Gabbie E Recinti

La foto è di NotForYou

E arrivo.
È qui che imparerò a colmare la distanza fra ciò che mi frulla per la testa e la sostanza concreta di cui sono fatte le mie idee. Questo posto fatto di uomini e di storie, questo magazzino di carne e sangue e infezioni e dolori e illusioni e speranze andate a male. Questa babele di naufraghi.
Qui imparerò che un uomo è un uomo. Sempre.

Non è un posto in cui si sprecano sorrisi, ed io lo so perché, ma saperlo non smorza il mio disagio.
Posseggo qualcosa che tutti loro hanno perduto, qualcosa che mi strapperebbero via.
Ai loro occhi devastati posseggo una dignità intatta.

Pura.

Qui è dove dormi tu” dice.
La stanza è grande e puzza. Un odore sgradevole e potente di malattia mi riempie i polmoni, si insinua nel circolo sanguigno e mi si incunea nel cervello. Puzza di morbi contagiosi, di cose morte, cose dalle quali è meglio star lontani. Cosa ci faccio qui? E scapperei via fra l’erba bagnata e fredda della collina sulla quale sorge questo inferno in cui sono voluto venire a tutti i costi.
Chiudo gli occhi e cerco di calmarmi. Quella che sento è solo puzza di chiuso e calzini luridi.
Lo so che è così ma la paura è potente ed io ho solo 17 anni e mi sento perso.

Adesso sistema le tue cose, fatti una doccia e poi vieni a tavola che ceniamo”.
“Qual è il mio letto?” chiedo. “Quello accanto all’armadio. Lì ci dorme Massimino ma adesso puoi usarlo tu perché lui è in ospedale” dice. E lo dice in modo secco. Mi mette alla prova, mi valuta.

Non voglio domandargli perché quel tipo è all’ospedale,

[puzza di morte]

so che quello che mi dirà mi farà paura.
“Come mai l’hanno ricoverato?”
Dice: “Ha avuto una crisi. Seria. Massimino ha l’AIDS”.

[infezioni, cadaveri]

Continua: “Le lenzuola sono pulite”.

Tutto questo accadde una primavera di 15 anni fa.
Ovviamente quella notte non chiusi occhio. Mi convinsi di essere stato contagiato circa 40 secondi dopo essermi infilato sotto le lenzuola. Volevo piangere e tornare a morire a casa, perché sarei morto senza ombra di dubbio. Non ero stupido, conoscevo le modalità di contagio, ero preparato.
Tuttavia ero ossessionato dalla paura. La paura di qualcosa che non conoscevo davvero, che avevo solo letto sui libri o visto da lontano.

Così diventi cieco all’evidenza. E l’evidenza è che gli uomini restano uomini anche quando sono sieropositivi. La nostra è una cultura che crea scissioni forti tra ciò che è percepito come normale e ciò che non lo è e viene posto ai margini. Confini netti e decisi che sono ideali e fisici.
I pazzi nei gruppi appartamento gestiti dalle cooperative, i tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche, i poveri in squallidi sobborghi urbani. O per strada. C’è sempre un modo per costruire barricate, delimitare.
Siamo la civiltà dei ghetti.

Quando Massimino tornò avevo già cambiato stanza. Ero in camera con Claudio.
Claudio aveva le mani completamente deformate a causa degli effetti collaterali dei medicinali sperimentali che prendeva. E Claudio aveva una storia. Una storia fatta di cose comuni, cose che appartengono al vissuto di qualsiasi essere umano. Lui mi raccontava di suo figlio ed io gli parlavo di me.
Ciò che insegniamo ai nostri figli, a chi ci sta accanto, è che l’AIDS è una piaga, che dobbiamo fare attenzione altrimenti ci ammaleremo e moriremo. Ci dimentichiamo sempre di ricordare ai nostri figli che un sieropositivo non è un morto che cammina, un mostro. Ci dimentichiamo dell’umanità.

La malattia porta via loro la vita, noi gli portiamo via la dignità. Tutto ciò che occorre è trovare il coraggio di pensarli come noi. Perché SONO come noi.

Quella primavera imparai che, nonostante fossi convinto del contrario, ero pieno di pregiudizi.
Imparai che l’unica cosa che può fare a pezzi un pregiudizio è la forza della conoscenza.

Percezioni

È strano come certi avvenimenti trovino una collocazione ben precisa nella mente umana, trascinando dietro tutti i contorni.

Probabilmente la assuefazione al dolore porta come effetto collaterale l’immagazzinare anche il corollario.

Credo sia un modo per stemperare tutti i sentimenti in un mare ben più ampio, dando un significato più blando e meno netto alle emozioni. Un modo per poter confondere la rabbia con un colore, la gioia con un odore e riassumere un intero avvenimento in un sola frase.

Come taluni che dimenticano gli avvenimenti spiacevoli, così io li soffoco, circondandoli di dettagli che rimangono nitidi a discapito dell’avvenimento caratterizzante.

Non è un dono, di sicuro, ma una forma di sopravvivenza.

Lo “scatto” è di Liliana Giannone

thule

"Non sono queste le circostanze che non si partecipano a chi non si vergogna di appartenere ad una certa "Razza". Io non mi vergogno, anzi mi vanto." Domenico Manzione

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Lacrime

Ho perso il dono del pianto.

Forse ha ragione Byron: ”Chi ha da fare non ha tempo per le lacrime”.

In fondo, cosa ci vuole a piangere? Un bel nulla. Lasciarsi andare, farsi trasportare dagli avvenimenti, dalle emozioni e dare loro conforto. Non è difficile.

Ma perché dedicarle ad una persona? Le lacrime che non trovano conforto, sono inutili. Perché piangere, esprimendo gioia, dolore, rabbia, tensione, se nessuno è pronto a berle con te?

Così sono lì, con gli occhi gonfi, pronto a pregarmi di non cedere, tenendo tutto dentro, vivendo da solo, nel mio profondo intimo, tutte le mie emozioni.

Ma so, che quel giorno verrà. Troverò chi saprà capire cosa le sto donando. E non saprò più se piangere di dolore o di gioia.

thule

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Guardando Dall’8° Piano In Giù…

Il sole entra dalle finestre che sbirciano su Croke Park.
La luce si infrange nei vetri. Un arcobaleno di colori si proietta sulle pareti della mia camera da letto. Il cuscino è morbido, le coperte calde, l’aria tiepida.
Il sogno, per un attimo, è realtà.
Guardo fuori. Un uccellino blu cinguetta sul ramo dell’albero che accarezza il terrazzo.
E’ ora di alzarsi!
Infilo le pantofole. Da sotto al letto, spunta il musetto di Charlie.
Apro la porta. Il nostro pianerottolo di emozioni è, come sempre, sottosopra!
Mi guardo intorno. Il tavolo è pieno delle birre di Oz. I grafici di Jacques, sono sparsi ovunque… anche stanotte ci sarà stata bisboccia!!!
Sulla bacheca ci sono messaggi di nuovi amici. Un sorriso, sveglia il mio volto assonnato.
La tv è ancora accesa. Sullo schermo, in un incessante loop, i video dei ricordi di un tempo. Mi soffermo a guardarli. In tre minuti, scorre tutta la mia vita. Rinsavisco, è ora di preparare la colazione!
La cucina è nascosta dietro una tenda di piccoli batuffoli di lana.
Latte, cereali, frutti rossi… bene c’è tutto!
Il cucchiaio è nella ciotola, chiudo gli occhi, so che una nuova giornata sta per iniziare, inspiro. L’aria è nei polmoni, si carica di disagi, paure e… dei sogni dell’ultima notte.
Un soffio gelido, mi brina le labbra…
Li riapro e sono di nuovo nel mio ufficio…

thule

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Tic Tac… È Iniziata La Guerra!!!

Oggetto di cronaca recente è la malsana idea di diffondere l’ora della Mecca come “tempo ufficiale” del nostro martoriato pianeta.

Il feticcio occidentale di Greenwich, secondo la Famiglia Reale Saudita, verrà sostituito da un orologione di 43 metri per 43, tempestato da 2 milioni di led e 21 mila luci che proietteranno, fino a 30 km di distanza, “Allah è Grande”.

Questa mega attrazione, costruita da quei palazzinari dei Bin Laden, è posta sul secondo edificio più alto della Terra e, sovrastando tutto il mondo arabo, guarderà dall’alto in basso il povero Big Ben che scomparirà all’ombra (o alla luce?) della nuova torre.

Lo Swatch formato famiglia (reale) è ubicato alla Mecca ma costruito su un centro commerciale. Di cosa stiamo parlando allora? Di sfarzo architettonico? Di un’idea politica o più semplicemente di un nuovo marchio per attirare nuovi turisti nella città araba?

Che motivo c’è di creare ulteriore contrapposizione tra due mondi che, al di la di ogni estremismo, non riescono a trovare motivo di unione se non nel reciproco odio?

Perché anche la dimensione temporale deve essere fonte di diseguaglianza? Come ci comporteremo quando un tizio per strada ci chiederà l’ora? Gli chiederemo prima la sua fede religiosa e, dopo aver fatto gli opportuni calcoli, gli risponderemo?

La crociata per egemonizzare il mondo è partita con questa opera e verrà scandita dalle sue lancette.

thule

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Se Solo Riuscissimo Ad Aprire Gli Occhi Abbastanza In Fretta

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Ettore Ruggi d'Aragona - Oz

Ettore è un giornalista. Attualmente lavora alla Camera dei Deputati e si occupa di attività parlamentari. È fondatore di Ottavopiano.it.

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Sono Solo Stanco… Non Convincerti Del Contrario

Basta buttare parole su uno schermo bianco in cerca di sfogo!

Rileggerle per trovarne un significato da dare agli altri, mostrando a tutti la tua anima.

E allora giù righe di noia e di lacrime, puntando il dito verso mondi che non ti appartengono e confidargli di aver sbagliato.

Basta!

Non ne posso più di persone che antepongono la parola al fatto! Voglio azione nella mia vita!

L’esperienza è l’unica cosa che non si può trasmettere ma troppo spesso si nasconde dietro alle parole.

Avrei detto, avrei fatto… ma avrei che cosa? Perché non lo hai fatto? Perché non lo hai detto? Perché?!?

Credi che così ti sentirai migliore? Sbagli!

Troppo spesso la vita assume le forme di un assurdo gioco da settimana enigmistica. I miei puntini li sto unendo con raziocinio e ho voglia di scoprire quale meraviglioso disegno si cela alla fine.

Anche se gli occhi spesso inganno, mostrandoti cose e realtà che forse non esistono.

No, non sono pazzo. Atarassico?!? Nemmeno!

Proprio dai disturbi dell’anima riesco a trovare le espressioni giuste per dipingere il mondo.

Non ti piace? Beh, credimi, è solo invidia!

Non sono pazzo, sono solo stanco… Non convincerti del contrario…

thule

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Canto Di Pastori

Quando entro in una chiesa penso che quella sia la parola degli uomini.
Quando entro in una chiesa penso che quello sia il dio degli uomini.
Quando entro in una chiesa non ci trovo il mio Dio.
Eppure ogni notte la mia preghiera si alza al Cielo.

La stessa antica preghiera che i vecchi pastori dell’Anatolia alzavano al Cielo.
Perchè ho bisogno di credere che lassù qualcosa abbia un senso.
Padre nostro che sei nei cieli,
guarda il tuo regge che resti intero e tuo.
Sia salva la tua proprietá
come in cielo così in terra.
Dacci i pascoli di domani,
riporta la smarrita e noi te la offriremo
e non permettere gli agguati
ma salvaci dai lupi, e così sia.

La stessa antica preghiera che i vecchi pastori dell’Anatolia alzavano al Cielo.
Perchè ho bisogno di credere che lassù qualcosa abbia un senso.
Padre nostro che sei nei cieli,
guarda il tuo regge che resti intero e tuo.
Sia salva la tua proprietá
come in cielo così in terra.
Dacci i pascoli di domani,
riporta la smarrita e noi te la offriremo
e non permettere gli agguati
ma salvaci dai lupi, e così sia.

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Sul Confine

Credo che il miglior punto di osservazione sia proprio lì, sulla linea di confine. Guardare le miserie umane fatte di pochezze per poi commisurarle alle proprie: ti fa sentire meno gretto. In fondo avere dei valori, particolari, magari antichi, ti distingue da tanti esseri pieni di nulla!
Il nulla! E’ li in mezzo che ti fanno sentire gli sbagli. La paura di commetterne sempre di uguali è grande. Rende attoniti. Un cane bastonato, quando vede una mano tesa, – sia una carezza o uno schiaffo – scappa via…
Ed in questo crogiuolo di sentimenti, i miei ribolliscono venendo in collisione come due popoli nel culmine della loro battaglia, un intrecciarsi di corpi, armature, spade e scudi che difficilmente lasciano distinguere chi attacca da chi si difende… chi ama da chi odia… ciò che è bene da ciò che è male…

thule

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