Le coup de théâtre di John McCain

In questi giorni si decidono le sorti del Partito Repubblicano: al suo interno è in atto una guerra fratricida che vede come protagonisti i diversi establishment del Good Old Party. Le diverse fazioni son sempre le stesse: la famiglia Koch che ha foraggiato le campagne elettorali di Rubio e Cruz, la famiglia Bush che ha sostenuto Jeb, i conservatori più moderati autofinanziati da Kasich, e la mina vagante Trump che – pur apparendo antisistema ed antiestablishment – è il vero e proprio cavallo di Troia degli impresentabili. Donald Trump, infatti, è il prodotto dei disastri della Trickle-Down Economy. Egli è stato creato ad arte dai saggi del partito in modo tale da rendere il partito nuovamente appetibile. Il modo in cui vorrebbero riuscirci è quello di rimodernare il GOP, abbassando le pretese anarco-capitalistiche, scomparendo dalla scena, svoltando assieme alle forze della estrema destra europea su posizioni più sociali. Purtroppo per Trump e, soprattutto per chi lo manovra, l’impresa è ardua per più di un motivo:

1. Il Partito Repubblicano, stando ai sondaggi, si aggira attorno al 21%;

2. Gli iscritti al Partito Democratico superano di 6 percentuali gli iscritti del Partito Repubblicano;

3. Gli Indipendenti rappresentano il 45% dell’elettorato, ma stando agli ultimi sondaggi voterebbero solo ed esclusivamente Bernie Sanders – qualora si presentasse – alle Elezioni Presidenziali o Stein del Green Party o Johnson dei Libertarian;

4. L’establishment del Partito Repubblicano ha perso potere economico negli ultimi otto anni ed a nulla servono i sondaggi fake Rasmussen e la sovraesposizione mediatica data a Trump da parte di Murdoch, gonfiata fino all’esondazione dai broadcasters più vicini ai Democrats, se non addirittura dichiaratamente Liberal;

5. È facile intuire che snaturare un partito glorioso come quello Repubblicano per farlo diventare un giocattolo famigliare in stile Front National, è cosa assai ardua. Infatti le anime del partito più centriste stanno dando e daranno battaglia affinché non venga deturpato ulteriormente il brand del partito dell’elefante;

6. Trump non ha ancora la forza del Nominato ed è pronto a subentrargli – qualora le cose non quadrassero – Mitt Romney: politico moderato, sconfitto non di molto da parte di Barack Obama nel 2012 che, in questo momento, con Clinton nei guai per vicende più che note, potrebbe risultare perfetto per strappare ai DEM proprio quei moderati che la ex Segretaria di Stato aveva mobilitato alle Primarie.

La prima gatta da pelare per il rossiccio dal riporto fatto ad arte e per le lobby economicamente più influenti, è la proposta fatta da molte anime del partito di reintrodurre il famigerato Glass-Steagall Act. Dietro questa mossa a sorpresa c’è il veterano John McCain, che in questi ultimi mesi si è speso duramente al Congresso assieme alla Warren ed a Sanders per quella che oggi sembra essere una necessità basilare per la finanza statunitense e mondiale.

Come reagirà Trump? Quasi certamente accetterà la sfida, cosciente del fatto che da parte dei DEM la cosa verrà recepita. Qualora non lo facesse aprirebbe la strada a nuovi scenari e perderebbe quei pochi non iscritti al Partito Repubblicano che oggi hanno intenzione di votarlo.

Riuscirà il buon John McCain a smascherare fin dal primo giorno l’istrionico milionario newyorchese? Riuscirà ad evitare un deriva populista e, per giunta, a fare del partito un partito popolare di stampo europeo? E, infine, riuscirà assieme a Bernie Sanders a ridare un significante ed un significato alla destra ed alla sinistra americana?

Che i due vecchietti possano vincerla.

The Day We Fight Back

“The Day We Fight Back. Against Mass Surveillance”
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eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Beppe Grillo È Già ‘ka$Ta’

 

 

Grillo e Casaleggio hanno 13 giorni per decidere quale forma dare al nuovo 5 Stelle.

 

Un anno fa studiai il movimento in maniera quasi ossessiva [1] preannunciando le difficoltà che questo avrebbe incontrato una volta entrato in Parlamento. Una volta fatto i conti con l’azione. Una volta iniziato il confronto reale con i parlamentari delle altre forze politiche. Una volta palesatasi la sua natura. Una natura tanto funzionale al consenso quanto impossibile da gestire con il potere tra le mani.

 

È abbastanza chiaro che Grillo non può continuare ad avere due piedi in una sola scarpa e che dopo questa tornata elettorale crolleranno i suoi tratti più caratterizzanti. Il primo frame positivo del 5 Stelle a perder peso sarà ‘non siamo né di destra né di sinistra’. Perché dare la fiducia – così come non darla – sarà una scelta politica che schiererà inevitabilmente il Movimento. E, una volta in parlamento, ogni decisione toglierà quell’equidistanza costruita con maestria e fatica nel corso di questi anni. Sarà sinonimo di partigianeria.

 

Il secondo frame in procinto di crollare è ‘uno vale uno’. Con le ultime decisioni calate dall’alto, Grillo assume sempre di più il ruolo di padre padrone, con il sentimento negativo che cresce sia tra gli elettori progressisti che auspicano un accordo con il suo movimento, che tra i suoi stessi elettori delusi da una condotta apparentemente incoerente. In questo modo viene meno anche un terzo frame ‘siamo la democrazia dal basso’.

 

Una cosa è certa: a Grillo non conviene tornare a votare. O perlomeno non ora. Non rappresenterebbe più la novità. Sarebbe ‘quello che ha causato le elezioni anticipate’. Perderebbe moltissimi consensi sul versante sinistro. E, per via della teoria dei vasi comunicanti, ogni voto perso sarà un voto guadagnato dalla coalizione di centrosinistra.

 

A Grillo, tra l’altro, conviene continuare a campare sul frame ‘noi giovani, loro zombie’ e sa che questo è possibile solo se i suoi avversari verranno percepiti in quanto tali. Solo se gli avversari saranno ancora Bersani, Monti e Berlusconi. Sa che nel Partito Democratico, morto un Papa se ne fa un altro. E che dopo Bersani ci sarà Renzi e poi un altro ancora.

 

Casaleggio è assolutamente spiazzato. Si aspettava 5 anni di spietata opposizione e si è ritrovato il Movimento Cinque Stelle primo partito italiano, un Partito Democratico che, contro ogni pronostico, ha detto no a un governo di larghe intese con il Popolo della Libertà e che, soprattutto, ha ‘aperto’ al 5 Stelle stesso. Che l’ha provilegiato quale interlocutore attendibile e politicamente più pronto del Popolo della Libertà (‘M5S meglio del PDL’). Uno tsunami di responsabilità da assumersi.

 

Casaleggio dovrà sacrificare qualcosa. O l’ingente presenza dell’elettorato progressista (se al suo interno si decidesse di non dare la fiducia a Bersani) o l’ingente presenza dell’elettorato di estrazione leghista-conservatore-fascista (in questo caso, tuttavia, con gli eventuali buoni risultati dell’esecutivo, potrebbero comunque ritornare i destri inizialmente delusi). Sa che non potrà più portare avanti una campagna come quella appena terminata. Sono finiti i bonus. Non godrà più dell’attenzione spasmodica della TV per le sue piazze. Non sarà più qualcosa da scoprire e su cui scommettere, ma un’esperienza già vissuta. I politici del movimento inizieranno a presenziare in televisione, verranno fuori le divergenze, le prime spaccature, a tratti potrebbero venir meno la credibilità del guru e la solidità e/o la serietà del movimento.

 

È finita la pacchia. Il ché non significa che il Movimento tornerà al 5%. Ma vuol dire che da oggi in poi Casaleggio combatterà ad armi pari con gli altri strateghi, il 5 Stelle verrà messo alla prova proprio come tutti gli altri partiti e Grillo subirà lo stesso inflessibile metro di giudizio che gli italiani riservano usualmente ai politici di vecchia data. Hanno la possibilità di non crollare e continuare ad essere determinanti, ma non potranno più ripetere l’esperienza di favore che hanno vissuto in questi mesi.

 

L’elettorato che ha abbandonato Italia Bene Comune giusto all’ultimo giorno di campagna elettorato è già frastornato e i quesiti che che si susseguono sono troppi e ridondanti: ‘ma non è che questo Grillo è fascista per davvero?’, ‘posso tornare a votare e cambiare preferenza?’, ‘ma non è che ora vince Berlusconi?’, ‘e se avesse vinto Berlusconi?’, ‘non è che forse ho sbagliato a votarlo?’, ‘ma sulla fiducia ha deciso tutto da solo?’, ‘non è che stiamo sprecando un’occasione storica?’, ‘per quale oscuro motivo non ha accettato le proposte di Bersani?’.

 

Per il 5 Stelle è terminata la fase uno. Si passa dalle piazze al Parlamento. Dalle chiacchiere ai fatti. Dalla lettura del disagio alle risposte concrete. Perché non è possibile mettere nel congelatore i problemi degli italiani per aspettare il 51% di una futuribile legislatura. Perché la crisi fa sempre più paura, fa sempre più male e in pochi accetterebbero di tornare ad elezioni anticipate proprio ora che si ha la concreta possibilità di cambiare il Paese, di chiudere con una tragedia lunga vent’anni e di riformare le istituzioni, la politica e la democrazia.

 

La nuova fase del Movimento Cinque Stelle – come preannunciavo quasi un anno fa – dovrà fare a meno di almeno un paio di cavalli di battaglia: ambivalenza e ambiguità. Una volta in Parlamento, a seconda delle decisioni assunte nei confronti di Pierluigi Bersani, non sarà più possibile ‘stare nel mezzo’. Un’eventuale fiducia a un esecutivo di centrosinistra, così come un’eventuale sfiducia rappresenterebbero la prima grande scelta politica del 5 Stelle. Il primo posizionamento. L’ingresso nel mondo dei grandi.

 

Grillo e Casaleggio dovranno dialogare costruttivamente con centinaia di onorevoli con centinaia di indirizzi politici differenti. Dovranno gestire il Movimento non più nelle piazze o in rete, ma sotto i riflettori del giudizio degli italiani. Con la nuova legislatura si parte tutti sullo stesso piano.

 

Proprio mentre Beppe Grillo sembra già ‘Ka$ta’. Parla di nomine più che di programmi. Di un nuovo Presidente della Repubblica, di un nuovo Premier, di un nuovo Presidente della Camera e di un nuovo Presidente del Senato, partecipa all’ennesimo toto-ministri. C’è già dentro fino al collo. E corre il rischio di partire anarchico per finire democristiano. Furia francese, ritirata spagnola.

 

Forse non si rende conto di avere per le mani una responsabilità storica e ha, forse, perso lucidità. Grillo deve capire che ha portato il Paese a un crocevia e che ha addirittura la possibilità di indirizzarlo verso una nuova strada. Continua a parlare di Dario Fo, Adriano Celentano, dimezzamento dei parlamentari e dei loro emolumenti, senza capire che ha ormai davanti a sé scenari immaginifici. Può letteralmente costruire il futuro e fare la storia. Ha la possibilità di contribuire da protagonista alla chiusura di un capitolo lungo più di 20 anni. Ha la possibilità di portare a compimento fin da subito la sua prima grande battaglia contro lo ‘Psiconano’. Potrebbe relegarlo ai margini. Contrapporre – da una posizione di forza – nuove politiche contro la tanto odiata austerity. Ha la possibilità di rendere più forte l’Italia in Europa contro le ricette della Merkel. E, cosa di non poco conto, ha nelle mani la carta per aprire una nuova stagione di governo, affiancando le forze di centrosinistra nelle legislature a venire.

 

Quello che è successo l’altroieri è storia. È il nuovo 1994. Italia Bene Comune la possibilità di fare quello che fece Berlusconi 20 anni fa: stringere un’alleanza/patto/desistenza/etc. con le forze che più rappresentano il disagio degli italiani (nel 1994 i grillini erano Alleanza Nazionale e Lega Nord). La realtà ha assunto una nuova forma e ci si deve adattare ad essa. L’altroieri è scomparsa l’estrema destra, l’estrema sinistra e sono scomparsi i cristiano-democratici. Si apre una fase completamente nuova con Berlusconi che ha ormai 77 anni e Grillo che fa da ago della bilancia.

 

Quell’ago deve pendere verso sinistra.

A qualunque costo.

 

«Perciò, se non stringi alleanze e non rafforzi il tuo dominio, ma ti accontenti di allargare la tua influenza personale minacciando i nemici, il tuo Stato e la tua città diventeranno vulnerabili.» 

Sun Tzu – L’arte della guerra (Sūnzǐ Bīngfǎ, 孫子兵法) – Sec. V A.C.

 

Luigi De Michele

 

 

 

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Cattivi Maestri

Stasera ho ricevuto una telefonata da Stefania Carboni, giornalista di Giornalettismo.com.
Voleva sapere se ci fossi io, la mia società (Imaginifica.com) o il mio blog (Ottavopiano.it) dietro un attacco di cloni bot a Matteo Renzi, cosa che pare abbia fatto tanto discutere in questi giorni.
Mi hanno chiamato perché sembra ci sia un’analogia tra uno dei fake presenti nell’attacco e il nickname che uso per scrivere su Ottavopiano.it .
Ho smentito tutto: dietro questo ed altri attacchi non ci sono io, non c’è Imaginifica e non c’è Ottavopiano.it .
Dietro questi attacchi, forse, c’è solo uno studio sull’influenza sociale che, insieme a tanti altri addetti ai lavori, portiamo avanti da anni. Oppure semplicemente dei coglionazzi.

Ciò che, invece, vorrei sottolineare è che, finalmente, qualcuno si accorge “vagamente” che internet non è un ambiente libero, che l’opinione pubblica può essere influenzata e pilotata soprattutto sui social network (così come avvenuto nel caso Renzi) e che per farlo si utilizzano processi a noi ben noti e studiati sin dall’anno 2009.

Ecco alcuni link per capire di cosa parliamo:
Mattia Marasco – Strani tweet contro Renzi
Wired.it – Primarie, i tweet sospetti su Renzi
Giornalettismo.com – Matteo Renzi e l’attacco dei fake su Twitter
mantellini.IT – Social media pirla

Potrete leggere e ascoltare ciò che ci siamo detti al telefono direttamente dal post su giornalettismo.com (ps: potevano chiedermi la liberatoria, l’avrei data senza problemi).

IL PUNTO

Il punto della questione non è la mia presunta colpevolezza (tanto ci sono abituato a fare da capro espiatorio) o presunta innocenza (forse qualche colpa ce l’ho in quanto l’autore dei fake sembra proprio che legga Ottavopiano.it o addirittura pare che possa essere un mio studente).
Il vero punto della questione è il fatto che, come anticipato, in questi giorni balzano agli occhi di tutti alcune tecniche a noi già evidenti e chiare da anni: sui social network più usati al mondo, e cioè su facebook e su twitter, è possibile falsare e/o manipolare l’opinione pubblica, pilotandola attraverso reti di utenti fasulli (botnet) che sono in grado di togliere o regalare consenso a chiunque e a qualunque tipo di contenuto.
Ottavopiano.it si è sempre interessato molto alla fenomenologia della rete e al cosiddetto web 2.0, verso cui abbiamo avuto posizioni molto critiche.
Potete leggere ad esempio:
Il web 2.0 è morto e il web 3.0 non sarà per tutti
Il web 2.0 è morto. Teorie critiche sul web 2.0.
Speech al Forum della Comunicazione 2012: Noi siamo storie
La guerra dei memi. Gli influencers e il nemico PD
The cyberbrain warfare: la guerra degli influencer
Intellettuali, giornalisti e blogger nell’Italia della PopPolitica
Inoltre è possibile leggere alcune mie considerazioni (stralci di una intervista fattami dall’autore) nel libroUn Grillo qualunqueedito da Castelvecchi Editore, 2012.

Premesso che non è minimamente azzardabile un paragone con i temi dello spam attack di cui parla Martha Coakley, né tantomento con le strategie per ottenere TT, visto che gli algoritmi di Twitter sono cambiati da agosto/settembre e sono anti spam attack, si tratta, in realtà, solo di un uso puerile di fake, in cui chiunque può capitare (vedi esempio a fine post). 
Faccio qualche valutazione in merito visto che sto seguendo e catturando, dal 18 ottobre 2012 e attraverso una quarantina di chiavi di ricerca, tutto il flusso delle primarie per la redazione di un paper scientifico per una conferenza internazionale.
Dopo la fase utopistica iniziale del Web riservata al mondo accademico, durata fino al 1993, la saga del dot.com cresciuta fino al 2000, la sua rinascita come Web 2.0 intorno al 2003, e l’evoluzione in quando media di massa nel 2011, stiamo entrando nella quarta fase della cultura di internet, caratterizzata dal conflitto dell’agone pubblico e dall’auto-formazione a livello individuale delle opinioni pubbliche attraverso l’emotional sharing, ovvero la condivisione di emozioni.

1. Il web 2.0 è morto, ed è morta l’ideologia su cui si fondava, ovvero libertà, democrazia, partecipazione.
2. All’interno di quel residuo di web 2.0 è arduo trovare persone che si comportano in modo corretto.
3. Twitter non è uno spazio pubblico, ma un sistema di breaking news, che producono emotional sharing, polarizzando sempre più gli immaginari che si sintonizzano sulle analoghe frequenze d’onda dei polarizzatori.
4. Le reti sono informali, fluide e invisibili, un aspetto questo che va causando panico e confusione; terreno fertile per opinioni polarizzate e utenti tendenti all’estremo.
5. I social network crescono in un ambiente in cui il litigio inutile è diventato la norma e l’entropia ha raggiunto i suoi massimi livelli. In questo senso la distinzione tra segnale e rumore operata da Shannon ha perso il suo significato metaforico fondamentale, per cui tutto può essere considerato rumore. Per le macchine il rapporto segnale/rumore esiste, e viene affrontato con l’uso di filtri sempre più fini.
6. Il Web 2.0 (in particolare Facebook e Twitter) genera una psicopatologia, che si manifesta con sempre maggior chiarezza come un’epidemia sociale e, più precisamente, come una epidemia socio-comunicativa. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo essere competitivi, e per farlo bisogna essere connessi, ricevere ed elaborare in continuazione un’immensa quantità di dati. Ciò provoca un costante stress di attenzione e la riduzione del tempo disponibile per l’affettività. C’è meno voglia di capire gli altri.
7. Twitter ha flussi comunicazionali e flussi conversazionali. Chi è oggetto principale delle menzioni è chi polarizza, non chi influenza e allo stesso tempo è argomento dei flussi conversazionali. I flussi conversazionali sono naturali, i flussi comunicazionali indotti.
8. Gli influencer sono sottoposti inconsciamente – nel migliore dei casi, nel peggiore sanno benissimo cosa vuol dire gramscianamente il proprio – ad essere ingegneria di una strategia dell’attenzione tesa a costruire framing o generare priming sui temi di interesse di parte e a generare nuovi stati di comportamento indotti volontariamente.
Gli influencers sono filtri: filtri della nostra attenzione, delle nostre emozioni, delle nostre labili opinioni.
9. Le vere merci dell’infosfera sono: attenzione, socialità, fiducia e reputazione.
10. Twitter non sposta voti da un punto di vista elettorale perché non fa cambiare opinione ma polarizza, in entrambi i versi estremisti, le opinioni già acquisite.

A tal fine ecco una prova delle mie riflessioni.
Lo stesso Giornalettismo.it non sfugge a questi format.
Nel lancio dell’articolo che mi riguarda usa un fake in appoggio al profilo istituzionali. Ho visto alle 20.50 chi nel flusso conversazionale avesse twittato ed eventualmente RT l’articolo:
Dashboard

Scoperti tre utenti, li monitoro. Ed uno dei tre profili non sembra essere reale, ma un fake:

Un simpatico fake pro Giornalettismo.com

Scrollando si scopre che twitta solo post di Giornalettismo.com
Scroll fakeUn fake spammer? La Redazione di Giornalettismo.com  ci risponde dicendo che l’account MtMura è di Maria Teresa Mura, redattrice. Non mi abbia a male, per questo scambio, ma è interessante la sua fruizione di Twitter.

Scroll fake

P.S.:
Piccolo appello a chi utilizza il fake giacomo_bonomo.
Che tu sia un mio studente, un lettore o uno qualunque al quale sto sul cazzo, ti chiedo di seguire quell’insegnamento di Gilles Deleuze che nei miei corsi ripeto come un mantra:
“Non abbiamo bisogno di comunicazione, al contrario ne abbiamo troppa. Abbiamo bisogno di creatività. Abbiamo bisogno di resistenza al presente”.
E che cazzo, un po’ di creatività no?

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Il Web 2.0 È Morto. Teorie Critiche Sul Web 2.0.

Non sono molte le teorie critiche sul web 2.0, onestamente la cosa non mi ha mai sorpreso.

La polarizzazione dei quadri teorici tra apocalittici ed integrati non aiuta di certo lo studio e  l’attenzione verso un argomento, il web 2.0, in permanente stato di riflusso.
Dando una occhiata all’attuale quadro sulle analisi critiche del Web 2.0, ritroviamo:

Andrew Keen[1], nel saggio The Cult of the Amateur (2007), uno dei primi lavori critici del sistema di pensiero legato al web 2.0. Keen si chiede “Cosa succede quando l’ignoranza si sposa con l’egoismo, il cattivo gusto e le masse incontrollabili? È la scimmia che prende il sopravvento. Quando sono tutti lì a trasmettere , non rimane nessuno ad ascoltare”. In questo scenario da  “Darwinismo digitale” sopravvivono soltanto le voci più forti e possenti (gli influencers). Il web 2.0 decima le truppe dei nostri custodi culturali.

Nicolas Carr[2], nel saggio The Big Switch (2008), analizza l’ascesa del cloud computing. Questa infrastruttura centralizzata indica la fine del PC autonomo come nodo all’interno di una rete distribuita. Inoltre, Carr segnala una “svolta neurologica” nell’analisi del Web 2.0. Muovendo dall’osservazione che l’intenzione di Google è stata sempre quella di trasformare le sue operazioni in intelligenza artificiale, cioè in un cervello artificiale più intelligente del cervello umano, Carr concentra l’attenzione sul futuro delle nostre capacità cognitive: “Il medium non è soltanto il messaggio, bensì anche la mente. Dà forma a quel che vediamo, noi diventiamo i neuroni del Web. Più link clicchiamo, più pagine visitiamo e transazioni facciamo, e più il Web diventa intelligente, raggiunge valore economico e crea profitto>>. Carr, nel 2008, su Atlantic scriverà il suo famoso saggio <<Google ci rende stupidi? Qual è l’effetto di internet sul cervello?”, sostenendo che in fin dei conti è il continuo passare dalle finestre ai siti e il frenetico ricorso ai motori di ricerca a renderci stupidi, ovvero la perdita della lettura profonda (anche della realtà?).

Carlo Formenti[3], in Cybersoviet (2008), propone le seguenti tesi: 1. che la <<democrazia dei consumi>> promossa dal Web 2.0 – e che ha determinato una rapida e popolare popolarizzazione dei contenuti – non corrisponde affatto ad una estensione della democrazia politica; 2. che anche sul piano puramente economico il fenomeno andrebbe più correttamente interpretato come la messa al lavoro (perlopiù gratuito) dell’intelligenza collettiva da parte delle Internet Company che controllano il mercato;  3. La ripresa del controllo da parte dei governi, imprese e agenzie transnazionali sulle relazioni sociali mediate dal computer sia quasi totale, in barba alla fandonie sull’architettura “intrinsecamente anarchica” di Internet;  4. Le celebrazioni sulla “fine del politico” tendono a legittimare, sia pure inconsapevolmente, i processi di distruzione della sfera pubblica e il suo integrale riassorbimento nella sfera privata, contribuendo a spacciare il chiacchiericcio “intimista” che dilaga nei reality show televisivi ai social network di Internet per l’autogoverno delle moltitudini. Formenti presenta tre mitologie della rete: Mitologia I: la rete non può essere controllata. Mitologia II: la trasparenza è sempre buona. Mitologia III: lo sciame è sempre intelligente.
In “Felici e sfruttati” (2011) Formenti sostiene che ciò che sta dietro all’illusione di democrazia e libertà economica, creata dal web 2.0, fa sì che milioni di persone siano felici e sfruttate, oltre ad essere pervasi dall’illusione di assunzione di libertà nei confronti dei meccanismi del potere.

Manuel Castells[4], in Communication Power (2009), sostiene che “la rete è il messaggio. […]La realizzazione del cambiamento sociale in rete procede riprogrammando le reti di comunicazione che costruiscono l’ambiente simbolico per la manipolazione delle informazioni nelle nostre menti, determinando le ultime pratiche individuali e collettive. Creare nuovi contenuti e nuove forme delle reti che connettono le menti e il loro ambiente comunicazionale equivale a ristrutturare l’impianto delle nostre menti”.  Castells è il teorico della autocomunicazione di massa, ovvero della forma di comunicazione emersa con lo sviluppo del Web 2.0 tesa a costruire sistemi personali di comunicazione di massa, tramite SMS, blog, vlog, podcast, wiki e la conversazione sui social network. Castells, infine, sostiene però <<una quota di questa forma di autocomunicazione di massa è più vicina all’autismo elettronico che a una vera e propria comunicazione>>.

Franck Schirrmacher[5], nel saggio Payback (2009), prende in esame l’impatto di internet sul cervello. Schirrmacher cerca le prove di un cervello umano deteriorato che non riesce a tenere il passo con l’Iphone, Twitter e Facebook, in aggiunta al flusso d’informazione già sfornato da televisione, radio e stampa. In uno stato di allerta continua, ci pieghiamo alla logica di disponibilità e velocità ininterrotte. Schirrmacher parla di un <<io esausto>> e si chiede <<Internet finirà forse per sopraffare i nostri sensi e imporci una propria visione del mondo? Oppure avremo la volontà e la capacità necessarie per padroneggiare questi strumenti>>.

Jaron Lanier[6], in You Are Not a Gadget (2010), si chiede <<Cosa succede quando smettiamo di dar forma alla tecnologia e invece quest’ultima a plasmarci?>>. Al pari di Andrew Keeen, la difesa dell’individuo sostenuta da Lanier rimanda all’effetto riduttivo della <<saggezza della folla>>, laddove le voci dei singoli vengono soppresse a favore delle norme imposte dalla massa, come avviene su Wikipedia e siti analoghi. Lanier sostiene che la democratizzazione degli strumenti digitali non ci ha regalato nessun <<super-Gershwin>>; al contrario Laner rimarca l’esaurimento dei modelli, fenomeno in cui la cultura non riesce più a produrre varianti dei modelli tradizionali e diventa meno creativa in generale.

Sherry Turkle[7], in Alone Together (2011), sostiene che le tecnologie digitali e la robotica abbiano falsificato le nostre relazioni sociali, offrendo una replica svuotata di senso, una simulazione deprivata dei valori essenziali che le caratterizzano. Per tanto, un termine come “amico” nell’era Facebook ha del tutto perso il senso originale, finendo per legittimare la strumentalizzazione dell’altro. La tecnologia rappresenta una possibile soluzione a situazioni percepite come problematiche, per esempio, la solitudine, la mercificazione dei rapporti umani nelle società tardo-capitalistiche, la trivializzazione delle relazioni sociali operata dai mass media e la crescente alienazione nei confronti del cosiddetto “Reale”, ivi inteso come un insieme di esperienze non-mediate, o non-mediabili o im-mediate. Ironicamente, la soluzione tecnologica finisce per diventare parte del problema, creando nuove forme di solitudine. Per Turkle, i computer sono dispositivi tecno-sociali che riconfigurano nozioni quali identità, soggetto, consapevolezza”.

Evgene Morozov[8], in Net Delusion (2011),  pone l’attenzione sugli spazi di intrattenimento online che spostano l’attenzione dei giovani dalla partecipazione civica. Morozov, sostiene che anziché strumenti di conoscenza, autocoscienza e di liberazione, i contenuti stessi di internet stanno diventando una forma di intrattenimento infinito e a buon mercato per le masse, una forma di divertimento che consente di anestetizzare le coscienze della maggior parte dei popoli, anche di quelli soggetti all’oppressione politica più feroce. 
Invece di  uniformare in modo globale, come si paventava, consumi e stili di vita, la diffusione di internet sembra aver dato voce, paradossalmente, ai pregiudizi, ai localismi e ai nazionalismi più deteriori. 
I gruppi terroristi, le bande criminali e  le associazioni politiche più estremiste, infatti, possono trovare in internet un potente strumento di comunicazione e di organizzazione, minando, invece di consolidare, le basi della democrazia.
 Abbandonando ogni facile ottimismo panglossiano, Morozov sostiene che internet è una tecnologia a basso costo, dagli esiti ancora imprevedibili e vagamente inquietanti.

Geert Lovink[9], in Network Without a Cause (2011), si allontana dalle analisi critiche impostate sulla mappatura degli impatti mentali e riflette, invece, sull’influenza della Rete sulla nostra vita. Lovink sostiene che << Internet è un terreno fertile per opinioni polarizzate e utenti tendenti all’estremo. Se questo spazio virtuale è un’oasi di libertà, come ne sostiene la reputazione, vediamo allora come poter fare quel che ci pare. Quest’attitudine distrugge il dialogo, che in ogni caso ci riporterebbe all’utopia della comunicazione di Habermas. L’internet pubblica si è trasformata in un campo di battaglia, spiegando così il successo di <<giardini recintati>> come Facebook e Twitter, in cui il web 2.0 offre strumenti per filtrare sia i contenuti si altri utenti. Infine, Lovink sostiene che i social network non riguardano tanto l’affermazione di qualcosa come se fosse una verità, quanto piuttosto la creazione della verità tramite una serie infinita di click>>.

Siva Vaidhyanathan[10], in Googlization of Everything: And Why we Should Worry (2012), tratta il tema della “googlization”, cioè, lo sviluppo di dipendenza degli utenti di Internet da Google, il motore di ricerca e il fornitore di servizi più importante sulla rete. L’”organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili” ha portato Google a generare tecnologie di macroinfluenza sui propri utenti. Google definisce la propria agenda di senso attraverso l’indexing di quali sono le informazioni più rilevanti per gli utenti, modificando le loro percezioni riguardo al valore e significato dei contenuti. Vaidhyanathan sostiene la necessità di un nuovo ecosistema informativo, da lui denominato Human Knowledge Project, che sarebbe un mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

Questo è un primo tentativo di ricostruzione delle teorie critiche di internet.
Sarebbe interessante fare, con i lettori di Ottavopiano.it, una ricostruzione più piena e complessa delle attuali teorie critiche, che mettono in discussione l’ideologia della rete vista come strumento di democrazia, libertà e partecipazione.
In un’epoca di glorificazione di internet, di internet-centrismo, alla rete vengono attribuite tutte le virtù e sul Web vengono riposte tutte le speranze di liberazione, di trasformazione e di progresso del globo.
Noi di Ottavopiano.it abbiamo sempre dubitato di questa ideologia e della devozione che la blogosfera italiana ha sempre manifestato.
Costruire una raccolta delle teorie critiche è il primo passo verso una consapevolezza mediatica che speriamo ci possa portare verso un nuovo ecosistema di informazione, mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

 


Note
[1]  Scrittore e imprenditore anglo-americano. Libri pubblicati in Italia:
Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia (2009)
[3] Giornalista, scrittore, docente universitario. Libri pubblicati in Italia:
[5] Giornalista tedesco. Libri pubblicati in Italia:
La libertà ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale (2010)
[6] Informatico, compositore e saggista statunitense. Libri pubblicati in Italia:
Tu non sei un gadget (2010)
[8] Blogger, scrittore e ricercatore universitario bielorusso. Libri pubblicati in Italia:
Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo (2012)
L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (2011)
[9] Docente, saggista e teorico delle culture di rete olandese. Libri pubblicati in Italia:
Ossessioni collettive. Critica dei social media  (2012)
Internet non è il paradiso (2004)
Zero comments. Teoria critica di internet (2004)
Dark fiber (2002)
[10] Scrittore e docente universitario. Libri pubblicati in Italia.
La grande G. Come Google domina il mondo e perché dovremmo preoccuparci (2012)

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Influenza Sociale: Come Ottenere Un Topic Trend Su Twitter

Twitter è senza ombra di dubbio uno degli strumenti sul Web che più incarna i temi di attualità. Un news network più di un social network. Ciò che accade quotidianamente nel mondo reale (notizie, emozioni, idee, ecc) viene rimarcato sul mondo digitale attraverso dei memi, frasi di 140 caratteri e il più delle volte anche con link, immagini e video.

In questo mondo caotico di messaggi esistono degli attrattori di ordine che prendono il nome di Temi di Tendenza o Twitter Trends (TT), individuati fra i temi che risultano più popolari in un dato momento e riportati in un box che troviamo in basso a sinistra nel nostro profilo di Twitter, con l’indicazione Tendenze. Qui sono segnalati i 10 temi più caldi in funzione degli hashtag o delle parole che più sono citate nella “Twitter-sfera”.

L’algoritmo dei TT ha la capacità di trovare e restituire sia i trend del globo intero (tenendo quindi un fattore di genericità su quelli che sono gli argomenti più discussi) e sia quelli di una particolare nazione. Per passare da uno stadio all’altro, basterà cliccare su Modifica e scegliere Universale, oppure spuntare la nazione d’interesse (ad esempio Italia) così da ottenere informazioni d’attualità in base alla rilevanza geografica indicata.

A questo proposito è bene chiarire una cosa: le zone geografiche non sono decise manualmente, ma create in modo dinamico in base al volume dei messaggi. Ciò significa che può capitare di non vedere nell’elenco delle tendenze una determinata zona geografica perché Twitter, evidentemente, non sta ricevendo tweet a sufficienza per creare un trend che sia abbastanza significativo in quel momento.

Ma come si diventa Twitter Trend?

Ogni hashtag, quando nasce, ha l’ambizione di diventare un Twitter Trend. Ok, ma come? Innanzi tutto è bene capire quali sono i fattori determinati noti. In questo Twitter stesso ci aiuta dicendoci che i Temi di Tendenza sono temi popolari in quel preciso momento e non temi popolari per un certo tempo o per giorno. Quindi Twitter ricalcola costantemente l’insieme dei tweet che popolano l’intero sistema (dato che ad ogni istante nuovi memi vengono generati) e verifica se ci sono nuovi TT: il tutto, va da se, in un particolare tempo t.

È possibile a questo punto pensare a Twitter come ad un sistema entropico (dove l’entropia viene interpretata come il “grado di disordine” del sistema), in cui i Twitters generano spontaneamente i loro memi, inserendo nuove informazioni all’interno del sistema: informazioni di volta in volta diverse che portano ad un aumento del disordine. In più è possibile che più memi si riferiscano ad uno stesso concetto, ma con declinazioni differenti e quindi con hashtag diversi.

Questo fa capire quanto il disordine possa crescere facilmente. Tuttavia Twitter tende a compiere quasi una selezione naturale, portando gli utenti ad ordinarsi, in un certo tempo Tx, su hashtag simili; questo per entrare in contatto fra loro e condividere i propri memi, comunicando infine sotto lo stesso fattore di ordine comune: l’hashtag.

Sebbene questo modo di ordinarsi sia “naturale” e compiuto dagli utenti per uniformarsi attorno ad un fattore comune di comunicazione, esiste anche un ordinamento “forzato” attuato direttamente Twitter mediante l’algoritmo che individua i Twitter Trends. A dirla tutta, potremmo anche dire che questa azione di individuazione dei TT è funzione della prima, perché se non ci fossero dei flussi di informazioni che perturbano il sistema entropico, accomunando più utenti sotto uno stesso hashtag, non si potrebbe avere l’abbassamento dell’entropia in alcune regioni del sistema stesso e l’individuazione dei TT.

Bene, ma come è possibile rappresentare allora il sistema Twitter? A questo proposito un’interessante analisi è stata svolta dal fisico napoletano Rosario Di Girolamo (qui l’articolo originale), che ha definito Twitter come: “un piano diviso in celle, in cui il contenuto di ogni cella è un meme, ossia un’unita di informazione riconoscibile, una parola ricorrente nelle conversazioni (ad esempio nella figura di seguito gli hashtag “#europei2012”, “#legge194”, “#pessoa”) e l’altezza della perturbazione del piano è in qualche modo collegato a quanto è importante per Twitter quel flusso di messaggi prodotti sul meme”.

twitter vortici sistema trending topic

Il fisico continua spiegando che sul piano (piano solo per il momento, perché si sta semplificando la struttura dell’algoritmo) ogni perturbazione è una superficie a 5 dimensioni così definita:

formula followers

E dove Ф è data da:

formula twitter meme

In questo modo di rappresentare Twitter, la perturbazione è giustamente indicata come l’insieme dei tweet con lo stesso hashtag e quindi, come detto in precedenza, l’insieme delle conversazioni che si raccolgono attorno ad uno stesso hashtag e che vengono rappresentate (nel particolare) come un vortice.

Il vortice nasce, cresce e ingloba gli altri hashtag paralleli a quello centrale, creando un solo flusso di conversazione con al centro l’hashtag designato ad essere TT. Di conseguenza a vincere un posto nella Top Ten dei Trending Topic sono i memi che temporaneamente hanno un ɸ più alto.

Questione di tweet, follower, ma non solo

A questo punto ci si apre a diverse considerazioni. Perché se da un lato Twitter ci dice che l’algoritmo sui TT identifica temi che sono popolari in quel preciso momento (e non sono temi popolari per un certo tempo o per giorno), è bene ricordare che per influenzare una fetta importante di utenza su Twitter l’hashtag che ambisce a diventare TT deve resistere per diverso tempo.

Quindi l’asserzione per cui i Twitter Trends sono indicativi delle tendenze di un certo istante è vero solo in parte, perché l’essere TT deriva da una storia pregressa di quel meme. È quindi ragionevole pensare che un TT per essere tale ha bisogno di un certo intervallo di tempo Ty in cui cresce e si espande fra le varie reti di Twitter.

L’evolversi di un hashtag può avvenire in due direzioni: una che possiamo definire generale ed una più specifica. Nel primo caso si tratta di memi di interesse comune, quali possono essere le Olimpiadi o gli Europei di calcio. Le tematiche di grande interesse pubblico appaiono quotidianamente nelle file dei Twitter Trends ed entrarne a far parte significa semplicemente alimentare quel flusso, già divenuto vortice, e che continuerà ad espandersi fino a che quella notizia non si sarà estinta, facendo estinguere anche il flusso di tweet e di conseguenza portando fuori dai TT l’hashtag.

Diversamente l’evoluzione più specifica deriva da un comportamento chiuso, o meglio: da una serie di tweet e retweet eseguiti da un gruppo ben coeso di una particolare nicchia, che vuole spingere l’attenzione su un dato argomento. È il caso eclatante dei fan di Justin Bieber, che quasi quotidianamente giocano a far salire l’uno o l’altro titolo di una canzone del loro idolo (trend simili si riscontrano per Lady Gaga, i One Direction, ecc).

In questo caso, come fa notare anche il fisico Di Girolamo, il comportamento del flusso è differente, assume una struttura ad anello e quindi chiusa: il meme che viene portato in TT non è popolare, ma comune alla sola nicchia di riferimento; nicchia però abbastanza influente per portare fra i Twitter Trends quell’hashtag e senza andare a coinvolgere altre persone.

La ricetta giusta

Da queste considerazioni si potrebbe derivare una sorta di ricetta per portare in TT un hashtag. Affinché ciò accada è condizione necessaria che più utenti twittino i loro messaggi con incluso lo stesso hashtag da portare in TT. Questo deve essere eseguito in un certo intervallo di tempo Ty in modo crescente, creando un nuovo vortice che si innalzi sul piano di Twitter e che venga riconosciuto come influente da parte dell’algoritmo dei Twitter Trend. I Twitters dovranno continuare ad alimentare e sorreggere la discussione su Twitter eseguendo tweet (con messaggi differenti) e retweet, con l’unica costante dell’hashtag identificato.

Abbiamo scritto “riconosciuto come influente da parte dell’algoritmo dei Twitter Trend”, ma quando accade questo? Idealmente si potrebbe fissare una sorta di livello minimo, dato dalle dimensioni del flusso del decimo TT (supponendo che sia quello con Ф più basso). In questo caso l’algoritmo di Twitter andrebbe a verificare se i Trend emergenti raggiungono quel livello e se sono in grado di scalzare qualche TT già nella Top Ten.

Altra considerazioni da farsi riguarda l’influenza dei profili che twittano. È pensabile, infatti, che Twitter si protegga dal fenomeno dei TT generati da sistemi di bot, andando a fare delle verifiche veloci sui profili che stanno spingendo l’hashtag. Quali? In primis verificando il numero di follower (pochi follower individuano account civetta). Secondariamente controllando il numero di interazioni fatte dal profilo (se attivo o dormiente).

Ovviamente i controlli potrebbero essere decisamente più numerosi ed accurati, ma data l’idea di immediatezza dei TT non sarebbe troppo logico perdere tempi elevati per ulteriori analisi più complesse.

A questo punto è facile porsi la domanda: “quanto influiscono i profili più pesanti e quindi con un elevato numero di follower?”. In teoria questi profili hanno un doppio vantaggio. Il primo derivato dall’elevato potere di viralità che possono scatenare fra i propri follower. E il secondo più incline all’algoritmo di Twitter, il quale potrebbe associare un peso maggiore ai flussi che includono twitters con un numero elevato di follower.

Tecniche e consigli

Ci sono allora delle cose da fare e da non fare per far arrivare fra i Twitter Trend un hashtag? In realtà si. Eccone alcune:

L’ARGOMENTO DI INTERESSE

Scegliete un topic in cui siete ferrati, così da dare adito ad una serie di botta risposta. Se il vostro messaggio entrerà in circolo, potete star certi che ci saranno molti spunti per cui discutere ed è fondamentale alimentare il dibattito in modo sensato.

REALIZZATE UNA CONNESSIONE EMOTIVA

Spesso i topic sono sterili, senza coinvolgimento e stentano a crescere. È bene, invece, rendere emozionale il proprio meme, cercare quel qualcosa che coinvolga le persone e faccia percepire loro come un vantaggio il partecipare alla conversazione con quell’hashtag. Da qui si capisce la necessità di creare un hashtag che sia da una parte funzionale, ma dall’altra memorabile.

TWEET E RETWEET, MA SENZA ESAGERARE

Iniziate con i vostri tweet e inviate poi un tweet con una domanda relativa al topic da voi scelto, includendo ovviamente l’hashtag che volete portare in TT. Chiedete ai vostri followers di retweettare il tweet, così da innescare un effetto buzz: inizierà a prendere forma il vortice. Ovviamente è bene ricordare che non servirà a molto twittare messaggi a sproposito e con un’elevata frequenza nel tempo, che abbiano semplicemente al loro interno l’hashtag da portare in TT.

Infatti non è tanto la quantità dei tweet inviati che fa la differenza; quanto, invece, il numero di utenti che twittano con quell’hashtag. È inutile, ad esempio, generare un flusso enorme di tweet proveniente da pochi account con una frequenza di tweeting elevata nel breve periodo. È invece più profittevole che vi siano centinaia di utenti che twittano l’hashtag, anche se con una frequenza decisamente più bassa.

CREATE UN GRUPPO

Individuate i profili attinenti al vostro topic che potrebbero essere interessati e con più follower (meglio se nell’ordine delle migliaia) e chiedete loro di aiutarvi a twittare e retwittare l’hashtag da portare in TT. Non abbiate timori e provate a contattare anche grandi personaggi pubblici, radio, TV e influencer della vostra nicchia.

SEGUITE LA DISCUSSIONE

Quando vedete delle persone che twittano il vostro hashtag, retwittate quel tweet, così da mostrare ai vostri follower che altre persone interagiscono con l’hashtag.

RENDETE TUTTO PIU’ PARTECIPATIVO

Evitate l’errore di chiudervi in frasi che potrebbero capire solo in pochi, ma crete degli spunti di dialogo. Fate domande e chiedete il parere di chi vi retwitta su alcune sfumature del tema.

IL TEMPO CORRETTO

C’è anche un tempo giusto per twittare un argomento e ci sono due possibili alternative. La prima è quella di attendere momenti di quiete, in cui il calderone dei memi che ambiscono a diventare TT si è calmato e sono quindi presenti pochi flussi di notizie. In questo caso si avranno più possibilità di raggiungere la Top Ten. La seconda possibilità prevede un piccolo studio a priori, attraverso il quale individuare l’orario in cui gli utenti più sensibili al vostro topic (quindi diciamo la vostra nicchia di riferimento) generalmente twittano di più. In questo modo si avrà la certezza di colpire le persone giuste nell’orario giusto.

USCITE DAL CERCHIO

Per far aumentare la risonanza del vostro hashtag potete usare degli strumenti che inneschino il tam tam per voi. Un esempio potrebbe essere quello di lanciare un quiz o un sondaggio. Pensate ad esempio alla politica ed alle primarie: potreste lanciare una poll in cui chiedete di inserire una preferenza fra i candidati. Ovviamente ricordandovi sempre di inserire all’interno del messaggio l’hashtag e ricordando agli utenti di fare altrettanto con le loro risposte.

Twitter Trend: qualcosa sta cambiando

In risposta alle numerose lamentele nate a causa di presunti “sistemi automatici” (con bot e quant’altro) volti a falsare i Twitter Trend o a introdurre tendenze alle quali i più non sono interessanti (come le discussioni fra i fan di Bieber, Lady Gaga &Co), sembra che Twitter sia corsa ai ripari inserendo i Tailored Trend.

I Tailored Trend, noti in Italia sotto il nome di Tendenze Personalizzate, sono un nuovo modo di intendere i TT e nati, come dice la nota diramata da Sara Mauskopf (Product Manager di Twitter), al fine di mostrare temi emergenti che contino di più per gli utenti, con Tendenze misurate in base alla propria posizione e a profili che si stanno seguendo (following) su Twitter.

Per farla breve, quindi, con i Tailored Trend ad essere inseriti nei nostri Twitter Trend (personali) non ci sarebbe una selezione dei temi più discussi su scala Universale o Nazionale, ma un ristretto parterre di hashtag selezionati in funzione della rilevanza geografica e dei nostri influencer.

Come passare a questi Tailored Trend? Basta accedere al profilo e, nella sezione dedicata alle tendenze, cliccare su Modifica. Nella nuova finestra, premete il pulsante in basso a sinistra Ottieni le tendenze personalizzate ed il gioco è fatto.

tendenze personalizzate twitter

Ovviamente sarà possibile in qualsiasi momento tornare alla visione nazionale o globale dei Twitter Trend.

Ma non è ancora tutto. Perché sembra che i magnati di Twitter abbiano fiutato l’importanza di apparire fra i TT, non solo per gli utenti, ma anche e soprattutto per le aziende.

Ed allora ecco nascere le Tendenze sponsorizzate. Dal sito ufficiale leggiamo: “Le Tendenze Sponsorizzate sono un concetto nuovo di promozione che abbiamo iniziato a sperimentare come estensione della piattaforma di Tweet Sponsorizzati. Con le Tendenze Sponsorizzate gli utenti vedono temi appropriati al momento, al contesto cui sono interessati e ad eventi particolari in corso. Questi Temi di Tendenza pagati da inserzionisti appaiono in cima alla lista dei temi di tendenza su Twitter sono chiaramente etichettati come ‘Sponsorizzati’”.

Allora basta pagare per assicurarsi un posto nella Top Ten? Sembra di no. Infatti dal mondo Twitter fanno sapere che “Se un tema non ha già raggiunto un livello minimo di popolarità su Twitter, non potrà essere Sponsorizzato”. Ovviamente quale sia questa soglia, ad ora, non è dato saperlo. Per maggiori informazioni a riguardo basta cliccare qui.

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La Guerra Dei Memi. Gli Influencers E Il Nemico Pd


Un meme, scrive Kalle Lasn fondatore di Adbusters.org, è un’unità di trasmissione culturale (uno slogan, un pensiero, una melodia, un concetto di moda, filosofia, politica) che si trasmette di cervello in cervello.
I memi lottano per riprodursi e si diffondono fra la popolazione in maniera molto simile al modo con cui i geni vanno a caratterizzare una specie biologica.
I memi più potenti sono in grado di cambiare le menti, di alterare comportamenti collettivi di opinione e di trasformare intere culture.
Ecco perché la guerra dei memi è diventata la principale battaglia geopolitica dell’era dell’informazione.
Chiunque sia in grado di controllare memi ha, di fatto, il potere tra le mani.
L’espressione “guerriglia dei memi” è stata utilizzata per la prima volta da Paul Spinrad in <Adbusters>, nell’inverno 1995. Ma in realtà riprende una profezia di Marshall McLuhan, che recitava più o meno così “la prossima rivoluzione – la Terza guerra mondiale – sarà una guerriglia dell’informazione, combattuta per le strade o nei cieli, non nei boschi o in alto mare, in prossimità delle frontiere di pesca internazionali, ma sui giornali e sulle riviste, sulla radio, le televisioni e Internet”.
Ovvero una feroce guerra di propaganda a tutto campo fra contrastanti idee del mondo e del futuro.
Questa guerra non solo è iniziata da parecchio, ma è una guerra che ormai si combatte ovunque.
I mercati sono conversazioni, ci raccontavano a fine anni novanta quelli del Cultrain Manifesto. Grazie alla rete, i mercati diventano più informati, più intelligenti e più esigenti rispetto alle qualità che invece mancano nella maggior parte delle aziende.
Nelle conversazioni, la reputazione di una azienda è tutto; per questo la reputazione è soggetta a guerriglia informazionale da parte dei competitor.

Lo spread e la crisi sono state e sono guerre di speculazione informazionale, la nuova guerra veloce e invisibile capace di cancellare la democrazia in nazioni sempre più incapaci di reagire.
Le vere merci sono: attenzione, socialità, fiducia e reputazione.
Oggi difendere la reputazione, nei mondi dell’infosfera e della semiosfera, diventa una policy di sicurezza.
La sofisticazione delle tecnologie delle credenze collettive si fonda sugli immaginari e sul sentimento, perché l’immaginario non è che un terreno di sedimentazione in cui si sommano speranze e angosce, illusioni e delusioni che tutte insieme, sono la verità profonda del nostro mondo.
È da lì che gli individui e la collettività traggono ragioni per nuove speranze e nuove illusioni.
In questo tesoro accumulato d’umanità e di disumanità è carcerata la memoria delle storie di vita (in attesa perenne di un eroe salvifico) che ci hanno preceduto e da questa memoria altre storie di vita (anche eroiche) prenderanno spunto.
Ma con l’uomo e le narrazioni che costruiscono il suo passato, presente e futuro, cambiano le tecnologie delle credenze collettive, sempre più sofisticate nello sfruttare quel terreno di sedimentazione in cui assunzioni, stereotipi e luoghi comuni giocano nell’alimentazione di rituali e simbolismi agitati dalla guerra dei memi.
Gli influencer assumono il compito di manipolazioni automatiche dei <motori di personalizzazione>: in primo luogo perché ad essi viene assegnato un codice di riconoscimento, dopodiché, ogni volta che l’utente accede ai suoi posts, ai suoi contenuti social, cede le porte di protezione al suo immaginario, condizionandone il sentimento che si trasforma in opinione emotiva.
I prosumer sono consumatori e produttori nel versus che vuole l’influencer e allo stesso tempo elettori in quanto non solo esprimono consenso con il loro sentimento/voto ma in quanto ‘eleggono’ l’influencer ad hub e sorgente autorevole di condizionamento.
L’opinione pubblica lascia il passo all’opinione emotiva, generata da immaginari a loro volta derivati dalla polarizzazione del sentimento (mi piace / non mi piace).
L’egosurfing (sistemi di software ideati per soddisfare le esigenze di navigatori narcisisti in cerca di informazioni su loro stessi) originariamente è stata la strategia per ottenere informazioni sulla sedimentazione di quei comportamenti che rispecchiavano assunzioni, stereotipi e luoghi comuni, sulle quali, oggi, le strategie di narrazione fondano la propria forza.
La comprensione dei meccanismi tribali, alla base delle regole di formazione delle reti egocentriche – studiate da Albert Lazlo Barabasi – e la cessione di fiducia e di consenso agli hub/influencer delle reti egocentriche, hanno generato una compressione delle informazioni generate dell’egosurfing, aprendo a una nuova fase: quella delle tribù imaginifiche.
Con il termine imaginifica si intende la capacità o il potere di costruire immaginari.
Come un file compromesso, noi apprendiamo la realtà in un processo cognitivo in cui il framing, ovvero l’incornicamento dei fatti è totalmente condizionato non solo dal potere di priming e di indexing degli influencers, ma soprattutto dalla codifica sofisticata dei memi informazionali, progettati come virus per diffondersi nella rete, modificandone l’immaginario e provocando il Fail di sistema nelle persone comuni.
La capacità di strutturare una visione politica non con argomenti razionali, ma raccontando storie, è divenuta la chiave della conquista del potere e del suo esercizio in società ultramediatiche, percorse da flussi continui di dicerie, di notizie false, di manipolazioni.
Non è possibile separare le politiche dai frame che costituiscono le idee sulle quali si basano le politiche: se non si preparano i frame giusti, le campagne di comunicazione non attecchiranno nel cervello della gente.
La politica cognitiva è assolutamente importante, non meno della politica pratica.
Cinque elementi della storia sono particolarmente rilevanti sia per analizzare sia per comunicare efficacemente le storie: i conflitti, i personaggi, gli immaginari, le prefigurazione e le assunzioni.
Questo ci porta inevitabilmente a capire che il ruolo degli influencers è un ruolo politico.
Gli influencers sono sottoposti inconsciamente – nel migliore dei casi, nel peggiore sanno benissimo cosa vuol dire gramscianamente il proprio <io sociale> – ad essere ingegneria di una strategia dell’attenzione tesa a costruire framing o generare priming sui temi di interesse di parte e a generare nuovi stati di comportamento indotti volontariamente.
L’influenza è generare percezioni/pensieri/ azioni/comportamenti attraverso fiducia e reputazione nella propria rete sociale, creando un effetto a catena capace di diffondere percezioni/pensieri/azioni/comportamenti in altre reti.
La parola e in generale il segno sono il veicolo sul quale chiunque può salire per farsi trasportare ovunque lo conduca la sua capacità imaginifica, sregolata, liberamente alimentata da spiritualità e sensualità e capace di sfruttare corrispondenze soggettivamente percepite (assunzioni).
Gli influencer non solo generano l’emotional sharing (la condivisione emotiva) che determina lo spazio pubblico trasformato in opinione emotiva, ma si prestano alle strategie di reificazione della semiosfera ai danni dell’infosfera.
Questa analisi sul ruolo degli influencers è semplicemente spiegata dal bisogno di semplificazione di quei procressi di lettura dell’esistente – chiamarla realtà oggi appare difficile in quanto tante sono le realtà quante sono le tribù o le macro reti egocentriche –in cui l’infinita velocità dei flussi subisce l’effetto disgregante del panico.
È facile ripiegare sulla banalità dell’opinione, della comunicazione versus un nemico -fondamento delle tribù polarizzate-, della ridondanza dei sentimenti generati.
L’estetica e il design sono le discipline che si occupano della sintonia tra l’organismo/individuo e l’ambiente.
Questa sintonia è disturbata – direbbe Felix Guattari – dall’accellerazione degli stimoli infosferici, dall’inflazione semiotica, dalla saturazione di ogni spazio dell’attenzione e della coscienza.
Nel mentre le relazioni produttive e comunicative perdono materialità e si disegnano nello spazio della proiezione sensibile del sentimento che genera immaginari.
È utilizzando “ritornelli” – ovvero quelle configurazioni ritornellizzanti (ridondandi e assordanti per l’economia dell’attenzione individuale e collettiva) che costruiscono la mappa dell’esistente – che si generano ossessioni semiotiche e rituali imaginifici politici.
Il ritornello protegge dal vento caotico dell’infosfera, dai flussi semiotici che trascinano come venti turbinosi immaginari individuali e collettivi. Ma il ritornello presto si trasforma in una gabbia, sistema rigido di framing e ossessionatamente ripetitivo.
È questo quello che sta succedendo in rete ad alcuni partiti, in particolare al Partito Democratico, a vantaggio di altri, ad esempio il Movimento 5 Stelle di Grillo. Lungi da me entrare nel merito e giudizio politico dei partiti in quanto non è l’oggetto dell’analisi di questo articolo.
Ma se la democrazia rappresentativa è in crisi e il M5S di Grillo è l’epifania più raccapricciante di questa crisi, di certo non è la soluzione in quanto è il pieno interprete di questa guerriglia di memi che gioca su immaginari e sentimento collettivo.
Sistematica la guerriglia informazionale del M5S tende ad aggredire le pagine degli altri partiti e in particolare modo quella del Partito Democratico attraverso la mobilitazione dei propri attivisti virtuali o attraverso strategie di trolling (falsi utenti che hanno come obiettivo quello di interagisce con gli altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi).

Obiettivo: polarizzare il sentimento, in una logica di macroinfluenza collettiva molto simile al limite cognitivo dell’aut aut del mi piace / non mi piace.
Una anti narrazione, fatta di conflitti (le fan page assalite dai troll del M5S), di personaggi (il popolo buono contro i corrotti politici italiani), di immaginari (il cambiamento senza se e senza ma), di prefigurazioni e di assunzioni costruite su stereotipi, luoghi comuni, bufale, fatti infondati e sui molti errori della politica italiana e dei suoi politici. Nei trend di polarizzazione gli influencers svolgono il proprio ruolo adagiandosi a utilizzare framework simili.
Come nell’ultimo caso, abbastanza delirante, di una campagna social del PD, la cui recensione apparsa sul blog D I S . A M B . I G U A N D O è stata analizzata (non mi interessa esprimere sul valore dell’analisi) e “incorniciata” secondo alcune key precise che hanno condizionato il rimbalzo sui media tradizionali.
Riprendendo le parole esatte per non sbagliare, scrive l’autrice, la prof.ssa Giovanna Cosenza nel post dal titolo “Quel pasticciaccio brutto dei manifesti Pd“:

<Non li ho ancora visti in strada, ma da qualche giorno appaiono sulla pagina Facebook del Pd nazionale>

– > (La presunzione che sia una campagna anche affissionistica, incornicerà la campagna social come affissionistica, come vedremo dopo).

 

<Dal punto di vista grafico, sono un’accozzaglia di rara imperizia:

1. Marchio del Pd affogato nel rosso (dov’è finito il verde?), marginale e poco leggibile.

2. Testi sparpagliati e disallineati, con font di diverse dimensioni e una distribuzione del maiuscolo e del grassetto che pare quasi casuale.

3. Uso sconsiderato della bandiera italiana ai limiti del vilipendio, visto che pare tutta tagliuzzata e rattoppata. Ma ricorda anche il fascio littorio, con quel giallino che la impasta e invecchia. >

– > (L’autorevolezza dell’autrice – docente universitaria – permette di incorniciare considerazioni / giudizi come frame oggettivi e non soggettivi che classificheranno negativamente i manifesti. L’argumentum ad auctoritatem genera una fallacia retorica. Non esiste la prova oggettiva di ciò che dice l’autore e che tutto ciò sia corretto e appropriato secondo i codici della grafica e del design).

– > (Oltre a riscontrare nuovamente l’argumentum ad auctoritatem, è in atto un processo di disinformazione in quanto non si tiene conto del contesto e non si sforza alcun ragionamento sulla motivazione dei manifesti. Ovvero che sono solo il riassunto dell’intervento fatto da Bersani in direzione nazionale l’8 giugno 2012; intervento votato all’unanimità e che apre alle primarie di coalizione).
Contemporaneamente sulla pagina fan del Partito Democratico, iniziano i commenti ai post in cui vengono pubblicati i “presunti manifesti”.
Un riassunto statistico può aiutarci a capire meglio.

Pagina Fan del Partito Democratico
L’album di Facebook ” del 9 giugno 2012 in cui vengono mostrate le immagini dei manifesti presenta:

41 condivisioni
27 mi piace
11 commenti di cui:
+ 3 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 1 neutro (ma che non si riferisce ai manifesti)
– 7 negativi (di cui 2 che parlano dei manifesti)

Il post con l’immagine “Un patto dei democratici e dei progressisti” del 9 giugno 2012
42 condivisioni
58 mi piace
77 commenti di cui:
+ 6 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 51 neutri (di cui 2 si riferiscono al manifesto)
– 20 negativi (di cui 1 si riferisce al manifesto)

Il post con l’immagine “Il nuovo orizzonte” del 9 giugno 2012

61 condivisioni
51 mi piace
16* commenti
(il sistema ne indica 21 al conteggio sono solo 16, probabilmente 5 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 1 neutro (ma che non si riferisce ai manifesti)
– 7 negativi (ma che non si riferiscono ai manifesti)

Il post con l’immagine “Scelgano i cittadini” del 9 giugno 2012

75 condivisioni
47 mi piace
21* commenti
(il sistema ne indica 24 al conteggio sono solo 21, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 3 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 6 neutri (ma che non si riferiscono ai manifesti)
– 12 negativi (ma che non si riferiscono ai manifesti)

Il post con l’immagine “Essere democratici e progressisti” del 9 giugno 2012

48 condivisioni
57 mi piace
16* commenti
(il sistema ne indica 18 al conteggio sono solo 16, probabilmente 2 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 5 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 11 negativi (ma che non si riferiscono al manifesto)

Il post con l’immagine “Accettiamo la sfida” del 9 giugno 2012

131 condivisioni
129 mi piace
57* commenti
(il sistema ne indica 62 al conteggio sono solo 57, probabilmente 5 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 12 positivi (ma che non si riferiscono al manifesto)
= 12 neutri (di cui 1 si riferisce al manifesto)
– 32 negativi di cui 7 si riferiscono al manifesto)

PS: il manifesto è quello incriminato perché il bianco assomiglierebbe a un fascio littorio

Il post con l’immagine “Tocca a noi” del 9 giugno 2012

66 condivisioni
65 mi piace
28* commenti
(il sistema ne indica 31 al conteggio sono solo 28, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 3 positivi (di cui 1 si riferisce al manifesto)
= 14 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 11 negativi di cui 1 si riferisce al manifesto)

Il post con l’immagine “L’Italia, l’Europa, la Crisi” del 9 giugno 2012

23 condivisioni
27 mi piace
17* commenti
(il sistema ne indica 20 al conteggio sono solo 17, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 4 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 13 negativi (ma che non si riferiscono al manifesto)

Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012

– condivisioni
27 mi piace
12 commenti di cui:
+ 0 positivi
= 3 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 12 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il post con il video “Scelgano i cittadini” del 14 giugno 2012
11 condivisioni
34 mi piace
14 commenti di cui:
+ 1 positivo (ma che non si riferisce al video)
= 8 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 5 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Pagina Fan Pierluigi Bersani
Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012

– condivisioni
80 mi piace
85 commenti
(il sistema ne indica 85 al conteggio sono solo 74, probabilmente 11 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 7 positivi (ma che non si riferiscono al video)
= 11 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 56 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 14 giugno 2012

– condivisioni
80 mi piace
82 commenti
(il sistema ne indica 82 al conteggio sono solo 75, probabilmente 7 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 13 positivi (ma che non si riferiscono al video)
= 21 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 41 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Canale Youtube Partito Democratico
Il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012 totalizza:

757 Visualizzazioni
4 mi piace
2 non mi piace
5 Commenti di cui:
+ 1 positivo (ma che non si riferisce al video)
= 1 neutro (ma che non si riferisce al video)
– 3 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il video “Scelgano i cittadini” del 14 giugno 2012 totalizza:

216 Visualizzazioni
0 Mi piace
1 non mi piace
0 Commenti

I dati sono aggiornati al 17 giugno 2012.

Cosa ci restituiscono questi dati?

Le condivisioni, i mi piace, i commenti sono statisticamente pochi rispetto al network del Partito Democratico (61.467).
Utilizzando, inoltre, una metrica semplice e banale, utile a verificare un indice di positività dei post: Totale dei (Mi piace + Condivisioni + Commenti positivi) rapportato al totale dei commenti negativi, ad occhio risalta che i post generano sentimento positivo e non negativo.
I valori positivi sono maggiori di quelli negativi.
Nessuna rivolta della base, ma potremmo dire un tiepido accenno di consenso (statisticamente irrilevante).
I manifesti generano altri post e rimbalzano sul sistema dei media tradizionali.

Anche il quotidiano Libero, con Franco Bechis, si interessa ai manifesti.

L’articolo è del 14 giugno, appare online su Libero e si intitola:

Nuovo harakiri a sinistra
Il Pd: Bersani è un fascista e usa per sé i soldi del partito
Diluvio di polemiche e proteste dei militanti per il manifesto con cui il segretario annuncia la sua discesa in campo alle primarie

L’articolo, inoltre, cita:
<Il manifesto è già affisso in molte città>.

> La precedente presunzione della blogger diventa priming.

<[…] Il manifesto è stato subito un pugno nello stomaco dei militanti. Che non l’hanno affatto gradito, sommergendo i propri leader, i blog del partito e perfino quelli dell’agenzia di design che l’ha ideato di critiche, proteste violente e anche qualche insulto>.

> Bechis dove trae le prove? Reifica un framework utile a generare key PD = litigi, PD = errore. Primo bracket. Il prevalere di un tema rispetto ad un altro può influire notevolmente il giudizio del pubblico relativo ad un politico, un partito o un governo, in positivo o in negativo a seconda che si tratti di un suo punto forza o di debolezza.

<[…] Prima accusa: il design ricorda quello del ventennio, il bianco della simil-bandiera ricorda un fascio littorio>.

> Secondo bracket: il PD come i fascisti del ventennio.

<[…] Seconda accusa, piuttosto diffusa: il manifesto riporta come committente “Partito democratico- Direzione nazionale”, quindi sembra pagato dai fondi del partito. Solo che è un manifesto che lancia non le primarie in sé, ma la candidatura di Bersani alle primarie. Quindi si accusa il leader di barare al gioco: se per sé usa fondi del partito, viola la par condicio con gli altri candidati che non hanno la cassa del Pd a loro disposizione>.

> Terzo bracket: creazione del caso dei finanziamenti pubblici al PD usati da Bersani.

Possibile che Bechis non sia informato su come sia andata la Direzione Nazionale dell’8 giugno? Libero ne parla con Gianluca Roselli il giorno dopo, ovvero il 9 giugno, l’articolo a pag. 4 ha come titolo “IL PD: PRIMARIE DI COALIZIONE MA NON SA ANCORA GLI ALLEATI”.
Inoltre, possibile che Bechis non sappia che Bersani per statuto del Partito Democratico è il candidato premier? E che il manifesto è stato fatto in base al documento approvato con voto unanime in Direzione Nazionale?

[…]Sarà, ma quel manifesto con cui Bersani ha rubato a Vendola il suo Casaleggio usando i soldi del Pd per la campagna personale alle primarie, sembra tanto il più classico degli hara-kiri della sinistra italiana…

> Priming su hara-kiri, il PD fa hara-kiri sempre e comunque per il giornalista.

Dagospia, il 15 giugno, fa da fonte replicante e virale pubblicando subito dopo “BEGHE PRIMARIE – CULATELLO NON FA IN TEMPO A COMMISSIONARE LA CAMPAGNA POLITICA PER UFFICIALIZZARE LA SUA CANDIDATURA ALLE PRIMARIE CHE LA ‘PANCIA’ PIDDINA GLI FA IL CONTROPELO: IL DESIGN SCELTO PER IL MANIFESTO RICORDA QUELLO DEL VENTENNIO – IL COMMITTENTE È “PARTITO DEMOCRATICO-DIREZIONE NAZIONALE” QUINDI A PAGARE POTREBBE ESSERE STATO IL PARTITO E NON BERSANI…

> Priming sul falso caso dei finanziamenti pubblici al PD usati da Bersani.

Civati riprende dal suo blog, sempre il 15 giugno, il post di Giovanna Cosenza.
Disarmanti e disarmati
Giovanna Cosenza e le baruffe del Pd, a proposito di comunicazione (e di errori di-).

Tutti partecipano, nessuno ascolta o potremmo dire, nel nostro caso, nessuno studia e analizza ciò che accade.
Intanto si reifica la realtà.
Spettatori di ogni cosa, testimoni di nulla.
La costruzione dei frame attraverso il cambio di struttura narrativa – con un genere di onnipotenza che somiglia a quella degli scrittori, i quali possono imporre alla trama tutte le svolte che vogliono – intrappolano gli immaginari e sono superiori a ogni propaganda sperimentata in passato.
L’economia dell’attenzione ha delle regole rigide, aritmetiche e ordinali, se una notizia arriva prima, il posto sul podio è occupato, tutte le altre scendono di uno scalino.

Non importa se siano avvenute o meno, l’importante è che entrino in classifica.

E se una notizia, non necessariamente un evento disastroso o un grande evento, comunque si presenta, allora lo spin la deve sfruttare.

Giocare sulla velocità, usare lo speed kills, la velocità che uccide.

Alimentare il fuoco ostile per nutrire una storia negativa per gli avversari.

Ormai tutto questo è prassi.

Ed è solo l’inizio della guerra dei memi che ci condurrà alle prossime politiche 2013.

 

 

Post scriptum
Ebbi modo di scrivere tempo fa, qui su Ottavopiano.it, tre articoli sulla guerra informazionale e dei memi.
Li ripropongo a memento:
Le differenze imposte tra Nord e Sud. Ovvero la guerra dei memi
The cyberbrain warfare: la guerra degli influencer
Intellettuali, giornalisti e blogger nell’Italia della PopPolitica

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Gli Scontri Di Roma, Le Omissioni Di Un Paese

Lo ammetto, sono tentato di dire che la guerriglia di Roma è stata causata da gruppi organizzati pilotati, dai soliti infiltrati.

Le immagini mi riportano indietro nel tempo: manifestazioni partecipate, clima di festa, voglia di urlare il proprio malcontento (l’indignazione dovrebbe aver cessato di manifestarsi da diverso tempo), il proprio stato di malessere che per un solo giorno ti sembra di poter sopportare soltanto perché accanto a te ci sono nuvole di corpi umani avvolgenti e protettivi. Un blocco unico e indistruttibile, questa volta. Gridi, gridi e gridi ancora. Non possono far finta di non sentire.

Le cose però non vanno mai come vorresti. E in Italia accade spesso. So che è un’espressione scontata ma si tratta di corsi e ricorsi storici. Diciamo pure che siamo incolpevoli (?) spettatori di una pellicola senza inizio né fine. E così loro irrompono, sfasciano, distruggono. Solo in Italia. Sono pochi ma intruppati. Qualcuno li segue, ingrossa le loro fila, si accoda al più forte per sfogare la propria rabbia e, più spesso, per mostrare i muscoli in un contesto incapace  di reagire a dovere. Non c’è niente lì in mezzo che possa contrastare il fuoco, le pietre, la forza fisica. Almeno non con la stessa convinzione, che per di più stenta a crescere quando si è colti di sorpresa. La forza di una rivoluzione vera sta nella presa di coscienza collettiva delle masse.

Così non esiste il senso, manca il nesso con i bisogni e con la ragione.

Allora ho pensato: la solita storia che si ripete. Qualche esperto di guerriglia urbana, a contatto con i servizi o inviato da qualcuno (sinistra o destra è lo stesso), cerca di far passare un corteo pacifico, democratico, sacrosanto, per un covo di teppisti. E giù con le analisi dei politicanti di turno, ho immaginato: “bisogna isolare i violenti” “i soliti no global di sinistra” “sono questi gli oppositori del governo” “prendiamo le distanze da un certo tipo di manifestazioni”. Manifestanti=Teppisti. Corteo=covo di violenti oppositori del sistema. Sì, del sistema e non del regime. Perché chi era a Roma sabato scorso avrebbe dovuto protestare contro un sistema fatto da una classe dirigente incapace, da un ceto politico indegno e inadeguato. Chi era Roma forse lo ha fatto, forse no.

La strategia, ad ogni modo, non è andata a buon fine. Un po’ le pronte dichiarazioni di qualche politico di buona volontà e di qualche poliziotto, un po’ la tempestività della circolazione delle informazioni in rete, ed è stato evitato l’ennesimo ipocrita tentativo di ridicolizzare l’intelligenza del popolo sovrano. Il binomio è rimasto scapolo. Ma la protesta è stata macchiata e gli indignados nostrani rischiano, dopo quell’assurda giornata, di chiudere baracca. Nessuno parlerà mai delle loro storie di donne e uomini incazzati ma solo della loro presa di distanza dalla guerriglia.

Un punto a favore per il governo.

Chissà se sono davvero appartenenti al black bloc. Chissà se esiste il black bloc, me lo sono sempre chiesto. Come mi sono chiesto perché non sono stati fermati in tempo. Di nuovo scontato, lo so. Allora ci rifletto e mi convinco che magari non sono infiltrati ma un tantino baciati dalla fortuna sì. Qualcuno ieri si sarebbe anche fatto intervistare e avrebbe spiegato come si muovono e si addestrano i militanti del black bloc. Annuncerebbe che la guerra continua e lo farebbe attraverso un giornale vicino al centrosinistra, questa volta nemmeno lambito dalle critiche e dalle accuse dei loro colleghi parlamentari al governo. Probabilmente mi sbaglio, forse la mia sensazione è solo figlia della storia italica, degli anni di piombo e della strategia del terrore. Nasce dal tempo in cui tutti condannavano i fatti di sangue e contestualmente lasciavano fare i “compagni che sbagliano” per comodità, ipocrisia, opportunismo.

C’è qualcos’altro che non mi torna. In attesa di altri arresti, subito dopo gli scontri di Roma sono stati trovati soltanto 12 colpevoli, molti dei quali minorenni. Possibile? Se non c’è inganno, se non esistono connivenze tra teppisti e Stato, allora qualcosa non funziona.

Se poi ci si mette pure il puntualissimo Di Pietro (solitamente accusato dal centrodestra di istigazione alla sommossa) con proposte di legge che non disegnano niente di nuovo, ci limitano nella libertà di manifestare e che, di fatto, ci farebbero ripiombare nell’oblio degli anni passati, allora qualcosa non funziona bene.

E se l’ex magistrato viene pure appoggiato dal ministro dell’interno leghista, allora il quadro è davvero offuscato. Anzi quasi nitido.