Incline Alla Fuga, Con Un Inesauribile Desiderio Di Caffè

Ho voglia di caffè. Mi serve per progettare la fuga. Da cosa? Non l’ho ancora capito, pur essendone pienamente consapevole. Porto a casa parole, sapori, percezioni. Ne ho già una scatola piena. Provo a fare posto negli angoli, mi serve dell’altro spazio. E’ una delle fregature del viaggiare, ti imbatti in nuove cose e non puoi resistere al desiderio di farle tue.

E poi c’è tutta quella gente che attraversa le stazioni, corre frenetica verso i binari, si accomoda al proprio posto, soddisfatta, legge i giornali per beffare il tempo dall’inutile attesa che la condurrà a destinazione.

Io sono lì, all’apparenza tranquilla, seduta al mio posto, eternamente combattuta tra il desiderio di rimanere nel luogo che ho appena lasciato e l’irrequietezza di una casa ancora troppo lontana.

Sono incline alla fuga, torturata da un inesauribile desiderio di caffè.

Come In Un Fumetto

Mi ritrovo affacciata alla finestra di un castello fatto di parole. Se ne fossi capace, probabilmente, mi disegnerei proprio così: con il naso all’insù, un libro tra le mani ed i pensieri sparsi in un impalpabile universo  fatto di forme e colori. Chi avrà colmato l’alienante vuoto delle pagine del volume che mi fa compagnia?

Sorrido ad un regalo inaspettato e lascio spazio all’immaginazione…

Molto tempo dopo, quando il mondo era stato lacerato in due e il mago Cavalieri e la sua marsina blu ormai esistevano solo sulle pagine dal taglio dorato dei lussuosi album di fotografie sui tavolini dei caffè dell’Upper West Side, Joe si ritrovava qualche volta a pensare alla lettera azzurra arrivata da Praga. Cercava di immaginare quello che c’era scritto, quali notizie, sentimenti e istruzioni. Era in quelle occasioni che cominciava a capire, dopo tanti anni di studi e spettacoli, di avvenimenti, prodigi e sorprese, la natura della magia. Il mago sembrava promettere che qualcosa andato in pezzi si poteva aggiustare senza bisogno di giunture, che ciò che era svanito poteva riapparire, che uno stormo di colombe o una manciata di polvere sparsi dell’aria si potevano ricomporre con una sola parola, che una rosa di carta bruciata di una fiamma poteva ricomparire sotto un mucchietto di cenere. Ma tutti sapevano che era solo un’illusione. La vera magia di un mondo fatto a pezzi stava nel contenere in sé cose capaci di svanire, di disperdersi totalmente come se non fossero mai esistite neanche all’inizio“.

L’immagine che colora questo post è di riduc .

A volte, chi non ti conosce riesce a cogliere più di altri la tua essenza… Grazie…

Divento Grande, O Almeno… Ci Provo

Divento grande.

Imparo a non colmare silenzi con parole vuote, a convivere con pensieri troppo rumorosi, a sorridere solo per quello che mi suscita una reale ilarità. Sopisco qualsiasi percezione della realtà spazio-temporale evitando di interrogarmi sul futuro o di guardare al passato. Vivo al secondo perché, mentre scrivo, ho già cambiato mille volte idea.

Divento grande, ma non rinuncio ad alcune vecchie abitudini.

Al suono della sveglia continuo a girarmi dall’altra parte del letto per godere “ancora cinque minuti” di quel piacevole torpore tra la veglia e il sonno. E’ la mia coperta di Linus, il rituale che mi trascino dai tempi della scuola. Non posso privarmene, è la mia coccola quotidiana.

Divento grande, ripongo il superfluo nel baule dei ricordi.

E’ sempre lì, fisso ai piedi del letto, colmo di tutte le cose importanti della mia vita. Vorrei catalogarle, provo a tirare le somme ma non mi trovo con i conti. Seguo un consiglio e butto via la calcolatrice, del resto i numeri non sono mai stati il mio forte.

Divento grande, anche se certi giorni non mi riconosco.

Ehi tu, non guardarmi in quel modo! L’immagine riflessa è quella di una sconosciuta. Mi appiglio allo straniamento, ma non sempre gli occhi degli altri offrono un reale punto di vista su ciò che sei.

Divento grande e smetto di giudicarmi.

Errare è umano, perseverare è diabolico, condannarsi è da decerebrati. Rinuncio ai miei alibi, non ho più voglia di processarmi.

Divento grande, o almeno… ci provo.

Tremate. E’ Arrivato Nuvette!

Uomini (chi più, chi meno) questo post non è per voi!

Da alcuni mesi un interrogativo mi attanaglia, soprattutto “in quei giorni“… Ormai si è trasformato in un rituale. Vado al supermercato, affaccio il mio sguardo su uno dei tanti scaffali ed in quel manicomio di colori, misure, con ali o senza, per la notte e per il giorno, se sei triste o felice, LUI è lì, incollato ad un pacchetto, che richiama la mia attenzione.

Esprimi il tuo stile” recita lo slogan che lo pubblicizza, e tu pensi “Ahhhh, finalmente hanno pensato a qualcosa di utile!”. Sì, perché se non sei una donna, non hai la minima percezione di quanto possa essere fastidioso aprire la borsa e vedere sventolare ai quattro venti i tuoi assorbenti. E’ matematico: se porti un assorbente in giro, di sicuro la tua borsa si ribalterà ai piedi di un vecchio zoppo che, per prima cosa, nel galante tentativo di aiutarti a raccogliere gli oggetti caduti, solleverà proprio lui, l’assorbente itinerante, e lo osserverà interrogativo rivolgendoti,  poco dopo, un mezzo sorriso imbarazzato.

Nuvette, questo il nome dell’oggetto misterioso, non rappresenta la soluzione ai tuoi problemi. Quel genio del packaging che lo ha ideato, infatti, non ha pensato ad una questione fondamentale: la misura degli assorbenti che deve contenere.

Ebbene sì, confesso il mio peccato! Ho ceduto alle insidie del marketing, mi sono lasciata conquistare dall’idea di una soluzione pratica e discreta, ed ho acquistato gli assorbenti solo perché mi veniva regalato in omaggio Nuvette. Il problema è che Nuvette è inutile. Gli assorbenti non ci entrano, almeno, non quelli della misura che ho comprato io, prodotti dallo stesso marchio che produce Nuvette. Un sillogismo quasi perfetto che ha alimentato nella mia mente l’insana idea che Nuvette dovrebbe essere della misura adatta a contenerli.

Misteri del marketing… Convivo, rassegnata, con la consapevolezza di non poter riempire la mia borsa di stile… Come se aprirla e trovare ogni volta al suo interno un oggetto con l’immagine inquietante di un cane, sia un rituale a cui è impossibile rinunciare.

Vecchietti di tutto il mondo, TREMATE! I miei assorbenti continueranno a volare contro di voi!

Questa È La Notte Dei Desideri

Se hai un desiderio, uno di quelli a cui tieni davvero, non dovresti svelarlo mai. Te lo insegnano da bambino quando, con un po’ di emozione, annodi al tuo polso un braccialetto della fortuna tutto colorato.

Te lo ricordano quando stai lì lì per spegnere le candeline sulla torta di compleanno.

“Esprimi un desiderio!”

Fuuuuuuuu…

Il buio, gli auguri, la speranza.

Questa è la notte dei desideri. Sono tutti lì, con il naso all’insù, pronti, al cader di una piccola stella, ad esprimere il proprio segretissimo desiderio, ognuno in attesa di una nuova speranza.

Non io. Non è una speranza quella che aspetto, ma il lume che nel ciel s’informa per sé .

Ecco, questo è il mio desiderio, raggiungere la forma più alta dell’immaginazione, “l’alta fantasia”.

Decido di svelarlo.

Se scegli di abbandonarti al sogno, non puoi rimanere in alcun modo legato alle sciocche credenze di un’inutile realtà.

Cercando Un Origami Creato Da Un Post-It

Colleziono segnalibri. Ho un Pinocchio d’argento, una rana di gomma, un fiore di feltro, un origami creato da un post-it. Sono sparsi tra le pagine dei libri lasciati in sospeso, dei libri che ho amato e che rileggo con costante frequenza, dei libri che osservo da lontano combattuta tra una sana curiosità ed una ipnotica diffidenza. Mi servono per portare il segno, per ricordare il punto preciso in cui sono nascoste le parole che mi hanno toccato il cuore, per cedere al sonno con la certezza di riuscire a ritrovare in qualsiasi momento quel pensiero abbandonato tra le braccia della stanchezza serale.

Colleziono segnalibri perché mi consentono di lasciare in bilico una riflessione, perché rappresentano l’estensione tra le mie idee e quelle degli autori che amo, un ponte che ricongiunge la strada dell’oblio a quella della ragione.

Colleziono segnalibri e, sebbene stavolta sia indecisa su quale pagina valga la pena ricordare, sono consapevole di quanto sia decisamente inutile resistere alla tentazione di sbirciare il finale.

Come Una Fiammella Che Illumina Croke Park

Ho perso l’incipit di questo post. Era perfetto. Si era affacciato sui miei pensieri mentre cantavo a squarciagola “With or Without You” celebrando una notte dublinese di un anno fa, rapita dalla colonna sonora di una vita che non c’è più.

Il tempo di aprire il mio .doc e… puff… sparito!

Di sicuro non era poi così sensazionale, ma il punto non è questo. Il punto è un altro. Il punto è che aveva ragione Joyce nel suo Ulisse: “camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi“.

E’ passato un anno, ho camminato, e mi è sembrato di incontrare ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove e fratelli adulterini, ma in realtà non ho fatto altro che incontrare me stessa.

Oggi la mia vita è diversa, ma io sono sempre io, una delle fiammelle che ha illuminato Croke Park quella sera.

In questa ritrovata consapevolezza mi rendo conto che non ha più senso lasciarmi distogliere dalla suggestione di un ricordo.

Io sono il ricordo.

Come Un Clown Quando Cala Il Sipario

Rimuovo accuratamente ogni minimo residuo di trucco. Sono come un clown quando cala il sipario, ripulisco il volto dalla maschera che mi presenta al mondo.

Reagisco insofferente al ronzio dei condizionatori altrui, colonna sonora beffarda di questa irrequieta ed afosa serata. Mi accorgo di essere totalmente estranea a tutto ciò che mi accade intorno. Probabilmente dovrei leggere i giornali, informarmi, ma quale deterrente migliore, se non la beata ignoranza, riuscirà a tenermi lontana da conversazioni culturalmente e socialmente utili?

Decido di non avere opinioni, non sono poi così necessarie, soprattutto se indotte.

Sono come un clown quando cala il sipario, ripongo il copione fino al prossimo spettacolo evitando di pensare a quella che sarà la mia battuta ad effetto.

Parolando

Non riesco a trovare il mio libro preferito. Lo cerco tra gli scaffali della libreria, tra i fogli ammassati come mattoni di una piramide di lavori sospesi, nella rincuorante confusione della mia scrivania. Ne ho bisogno per riordinare i pensieri in questa dislessica serata che mi ha lasciata in mutande, non solo letteralmente.

Mr. Darcy prova ad attirare la mia attenzione tra i volumi ammassati sul mio baule dei ricordi. L’afa mi attanaglia, il MacBook surriscalda le mie ginocchia, ma non ho voglia di riversarmi nell’uggioso paesaggio di una campagna inglese.

Dove sei finito?

Ti avrà portata via con sé Jun, mentre andava lontano? Lo chiedo ad Alex, ma è troppo preso dalla sua Kitty Alexander per prestarmi attenzione. Paloma richiama il mio sguardo: “gli uomini vivono in un mondo dove sono le parole e non le azioni ad avere il potere, dove la massima competenza è il controllo del linguaggio“. Non posso non essere d’accordo, e sebbene Florentino mi osservi stizzito dallo scaffale per la scarsa attenzione prestata al buon vecchio Gabo, un vero Nobel nell’uso delle parole, stasera mi sento una junker, proprio come Richard, e decido di amare ciò che sembra non avere alcun valore agli occhi degli altri.

Provo a scorgere quello stesso sottile sarcasmo tra i discorsi di David e Katie, ma non ci riesco. E’ di Rob che ho bisogno, delle cinque più memorabili fregature di tutti i tempi, di Dick e Barry, del profumo e dei suoni di Championship Vinyl.

Ci vedi forse il tuo nome lì in mezzo, Laura?

Eccoti! Finalmente ti ho trovato, nascosto tra i libri ammucchiati ai piedi del letto. Sorrido e ti domando come sei finito lì in mezzo.

Mi sento come se avessi avuto questo genere di conversazioni tutta la vita. Nessuno di noi è più giovane, ma quel che è appena accaduto avrebbe potuto benissimo accadere quando avevo sedici, o venti, o venticinque anni. Arriviamo all’adolescenza e a quel punto, semplicemente, ci fermiamo; tracciamo allora i nostri confini; poi gli anni passano, ma i confini restano gli stessi“.

Nick Hornby, Altà Fedeltà, Guanda

Il Poeta Operaio S’è Bevuto Lo Strega!

“Che fai con sta gente” m’ha detto, ma non interrogativo, proprio dispregiativo, e non si capiva se più dispregiativo per loro -cioè “sta gente” -o più dispregiativo per me, che me la facevo con loro.

Antonio Pennacchi, Il fasciocomunista, Oscar Mondadori

Il Bava si sarebbe indignato a vederti lì, seduto tra un nugolo di intellettuali intenti a scambiarsi lusinghe e sorrisi compiaciuti. Antonio, che fai con sta gente? Tu, abituato ai tre turni in fabbrica, hai deciso di sporcarti le mani d’inchiostro e andare alla conquista di Valle Giulia. In questo caldo giovedì di luglio hai consacrato il luogo delle rivolte politiche e sociali sessantottine, trasformandolo in palcoscenico di una moderna rivoluzione, quella del concetto di intellettuale.

Chissà se “sta gente” c’è rimasta di stucco.

Il poeta operaio s’è bevuto lo Strega! (cit. Oz, poeta quasi ignoto, IV sec. A.C.)