Camminando Nella Città Di Erech


Il linguaggio è la forma più avanzata di comunità, che non esiste al di fuori di essa, e la comunicazione è al tempo stesso il corpo del sapere, insieme di conoscenze, di passioni, di visioni, comportamenti, desideri e riappropriazioni; un complesso indistruttibile, indiscindibile, ma anche l’evoluzione dei dispositivi disciplinari, è il meccanismo di potere con cui controllare gli elementi più sottili del corpo sociale e raggiungerne gli stessi atomi, cioè gli individui.

La comunicazione articola le tecniche di individualizzazione del potere, ne diventa anima reale e incorporea, elemento dove si articolano gli effetti di un certo tipo di potere e il riferimento di un sapere, l’ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere danno luogo a un sapere possibile, e il sapere rinnova e rinforza il potere. E quando il linguaggio diventa visivo è il corpo stesso che interpreta e fagocita il comune, assimila e interiorizza i differenti dispositivi di riduzione della soggettività, del dominio sul linguaggio dei corpi e sui corpi.

La comunicazione diventa l’intersezione tra il potere e la vita.

La presunta civiltà occidentale ritornerà al mitologico scontro tra Gilgamesh, sovrano della città di Erech (o Uruk), e il selvatico Enkidu, simbolica metafora dell’incluso nella città degli uomini e dell’escluso da essa . Un muro, un recinto di mura ancora più alto e invalicabile, che marca la differenza tra esclusi e inclusi, instaurando dispositivi relazionali fondati sulla dicotomia inclusione-esclusione, che non soltanto gerarchicamente rende inferiore gli esclusi agli inclusi, ma assai peggio li priva della loro qualità specifica rendendoli non-umani, inutili al sistema. Una linea di demarcazione netta che pone da una parte chi potrà essere utilizzato dal sistema di produzione, in particolare quello tecnologico, e dall’altra, con gli esclusi alla tecnologia, coloro che possono gestire in maniera critica e antagonista la stessa, per promuovere spazi di libertà e autonomia vitale. Al dio che consiglia le leggi da scrivere su stele, si sostituisce l’Impero della istituzionalizzazione totale, ma il meccanismo non cambia: nell’era della società della sorveglianza digitale cambiano solo gli strumenti e i dispositivi, che sono interiorizzati in un modo così normalizzato fino al punto di apparire a ciascun cittadino la fonte più intima della propria autonoma coscienza. Il buon cittadino, il cittadino normale, è per così dire un incluso perfettamente addomesticato, adattato, conformato, normato e inserito nel ciclo di produzione; educato, quindi, ad una certa gamma di discipline che omologano insieme all’anima il suo corpo. Murato fuori e murato dentro, ma inconsapevolmente cieco rispetto all’esistenza di quelle mura. Alla perimetrazione esterna, ieri della città-stato, oggi dell’ Impero globale, corrisponde la perimetrazione interna del suo sguardo, dei suoi sensi, del suo stato ordinario di coscienza indotto a disconnettere da sé quanto viene sovranamente riprovato e condannato all’esclusione: ciò che viene messo fuori luogo comune esteriore dovrà essere nel contempo disaggregato e disconnesso interiormente. Un potere istituente che fonda la regola impalpabile della relazione con chi è fuori dal luogo comune. E questa regola stabilisce, per quanto la riguarda, anche la sua dogana: all’Alt! che essa decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena oppure in guerra. Alle soglie del Terzo Millennio l’Impero , sistema produttivo e politico globale dell’unico esistente possibile, espropria tempi, energie e saperi, riduce continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto.

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Coming Soon

 

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Anonymous Joins #occupywallstreet

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See also signs of support for S17 on Anonymous’s Twitter and websites.

Meanwhile S17 is surging ahead internationally. Simultaneous occupations of financial districts are now being planned in New York CityMadridMilanLondonParis and San Francisco. With a bit of luck, this list of participating cities will expand.

If we can pull together just the right mix of nonviolence, tenacity and strategic smarts, S17 could be the beginning of the global revolution we’ve all been dreaming about for so long … wouldn’t that be lovely.

for the wild,

Culture Jammers HQ

occupywallstreet.org // occupywallst.org // Reddit // Facebook

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Il Ritorno Del Cyber-Hacktivismo. Gli Albori Di Zion.


Negli ultimi dieci anni, schiacciata dalle mitologie sulla rete [1] imposte dai blogger di regime, la combinazione di attivismo e hacking è stata resa tiepida, quasi un riformismo legato posticcio e appiccicaticcio che ha nascosto la vera fattezza di Internet, ossia reti meramente commerciali e totalmente sotto controllo.
Ma, oggi, qualcosa sta cambiando. 
Il cyber-hacktivismo scuote le membra di una nuova forza globale emergente.
Gli ultimi attacchi di Anonymous – all’azienda di trasporti Bay Area Rapid Transit (BART) colpevole di aver bloccato le connessioni cellulari delle sue stazioni scelte come meta di una manifestazione pacifica – dimostrano che stiamo vivendo una politicizzazione dei gruppi hacker non solo in una filosofia esplicitamente anti-anziendale e anti logiche di mercato, ma anche di opposizione al presente imposto dal Nuovo Ordine mondiale.
Se il Denial of Service – netstrike nella sua forma italiana legale e partecipata – è stato il principale strumento della disobbedienza civile elettronica, oggi, non basta più interrompere un servizio e rivedicarne l’atto, ma bisogna assicurare strategia e tattica dalle retrovie – utilizzando tutti gli strumenti della digital guerriglia – all’obiettivo di essere  sabbia negli ingranaggi del potere.
Come un richiamo tribale a lavorare per rafforzare la sicurezza dei manifestanti nel mondo reale di tutti i giorni, i nuovi gruppi di cyber-hactivismo ritornano ad emergere cone isole nella Rete, zone autonomee temporanee di resistenza all’esistente politico di miseria e oppressione.
Servizi come Twitter, Facebook, Msn e gli operatori di rete SMS sono ormai strumenti di controllo nelle mani dei Governi che li utilizzano come ‘prove’ per risalire e arrestare i manifestanti.
Ma la conoscoscenza non tollera il dominio.
Nuovi sistemi di comunicazione nascono, per comunicare in modo sicuro e organizzare l’attivismo non solo virtuale ma soprattutto reale, fornendo strumento come auto-messaggi che si distruggono in ricezione, archivi per i propri messaggi memorizzati su hardisk fantasmi, e altri strumenti anti controllo e anti monitoraggio.
Tutto questo è Wire, piattaforma ancora in stato alpha.
L’attacco a Facebook del prossimo 5 novembre se risulterà vero sarà la chiamata mondiale a una nuova Resistenza.
Il Cyber-hacktivismo sta diventando una forza combattente.
Zion è agli albori.

[1]
Mitologia I: la rete non può essere controllata.
Mitologia II: La trasparenza è sempre buona.
Mitologia III: Lo sciame è sempre intelligente.

Carlo Formenti, Cybersoviet “Utopie postdemocratiche e nuovi media”, 2008, Raffaele Cortina Editore

eugenio iorio - jacques bonhomme

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Le Chiamano “locuste”. I Nemici Di Zion.

ZION. I anno della Resistenza.

Le chiamano “Locuste”.
Sono i nuovi padroni del mondo. I signori dei mercati finanziari.
Creano panico attraverso ingenti movimenti di denaro.
Acquistano al ribasso ed escono dalle posizioni prima ancora che gli altri abbiano capito cosa stia succedendo.
Provocano con pochi miliardi di scambi cali da centinaia.
Si inseriscono nelle crisi economiche e politiche.
Colpiscono i Paesi più deboli.
Sono i gestori degli hedge fund, annusano l’aria, danno il via alle danze iniziando a liberarsi dei titoli da svalutare, ad es. come quelli italiani, e scaricano sul mercato titoli delle società quotate più direttamente interessate dall’effetto “bund” (le banche), determinando ingenti cali.
Determinano perdite e guadagni dei titoli di borsa dove, in fasi incerte come la crisi che stiamo vivendo, c’è chi dilapida ingenti patrimoni in poche ore e chi si arricchisce a dismisura, chi specula scommettendo sul default di intere nazioni e chi, come i piccoli risparmiatori,  rimane fermo in attesa che la tempesta passi sperando di recuperare le perdite accumulate nelle settimane di alte maree.
Con poche mosse (e pochi soldi) possono far sprofondare nel barato aziende fino a poche settimane prima in salute.
Alimentano il “panic selling””, il processo che porta gli azionisti a vendere a reffica i titoli quando il prezzo di questi inizia a virare verso il basso (e soprattutto quando a guidare il ribasso sono le vendite degli investitori istituzionali).
Hanno in scacco le Banche mondiali.
Hanno in scacco i Governi mondiali.
Hanno in scacco le nostre vite.
Il mondo così come lo conosciamo ora appartiene a loro.

eugenio iorio - jacques bonhomme

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Della Crisi, Dei Giovani E Dei Social Media.

Tutti i governi occidentali hanno definitivamente rotto il “patto fra generazioni”, quel patto che negli anni è servito non solo a garantire a tutti un futuro – ovvero istruzione/formazione, creazione di posti di lavoro e costruzione di appartamenti/case a buon mercato -, ma soprattutto ha costituito il potere di immaginarlo e la capacità di narrarlo.[1]
Dopo che i governi occidentali – come ultimo atto del loro fallimento – hanno precluso ai giovani questi tre diritti fondamentali, possiamo solo aspettarci un nuovo medioevo per il controllo dei sogni dei nostri giovani, ormai confinati sempre più in un anarco-individualismo da “infelici e sfruttati”, attraverso una nuova strategia e tecnologia del controllo sociale: “una economia della felicità”.
Perché ai giovani, alla gente interessa soprattutto essere felice, anche se poi ognuno intende esserlo a suo modo, lontano, però, da una felicità collettiva.
Ed è proprio per questo che il crollo dei titoli in borsa non è nulla in confronto al declino della coesione sociale, a cui nessuno – politica e media in primis – presta attenzione.
A chi, anche dopo un duro percorso di studio in aule sovraffollate, non intravede più opportunità per sé e per i propri sogni, a un certo punto Facebook o Twitter non bastano più come valvola di sfogo.
Allora, come in Inghilterra, basterà un episodio tragico, ma in fondo banale, a far esplodere la frustrazione repressa in seguito al salvataggio della finanza.
Così, spinte da motivazioni peraltro giuste, le persone devastano e saccheggiano in un desiderio di avidità e di accumulazione personale di risorse. E trasformano in inutile e dannosa la propria rivolta di individui.
Nel suo piccolo, questa reazione sembra l’esatta riproduzione del modello proposto alla popolazione dai piani alti della società: arraffa quel che puoi e scappa.
Quelli che stiamo osservando sono in realtà i banchieri della strada, come li chiama Karl Fluch. [2]
Questa degenerazione potrà essere arrestata solo dalla politica, non con la polizia e le frasi fatte, ma con atti concreti e senza ulteriore indugio.
Perché i giovani di oggi si stanno scontrando con una realtà che non può o non intende più soddisfare le loro richieste, nonostante siano teoricamente garantite da diritti fondamentali.
E le proprie richieste purtroppo sono immolate all’unico dio che questi giovani conoscono: il consumismo.
Sembra di vivere un romanzo di Ballard, in questi giorni.
Individui in rivolta nell’appagazione del dio consumismo, governi che l’unica cosa che sanno proporre è bloccare Facebook, Twitter e i sistemi di messaggistica istantanea.
Con la benedizione di qualche blogger, anche in Italia. [3]
Perché i media non riescono a percepire il profondo declino della coesione sociale, la mutazione che il consumismo e, in particolare, l’utilizzo tecnologico, la comunicazione mobile, l’utilizzo di internet, ha favorito una identità collettiva – collante di individualità anarco-individualiste – dagli stili di consumo e vita delle fasce giovanili.
La società si costruisce diversamente. Nel sapore quasi metallico di device e onde radio, quella autonomia spacciata per libertà ha mutato lo stesso concetto di felicità.
La felicità nata dai petali dei fiori nei “non luoghi”. [4]
I pc e internet sono i simboli della società “comunicativa”.
Costituiscono, stando alla portata di tutti, un immenso serbatoio virtuale di tutto il sapere del mondo e si presentano, oggi, come la chiave virtuale di tutte le relazioni immaginabili.
Tutto sta nell’aggettivo “virtuale”: ideale per trovare subito l’informazione o il dettaglio dimenticato.
Ma Internet non è di per se uno strumento pedagogico, insegna molto a chi sa già.
La molteplicità delle informazioni impone a ciascuno, dietro l’apparenza della libera scelta, la dittatura del consumo e l’illusione della diversità.
Internet è uno specchio della nostra società divisa tra due vertigini opposte: la dittatura del senso (quando ciascuno ha il suo posto/ruolo, ma non il diritto ad averne un altro) e la libertà vuota (quando ciascuno ha scelta, ma non sa tra cosa).
Quanto alle relazioni sociali che permette di stabilire sono di due tipi: quelle che diventano reali nel mondo naturale reale e quelle che vivono di un nuovo sé nel mondo artificiale reale, ovvero non solo avatar virtuali, perché, una volta catapultati nel reale possono trovare la rottura dei codici di senso ed essere capaci di tutto.
Perché quell’immagine del mondo costruita nella monade individualistica che prende corpo nel virtuale allevia le forme di isolamento e solitudine soltanto al prezzo di una maggiore dipendenza da quel simulacro di realtà.
Ma se si vuole davvero dialogare con chi ha il coraggio di dire in piazza quello che molti pensano in privato, allora bisogna isolare i pochi esagitati e prendere sul serio tutte le forme di ribellione dell’individuo occidentale.
Perché da questo può nascere un movimento costituente dell’immaginario capace di trasformare i metodi di rappresentanza e quelli decisionali.
Perché nel bel mezzo di una crisi strutturale che corrode l’esistenza quotidiana, la condizione necessaria per cambiare il modello è trasformare il modo in cui è elaborato e gestito.
Perché per cambiare va ripensata tutta la democrazia.
Perché non si tratta di rigenerare mercati, ma di rigenerare le fondamenta politiche e democratiche dell’occidente, facilitare i luoghi e i cambiamenti, il potere normativo deve essere più distribuito con nuove opportunità di accesso e di garanzia quando la politica è lenta, corrotta incapace e fuori dalla capacità di capire le trasformazioni in gioco.
Perché la vita degli uomini e delle donne non può appartenere alle Banche, nuovi padroni delle nostra nazioni. Perché non si può vivere con la paura di qualcosa che accadrà all’improvviso in peggio.
È una sfida radicale, per quanto si voglia intenderla non violenta, all’ordine sociale, e tutti hanno chiare le possibili conseguenze: dalle bastonate della polizia fino ai problemi sul mercato del lavoro.
Ma la paura si supera solo unendosi. In rete e nelle piazze.
Trasformando gli immaginari individuali in collettivi condividendo gli stessi desideri, non più dei singoli ma della collettività.
Perché il desiderio è un’altra società, anche se le istituzioni sono marce e la crisi non è una crisi, ma una truffa dei potenti.
Perché la lotta per decidere come decidere, è già vita, nella gioia di sentirsi liberi.
Per questo i politici non riescono a capire quello che sta accadendo.
I partiti si fanno le domande sbagliate: quale organizzazione? Quale programma? Quale strategia? Se non ci sono risposte prevedono, con la condiscendenza di chi ha rinunciato ai propri sogni, che la ribellione sparirà. Forse.
Ma non le sue idee, non le sue speranze, non i semi di una nuova politica.
Potrebbe essere un ultimo appello alla vita prima di precipitare nel vortice di distruzione che ci inghiottirà.

[1] Leggi anche Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.

[2] Karl Fluch è redattore della sezione musicale del quotidiano viennese Der Standard.

[3] Mi ha molto fatto pensare l’intervista de “Il Messaggero” di oggi (12.08.2011) a Luca Sofri, che sostiene che bloccare la rete è lecito in caso d’emergenza.
Non credo che la trasformazione tecnologica e mediologica, che ha rivoluzionato l’intero paradigma delle relazioni umane, si possa fermare. E non perché io creda alla mitologia della grande rete libera e democratica.
Ma perché i blogger italiani sono degni della superficialità della pop Italia a cui siamo condannati, in cui le persone che producono contenuti sono più importanti dei contenuti prodotti.
Sofri, d’altra parte, ha avuto, finalmente, il coraggio di dire internet e, in particolare, i social network non sono un servizio pubblico ma imprese private che offrono servizi ai privati.
E questo legittima le tesi di Ottavopiano.it contenute in “The cyberbrain warfare: la guerra degli influencer” e in “Intellettuali, giornalisti e blogger nell’Italia della PopPolitica“.
Internet è lo specchio dei processi di potere che ci sono nel mondo naturale reale. Per cui se le banche sono i veri padroni dei nostri governi, hanno il potere di decidere sulla vita degli uomini e delle donne. Così le imprese sono padrone di Internet, hanno il potere di decidere sulla vita dei propri utenti, modificandone la percezione del mondo, i processi di influenza e costruendo nuovi controlli sociali.
Siamo ritornati al mitologico scontro tra Gilgamesh, sovrano della città di Erech (o Uruk), e il selvatico Enkidu, simbolica metafora dell’incluso nella città degli uomini e dell’escluso da essa .
Un muro, un recinto di mura ancora più alto e invalicabile, che marca la differenza tra esclusi e inclusi, instaurando dispositivi relazionali fondati sulla dicotomia inclusione-esclusione, che non soltanto gerarchicamente rende inferiore gli esclusi agli inclusi, ma assai peggio li priva della loro qualità specifica rendendoli non-umani, inutili al sistema.
All’Alt! che esso decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena oppure in guerra.
Alle soglie del Terzo Millennio il Nuovo Impero , sistema finanziario globale delle Banche dell’unico esistente possibile, espropria tempi, energie e saperi, riduce continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto.

[4] “Non luoghi” è un termine coniato e utilizzato dall’antropologo Marc Augé nel 1991, quando scriveva il il libro a cui ha dato titolo nel 1992. Il luogo antropologico è uno spazio intensamente simbolizzato, abitato da individui che vi trovano dei punti di riferimento spaziali e temporali, individuali e collettivi. Uno spazio nel quale è possibile leggere, decifrare, le relazioni sociali e le forme di appartenenza comune.
Il termine “non luoghi”, al contrario, si applica in modo del tutto naturale agli spazi nei quali quella lettura immediata del sociale non è possibile agli spazi in transito che frequentano, senza incontrarsi, individui che hanno in comune, per lo più senza essere coscienti, soltanto una effimera consistenza.

eugenio iorio - jacques bonhomme

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Indignazione E Coscienza Collettiva: I Catalizzatori Sociali Nell’Era Dei Social Network. Il Caso Della Pagina Anti-Casta.

Un precario licenziato da Montecitorio che dopo 15 anni di onorato servizio dovrebbe mettere a nudo i segreti della casta. Wow! Chi non rimarrebbe sbalordito da cotanta premessa? Finalmente è arrivato lui, gridano alcuni; finalmente ci liberiamo di loro, gridano altri. Ma dove diavolo eravate sinora, grido io. Già perché nonostante la premessa nulla di scioccante e degno di  rilievo è stato sinora pubblicato. Informazioni di ben altro peso sono tranquillamente pubbliche e reperibili sul sito istituzionale della Camera dei Deputati, che per Legge deve pubblicarle. O, in alternativa, una rapida lettura de “La Casta” di Rizzo e Stella ci darà molto di più in termini di informazione ed indignazione: ben 300 pagine di condensato.

Ma analizziamo questo esperimento, alla luce anche di una componente comune con il lancio del NoBerlusconiDay del 5 Dicembre 2009.

Il nostro precario di Montecitorio lancia la sua pagina, che nel momento in cui scrivo ha raccolto(anche grazie alla tanta pubblicità dei giornali elettronici e di buona parte dei social) 280.000 contatti in poco più di 72 ore. Strabiliante.

Ma qualcosa non torna. Già dal titolo virale e qualunquista. SEGRETI – CASTA – MONTECITORIO. Proiettate queste 3 parole su un network generico come Facebook, miscelate con la parola magica PRECARIO, convogliate verso un blog dove hanno attivato gli adsense in 24 ore(quando la procedura ne richiede al minimo 72), ci tirate su un po’ di soldini ed il gioco è fatto.  Questa potrebbe essere una visione per così dire economica del fenomeno, ma è ancora alquanto riduttiva.

Il 17 Luglio dal sito dell’Idv viene lanciata per il mese di Settembre 2011 una grande manifestazione per abolire i privilegi della casta, subito rilanciata dalla pagina facebook del popolo viola, noto movimento virtuale di opinione per coloro che seguono la politica su facebook.  Non è questa la sede per approfondire l’argomento, ma sono di dominio pubblico i forti legami tra alcuni degli animatori del popolo viola e l’idv, su dichiarazione degli stessi diretti interessati.

Sembrerebbe quindi di cogliere una notizia fortemente positiva: la società civile, i movimenti di opinione e i partiti fanno propria e rilanciano un’idea raccolta dal basso, in questo caso da un povero disgraziato che è stato licenziato da uno dei palazzi del potere dopo 15 anni di precariato.

L’effetto empatico è degno di profondo apprezzamento, dato che in pochi resistono al fascino di questa icona e sono pronti ad essere solidali con il malcapitato, immedesimandosi nelle sue condizioni di ex privilegiato e pronti a fare da connettori sociali per il lancio delle sue istanze, affinchè l’opinione pubblica sia coscia di quello che ci preoccupa e delle ingiustizie che sono perpetrare alle sue spalle.

Effettivamente anche in questo caso si riesce, con il messaggio giusto, ad intercettare una coscienza collettiva già ampiamente diffusa, e pronta per essere raggruppata e convogliata verso un sentimento di indignazione che sfocerà in un qualcosa che donerà finalmente una riscossa collettiva.

Senonchè sono davvero troppi per essere taciuti i punti di contatti tra questo esperimento e l’esperienza del NoBerlusconiDay, per pensare di trovarsi di fronte ad un prodotto genuino.

In primis gli strumenti che vengono messi in campo. Il precario, pur definendosi persona non esperta di web e risorse informatiche, sembra essere un decano del web marketing. Nel giro di 72 ore raccoglie 280.000 contatti su Facebook, 10.000 followers su twitter, circa 6000 lettori fissi sul blog, a fronte di 20 aggiornamenti facebook, 10 post sul blog e 3 tweet!

In secundis l’utilizzo di una icona collettiva. Così come San Precario(questa era il nick dell’anonimo blogger fondatore, anche lui inesperto di web) convogliava una coscienza collettiva verso il NoBerlusconiDay anche Mr.Truman si trincera dietro l’anonimato per convincere gli scettici che quello che sta facendo è pericoloso e che non è visibilità quella che cerca ma sana voglia di giustizia. Senonchè sono migliaia coloro che compiono indagini altrettanto pericolose e ci mettono ben più che la faccia: uno su tutti Julian Assange, che non a caso è stato (impropriamente) paragonato a Mr.Truman. La storia quindi non regge e sembra piuttosto un pretesto per non dare informazioni circa le reali intenzioni di questa persona(o sarebbe meglio dire organizzazione?).

Lo stile linguistico e l’utilizzo di una certa retorica sono l’esempio lampante di come l’impronta, tra le due componenti, sia la stessa. Questo è un post pubblicato poco fa da Mr.Truman, mentre questo screnn risale al 4 Dicembre 2009, poche ore prima della manifestazione lanciata da San Precario.

Il tutto per evidenziare che l’attività di Mr.Truman è paragonabile a quella di un distillatore di umori, piuttosto che a quella di un catalizzatore di idee e sensazioni.

L’auspicio è che ci sia realmente qualcosa da dire e che il tutto porterà una ventata di novità e l’alternativa che molti sperano.

Staremo a vedere.

Ora E Sempre Resistenza. Lettera Aperta A Maurizio Costanzo Di Pier Paolo Pasolini.


Avrai avuto anche 7 anni, quel 25 aprile 1945.
Ma quel giorno, capisti che non si trattava della tua “liberazione”, avevi con il fascismo un qualcosa in comune.
Perchè nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo televisivo della civiltà dei consumi, di cui tu sei stato e ne continui ad essere gran cerimoniere.
Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta.
Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole.
Oggi, al contrario, dopo quasi tren’anni -a partire dai primi anni Ottanta – la teledittatura del berlusconismo ha modificato la cultura e il costume italiani mediante una neo-civilizzazione televisiva tradottasi poi in consenso politico-elettorale.
Non solo. Ha modificato l’Italia. L’adesione al suo modello imposto è tale e incondizionata.
Per mezzo della televisione, il nuovo fascismo ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali.
Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza.
Ha imposto i suoi modelli a un unico nuovo “ceto medio culturale”: che sono i modelli voluti dalla crisi perenne e continua, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma” per appagare le sue angoscie, nevrosi, ansie e frustrazioni, ma pretende che non siano concepibili altri futuri da quell’eterno presente di precarizzazione.
Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi.
La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme.
Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa.
Lo sai bene, ti fu data la possibilità di far parte di quel progetto di potere, la P2 con la tessera 1819, che “liberava” l’Italia a modo vostro dal comunismo e dalla sinistra, e la poneva sotto il vostro controllo, il controllo di uomini che vi consideravate migliori degli altri.
Lo ricordi bene quel progetto, cancellò il gramscismo e la sinistra, di cui per accellare la dissoluzione invitavi nei tuoi talk show. Perché non hanno mai capito che tu lavoravi contemporaneamente alla produzione di senso e alla sua liquidazione, alla produzione sociale e alla sua neutralizzazione.
Ma anche i tuoi talk show erano un pezzo di quelle tv berlusconiane che sono un’orgia perenne di “divertimento” basato su sesso & prodotti, denaro e carnalità, un’oppiacea alterazione della realtà vissuta da milioni di italiani quale evasione dal proprio presente. Un meccanismo da allucinazione collettiva che, come per gli stupefacenti, al momento esalta e stordisce creando dipendenza, ma poi esaspera frustrazione, nevrosi e alienazione.
E i tuo talk show non erano soltanto luoghi attraverso cui passano i messaggi, ma centri elaboratori di messaggi.
Luogo dove si concretava una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare.
È attraverso lo spirito della televisione che si manifestava in concreto lo spirito del nuovo potere della Propaganda Due.
E se la parola, così come nel tuo Maurizio Costanzo Show era ed è esercitata, trova i media e le sue forme di controllo, ecco che essa vive la sua normalizzazione.
Lo spettacolo, l’intrattenimento, il mondo fantastico della pubblicità, l’informazione scandalistica, la disinformazione sono i migliori guardiani della normalità imperante e ne conservano il dominio con una precisa strategia di designificazione della diversità.
Un tempo il diverso, colui che volontariamente o involontariamente si poneva al di fuori della Città di Erech perché ne trasgrediva il reticolato della norma, mettendo in pericolo la stabilità della banale socialità del quotidiano, veniva eliminato in pubblico, con esecuzioni violente e simboliche: l’eliminazione era fisica e reale.
Oggi l’azione diventa incruenta, la diversità viene emarginata dal reale immettendosi in esso senza fluidità alcuna, tutte le strutture (quelle architettoniche-l’urbanistica del controllo-in testa, ma senza dimenticare quelle politiche, sociali, intellettuali) sono costruite per il normale.
Il diverso è ignorato, si finge che non lo si stia nascondendo nel carcere, nell’ospedale, nel mito letterario e nel ridicolo spettatore.
Esclusa dalla realtà sociale, la diversità si rifugia nel ghetto dello spettacolo, dove il potere ha trasferito i suoi roghi.
Lo spettacolo trasforma la diversità da crepa nel muro dell’equilibrio sociale in merce: i mostri non fanno più paura, ma arricchiscono imbonitori e impresari.
I diversi diventano cattivi, e i segni della loro diversità, portati sul corpo e nella psiche, vengono assunti dalle prassi spettacolari come gli indici rilevatori della loro crudeltà.
Trasformando il diverso in cattivo, la società dei normali, degli integrati, la società dello spettacolo, insomma, si costruisce l’alibi perfetto per perseguitare ed eliminare, con la violenza o con l’integrazione, chi non può o non vuole starci.
L’uomo contemporaneo si aggira tra le rovine di un mondo privo di realtà.
Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia stata autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo.
Eppure, a ricordo, il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore.
Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, quello tuo e della P2, attraverso i mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata, normalizzata per sempre.
E’ per questo che io, in questo giorno, in questo 25 aprile 2011 non trovo pace.
Quando, in un pomeriggio piovoso, cliccando nervosamente il telecomando trovo te e il tuo nuovo “Maurizio Costanzo Talk” su Rai 2.
E a me in questo giorno di Liberazione viene in mente: “Ora e sempre resistenza”.

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Tra La Guerra E La Pace, Io Scelgo Di Vivere

Gli altri non sono estranei. Sono una parte di me, del mio universo. La mia vita appartiene anche a loro. Non c’è interesse, né doppio fine. Lo sento che hanno bisogno di me. Forse ho più bisogno io di loro. Probabilmente mi sento vivo solo pensando che loro hanno bisogno di me.

Qui mi guardano sospettosi, mi sembra ovvio. È una terra falcidiata dalle molotov, da agguati inattesi, da attentati quotidiani, da esplosioni fatali. Sono due popoli tristi, costretti a dover convivere loro malgrado. Non si fanno compagnia. L’uno usurpato, l’altro usurpatore. E viceversa. Qual è la verità? Dove sta la ragione? Sono anni che ci rifletto. Scelgo da che parte stare, con tutti i rischi del caso. La storia racconta che gli uni hanno subìto l’aggressione territoriale da parte degli altri, che a loro volta sono scappati per secoli senza l’ombra di un tetto.

L’aria è densa di sangue. Respiro l’odio come fosse vitale alla stregua dell’ossigeno. Qui i bambini sono adulti dall’età di cinque sei anni. Trasportano bombe, imparano a sparare per difendersi, spesso per uccidere. L’altro è semplicemente il male. Non un nemico ma il male incarnato in un corpo umano. Di chi fidarsi? Devo stare in guardia, farmi accreditare e far comprendere loro che il mio arrivo in questa parte sacra di mondo non ha nulla a che fare con la guerra. Semmai con la pace. Conosco tutti i rischi, ho imparato sulla mia pelle a sentirne l’odore. Ma non importa. La mia vita in qualche modo gli appartiene. Deciderne la sorte spetta anche a loro.

Giorno dopo giorno sentono la mia appartenenza alla loro storia, alle loro vite, alla loro morte. Comincio a soffrire insieme a loro. Devo stare attento però. Devo guardarmi da quegli altri. Non ho mai sentito l’impulso di attaccarli. Non voglio la guerra. Ma loro no. Mi osservano, scrutano ogni mio comportamento, mi seguono passo passo. Lo ammetto: ho paura. Sono un uomo, mai ho creduto di essere un supereroe e di affrontare il pericolo scevro dalle paure. Un uomo senza paura è una macchina. Sono qui per condividere la mia vita con una parte di me. È così che mi sento completo. Seppure la vita sia fatta di scelte, non ho alcun pregiudizio nei confronti di alcuno. So che gli altri mi odiano. Sono l’ennesimo obiettivo da abbattere, non voglio ma è così. È il gioco delle parti.

Qui ho cercato di portare un po’ di serenità, assieme al cibo, all’acqua, ai libri, al desiderio di emancipazione e di riscatto da un tempo trascorso a cercare di capire come riprendersi tutto ciò che è stato rubato, violentato, sottratto con la prepotenza delle armi e della diplomazia. Cerchiamo di guardare oltre il muro del futuro. Immaginiamo di poter andare a scuola, di passeggiare con la propria compagna, di recarci sul luogo di lavoro col sorriso sulle labbra. Sogniamo di non dover guardare l’altro con sospetto, di non scrutare mai più nell’animo altrui per conoscerne sentimenti e desideri. Mettiamo da parte, una volta per tutte, ogni forma di timore verso l’altro. Sono qui per questo. Voglio imparare anch’io, con loro, a non vivere il resto dei miei giorni sopraffatto dal terrore. Voglio vivere non solo esistere.

Mi prendono con la forza. Il momento è giunto. Mostrano oggi tutta la loro diffidenza nei miei confronti. Pure io sono un nemico. È lo scotto che devo pagare per aver fatto la fatidica scelta. Colpa di chi decide sulle teste altrui stando ben attento a scegliere da che parte stare. O forse è solo colpa della natura umana, della sua brutalità, della sua insoddisfazione. Lo capisco.

In questo luogo sono finalmente riuscito a vivere, e a gioire. Ora posso anche morire. Non l’ho scelto, lo so. Non vi è scelta quando la morte arriva per mano altrui. Ma ho vissuto. Non temete per me: mi basta questo per andarmene libero da ogni paura.