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#memoria E Ricordi

Oggi è la Giornata della Memoria. In occasioni così importanti e cariche di identità e significato preferisco tacere.
Il silenzio, per me, è una lingua di pensieri zitti.
Non mi piace la retorica degli italiani, fiume di inutili emozioni pubbliche condivise perché bisogna far vedere di parlarne sempre e comunque.
Ma, oggi, ho letto il post di Tommaso Giuntella “#memoria” e sono rimasto incantato. Tommaso è una delle più belle persone, che ho conosciuto ultimamente, una di quelle che la vita ti butta là e a cui ti affezioni perché sembra essere così fuori contesto dalla superficialità e dalla mancanza di spiritualità della società contemporanea.
Sono rimasto incantato immaginando quel cassetto, in cui “un pezzo di fil spinato, le lettere e gli altri maledetti ricordi” fanno compagnia al silenzio, ai pensieri e alle immagini sfocate come in un attraversamento di un bosco, di un labirinto in cui ogni certezza viene meno, in cui è assoluta è la solitudine, e chiunque può smarrirsi come un bambino abbandonato ad erranze che lo fanno sfociare nelle fauci abissali dell’orco di quella memoria di dolore incancellabile che portiamo dentro di noi.
Mi è venuta in mente quella che fu la mia tesi di laurea.
In questi anni mi sono passate più di un centinaio di tesi di laurea per le mani, eppure non mi è mai venuta in mente la mia.
Oggi si. Ricordo, ancora, quando la discussi, l’incapacità da parte della commissione di capirne il senso e i suoi confini.
“Stati modificati del corpo e della coscienza nella reclusione: forme di comunicazione e resistenza vitale” era il suo titolo.
La reclusione – che fosse in un campo di reclusione, in un carcere, in un cpt o in qualunque istituzione totale – sottopone il corpo ad una radicale amputazione relazionale, alla torsione irreversibile di ogni senso e di ogni linguaggio.
Mi sono chiesto come facciano nonostante ciò i reclusi a tenersi in vita, come fanno a vivere giorno dopo giorno.
Una lettera, il fervore della scrittura, i sogni della notte e quello ad occhi aperti, un interesse in cui perdersi e ritrovarsi.
O, ancora, un odore, un sapore, una carezza che richiamino la memoria di piacevoli compagnie.
Il recluso cavalca gli ampi territori degli stati modificati,mentre è lì dove i reclusori lo hanno chiuso; è altrove, dove il cuore lo porta. È lì dove il nonno di Tommi, con maniacale cura, sfruttava al massimo le poche severissime righe delle cartoline che scriveva per dirsi, prima di dire, al mondo e al nazifascismo che era vivo.
Una volta un uomo mi ha detto, su un binario di una ferrovia che lo riportava come ogni sera a ripercorrere a ritroso le cancellate di Rebibbia, che “la libertà è la cosa più importante, e che non bisogna mai dimenticarlo”.
Per quell’uomo che aveva creduto nell’uguaglianza tra gli uomini, nella dottrina più romantica dell’Ottocento, fu l’attraversamento del bosco di Bistorto, cammino interiore, torsione di identità, sensi e percezioni riguardanti il mondo e la vita.
Grazie a quell’uomo scrissi e discussi la mia tesi di laurea, in un anno in cui mi sentivo, in una guerra, poi persa, per la libertà della Rete, schiacciato dall’istituzione del sistema.
Grazie a quella tesi capii quanto fosse importante gridare al mondo nel silenzio che si è vivi, nonostante il mondo ti sta soffocando.
Grazie a Tommi e a suo nonno, oggi, mi è tornato in mente.

…e Così Diventai “zio Ciuccio”

Succede quando ho il fiato corto. Le immagini corrono negli occhi accelerate.
La voglia è una, arrivare il prima possibile al pc.
Non al netbook ,ma a quel mostro di tre piani che giace sotto la scrivania.
Ha una tastiera enorme e schiaccio i suoi duri tasti in rapida sequenza, il movimento delle dita è coordinato a quello delle mani e dei polsi. Ho come la sensazione  di suonare un pianoforte.
Il ticchettio diventa così una melodiosa sinfonia.
Le parole appaiono sullo schermo. Tutto ciò che ho dentro scorre via come un fiume in piena.
In questi momenti sono un libro aperto: vita, amicizia, politica, storia, amore, finanche il mio credo. C’è un po’ di tutto, accompagnato dalle mie insane congetture.
Butto un ingrediente dopo l’altro e, mescolando con cura, cerco di smussare i sapori.
E’ una sensazione di serenità diffusa, generalmente stimolata da un film, un ricordo, un’immagine o dall’odore dei glicine in fiore.
Tutto prende una forma diversa.
Il cursore lampeggia, le idee si accavallano ma è tutto chiaro. Ci sono solo io con i miei pensieri.
I ricordi diventano nitidi e così mi ritrovo di sera, di fianco a Sandro in un furgone ad attaccare i manifesti. La mia faccia è implume, mentre quell’omaccione ha ancora i capelli. Siamo completamente sporchi di colla, puzziamo di birra, ci raccontiamo per quel che siamo. In quel momento la vita diventa, per un attimo, perfetta.
La mente viaggia, trasla di pochi mesi o di tanti anni. Che importanza ha?
Sono sull’uscio del portone, Peppino ha la mia macchina, i miei soldi e la mia fidanzata sul sedile e si allontana. No, non ero pazzo, solo felice.
Un salto in avanti. Parigi, tre in un letto con Miky intrufolatosi dietro una valigia. Per dormire comodi, poggiavamo i piedi sul tavolo del pranzo.
Rewind. Tocca a me. Mi alzo dalla sedia, sono in un perfetto completo grigio e camicia azzurra. Avevo promesso la nera ma ho avuto paura. Rosario ancora ride di me. Alle spalle, gli amici di ventura di 5 anni.
Purtroppo non c’è nastro abbastanza per raccontarle tutte. So solo che trafugare il compito di economia da un computer, mi aveva fatto sentire –per un giorno- il salvatore della Patria.
Non ho rimpianti. Ho dormito quando ero stanco, bevuto da assetato e gustato tutte le mie voglie.
Col tempo, da Uccio, sono diventato “zio ciuccio”.
Mi ritrovo nella stessa stanza dove, un tempo, dialogavamo di massimi sistemi e di cornetti turchi.
Sono solo cambiati gli argomenti. Ora camminiamo in processione dietro una bimba di due anni, che c’ha messo in riga dietro di lei.
Gli anni passano, ma ci sono cose che difficilmente si perdono, ma si valutano con una moneta diversa.

Non Sono Un Bastardo

 

L’asfalto brucia. Non lo sopporto. Sento il vuoto attorno, rapide folate d’aria indifferente. Odori assenti, io che sento tutto.  Anche a un chilometro in linea d’aria alle volte.
Da dove deriva tutta questa impotenza? Libero non lo sono mai stato veramente, ma mi è sempre sembrato di esserlo col cuore. Non posso crederci! È finito tutto quell’amore? Non sono più avvolto. Nemmeno la consapevolezza di essere oggetto, per l’ennesima volta, dell’egoismo. Non ho mai chiesto nulla. Mai. Solo piccole attenzioni, lecito scambio dell’unico vizio che sia mai riuscito a riconoscermi: adorazione a prescindere.
Dalla brutalità antropica.
Dalla noncuranza del vicino.
Dalla razionalizzazione estremizzata dell’amore. Da quell’ammasso di perversione connaturata nella catena molecolare.
Ora il nulla. È buio, avverto il gelo e il mio cuore accelerato schizza fuori dal torace. Ce la farò?
Mi resta solo il tempo di respirare.

L’Essenziale È Impalpabile – Ovvero: ‘Del Buon Cibo’.

Non si cucina bene che col cuore.

Gli ingredienti son invisibili agli occhi.

Non si assapora bene che con l’anima.

Il gusto è impercettibile al palato.

Nota di Zolletta 1: Magari mi sbaglio. Anzi, come scriverebbe l’ottimo @jovanz74 sul suo Gilda35 :  OppureNO.

Nota di Zolletta 2: “non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” [cit.]

Nota di Zolletta 3: Oggi mi è tornato alla mente Un’insalata non poi così terribilmente complicata, cioè quello che considero il mio primo vero “Racconto della (e dalla) Cucina” di Ottavo Piano . Alcuni si chiedevano cosa significasse. Mi sono anche ricordata di un post di Oz e, di conseguenza, la celebre frase del piccolo principe (cfr. Nota 2). E poi, ecco che la memoria mi porta a un buon libro. O meglio, a un buon cuoco scrittore che ha ispirato i miei racconti della cucina. Mi piace sempre molto leggere Allan Bay : scrive bene, in modo chiaro e intriso di passione per il suo lavoro. Le sue ricette sono semplici, decise e oneste, come piacciono a me. Nella mia cucina. I 100 strumenti di un cuoco curioso è, se non sbaglio, il suo ultimo libro: una sorta di compendio, autobiografico, degli strumenti, più o meno essenziali (più meno che più, a dir la verità), da tenere in una cucina eccellentemente attrezzata. Utensili, macchinari, arnesi, tecniche, qualche ricetta e frammenti di vita dell’autore. L’opera completa di Bay, ho sempre pensato, è come se fosse impregnata dell’essenza, impalpabile ed onesta, del cibo che sentiamo buono. Onesta è l’essenza di ciò che percepiamo buono, in cucina. Perché, ricordando le parole dell’impareggiabile twittera @dtblamethecake: è impossibile mentire in cucina. Infine, chiudo questa Nota,con l’ambizione di candidare questo post alle celebri “Regole” della @riduc. In fin dei conti, potrebbe trovare una collocazione adatta accanto alla regola N° 24 “Non mettere mai a bollire l’acqua del tè o della pasta se stai lavorando!”.

Tra La Guerra E La Pace, Io Scelgo Di Vivere

Gli altri non sono estranei. Sono una parte di me, del mio universo. La mia vita appartiene anche a loro. Non c’è interesse, né doppio fine. Lo sento che hanno bisogno di me. Forse ho più bisogno io di loro. Probabilmente mi sento vivo solo pensando che loro hanno bisogno di me.

Qui mi guardano sospettosi, mi sembra ovvio. È una terra falcidiata dalle molotov, da agguati inattesi, da attentati quotidiani, da esplosioni fatali. Sono due popoli tristi, costretti a dover convivere loro malgrado. Non si fanno compagnia. L’uno usurpato, l’altro usurpatore. E viceversa. Qual è la verità? Dove sta la ragione? Sono anni che ci rifletto. Scelgo da che parte stare, con tutti i rischi del caso. La storia racconta che gli uni hanno subìto l’aggressione territoriale da parte degli altri, che a loro volta sono scappati per secoli senza l’ombra di un tetto.

L’aria è densa di sangue. Respiro l’odio come fosse vitale alla stregua dell’ossigeno. Qui i bambini sono adulti dall’età di cinque sei anni. Trasportano bombe, imparano a sparare per difendersi, spesso per uccidere. L’altro è semplicemente il male. Non un nemico ma il male incarnato in un corpo umano. Di chi fidarsi? Devo stare in guardia, farmi accreditare e far comprendere loro che il mio arrivo in questa parte sacra di mondo non ha nulla a che fare con la guerra. Semmai con la pace. Conosco tutti i rischi, ho imparato sulla mia pelle a sentirne l’odore. Ma non importa. La mia vita in qualche modo gli appartiene. Deciderne la sorte spetta anche a loro.

Giorno dopo giorno sentono la mia appartenenza alla loro storia, alle loro vite, alla loro morte. Comincio a soffrire insieme a loro. Devo stare attento però. Devo guardarmi da quegli altri. Non ho mai sentito l’impulso di attaccarli. Non voglio la guerra. Ma loro no. Mi osservano, scrutano ogni mio comportamento, mi seguono passo passo. Lo ammetto: ho paura. Sono un uomo, mai ho creduto di essere un supereroe e di affrontare il pericolo scevro dalle paure. Un uomo senza paura è una macchina. Sono qui per condividere la mia vita con una parte di me. È così che mi sento completo. Seppure la vita sia fatta di scelte, non ho alcun pregiudizio nei confronti di alcuno. So che gli altri mi odiano. Sono l’ennesimo obiettivo da abbattere, non voglio ma è così. È il gioco delle parti.

Qui ho cercato di portare un po’ di serenità, assieme al cibo, all’acqua, ai libri, al desiderio di emancipazione e di riscatto da un tempo trascorso a cercare di capire come riprendersi tutto ciò che è stato rubato, violentato, sottratto con la prepotenza delle armi e della diplomazia. Cerchiamo di guardare oltre il muro del futuro. Immaginiamo di poter andare a scuola, di passeggiare con la propria compagna, di recarci sul luogo di lavoro col sorriso sulle labbra. Sogniamo di non dover guardare l’altro con sospetto, di non scrutare mai più nell’animo altrui per conoscerne sentimenti e desideri. Mettiamo da parte, una volta per tutte, ogni forma di timore verso l’altro. Sono qui per questo. Voglio imparare anch’io, con loro, a non vivere il resto dei miei giorni sopraffatto dal terrore. Voglio vivere non solo esistere.

Mi prendono con la forza. Il momento è giunto. Mostrano oggi tutta la loro diffidenza nei miei confronti. Pure io sono un nemico. È lo scotto che devo pagare per aver fatto la fatidica scelta. Colpa di chi decide sulle teste altrui stando ben attento a scegliere da che parte stare. O forse è solo colpa della natura umana, della sua brutalità, della sua insoddisfazione. Lo capisco.

In questo luogo sono finalmente riuscito a vivere, e a gioire. Ora posso anche morire. Non l’ho scelto, lo so. Non vi è scelta quando la morte arriva per mano altrui. Ma ho vissuto. Non temete per me: mi basta questo per andarmene libero da ogni paura.

Eboga Sound

(Poster di Dave Hunter)

Sacra e dissacrante è l’eterna esistenza,
alla ricerca della felicità che mai verrà.
Cerco la via dell’essenza
contro il tempo che velocemente passerà.
Benedici il mio inchino a te, Akum
le mie mani non toccheranno la tua verità.
Segui il mio viaggio verso te, o Akum
la mia danza è la tua religiosità.
Atroce e affascinante è la facoltà del volo
incessante preghiera che mormora al cielo accoglienza.
Rallenta il respiro lungo il cammino dell’uomo solo
dentro la carne prigione della sua sofferenza.
Suona o arpa sacra la Parola del Verbo volontà di ingannare
nel solco del tempo che attraversa il mondo e un veleno scorre e crea senza età.
Parlami di un Altrove mare della simulazione, paradiso perduto dell’amare
sete di vendetta che non teme niente perchè ha perso già.
Eboga, albero di vita, albero che si manifesta apri i cancelli della mia mente.
Io ti ringrazio di essere venuta a me, fortifica il mio cuore con il tuo fuoco celeste.
Adesso posso sentire la luce.

Preghiera a Dio di un uomo senza fede.
La Tabernanthe iboga (o, più semplicemente, Iboga o Eboga) è un arbusto perenne, con proprietà allucinogene, originario dell’Africa centro-occidentale.
Nei riti religiosi Bwiti questo allucinogeno, chiamato anche “legno amaro”, sostituisce l’ostia nella comunione.

Leggi anche “Adamo, Eva e l’iboga” su Psiconauta.

Notturni

La città è umida. Le luci della tangenziale mi avvolgono nella loro nebbia gialla. Le mie dita suonano, come su di un pianoforte, i tasti dello stereo. Anche la radio mi rema contro.
A quest’ora avrei dovuto sentire i tuoi si lambire i miei lobi, accarezzare le tue mani aggrappate alle lenzuola, vedere i tuoi sguardi coperti da palpebre di piacere.

Ma i fari di un’auto mi riportano alla ragione. Tu sei lontana e chissà. Forse lo so? Forse lo sai?

La mia carrozza conosce la strada, a memoria mi riaccompagna a casa.

Un altro giorno è passato, ed è l’unica cosa che mi consola.

La Carezza Dell’amore

La foto è di Francesca Verde


Se conoscessi il mistero immenso del Cielo dove ora vivo, questi orizzonti senza fine, questa luce che tutto investe e penetra, non piangeresti se mi ami!

Sono ormai assorbito nell’incanto di Dio nella sua sconfinata bellezza.

Le cose di un tempo sono così piccole al confronto! Mi è rimasto l’amore di te, una tenerezza dilatata che tu neppure immagini.

Vivo in una gioia purissima.

Nelle angustie del tempo pensa a questa casa ove un giorno saremo riuniti oltre la morte, dissetati alla fonte inestinguibile della gioia e dell’amore infinito.

Non piangere se veramente mi ami!

Sant’Agostino


Overwhelmed

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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.


Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi


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REFERENCES

Anderson, Paul Thomas (1999), Magnoglia.
Anderson, Wes (2001), The Royal Tenenbaums
Mann, Aimee (1999) in Magnoglia OST
Smith, Elliott, In the Hay

Gabbie E Recinti

La foto è di NotForYou

E arrivo.
È qui che imparerò a colmare la distanza fra ciò che mi frulla per la testa e la sostanza concreta di cui sono fatte le mie idee. Questo posto fatto di uomini e di storie, questo magazzino di carne e sangue e infezioni e dolori e illusioni e speranze andate a male. Questa babele di naufraghi.
Qui imparerò che un uomo è un uomo. Sempre.

Non è un posto in cui si sprecano sorrisi, ed io lo so perché, ma saperlo non smorza il mio disagio.
Posseggo qualcosa che tutti loro hanno perduto, qualcosa che mi strapperebbero via.
Ai loro occhi devastati posseggo una dignità intatta.

Pura.

Qui è dove dormi tu” dice.
La stanza è grande e puzza. Un odore sgradevole e potente di malattia mi riempie i polmoni, si insinua nel circolo sanguigno e mi si incunea nel cervello. Puzza di morbi contagiosi, di cose morte, cose dalle quali è meglio star lontani. Cosa ci faccio qui? E scapperei via fra l’erba bagnata e fredda della collina sulla quale sorge questo inferno in cui sono voluto venire a tutti i costi.
Chiudo gli occhi e cerco di calmarmi. Quella che sento è solo puzza di chiuso e calzini luridi.
Lo so che è così ma la paura è potente ed io ho solo 17 anni e mi sento perso.

Adesso sistema le tue cose, fatti una doccia e poi vieni a tavola che ceniamo”.
“Qual è il mio letto?” chiedo. “Quello accanto all’armadio. Lì ci dorme Massimino ma adesso puoi usarlo tu perché lui è in ospedale” dice. E lo dice in modo secco. Mi mette alla prova, mi valuta.

Non voglio domandargli perché quel tipo è all’ospedale,

[puzza di morte]

so che quello che mi dirà mi farà paura.
“Come mai l’hanno ricoverato?”
Dice: “Ha avuto una crisi. Seria. Massimino ha l’AIDS”.

[infezioni, cadaveri]

Continua: “Le lenzuola sono pulite”.

Tutto questo accadde una primavera di 15 anni fa.
Ovviamente quella notte non chiusi occhio. Mi convinsi di essere stato contagiato circa 40 secondi dopo essermi infilato sotto le lenzuola. Volevo piangere e tornare a morire a casa, perché sarei morto senza ombra di dubbio. Non ero stupido, conoscevo le modalità di contagio, ero preparato.
Tuttavia ero ossessionato dalla paura. La paura di qualcosa che non conoscevo davvero, che avevo solo letto sui libri o visto da lontano.

Così diventi cieco all’evidenza. E l’evidenza è che gli uomini restano uomini anche quando sono sieropositivi. La nostra è una cultura che crea scissioni forti tra ciò che è percepito come normale e ciò che non lo è e viene posto ai margini. Confini netti e decisi che sono ideali e fisici.
I pazzi nei gruppi appartamento gestiti dalle cooperative, i tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche, i poveri in squallidi sobborghi urbani. O per strada. C’è sempre un modo per costruire barricate, delimitare.
Siamo la civiltà dei ghetti.

Quando Massimino tornò avevo già cambiato stanza. Ero in camera con Claudio.
Claudio aveva le mani completamente deformate a causa degli effetti collaterali dei medicinali sperimentali che prendeva. E Claudio aveva una storia. Una storia fatta di cose comuni, cose che appartengono al vissuto di qualsiasi essere umano. Lui mi raccontava di suo figlio ed io gli parlavo di me.
Ciò che insegniamo ai nostri figli, a chi ci sta accanto, è che l’AIDS è una piaga, che dobbiamo fare attenzione altrimenti ci ammaleremo e moriremo. Ci dimentichiamo sempre di ricordare ai nostri figli che un sieropositivo non è un morto che cammina, un mostro. Ci dimentichiamo dell’umanità.

La malattia porta via loro la vita, noi gli portiamo via la dignità. Tutto ciò che occorre è trovare il coraggio di pensarli come noi. Perché SONO come noi.

Quella primavera imparai che, nonostante fossi convinto del contrario, ero pieno di pregiudizi.
Imparai che l’unica cosa che può fare a pezzi un pregiudizio è la forza della conoscenza.