berla

Alle Prime Cento Telefonate

Un uomo che ha poca credibilità ha solo un modo per riconquistarla: fare e dire cose che siano assolutamente credibili.

 

Se poi quell’uomo tenta, in un certo qual modo, di ‘sottrarre’ realtà ai destinatari dei propri messaggi e di traghettare gli stessi in un set cinematografico per cercare di persuaderli in modo quantomeno disonesto, quello stesso uomo è destinato a fallire perché non tiene conto del fatto che la discrepanza tra realtà vera e realtà virtuale è troppo forte per poter essere mascherata. Quello stesso uomo pregiudica definitivamente la percezione che gli altri hanno di lui. E dalla perdita di credibilità si passa alla derisione.

 

Dopo aver posto – attraverso Angelino Alfano – il giorno del via libera al Governo Monti – l’inserimento di una nuova ICI – anziché una patrimoniale – come condizione vincolante per la prima fiducia, ‘quell’uomo’ è riuscito (a distanza di pochi mesi) nella più grande impresa di disinformazione della storia recente del nostro Paese: rimuovere e negare completamente le proprie responsabilità, promettendo di riparare alle mancanze ‘altrui’ (ossia le sue). Una truffa che neanche Totò con la Fontana di Trevi. Il ladro che ti ruba la macchina e te la rivende a metà prezzo.

 

Con la ‘televendita’ di ieri finisce un’epopea. Esattamente com’era cominciata: al 21%. Molto presumibilmente, infatti, ‘quell’uomo’ perderà con lo stesso risultato con cui vinse nel 1994. Segno che, a differenza di 20 anni fa, è solo contro tutti, e non basterà un’alleanza con la destra più eversiva e reazionaria per poter tornare al Governo. Polarizzerà ulteriormente l’elettorato. E, se da un lato porterà al voto gli italiani più ‘fragili’, ‘interessati’ e con bassa scolarizzazione, dall’altro ‘costringerà’ l’80% dell’elettorato italiano che negli anni ha imparato a prendere le dovute distanze dal suo modus operandi, a stringersi attorno alla coalizione che ha maggiori possibilità di sconfiggerlo: Italia Bene Comune.

 

Perché oltre all’amigdala possediamo un ippocampo. Perché se le bugie hanno le gambe corte, quelle più spudorate non le hanno nemmeno. Perché non è possibile colmare, con promesse ancor più grandi, il vuoto di ciò che non si è mantenuto per anni. Perché, dopo che si è governato per così tanto tempo, la colpa non può essere sempre e ancora degli altri. Ora che lo spettacolo deve lasciar spazio alla vita, quella vera. Ora che il portafoglio piange, via il tendone del circo, i problemi restano.

 

Più che un colpo di teatro, quella di ieri è una zappa sui piedi. Il classico dell’uomo che ricade nel suo solito vizietto, che non sa smettere. Che finisce per interiorizzare i costumi dei propri elettori più di quanto questi abbiano effettivamente fatto con lui. Che oramai è vittima di se stesso, di quanto propagandato. Un attore che ha finito per diventare il ruolo che ha interpretato e a cui non rimane altro che il suo personaggio. L’unica cosa a cui non può più rinunciare. Che lo tiene in vita e al tempo stesso le dona un senso. Narciso sulla riva di un fiume in secca.

 

I sogni aiutano a vivere meglio, ma non si può vivere solo di questi. La paura, la rabbia, la delusione, lo smarrimento e la tristezza quotidiana non vanno via telelobotomizzandosi sul divano la sera prima di andare a dormire. Perché il malessere è al tempo stesso diffuso e intenso. Ci abbandonano 1000 imprese al giorno. Il tessuto industriale è pressoché compromesso. I grandi marchi che hanno pompato l’export italiano nei decenni passati sono scomparsi dopo aver primeggiato per anni in Europa e nel Mondo. La disoccupazione sale costantemente e il lavoro che c’è è precario e sottopagato. L’1% della popolazione si è arricchita ulteriormente e gode di immensi privilegi, mentre almeno 8 milioni di italiani sprofondano sotto la soglia di povertà. Assistiamo increduli allo stridente divario tra un finto sorriso non accompagnato dai muscoli oculari e le cavità oculari  piene di vere lacrime.

 

I riflettori vanno spostati da ‘quell’uomo’ alle condizioni degli italiani. Ne hanno bisogno. Mai prima d’ora se n’era sentita una tale necessità. E, nonostante le divisioni in fazioni, ognuna con una ricetta differente, si aspetta la fine un’epoca. L’incantatore di serpenti, il re delle televendite, l’imbonitore, ha smesso di funzionare. Il prestigiatore ha dato tutto quello che poteva. Della serie ‘puoi non aver ancora scoperto il trucco, ma sai di per certo che c’è’.

 

Si cresce, e dopo aver scoperto che non esistono né Babbo Natale né il topolino dei denti, finiamo per  scoprire – chi prima chi dopo – che anche il wrestling è tutta scena. Con le dovute eccezioni, s’intende.

 

Luigi De Michele

 

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#memoria E Ricordi

Oggi è la Giornata della Memoria. In occasioni così importanti e cariche di identità e significato preferisco tacere.
Il silenzio, per me, è una lingua di pensieri zitti.
Non mi piace la retorica degli italiani, fiume di inutili emozioni pubbliche condivise perché bisogna far vedere di parlarne sempre e comunque.
Ma, oggi, ho letto il post di Tommaso Giuntella “#memoria” e sono rimasto incantato. Tommaso è una delle più belle persone, che ho conosciuto ultimamente, una di quelle che la vita ti butta là e a cui ti affezioni perché sembra essere così fuori contesto dalla superficialità e dalla mancanza di spiritualità della società contemporanea.
Sono rimasto incantato immaginando quel cassetto, in cui “un pezzo di fil spinato, le lettere e gli altri maledetti ricordi” fanno compagnia al silenzio, ai pensieri e alle immagini sfocate come in un attraversamento di un bosco, di un labirinto in cui ogni certezza viene meno, in cui è assoluta è la solitudine, e chiunque può smarrirsi come un bambino abbandonato ad erranze che lo fanno sfociare nelle fauci abissali dell’orco di quella memoria di dolore incancellabile che portiamo dentro di noi.
Mi è venuta in mente quella che fu la mia tesi di laurea.
In questi anni mi sono passate più di un centinaio di tesi di laurea per le mani, eppure non mi è mai venuta in mente la mia.
Oggi si. Ricordo, ancora, quando la discussi, l’incapacità da parte della commissione di capirne il senso e i suoi confini.
“Stati modificati del corpo e della coscienza nella reclusione: forme di comunicazione e resistenza vitale” era il suo titolo.
La reclusione – che fosse in un campo di reclusione, in un carcere, in un cpt o in qualunque istituzione totale – sottopone il corpo ad una radicale amputazione relazionale, alla torsione irreversibile di ogni senso e di ogni linguaggio.
Mi sono chiesto come facciano nonostante ciò i reclusi a tenersi in vita, come fanno a vivere giorno dopo giorno.
Una lettera, il fervore della scrittura, i sogni della notte e quello ad occhi aperti, un interesse in cui perdersi e ritrovarsi.
O, ancora, un odore, un sapore, una carezza che richiamino la memoria di piacevoli compagnie.
Il recluso cavalca gli ampi territori degli stati modificati,mentre è lì dove i reclusori lo hanno chiuso; è altrove, dove il cuore lo porta. È lì dove il nonno di Tommi, con maniacale cura, sfruttava al massimo le poche severissime righe delle cartoline che scriveva per dirsi, prima di dire, al mondo e al nazifascismo che era vivo.
Una volta un uomo mi ha detto, su un binario di una ferrovia che lo riportava come ogni sera a ripercorrere a ritroso le cancellate di Rebibbia, che “la libertà è la cosa più importante, e che non bisogna mai dimenticarlo”.
Per quell’uomo che aveva creduto nell’uguaglianza tra gli uomini, nella dottrina più romantica dell’Ottocento, fu l’attraversamento del bosco di Bistorto, cammino interiore, torsione di identità, sensi e percezioni riguardanti il mondo e la vita.
Grazie a quell’uomo scrissi e discussi la mia tesi di laurea, in un anno in cui mi sentivo, in una guerra, poi persa, per la libertà della Rete, schiacciato dall’istituzione del sistema.
Grazie a quella tesi capii quanto fosse importante gridare al mondo nel silenzio che si è vivi, nonostante il mondo ti sta soffocando.
Grazie a Tommi e a suo nonno, oggi, mi è tornato in mente.

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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L’unico Nemico Di ‘italia Bene Comune’ È Il Porcellum

 

L’unico ostacolo che separa ‘Italia Bene Comune’ dalla vittoria è la legge elettorale. Il Porcellum è una legge talmente bugiarda da esser stata modellata giustappunto sulle mancanze dell’avversario. Roberto Calderoli intuì fin da subito l’importanza di metter su una legge capace di consegnare alla coalizione vincente una striminzita maggioranza al Senato della Repubblica, a prescindere dalla portata del risultato. Sapeva che per il centrodestra, più che per il centrosinistra, sarebbe stato molto più semplice governare anche solo con una decina di senatori di vantaggio. Sapeva che con il Porcellum era allo stesso tempo possibile sia far cadere il Governo Prodi sia governare pochi mesi dopo la sua caduta.

La cosiddetta ‘legge porcata’ è l’unico vero avversario di Pierluigi Bersani. Più di Berlusconi, Monti, Grillo, Ingroia o Giannino. In qualsiasi altro Paese d’Europa, con una qualsiasi altra legge, ‘Italia Bene Comune’ starebbe già festeggiando la vittoria e portandosi avanti con il lavoro. In qualsiasi Paese d’Europa, eccezion fatta per l’Italia.

L’esito di questa tornata elettorale non è assolutamente in discussione sia per la forza della coalizione di centrosinistra sia per l’inconsistenza delle due coalizioni di centrodestra. Il potenziale massimo del Popolo della Libertà, per esempio, è del 24% circa. Non è un caso che anche la Forza Italia dei tempi migliori, in 14 anni di vita, non abbia mai oltrepassato la soglia del 30% (unico partito al potere in Europa) e che abbia superato il 25% una volta sola.

A 40 giorni dalle Elezioni, poi, non ha ancora toccato quota 20% (è dato al 17%). Ha recuperato 3 ‘miseri’ punti percentuali in più di un mese, raschiando il fondo del barile del mondo dell’astensione destrorsa, finendo per compromettere in maniera definitiva l’unità del centrodestra italiano, senza migliorare minimamente le sorti della campagna elettorale. Il recupero è avvenuto in regioni pressocché già assegnate a ‘Italia Bene Comune’ (per lo più meridionali), mentre nelle regioni più in bilico la situazione s’è fatta ancor più critica rispetto a solo poche settimane fa. L’alleanza con Lega Nord e Grande Sud/MpA ha letteralmente mandato in frantumi la base dei due partiti e sembra che persino il solido Veneto corra il rischio di passare nelle mani del centrosinistra.

Berlusconi ha perso per strada Casini e Fini. La Lega Nord è un partito ormai azzoppato, arenatosi sul 5% scarso (e che rischia persino la scissione in caso di sconfitta elettorale). Delle restanti 11 liste a supporto non ce n’è nessuna che superi il 2%. 11 liste che lottano quotidianamente tra loro senza esclusione di colpi, con la speranza di esser ripescate in qualità di miglior partito sotto la soglia minima. Nate con l’intenzione di alzare il potenziale della coalizione, peggiorano la sua capacità di attrazione. Proprio per questo motivo, l’offerta politica della nuova coalizione berlusconiana è quantomeno povera. Stesso linguaggio, stesse emozioni, stessa memoria, stessi atteggiamenti, stessi comportamenti, stessi solgan, stesse persone e stesse promesse di un tempo. Astensione permettendo, potrà puntare a malapena sul suo elettorato storico.

Per la coalizione che fa capo a Mario Monti vale più o meno lo stesso ragionamento. L’ex Terzo Polo pesa circa 5 punti in più rispetto al passato (15%) grazie alla trasversale capacità di attrazione del Presidente del Consiglio, ed è alquanto improbabile che possa riuscire ad incrementare la percentuale di consensi. Piuttosto, è destinato a subire i classici effetti della polarizzazione e, quindi, del voto utile. Negli ultimi giorni della campagna elettorale renderà con gli interessi quanto guadagnato più a manca che a destra, consegnando, assieme ai flussi in uscita da Rivoluzione Civile, la vittoria alla coalizione progressista.

La lista di Antonio Ingroia, infatti, non riesce a spiccare il volo. Rischia di essere un remake della Sinistra Arcobaleno con l’aggravante della reiterazione. Non riesce ad allontanarsi dalla fatidica soglia del 4% con una campagna elettorale ancora tutta da giocare (e quasi sicuramente a sue spese). Appare più un’accozzaglia di volti noti che un progetto politico (la differente collocazione nel parlamento europeo delle forze che la compongono ne è l’esempio più lampante) e, in quanto tale, corre il rischio di subire un vero e proprio saccheggio in nome di una motivazione ben più grande del ‘semplice’ spostamento a sinistra dello scenario politico italiano: l’antiberlusconismo. La necessità di scongiurare una nuova vittoria di Silvio Berlusconi finirà per arricchire il forziere progressista. E, a differenza del cartello del 2008, i sondaggi sono già abbastanza freddi. Non un buon segnale.

E ‘Italia Bene Comune’? ‘Italia Bene Comune’ ha da portare a termine un lavoro iniziato con le Primarie che nel 2009 hanno incoronato Pierluigi Bersani Segretario del Partito Democratico e che è passato per quelle che lo hanno incoronato candidato Premier oltreché per le Parlamentarie. Un lavoro che dovrà raggiungere il suo apice nella due giorni della prossima consultazione popolare: con la mobilitazione di tutto l’ettorato del centrosinistra storico e, al tempo stesso, con la mortificazione di quello berlusconiano. IBC dovrà parlare al cuore della propria gente, senza pertanto motivare i cittadini di centrodestra. Dovrà lottare con il coltello tra i denti ma al tempo stesso con calma e tranquillità. Dovrà far sì che l’affluenza non salga troppo oltre il 75% e incassare, di riflesso, punti percentuali di vantaggio sugli avversari.

Bersani dovrà far sognare i suoi e demotivare gli altri. Dovrà demolire 10 anni di governi berlusconiani senza demolire Berlusconi. Dovrà parlare di lotta alla illegalità senza parlare dei suoi guai giudiziari. Dovrà abbattere i simboli del berlusconismo senza toccarlo. Dovrà dare risposte concrete a problemi concreti. Dovrà parlare di idee, programmi e speranze. Gli italiani dovranno percepire che al centro dell’attenzione ci sono loro e non il Cavaliere. Vogliono e vorranno sentir parlare di sé. Vorranno essere coccolati e rincuorati dopo anni di promesse e sacrifici. Hanno bisogno di sapere che in fondo al tunnel della recessione c’è una luce. Anche se non c’è. Anche se non è vero. Hanno bisogno di una motivazione per tirare avanti e quindi per recarsi alle urne.

È compito delle forze progressiste continuare a mantener vivo il legame tra politica e cittadini. Infondere nuovamente fiducia. Creare partecipazione, suscitare entusiasmo, far sentire attivi i cittadini. Gli italiani hanno bisogno di nuovi progetti a lungo termine, nuove sfide, nuovi traguardi e nuovi stimoli. Hanno bisogno di sentirsi utili. Se il Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, il candidato Premier Bersani, riusciranno a fare questo, vinceranno anche contro il Porcellum. Vinceranno il primo vero nemico. Il primo tra i simboli di una epopea berlusconiana che sembra volgere al termine.

 

Luigi De Michele

 

teorie

Il Web 2.0 È Morto. Teorie Critiche Sul Web 2.0.

Non sono molte le teorie critiche sul web 2.0, onestamente la cosa non mi ha mai sorpreso.

La polarizzazione dei quadri teorici tra apocalittici ed integrati non aiuta di certo lo studio e  l’attenzione verso un argomento, il web 2.0, in permanente stato di riflusso.
Dando una occhiata all’attuale quadro sulle analisi critiche del Web 2.0, ritroviamo:

Andrew Keen[1], nel saggio The Cult of the Amateur (2007), uno dei primi lavori critici del sistema di pensiero legato al web 2.0. Keen si chiede “Cosa succede quando l’ignoranza si sposa con l’egoismo, il cattivo gusto e le masse incontrollabili? È la scimmia che prende il sopravvento. Quando sono tutti lì a trasmettere , non rimane nessuno ad ascoltare”. In questo scenario da  “Darwinismo digitale” sopravvivono soltanto le voci più forti e possenti (gli influencers). Il web 2.0 decima le truppe dei nostri custodi culturali.

Nicolas Carr[2], nel saggio The Big Switch (2008), analizza l’ascesa del cloud computing. Questa infrastruttura centralizzata indica la fine del PC autonomo come nodo all’interno di una rete distribuita. Inoltre, Carr segnala una “svolta neurologica” nell’analisi del Web 2.0. Muovendo dall’osservazione che l’intenzione di Google è stata sempre quella di trasformare le sue operazioni in intelligenza artificiale, cioè in un cervello artificiale più intelligente del cervello umano, Carr concentra l’attenzione sul futuro delle nostre capacità cognitive: “Il medium non è soltanto il messaggio, bensì anche la mente. Dà forma a quel che vediamo, noi diventiamo i neuroni del Web. Più link clicchiamo, più pagine visitiamo e transazioni facciamo, e più il Web diventa intelligente, raggiunge valore economico e crea profitto>>. Carr, nel 2008, su Atlantic scriverà il suo famoso saggio <<Google ci rende stupidi? Qual è l’effetto di internet sul cervello?”, sostenendo che in fin dei conti è il continuo passare dalle finestre ai siti e il frenetico ricorso ai motori di ricerca a renderci stupidi, ovvero la perdita della lettura profonda (anche della realtà?).

Carlo Formenti[3], in Cybersoviet (2008), propone le seguenti tesi: 1. che la <<democrazia dei consumi>> promossa dal Web 2.0 – e che ha determinato una rapida e popolare popolarizzazione dei contenuti – non corrisponde affatto ad una estensione della democrazia politica; 2. che anche sul piano puramente economico il fenomeno andrebbe più correttamente interpretato come la messa al lavoro (perlopiù gratuito) dell’intelligenza collettiva da parte delle Internet Company che controllano il mercato;  3. La ripresa del controllo da parte dei governi, imprese e agenzie transnazionali sulle relazioni sociali mediate dal computer sia quasi totale, in barba alla fandonie sull’architettura “intrinsecamente anarchica” di Internet;  4. Le celebrazioni sulla “fine del politico” tendono a legittimare, sia pure inconsapevolmente, i processi di distruzione della sfera pubblica e il suo integrale riassorbimento nella sfera privata, contribuendo a spacciare il chiacchiericcio “intimista” che dilaga nei reality show televisivi ai social network di Internet per l’autogoverno delle moltitudini. Formenti presenta tre mitologie della rete: Mitologia I: la rete non può essere controllata. Mitologia II: la trasparenza è sempre buona. Mitologia III: lo sciame è sempre intelligente.
In “Felici e sfruttati” (2011) Formenti sostiene che ciò che sta dietro all’illusione di democrazia e libertà economica, creata dal web 2.0, fa sì che milioni di persone siano felici e sfruttate, oltre ad essere pervasi dall’illusione di assunzione di libertà nei confronti dei meccanismi del potere.

Manuel Castells[4], in Communication Power (2009), sostiene che “la rete è il messaggio. […]La realizzazione del cambiamento sociale in rete procede riprogrammando le reti di comunicazione che costruiscono l’ambiente simbolico per la manipolazione delle informazioni nelle nostre menti, determinando le ultime pratiche individuali e collettive. Creare nuovi contenuti e nuove forme delle reti che connettono le menti e il loro ambiente comunicazionale equivale a ristrutturare l’impianto delle nostre menti”.  Castells è il teorico della autocomunicazione di massa, ovvero della forma di comunicazione emersa con lo sviluppo del Web 2.0 tesa a costruire sistemi personali di comunicazione di massa, tramite SMS, blog, vlog, podcast, wiki e la conversazione sui social network. Castells, infine, sostiene però <<una quota di questa forma di autocomunicazione di massa è più vicina all’autismo elettronico che a una vera e propria comunicazione>>.

Franck Schirrmacher[5], nel saggio Payback (2009), prende in esame l’impatto di internet sul cervello. Schirrmacher cerca le prove di un cervello umano deteriorato che non riesce a tenere il passo con l’Iphone, Twitter e Facebook, in aggiunta al flusso d’informazione già sfornato da televisione, radio e stampa. In uno stato di allerta continua, ci pieghiamo alla logica di disponibilità e velocità ininterrotte. Schirrmacher parla di un <<io esausto>> e si chiede <<Internet finirà forse per sopraffare i nostri sensi e imporci una propria visione del mondo? Oppure avremo la volontà e la capacità necessarie per padroneggiare questi strumenti>>.

Jaron Lanier[6], in You Are Not a Gadget (2010), si chiede <<Cosa succede quando smettiamo di dar forma alla tecnologia e invece quest’ultima a plasmarci?>>. Al pari di Andrew Keeen, la difesa dell’individuo sostenuta da Lanier rimanda all’effetto riduttivo della <<saggezza della folla>>, laddove le voci dei singoli vengono soppresse a favore delle norme imposte dalla massa, come avviene su Wikipedia e siti analoghi. Lanier sostiene che la democratizzazione degli strumenti digitali non ci ha regalato nessun <<super-Gershwin>>; al contrario Laner rimarca l’esaurimento dei modelli, fenomeno in cui la cultura non riesce più a produrre varianti dei modelli tradizionali e diventa meno creativa in generale.

Sherry Turkle[7], in Alone Together (2011), sostiene che le tecnologie digitali e la robotica abbiano falsificato le nostre relazioni sociali, offrendo una replica svuotata di senso, una simulazione deprivata dei valori essenziali che le caratterizzano. Per tanto, un termine come “amico” nell’era Facebook ha del tutto perso il senso originale, finendo per legittimare la strumentalizzazione dell’altro. La tecnologia rappresenta una possibile soluzione a situazioni percepite come problematiche, per esempio, la solitudine, la mercificazione dei rapporti umani nelle società tardo-capitalistiche, la trivializzazione delle relazioni sociali operata dai mass media e la crescente alienazione nei confronti del cosiddetto “Reale”, ivi inteso come un insieme di esperienze non-mediate, o non-mediabili o im-mediate. Ironicamente, la soluzione tecnologica finisce per diventare parte del problema, creando nuove forme di solitudine. Per Turkle, i computer sono dispositivi tecno-sociali che riconfigurano nozioni quali identità, soggetto, consapevolezza”.

Evgene Morozov[8], in Net Delusion (2011),  pone l’attenzione sugli spazi di intrattenimento online che spostano l’attenzione dei giovani dalla partecipazione civica. Morozov, sostiene che anziché strumenti di conoscenza, autocoscienza e di liberazione, i contenuti stessi di internet stanno diventando una forma di intrattenimento infinito e a buon mercato per le masse, una forma di divertimento che consente di anestetizzare le coscienze della maggior parte dei popoli, anche di quelli soggetti all’oppressione politica più feroce. 
Invece di  uniformare in modo globale, come si paventava, consumi e stili di vita, la diffusione di internet sembra aver dato voce, paradossalmente, ai pregiudizi, ai localismi e ai nazionalismi più deteriori. 
I gruppi terroristi, le bande criminali e  le associazioni politiche più estremiste, infatti, possono trovare in internet un potente strumento di comunicazione e di organizzazione, minando, invece di consolidare, le basi della democrazia.
 Abbandonando ogni facile ottimismo panglossiano, Morozov sostiene che internet è una tecnologia a basso costo, dagli esiti ancora imprevedibili e vagamente inquietanti.

Geert Lovink[9], in Network Without a Cause (2011), si allontana dalle analisi critiche impostate sulla mappatura degli impatti mentali e riflette, invece, sull’influenza della Rete sulla nostra vita. Lovink sostiene che << Internet è un terreno fertile per opinioni polarizzate e utenti tendenti all’estremo. Se questo spazio virtuale è un’oasi di libertà, come ne sostiene la reputazione, vediamo allora come poter fare quel che ci pare. Quest’attitudine distrugge il dialogo, che in ogni caso ci riporterebbe all’utopia della comunicazione di Habermas. L’internet pubblica si è trasformata in un campo di battaglia, spiegando così il successo di <<giardini recintati>> come Facebook e Twitter, in cui il web 2.0 offre strumenti per filtrare sia i contenuti si altri utenti. Infine, Lovink sostiene che i social network non riguardano tanto l’affermazione di qualcosa come se fosse una verità, quanto piuttosto la creazione della verità tramite una serie infinita di click>>.

Siva Vaidhyanathan[10], in Googlization of Everything: And Why we Should Worry (2012), tratta il tema della “googlization”, cioè, lo sviluppo di dipendenza degli utenti di Internet da Google, il motore di ricerca e il fornitore di servizi più importante sulla rete. L’”organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili” ha portato Google a generare tecnologie di macroinfluenza sui propri utenti. Google definisce la propria agenda di senso attraverso l’indexing di quali sono le informazioni più rilevanti per gli utenti, modificando le loro percezioni riguardo al valore e significato dei contenuti. Vaidhyanathan sostiene la necessità di un nuovo ecosistema informativo, da lui denominato Human Knowledge Project, che sarebbe un mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

Questo è un primo tentativo di ricostruzione delle teorie critiche di internet.
Sarebbe interessante fare, con i lettori di Ottavopiano.it, una ricostruzione più piena e complessa delle attuali teorie critiche, che mettono in discussione l’ideologia della rete vista come strumento di democrazia, libertà e partecipazione.
In un’epoca di glorificazione di internet, di internet-centrismo, alla rete vengono attribuite tutte le virtù e sul Web vengono riposte tutte le speranze di liberazione, di trasformazione e di progresso del globo.
Noi di Ottavopiano.it abbiamo sempre dubitato di questa ideologia e della devozione che la blogosfera italiana ha sempre manifestato.
Costruire una raccolta delle teorie critiche è il primo passo verso una consapevolezza mediatica che speriamo ci possa portare verso un nuovo ecosistema di informazione, mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

 


Note
[1]  Scrittore e imprenditore anglo-americano. Libri pubblicati in Italia:
Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia (2009)
[3] Giornalista, scrittore, docente universitario. Libri pubblicati in Italia:
[5] Giornalista tedesco. Libri pubblicati in Italia:
La libertà ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale (2010)
[6] Informatico, compositore e saggista statunitense. Libri pubblicati in Italia:
Tu non sei un gadget (2010)
[8] Blogger, scrittore e ricercatore universitario bielorusso. Libri pubblicati in Italia:
Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo (2012)
L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (2011)
[9] Docente, saggista e teorico delle culture di rete olandese. Libri pubblicati in Italia:
Ossessioni collettive. Critica dei social media  (2012)
Internet non è il paradiso (2004)
Zero comments. Teoria critica di internet (2004)
Dark fiber (2002)
[10] Scrittore e docente universitario. Libri pubblicati in Italia.
La grande G. Come Google domina il mondo e perché dovremmo preoccuparci (2012)

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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