La Russia stabilizzerà il Medio Oriente

1. Dalla drammatica situazione mediorientale sta emergendo qualcosa che non potrà far altro che bene a tutta l’Area ed al Mondo intero: la presenza storica in Siria della Russia e, quindi, di Cina, Libano ed Iran. Questo fattore da Guerra Fredda ha portato i Paesi Nato ed i Paesi della Lega Araba ad abbassare le pretese di espansione territoriale ed influenza politico-economico-religiosa nei Paesi a maggioranza sciita come la Siria, l’Iraq o lo Yemen. In una sorta di equilibrio bellico oltre il quale non è possibile andare.

2. La mossa di Putin di intervenire in Siria non è assolutamente un atto di beneficenza quanto di protezione dei propri interessi in terra mediorientale. Il Presidente Russo ha colto saggiamente al volo l’opportunità di inserirsi in una guerra impossibile da vincere da parte degli Stati Uniti – creatori essi stessi dell’ISIS assieme ai Paesi Sunniti – ed abbastanza semplice da chiudere da parte di un esercito ben equipaggiato come quello russo. A fronte di un spauracchio come quello dello Stato Islamico tutt’altro che irresistibile. Putin ha tolto le castagne dal fuoco ad Obama ed ai Democrats in quanto la creazione di ISIS, Al Qaeda, Daesh, è fatto antico e vede come responsabili i Servizi Segreti Deviati Statunitensi di matrice Repubblicana. Purtroppo per gli Stati Uniti questa gatta da pelare è talmente grande da non poter essere risolta a breve in quanto il rinnovamento dei vertici della CIA abbisogna di ricambio generazionale. È per questo motivo che Kerry e Lavrov lavorano assieme assiduamente. Non una collaborazione amichevole, ma una collaborazione tesa a migliorare la politica interna di entrambi i Paesi. Obama evita migliaia di morti in campagna elettorale e Putin porta a casa la sua vittoria in funzione della sua prossima. All’interno di queste dinamiche si intersecano fattori di apicale importanza: 1. L’obiettivo comune di togliere potere geopolitico alla Turchia nell’Area, in quanto per Erdogan passa tutto o quasi tutto il gas russo che riscalda gli inverni europei; 2. Secondo obiettivo comune è il depotenziamento dei Paesi Sunniti concorrenti della Russia nel rifornimento del Gas al Vecchio Continente; 3. Far sì che la Siria torni a giocare un ruolo decisivo per gli stessi motivi; 4. Far sì che l’Iran rimpiazzi Emirati Arabi Uniti, Qatar, etc, nella produzione delle solite materie prime;

3. L’intesa russo-americana potrà dare i suoi frutti soltanto con la vittoria di Clinton e di Putin alle prossime Presidenziali. La strategia prevede l’annichilimento dei governanti dei Paesi a maggioranza Sunnita e di Israele. Un asse, questo, creato dal GOP negli anni ’80 e, per molti anni, vincente e dominante in tutto il quadro mediorientale. Sulla stessa lunghezza d’onda va il ‘lavoro’ effettuato in Egitto e, seppur con molte più difficoltà, in Libia. Russia e Democrats attendono al varco Erdogan, Netanyahu ed i Saud. Erdogan non potrà continuare a strumentalizzare la sua appartenenza alla Nato, Netanyahu non potrà continuare a ricevere ogni anno dagli Usa 50 miliardi di dollari per poi usarli contro le amministrazioni DEM, i Saud, famiglia sconfitta da Maometto in quanto pagana, e successivamente convertitasi all’Islam, hanno un potere molto più grande rispetto ai due succitati, ma un’eventuale isolamento da parte di un futuribile Medio Oriente a trazione Sciita con Libano, Siria, Iraq ed Iran in testa, potrebbe perlomeno tagliare le gambe alle loro mire espansionistiche e causare, come già predetto dagli economisti sauditi, una bancarotta pilotata che potrebbe avere ripercussioni sulla politica interna Saudita e sui mercati finanziari mondiali dagli scenari assolutamente imprevedibili.

The DNC wants the dictatorship of neoliberalism

The fraudulent Democratic Primary Election made us discover the dictatorial side of neoliberalism.

During the Primary, in fact, we have seen the media and social media boycott Bernie Sanders and his campaign. CBS, Fox News, CNN, MSNBC, Google, Facebook have literally darkened the Senator and have financially supported Hillary Clinton Candidacy.

The 1% doesn’t want to give up a penny of their own wealth and decides who should rule the country through control of the media, social media and search engines.

Neoliberalism is forcing Western Democracies Parties from voting. These parties are all neoliberals and if they come out from the track, are demonized or, worse, obscured.

Under the tyranny of neoliberalism there’s no room for dissent and all this leads to the death of conservatism and progressivism, to the death of the ideologies. All this leads to the death of alternation, to a mock political dichotomy that almost always ends to create a grand coalition governments that are incapable of governing.

American democracy is so proven that the DNC hasn’t been judged by the law and it believes are sufficient apology against Sanders, who, frightened and tried mentally and physically, given the weekly death of former DNC staffers called to testify, has decided to create ‘Our Movement’ in the hope of changing the Democratic Party.

For this reason, the Senator of Vermont, the most voted candidate in the Primary, will have little weight within his Party. And, with the same people in power, it could be a farce even the Presidential Elections, considered that the voting machines are calibrated and biased in favor of Hillary Clinton. For example, Stanford University have conducted a study according to which, where there was voting machines, Clinton had 15 points more there was pen and paper.

The philosopher and linguist Noam Chomsky argues that the US represent a danger for the Planet, former President Jimmy Carter argues that the US is no longer a democracy but an oligarchy. Julian Assange sees the US the only threat to world peace.

In my opinion the Democratic Party has sold his soul to the devil and President Barack Obama is became the President who has done more wars in US history, and at the same time, through the economic and financial policy, has modify the anciente balances between DEM and GOP: Democrats, today, are the highest paid politicians from donors of Wall Street.

The Democratic Party, Barack Obama, Hillary Clinton, have become the party of the powerful, the party of 1%, Wells Fargo, Google, Apple, Facebook, while the GOP of petrodollars, with the oil at very low levels, has been radically downsized.

It’s for this reason that Bernie Sanders has endorsed Hillary Clinton. It’s for this reason that CNN, CBS, MSNBC publish unrealistic surveys. It’s for this reason that Obama hasn’t spoken about the injustice suffered by Sanders and has blocked FBI investigations. It’s for this reason that GOP establishment doesn’t support Trump but Clinton. It’s for this reason that Bushes and Kochs now support Clintons. The actors of neoliberalism are afraid of dissent and support the strongest candidate. They support the candidate who has conquered the votes of independents: Hillary Clinton.

All this happens while the American people doesn’t know what happens. Why they are dying DNC staffers? Why Hillary Clinton isn’t in jail or indicted? Why in recent years they have made the war on the Talibans, Al-Qaeda, ISIS? Who created these terrorist cells? With what purpose they fight? Is there by any chance a religious war? And why, not long ago, Hillary Clinton has proposed as the final solution to the war in the Middle East, the recognition of the Islamic State? Why Clinton wants to attack Shiite Iran and not the Sunnis as Saudi Arabia, Qatar, Turkey, United Arab Emirates? Because larger Clinton foreign donors are the Sunni countries in the Middle East and North Africa. The same countries that give protection to the terrorism.

It’s for this reason that Clinton will win the presidential elections. Because Wall Street Journal, Washington Post, New York Times, are in his hands. Because in the US there’s no press freedom. Because broadcasters are controlled. Because Social media has algorithms that favor Clinton. And the same thing they do Google’s algorithms. The USA are a neoliberal dictatorship. As National Socialist Germany during the Great Depression.

Le coup de théâtre di John McCain

In questi giorni si decidono le sorti del Partito Repubblicano: al suo interno è in atto una guerra fratricida che vede come protagonisti i diversi establishment del Good Old Party. Le diverse fazioni son sempre le stesse: la famiglia Koch che ha foraggiato le campagne elettorali di Rubio e Cruz, la famiglia Bush che ha sostenuto Jeb, i conservatori più moderati autofinanziati da Kasich, e la mina vagante Trump che – pur apparendo antisistema ed antiestablishment – è il vero e proprio cavallo di Troia degli impresentabili. Donald Trump, infatti, è il prodotto dei disastri della Trickle-Down Economy. Egli è stato creato ad arte dai saggi del partito in modo tale da rendere il partito nuovamente appetibile. Il modo in cui vorrebbero riuscirci è quello di rimodernare il GOP, abbassando le pretese anarco-capitalistiche, scomparendo dalla scena, svoltando assieme alle forze della estrema destra europea su posizioni più sociali. Purtroppo per Trump e, soprattutto per chi lo manovra, l’impresa è ardua per più di un motivo:

1. Il Partito Repubblicano, stando ai sondaggi, si aggira attorno al 21%;

2. Gli iscritti al Partito Democratico superano di 6 percentuali gli iscritti del Partito Repubblicano;

3. Gli Indipendenti rappresentano il 45% dell’elettorato, ma stando agli ultimi sondaggi voterebbero solo ed esclusivamente Bernie Sanders – qualora si presentasse – alle Elezioni Presidenziali o Stein del Green Party o Johnson dei Libertarian;

4. L’establishment del Partito Repubblicano ha perso potere economico negli ultimi otto anni ed a nulla servono i sondaggi fake Rasmussen e la sovraesposizione mediatica data a Trump da parte di Murdoch, gonfiata fino all’esondazione dai broadcasters più vicini ai Democrats, se non addirittura dichiaratamente Liberal;

5. È facile intuire che snaturare un partito glorioso come quello Repubblicano per farlo diventare un giocattolo famigliare in stile Front National, è cosa assai ardua. Infatti le anime del partito più centriste stanno dando e daranno battaglia affinché non venga deturpato ulteriormente il brand del partito dell’elefante;

6. Trump non ha ancora la forza del Nominato ed è pronto a subentrargli – qualora le cose non quadrassero – Mitt Romney: politico moderato, sconfitto non di molto da parte di Barack Obama nel 2012 che, in questo momento, con Clinton nei guai per vicende più che note, potrebbe risultare perfetto per strappare ai DEM proprio quei moderati che la ex Segretaria di Stato aveva mobilitato alle Primarie.

La prima gatta da pelare per il rossiccio dal riporto fatto ad arte e per le lobby economicamente più influenti, è la proposta fatta da molte anime del partito di reintrodurre il famigerato Glass-Steagall Act. Dietro questa mossa a sorpresa c’è il veterano John McCain, che in questi ultimi mesi si è speso duramente al Congresso assieme alla Warren ed a Sanders per quella che oggi sembra essere una necessità basilare per la finanza statunitense e mondiale.

Come reagirà Trump? Quasi certamente accetterà la sfida, cosciente del fatto che da parte dei DEM la cosa verrà recepita. Qualora non lo facesse aprirebbe la strada a nuovi scenari e perderebbe quei pochi non iscritti al Partito Repubblicano che oggi hanno intenzione di votarlo.

Riuscirà il buon John McCain a smascherare fin dal primo giorno l’istrionico milionario newyorchese? Riuscirà ad evitare un deriva populista e, per giunta, a fare del partito un partito popolare di stampo europeo? E, infine, riuscirà assieme a Bernie Sanders a ridare un significante ed un significato alla destra ed alla sinistra americana?

Che i due vecchietti possano vincerla.

grillo - 2

Beppe Grillo È Già ‘ka$Ta’

 

 

Grillo e Casaleggio hanno 13 giorni per decidere quale forma dare al nuovo 5 Stelle.

 

Un anno fa studiai il movimento in maniera quasi ossessiva [1] preannunciando le difficoltà che questo avrebbe incontrato una volta entrato in Parlamento. Una volta fatto i conti con l’azione. Una volta iniziato il confronto reale con i parlamentari delle altre forze politiche. Una volta palesatasi la sua natura. Una natura tanto funzionale al consenso quanto impossibile da gestire con il potere tra le mani.

 

È abbastanza chiaro che Grillo non può continuare ad avere due piedi in una sola scarpa e che dopo questa tornata elettorale crolleranno i suoi tratti più caratterizzanti. Il primo frame positivo del 5 Stelle a perder peso sarà ‘non siamo né di destra né di sinistra’. Perché dare la fiducia – così come non darla – sarà una scelta politica che schiererà inevitabilmente il Movimento. E, una volta in parlamento, ogni decisione toglierà quell’equidistanza costruita con maestria e fatica nel corso di questi anni. Sarà sinonimo di partigianeria.

 

Il secondo frame in procinto di crollare è ‘uno vale uno’. Con le ultime decisioni calate dall’alto, Grillo assume sempre di più il ruolo di padre padrone, con il sentimento negativo che cresce sia tra gli elettori progressisti che auspicano un accordo con il suo movimento, che tra i suoi stessi elettori delusi da una condotta apparentemente incoerente. In questo modo viene meno anche un terzo frame ‘siamo la democrazia dal basso’.

 

Una cosa è certa: a Grillo non conviene tornare a votare. O perlomeno non ora. Non rappresenterebbe più la novità. Sarebbe ‘quello che ha causato le elezioni anticipate’. Perderebbe moltissimi consensi sul versante sinistro. E, per via della teoria dei vasi comunicanti, ogni voto perso sarà un voto guadagnato dalla coalizione di centrosinistra.

 

A Grillo, tra l’altro, conviene continuare a campare sul frame ‘noi giovani, loro zombie’ e sa che questo è possibile solo se i suoi avversari verranno percepiti in quanto tali. Solo se gli avversari saranno ancora Bersani, Monti e Berlusconi. Sa che nel Partito Democratico, morto un Papa se ne fa un altro. E che dopo Bersani ci sarà Renzi e poi un altro ancora.

 

Casaleggio è assolutamente spiazzato. Si aspettava 5 anni di spietata opposizione e si è ritrovato il Movimento Cinque Stelle primo partito italiano, un Partito Democratico che, contro ogni pronostico, ha detto no a un governo di larghe intese con il Popolo della Libertà e che, soprattutto, ha ‘aperto’ al 5 Stelle stesso. Che l’ha provilegiato quale interlocutore attendibile e politicamente più pronto del Popolo della Libertà (‘M5S meglio del PDL’). Uno tsunami di responsabilità da assumersi.

 

Casaleggio dovrà sacrificare qualcosa. O l’ingente presenza dell’elettorato progressista (se al suo interno si decidesse di non dare la fiducia a Bersani) o l’ingente presenza dell’elettorato di estrazione leghista-conservatore-fascista (in questo caso, tuttavia, con gli eventuali buoni risultati dell’esecutivo, potrebbero comunque ritornare i destri inizialmente delusi). Sa che non potrà più portare avanti una campagna come quella appena terminata. Sono finiti i bonus. Non godrà più dell’attenzione spasmodica della TV per le sue piazze. Non sarà più qualcosa da scoprire e su cui scommettere, ma un’esperienza già vissuta. I politici del movimento inizieranno a presenziare in televisione, verranno fuori le divergenze, le prime spaccature, a tratti potrebbero venir meno la credibilità del guru e la solidità e/o la serietà del movimento.

 

È finita la pacchia. Il ché non significa che il Movimento tornerà al 5%. Ma vuol dire che da oggi in poi Casaleggio combatterà ad armi pari con gli altri strateghi, il 5 Stelle verrà messo alla prova proprio come tutti gli altri partiti e Grillo subirà lo stesso inflessibile metro di giudizio che gli italiani riservano usualmente ai politici di vecchia data. Hanno la possibilità di non crollare e continuare ad essere determinanti, ma non potranno più ripetere l’esperienza di favore che hanno vissuto in questi mesi.

 

L’elettorato che ha abbandonato Italia Bene Comune giusto all’ultimo giorno di campagna elettorato è già frastornato e i quesiti che che si susseguono sono troppi e ridondanti: ‘ma non è che questo Grillo è fascista per davvero?’, ‘posso tornare a votare e cambiare preferenza?’, ‘ma non è che ora vince Berlusconi?’, ‘e se avesse vinto Berlusconi?’, ‘non è che forse ho sbagliato a votarlo?’, ‘ma sulla fiducia ha deciso tutto da solo?’, ‘non è che stiamo sprecando un’occasione storica?’, ‘per quale oscuro motivo non ha accettato le proposte di Bersani?’.

 

Per il 5 Stelle è terminata la fase uno. Si passa dalle piazze al Parlamento. Dalle chiacchiere ai fatti. Dalla lettura del disagio alle risposte concrete. Perché non è possibile mettere nel congelatore i problemi degli italiani per aspettare il 51% di una futuribile legislatura. Perché la crisi fa sempre più paura, fa sempre più male e in pochi accetterebbero di tornare ad elezioni anticipate proprio ora che si ha la concreta possibilità di cambiare il Paese, di chiudere con una tragedia lunga vent’anni e di riformare le istituzioni, la politica e la democrazia.

 

La nuova fase del Movimento Cinque Stelle – come preannunciavo quasi un anno fa – dovrà fare a meno di almeno un paio di cavalli di battaglia: ambivalenza e ambiguità. Una volta in Parlamento, a seconda delle decisioni assunte nei confronti di Pierluigi Bersani, non sarà più possibile ‘stare nel mezzo’. Un’eventuale fiducia a un esecutivo di centrosinistra, così come un’eventuale sfiducia rappresenterebbero la prima grande scelta politica del 5 Stelle. Il primo posizionamento. L’ingresso nel mondo dei grandi.

 

Grillo e Casaleggio dovranno dialogare costruttivamente con centinaia di onorevoli con centinaia di indirizzi politici differenti. Dovranno gestire il Movimento non più nelle piazze o in rete, ma sotto i riflettori del giudizio degli italiani. Con la nuova legislatura si parte tutti sullo stesso piano.

 

Proprio mentre Beppe Grillo sembra già ‘Ka$ta’. Parla di nomine più che di programmi. Di un nuovo Presidente della Repubblica, di un nuovo Premier, di un nuovo Presidente della Camera e di un nuovo Presidente del Senato, partecipa all’ennesimo toto-ministri. C’è già dentro fino al collo. E corre il rischio di partire anarchico per finire democristiano. Furia francese, ritirata spagnola.

 

Forse non si rende conto di avere per le mani una responsabilità storica e ha, forse, perso lucidità. Grillo deve capire che ha portato il Paese a un crocevia e che ha addirittura la possibilità di indirizzarlo verso una nuova strada. Continua a parlare di Dario Fo, Adriano Celentano, dimezzamento dei parlamentari e dei loro emolumenti, senza capire che ha ormai davanti a sé scenari immaginifici. Può letteralmente costruire il futuro e fare la storia. Ha la possibilità di contribuire da protagonista alla chiusura di un capitolo lungo più di 20 anni. Ha la possibilità di portare a compimento fin da subito la sua prima grande battaglia contro lo ‘Psiconano’. Potrebbe relegarlo ai margini. Contrapporre – da una posizione di forza – nuove politiche contro la tanto odiata austerity. Ha la possibilità di rendere più forte l’Italia in Europa contro le ricette della Merkel. E, cosa di non poco conto, ha nelle mani la carta per aprire una nuova stagione di governo, affiancando le forze di centrosinistra nelle legislature a venire.

 

Quello che è successo l’altroieri è storia. È il nuovo 1994. Italia Bene Comune la possibilità di fare quello che fece Berlusconi 20 anni fa: stringere un’alleanza/patto/desistenza/etc. con le forze che più rappresentano il disagio degli italiani (nel 1994 i grillini erano Alleanza Nazionale e Lega Nord). La realtà ha assunto una nuova forma e ci si deve adattare ad essa. L’altroieri è scomparsa l’estrema destra, l’estrema sinistra e sono scomparsi i cristiano-democratici. Si apre una fase completamente nuova con Berlusconi che ha ormai 77 anni e Grillo che fa da ago della bilancia.

 

Quell’ago deve pendere verso sinistra.

A qualunque costo.

 

«Perciò, se non stringi alleanze e non rafforzi il tuo dominio, ma ti accontenti di allargare la tua influenza personale minacciando i nemici, il tuo Stato e la tua città diventeranno vulnerabili.» 

Sun Tzu – L’arte della guerra (Sūnzǐ Bīngfǎ, 孫子兵法) – Sec. V A.C.

 

Luigi De Michele

 

 

 

berman

“ci Piace Batman, Ci Piace Com’è”

 

La comunicazione politica italiana ha rimosso i suoi ultimi vent’anni di storia. Ha rotto con il passato più prossimo per scegliere di tornare ai fasti del passato remoto. Quelli del PCI, del PSI e della DC. La DC Comics.

 

Ha cancellato vent’anni di esperienza pubblicitaria. Li ha cancellati senza aspettare l’esito della prossima tornata elettorale, la nuova legislatura e i mutamenti che questi comporteranno. Si è fatta strumento per il cambiamento. Prima della naturale quanto inevitabile fine di un pezzo della nostra storia. Quasi a dettare il nuovo modo di far politica. Laddove la forma precede la sostanza e il metodo precede il compito da eseguire. Laddove il contenitore caratterizza le proprietà stesse del contenuto.

 

La comunicazione politica del Partito Democratico sta cambiando il modo di fare e intendere la politica in questo Paese e prima di tutto il suo. Come quando abbassiamo il tono della nostra voce per calmare la nostra anima o come quando rafforziamo la nostra postura per pescare autostima nei pozzi più reconditi del nostro Io. Un loop infinito, un otto capovolto di forma e sostanza. Feedback dal feedback.

 

La prima vera grande differenza, il primo grande steccato che divide il presente dal passato è riscontrabile nell’approccio più occidentale, moderno e democratico allo scontro con gli avversari politici.  Nella maggior coscienziosità, consapevolezza e cura del processo di contrapposizione tra ingroup e outgroup, tra buoni e cattivi, tra bene e male, tra blu e rossi, tra ‘noi’ e ‘loro’. Un processo che presenta meno rigidità. meno dogmatismo e meno faziosità. Una comunicazione che aiuta la politica e i cittadini a prendersi meno sul serio.

 

La comunicazione memetica del Partito Democratico ha ringiovanito e migliorato l’intera comunicazione politica italiana. Ha rotto con vent’anni di offerte ‘prendi 3, paghi 2’. Ha letteralmente dettato la linea comunicativa e strategica a tutte le altre forze politiche. L’ha resa più a misura d’uomo, più sana, meno apocalittica, meno ideologica, meno seriosa e meno ingannevole. Ha trattato con cura i sensi dell’elettorato, le sue emozioni, la sua memoria e le sue aspettative. Ha evitato la sesta aspra contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, passando dalla berlusconiana e dicotomica divisione floreale tra rosa rossa (il male) e rosa bianca (il bene) ad un uso più felpato, raffinato e assai più ricercato della contrapposizione. Un uso meno demagogico e meno populista. Un uso meno schizofrenico.

 

Questa nuova campagna memetica, pertanto, ha il merito di esaltare le capacità, il valore, le idee e le caratteristiche peculiari di Batman/Bersani senza per questo divinizzare il protagonista e demonizzare gli antagonisti. ‘Concede’ loro umanità attraverso l’uso della sottile ironia e dignità attraverso le caricature impeccabili. In un mix di supereroi, politica, sarcasmo, programmi e promesse elettorali che colpiscono nel segno con un frame potentissimo: ‘Bersani è l’unico candidato premier credibile e affidabile’.

 

Siamo al ‘buoni contro cattivi’ senza la necessità di scomodare la divina provvidenza. Senza dover delegittimare nel profondo gli avversari. Senza doverli chiamare nemici. Senza demonizzarli. Siamo in presenza di una nuova egemonia anche nel campo della comunicazione. La stessa comunicazione orfana per troppo tempo del suo versante sinistro. Un versante sinistro che completa, finalmente, l’offerta nostrana.

 

Quelli che ‘la comunicazione è roba da pubblicitari’. Quelli che ‘la comunicazione serve solo a vendere sogni irrealizzabili’. Quelli che ‘ti corrompe l’anima’. Quelli che ‘voglio dire le cose come stanno senza prendere in giro la gente’. Che ‘non è cosa di sinistra’. Che ‘è tutta finzione’. Che ‘priva la politica della sua naturalezza’. Beh, quelli che non scendevano a compromessi sono diventati egemoni anche in questo. Quando si sa cosa dire, si deve sapere come dirlo. Perché la verità non persuade da sé. E una bugia ben raccontata apre ancora molti cuori.

 

Luigi De Michele


berla

Alle Prime Cento Telefonate

Un uomo che ha poca credibilità ha solo un modo per riconquistarla: fare e dire cose che siano assolutamente credibili.

 

Se poi quell’uomo tenta, in un certo qual modo, di ‘sottrarre’ realtà ai destinatari dei propri messaggi e di traghettare gli stessi in un set cinematografico per cercare di persuaderli in modo quantomeno disonesto, quello stesso uomo è destinato a fallire perché non tiene conto del fatto che la discrepanza tra realtà vera e realtà virtuale è troppo forte per poter essere mascherata. Quello stesso uomo pregiudica definitivamente la percezione che gli altri hanno di lui. E dalla perdita di credibilità si passa alla derisione.

 

Dopo aver posto – attraverso Angelino Alfano – il giorno del via libera al Governo Monti – l’inserimento di una nuova ICI – anziché una patrimoniale – come condizione vincolante per la prima fiducia, ‘quell’uomo’ è riuscito (a distanza di pochi mesi) nella più grande impresa di disinformazione della storia recente del nostro Paese: rimuovere e negare completamente le proprie responsabilità, promettendo di riparare alle mancanze ‘altrui’ (ossia le sue). Una truffa che neanche Totò con la Fontana di Trevi. Il ladro che ti ruba la macchina e te la rivende a metà prezzo.

 

Con la ‘televendita’ di ieri finisce un’epopea. Esattamente com’era cominciata: al 21%. Molto presumibilmente, infatti, ‘quell’uomo’ perderà con lo stesso risultato con cui vinse nel 1994. Segno che, a differenza di 20 anni fa, è solo contro tutti, e non basterà un’alleanza con la destra più eversiva e reazionaria per poter tornare al Governo. Polarizzerà ulteriormente l’elettorato. E, se da un lato porterà al voto gli italiani più ‘fragili’, ‘interessati’ e con bassa scolarizzazione, dall’altro ‘costringerà’ l’80% dell’elettorato italiano che negli anni ha imparato a prendere le dovute distanze dal suo modus operandi, a stringersi attorno alla coalizione che ha maggiori possibilità di sconfiggerlo: Italia Bene Comune.

 

Perché oltre all’amigdala possediamo un ippocampo. Perché se le bugie hanno le gambe corte, quelle più spudorate non le hanno nemmeno. Perché non è possibile colmare, con promesse ancor più grandi, il vuoto di ciò che non si è mantenuto per anni. Perché, dopo che si è governato per così tanto tempo, la colpa non può essere sempre e ancora degli altri. Ora che lo spettacolo deve lasciar spazio alla vita, quella vera. Ora che il portafoglio piange, via il tendone del circo, i problemi restano.

 

Più che un colpo di teatro, quella di ieri è una zappa sui piedi. Il classico dell’uomo che ricade nel suo solito vizietto, che non sa smettere. Che finisce per interiorizzare i costumi dei propri elettori più di quanto questi abbiano effettivamente fatto con lui. Che oramai è vittima di se stesso, di quanto propagandato. Un attore che ha finito per diventare il ruolo che ha interpretato e a cui non rimane altro che il suo personaggio. L’unica cosa a cui non può più rinunciare. Che lo tiene in vita e al tempo stesso le dona un senso. Narciso sulla riva di un fiume in secca.

 

I sogni aiutano a vivere meglio, ma non si può vivere solo di questi. La paura, la rabbia, la delusione, lo smarrimento e la tristezza quotidiana non vanno via telelobotomizzandosi sul divano la sera prima di andare a dormire. Perché il malessere è al tempo stesso diffuso e intenso. Ci abbandonano 1000 imprese al giorno. Il tessuto industriale è pressoché compromesso. I grandi marchi che hanno pompato l’export italiano nei decenni passati sono scomparsi dopo aver primeggiato per anni in Europa e nel Mondo. La disoccupazione sale costantemente e il lavoro che c’è è precario e sottopagato. L’1% della popolazione si è arricchita ulteriormente e gode di immensi privilegi, mentre almeno 8 milioni di italiani sprofondano sotto la soglia di povertà. Assistiamo increduli allo stridente divario tra un finto sorriso non accompagnato dai muscoli oculari e le cavità oculari  piene di vere lacrime.

 

I riflettori vanno spostati da ‘quell’uomo’ alle condizioni degli italiani. Ne hanno bisogno. Mai prima d’ora se n’era sentita una tale necessità. E, nonostante le divisioni in fazioni, ognuna con una ricetta differente, si aspetta la fine un’epoca. L’incantatore di serpenti, il re delle televendite, l’imbonitore, ha smesso di funzionare. Il prestigiatore ha dato tutto quello che poteva. Della serie ‘puoi non aver ancora scoperto il trucco, ma sai di per certo che c’è’.

 

Si cresce, e dopo aver scoperto che non esistono né Babbo Natale né il topolino dei denti, finiamo per  scoprire – chi prima chi dopo – che anche il wrestling è tutta scena. Con le dovute eccezioni, s’intende.

 

Luigi De Michele

 

calderoli-bossi

L’unico Nemico Di ‘italia Bene Comune’ È Il Porcellum

 

L’unico ostacolo che separa ‘Italia Bene Comune’ dalla vittoria è la legge elettorale. Il Porcellum è una legge talmente bugiarda da esser stata modellata giustappunto sulle mancanze dell’avversario. Roberto Calderoli intuì fin da subito l’importanza di metter su una legge capace di consegnare alla coalizione vincente una striminzita maggioranza al Senato della Repubblica, a prescindere dalla portata del risultato. Sapeva che per il centrodestra, più che per il centrosinistra, sarebbe stato molto più semplice governare anche solo con una decina di senatori di vantaggio. Sapeva che con il Porcellum era allo stesso tempo possibile sia far cadere il Governo Prodi sia governare pochi mesi dopo la sua caduta.

La cosiddetta ‘legge porcata’ è l’unico vero avversario di Pierluigi Bersani. Più di Berlusconi, Monti, Grillo, Ingroia o Giannino. In qualsiasi altro Paese d’Europa, con una qualsiasi altra legge, ‘Italia Bene Comune’ starebbe già festeggiando la vittoria e portandosi avanti con il lavoro. In qualsiasi Paese d’Europa, eccezion fatta per l’Italia.

L’esito di questa tornata elettorale non è assolutamente in discussione sia per la forza della coalizione di centrosinistra sia per l’inconsistenza delle due coalizioni di centrodestra. Il potenziale massimo del Popolo della Libertà, per esempio, è del 24% circa. Non è un caso che anche la Forza Italia dei tempi migliori, in 14 anni di vita, non abbia mai oltrepassato la soglia del 30% (unico partito al potere in Europa) e che abbia superato il 25% una volta sola.

A 40 giorni dalle Elezioni, poi, non ha ancora toccato quota 20% (è dato al 17%). Ha recuperato 3 ‘miseri’ punti percentuali in più di un mese, raschiando il fondo del barile del mondo dell’astensione destrorsa, finendo per compromettere in maniera definitiva l’unità del centrodestra italiano, senza migliorare minimamente le sorti della campagna elettorale. Il recupero è avvenuto in regioni pressocché già assegnate a ‘Italia Bene Comune’ (per lo più meridionali), mentre nelle regioni più in bilico la situazione s’è fatta ancor più critica rispetto a solo poche settimane fa. L’alleanza con Lega Nord e Grande Sud/MpA ha letteralmente mandato in frantumi la base dei due partiti e sembra che persino il solido Veneto corra il rischio di passare nelle mani del centrosinistra.

Berlusconi ha perso per strada Casini e Fini. La Lega Nord è un partito ormai azzoppato, arenatosi sul 5% scarso (e che rischia persino la scissione in caso di sconfitta elettorale). Delle restanti 11 liste a supporto non ce n’è nessuna che superi il 2%. 11 liste che lottano quotidianamente tra loro senza esclusione di colpi, con la speranza di esser ripescate in qualità di miglior partito sotto la soglia minima. Nate con l’intenzione di alzare il potenziale della coalizione, peggiorano la sua capacità di attrazione. Proprio per questo motivo, l’offerta politica della nuova coalizione berlusconiana è quantomeno povera. Stesso linguaggio, stesse emozioni, stessa memoria, stessi atteggiamenti, stessi comportamenti, stessi solgan, stesse persone e stesse promesse di un tempo. Astensione permettendo, potrà puntare a malapena sul suo elettorato storico.

Per la coalizione che fa capo a Mario Monti vale più o meno lo stesso ragionamento. L’ex Terzo Polo pesa circa 5 punti in più rispetto al passato (15%) grazie alla trasversale capacità di attrazione del Presidente del Consiglio, ed è alquanto improbabile che possa riuscire ad incrementare la percentuale di consensi. Piuttosto, è destinato a subire i classici effetti della polarizzazione e, quindi, del voto utile. Negli ultimi giorni della campagna elettorale renderà con gli interessi quanto guadagnato più a manca che a destra, consegnando, assieme ai flussi in uscita da Rivoluzione Civile, la vittoria alla coalizione progressista.

La lista di Antonio Ingroia, infatti, non riesce a spiccare il volo. Rischia di essere un remake della Sinistra Arcobaleno con l’aggravante della reiterazione. Non riesce ad allontanarsi dalla fatidica soglia del 4% con una campagna elettorale ancora tutta da giocare (e quasi sicuramente a sue spese). Appare più un’accozzaglia di volti noti che un progetto politico (la differente collocazione nel parlamento europeo delle forze che la compongono ne è l’esempio più lampante) e, in quanto tale, corre il rischio di subire un vero e proprio saccheggio in nome di una motivazione ben più grande del ‘semplice’ spostamento a sinistra dello scenario politico italiano: l’antiberlusconismo. La necessità di scongiurare una nuova vittoria di Silvio Berlusconi finirà per arricchire il forziere progressista. E, a differenza del cartello del 2008, i sondaggi sono già abbastanza freddi. Non un buon segnale.

E ‘Italia Bene Comune’? ‘Italia Bene Comune’ ha da portare a termine un lavoro iniziato con le Primarie che nel 2009 hanno incoronato Pierluigi Bersani Segretario del Partito Democratico e che è passato per quelle che lo hanno incoronato candidato Premier oltreché per le Parlamentarie. Un lavoro che dovrà raggiungere il suo apice nella due giorni della prossima consultazione popolare: con la mobilitazione di tutto l’ettorato del centrosinistra storico e, al tempo stesso, con la mortificazione di quello berlusconiano. IBC dovrà parlare al cuore della propria gente, senza pertanto motivare i cittadini di centrodestra. Dovrà lottare con il coltello tra i denti ma al tempo stesso con calma e tranquillità. Dovrà far sì che l’affluenza non salga troppo oltre il 75% e incassare, di riflesso, punti percentuali di vantaggio sugli avversari.

Bersani dovrà far sognare i suoi e demotivare gli altri. Dovrà demolire 10 anni di governi berlusconiani senza demolire Berlusconi. Dovrà parlare di lotta alla illegalità senza parlare dei suoi guai giudiziari. Dovrà abbattere i simboli del berlusconismo senza toccarlo. Dovrà dare risposte concrete a problemi concreti. Dovrà parlare di idee, programmi e speranze. Gli italiani dovranno percepire che al centro dell’attenzione ci sono loro e non il Cavaliere. Vogliono e vorranno sentir parlare di sé. Vorranno essere coccolati e rincuorati dopo anni di promesse e sacrifici. Hanno bisogno di sapere che in fondo al tunnel della recessione c’è una luce. Anche se non c’è. Anche se non è vero. Hanno bisogno di una motivazione per tirare avanti e quindi per recarsi alle urne.

È compito delle forze progressiste continuare a mantener vivo il legame tra politica e cittadini. Infondere nuovamente fiducia. Creare partecipazione, suscitare entusiasmo, far sentire attivi i cittadini. Gli italiani hanno bisogno di nuovi progetti a lungo termine, nuove sfide, nuovi traguardi e nuovi stimoli. Hanno bisogno di sentirsi utili. Se il Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, il candidato Premier Bersani, riusciranno a fare questo, vinceranno anche contro il Porcellum. Vinceranno il primo vero nemico. Il primo tra i simboli di una epopea berlusconiana che sembra volgere al termine.

 

Luigi De Michele