomo è un uomo. Sempre.

Non è un posto in cui si sprecano sorrisi, ed io lo so perché, ma saperlo non smorza il mio disagio.
Posseggo qualcosa che tutti loro hanno perduto, qualcosa che mi strapperebbero via.
Ai loro occhi devastati posseggo una dignità intatta.

Pura.

Qui è dove dormi tu” dice.
La stanza è grande e puzza. Un odore sgradevole e potente di malattia mi riempie i polmoni, si insinua nel circolo sanguigno e mi si incunea nel cervello. Puzza di morbi contagiosi, di cose morte, cose dalle quali è meglio star lontani. Cosa ci faccio qui? E scapperei via fra l’erba bagnata e fredda della collina sulla quale sorge questo inferno in cui sono voluto venire a tutti i costi.
Chiudo gli occhi e cerco di calmarmi. Quella che sento è solo puzza di chiuso e calzini luridi.
Lo so che è così ma la paura è potente ed io ho solo 17 anni e mi sento perso.

Adesso sistema le tue cose, fatti una doccia e poi vieni a tavola che ceniamo”.
“Qual è il mio letto?” chiedo. “Quello accanto all’armadio. Lì ci dorme Massimino ma adesso puoi usarlo tu perché lui è in ospedale” dice. E lo dice in modo secco. Mi mette alla prova, mi valuta.

Non voglio domandargli perché quel tipo è all’ospedale,

[puzza di morte]

so che quello che mi dirà mi farà paura.
“Come mai l’hanno ricoverato?”
Dice: “Ha avuto una crisi. Seria. Massimino ha l’AIDS”.

[infezioni, cadaveri]

Continua: “Le lenzuola sono pulite”.

Tutto questo accadde una primavera di 15 anni fa.
Ovviamente quella notte non chiusi occhio. Mi convinsi di essere stato contagiato circa 40 secondi dopo essermi infilato sotto le lenzuola. Volevo piangere e tornare a morire a casa, perché sarei morto senza ombra di dubbio. Non ero stupido, conoscevo le modalità di contagio, ero preparato.
Tuttavia ero ossessionato dalla paura. La paura di qualcosa che non conoscevo davvero, che avevo solo letto sui libri o visto da lontano.

Così diventi cieco all’evidenza. E l’evidenza è che gli uomini restano uomini anche quando sono sieropositivi. La nostra è una cultura che crea scissioni forti tra ciò che è percepito come normale e ciò che non lo è e viene posto ai margini. Confini netti e decisi che sono ideali e fisici.
I pazzi nei gruppi appartamento gestiti dalle cooperative, i tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche, i poveri in squallidi sobborghi urbani. O per strada. C’è sempre un modo per costruire barricate, delimitare.
Siamo la civiltà dei ghetti.

Quando Massimino tornò avevo già cambiato stanza. Ero in camera con Claudio.
Claudio aveva le mani completamente deformate a causa degli effetti collaterali dei medicinali sperimentali che prendeva. E Claudio aveva una storia. Una storia fatta di cose comuni, cose che appartengono al vissuto di qualsiasi essere umano. Lui mi raccontava di suo figlio ed io gli parlavo di me.
Ciò che insegniamo ai nostri figli, a chi ci sta accanto, è che l’AIDS è una piaga, che dobbiamo fare attenzione altrimenti ci ammaleremo e moriremo. Ci dimentichiamo sempre di ricordare ai nostri figli che un sieropositivo non è un morto che cammina, un mostro. Ci dimentichiamo dell’umanità.

La malattia porta via loro la vita, noi gli portiamo via la dignità. Tutto ciò che occorre è trovare il coraggio di pensarli come noi. Perché SONO come noi.

Quella primavera imparai che, nonostante fossi convinto del contrario, ero pieno di pregiudizi.
Imparai che l’unica cosa che può fare a pezzi un pregiudizio è la forza della conoscenza.