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Era Mio Padre

Seppur la vita gli aveva mostrato il contrario, per mio padre non potevano esistere persone che credono di barattare intere via crucis con una semplice stretta di mano e che si approfittano della confusione generale per posare un colpo di spugna su milioni di frasi di dolore o di speranza.
Perché gli altri, per mio padre, erano più importanti di noi stessi.
Per questo mio padre fu socialista lombardiano e lo fu ancor di più quando questa parola fu messa al bando.
Non serbava rancore, anche, quando Eboli, eccitata dall’idea di una rivalsa ipocrita nelle elezioni del ’93, dimostrò di non rispettare un uomo che aveva, con la sua vita austera e altruista, costruito un esempio per chi faceva politica.
Ma mio padre seppe amare senza riserve e senza pentimento, seppe perdonare.
Perché prima o poi, era convinto, che ognuno avrebbe capito.
Ma le miserie del medioevo a cui Eboli è stata condannata hanno scandito un altro tempo, aspettando ai piedi di una primavera che mai più sarebbe arrivata.
Mio padre credeva nei giovani, credeva nel loro impegno e ne è stato per molti mentore e consigliere senza risparmio.
Nel cuor suo fatto di battaglie per principi, che in questa società, sono tristemente romantici e desueti, sapeva che in fondo solo la memoria storica e la consapevolezza ci potevano restituire libertà.
Orgoglioso di mia madre, casalinga, libero da alcun ricatto morale e intellettuale, si è dedicato alla famiglia e a noi figli, agli altri e alle sue passioni, come la caccia e i suoi amici cacciatori.
Era la sua visione della politica, ma soprattutto della vita.
Perché una persona, per mio padre, doveva scegliere liberamente come vivere.
Perché senza libertà non ci può essere dignità, unico vestito che vale la pena indossare.
Come la lealtà, anche quando l’abbiamo da pagare ai nostri detrattori.
Mi diceva, invece, con una lacrima invisibile che scavava il suo stanco volto, che mai mi avrebbe proposto di scambiare un giro di parte nella mia esistenza con un ruolo importante in una gabbia.
Solo anni dopo capii che quelle parole erano un orgoglio di primavera nel pieno autunno della vita.
Nella natura così complessa, anche nelle forme più apparentemente disordinate, trovava strategie di semplicità per comprenderne la maggioranza degli aspetti.
E della comprensione dei fatti e delle cose della natura sapeva nutrire le sue giornate.
Non era nato ricco, né aveva intenzione di esserlo.
Gli bastava poter comprare libri.
Era la sua incessante preghiera che mormorava alla vita accoglienza.

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Nell’anno Della Signora.

Nel XXIX secolo la Terra conosce un nuovo medioevo.
Ridotti a pochi milioni (in gran parte mutanti), gli esseri umani hanno bandito la scienza e la tecnica, responsabili dell’epidemia che aveva svuotato le città otto secoli prima.
In un’era di fanatismo religioso, l’Italia è sotto il governo dei papi di Nuova Roma, contrastato dal culto neopagano che domina il nord, dove una casta di guerrieri e sacerdoti ha ridotto in schiavitù i mutanti e punisce con la morte ogni tentativo di resuscitare la cultura degli antichi.
Paradossalmente, il tempio di questa religione tecnofoba è una cripta che custodisce una unità di ibernazione computerizzata.
Ma, non appena un monaco eretico ficca il naso nei misteri del luogo, si scatena l’apocalisse: richiamato in vita dal suo gelido sonno, l’essere che dormiva laggiù offre alle bande dei ribelli la chiave per rievocare le antiche magie che si annidano nelle rovine di Milano.
Inutilmente la chiesa tenta di rimettere il coperchio al vaso di Pandora e di esorcizzare lo specchio della potenza tecnica: le sbarrano la strada i ribelli anarchici che, grazie proprio alla tecnologia, sperano di annientare le caste dominanti.

Ho mangiato questo libro in due giorni e mezzo.
Lo trovai a metà prezzo alla libreria Melbookstore di Roma.
Non sapevo della sua esistenza.
Pensavo che Carlo non scrivesse romanzi.
Quando a cena, prima di partire, gli ho detto che me lo sarei portato in vacanza si è messo a ridere.
Ero curioso di capire quanto uno dei miei sociologi preferiti fosse “immaginifico”.
Sono rimasto schiacciato dalla idea di fondo del libro.
Se una guerra atomica, una epidemia mortale, insomma un’apocalisse lascerà qualche decina di milioni di umani su tutta la Terra, come faranno questi a ristabilire il grado di conoscenza della tecnologia quando non sappiamo oggi minimamente come funzionano le cose che usiamo? Come sarà possibile tramandare la conoscenza tecnologica in un mondo di barbarie? e infine: la tecnologia ha trasformato la nostra civiltà in meglio o in peggio?
L’ho aggiunto ai miei preferiti di sempre:
Q di Luther Blisset
Il ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti
La trilogia del Demone (di Magdeburg) di Alan D. Altieri
Il pendolo di Foucault, Il nome della rosa e Il cimitero di Praga di Umberto Eco

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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L’Essenziale È Impalpabile – Ovvero: ‘Del Buon Cibo’.

Non si cucina bene che col cuore.

Gli ingredienti son invisibili agli occhi.

Non si assapora bene che con l’anima.

Il gusto è impercettibile al palato.

Nota di Zolletta 1: Magari mi sbaglio. Anzi, come scriverebbe l’ottimo @jovanz74 sul suo Gilda35 :  OppureNO.

Nota di Zolletta 2: “non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” [cit.]

Nota di Zolletta 3: Oggi mi è tornato alla mente Un’insalata non poi così terribilmente complicata, cioè quello che considero il mio primo vero “Racconto della (e dalla) Cucina” di Ottavo Piano . Alcuni si chiedevano cosa significasse. Mi sono anche ricordata di un post di Oz e, di conseguenza, la celebre frase del piccolo principe (cfr. Nota 2). E poi, ecco che la memoria mi porta a un buon libro. O meglio, a un buon cuoco scrittore che ha ispirato i miei racconti della cucina. Mi piace sempre molto leggere Allan Bay : scrive bene, in modo chiaro e intriso di passione per il suo lavoro. Le sue ricette sono semplici, decise e oneste, come piacciono a me. Nella mia cucina. I 100 strumenti di un cuoco curioso è, se non sbaglio, il suo ultimo libro: una sorta di compendio, autobiografico, degli strumenti, più o meno essenziali (più meno che più, a dir la verità), da tenere in una cucina eccellentemente attrezzata. Utensili, macchinari, arnesi, tecniche, qualche ricetta e frammenti di vita dell’autore. L’opera completa di Bay, ho sempre pensato, è come se fosse impregnata dell’essenza, impalpabile ed onesta, del cibo che sentiamo buono. Onesta è l’essenza di ciò che percepiamo buono, in cucina. Perché, ricordando le parole dell’impareggiabile twittera @dtblamethecake: è impossibile mentire in cucina. Infine, chiudo questa Nota,con l’ambizione di candidare questo post alle celebri “Regole” della @riduc. In fin dei conti, potrebbe trovare una collocazione adatta accanto alla regola N° 24 “Non mettere mai a bollire l’acqua del tè o della pasta se stai lavorando!”.

E’ Questione Di Tempo…

In questo post, sono state catalogate e schematizzate le figure di influencer che, in virtù delle loro caratteristiche, riescono a modificare l’opinione pubblica.
Proprio in questo senso, pensavo al ruolo che svolgono i giudici nel nostro Paese.
Volendo schematizzare, il giudice o il magistrato (la mia analisi è tout court e non vuole essere in alcun modo giuridica) potrebbe essere definito un Guru in quanto detiene il potere delle relazioni, della conoscenza e della persuasione  (nota di Oz).
Il giudice può contare innumerevoli relazioni umane: personali (amici, parenti, gente comune), professionali (imputati, colleghi, personale), collaterali (politici, imprenditori, malavitosi).
Al pari degli intellettuali (i router) ha conoscenze proprie e derivanti dalla professione che svolge. Il giudice, nella sua qualità, può avere accesso a diverse informazioni precluse alla gente comune (intercettazioni, pedinamenti ed indagini di vario genere).
Nelle sue funzioni, è uno switch. Le informazioni ottenute (indagini), le instrada affinché una porta (indagato) ne venga colpito.
Il giudice, o il magistrato, vive, inoltre, dei benefici del bridge e del firewall!
Come un bridge, il giudice fa da ponte tra varie realtà sociali e professionali e le sue informazioni, derivano da altri bridge (collaboratori o altri giudici). Ha la funzione di firewall, i togati sono organizzati in lobby (l’ultracasta) organizzati con regole proprie.
Voglio ricordare che nell’esercizio delle sue funzioni, il giudice non ha responsabilità civile (sì parla di effettività non di esistenza cfr. L. 117/88), ergo non solo causa ingenti danni al cittadino, ma mina alla radice la legalità e la democrazia!
Al giudice, vanno riconosciute altre due peculiarità: l’autorevolezza e l’uso del tempo.
L’autorevolezza è classificabile in immateriale ed in materiale. Immateriale perché ogni magistrato vive della propria aurea di intoccabilità (e della propria presunzione). Materiale, perché il giudice fa  le sentenze (parlo di vincolo morale e non ex lege) e quindi precedenti. Obbliga così tante persone ad attenersi ad un comportamento che egli stesso impone [talvolta anche senza osservare le leggi (i salomonici giudizi di equità)].
Il tempo, ma forse sarebbe più corretto parlare di tempistica (i magistrati, è noto, riescono ad influenzare anche l’agenda della politica). Il giudice può decidere quando mettere in moto tutte le sue potenzialità e scagliarle contro il presunto, siamo pur sempre garantisti, reo.
Credo sia chiaro, come questa figura possa in totale autonomia vivere sulle spalle della comunità, aggiustando situazioni civili e politiche a proprio piacimento, piegando al proprio volere la dura lex.
Ora Vi pongo una domanda, ma se ci fosse qualcuno pronto a cambiare lo status quo, a questa minaccia, l’ecosistema appena descritto come reagirebbe?

A Voi la risposta…

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"Non sono queste le circostanze che non si partecipano a chi non si vergogna di appartenere ad una certa "Razza". Io non mi vergogno, anzi mi vanto." Domenico Manzione

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Ehi Scrooge, Levati Di Mezzo! Ho Da Parlare Con Uno Spirito!

La foto è di Ugo Villani

Sarà il freddo incalzante, eppure stasera faccio a pugni con i ricordi, citando indegnamente una canzone di De Gregori. Inciampo barcollante sulla porta di Ebenezer Scrooge e invoco lo spirito dei Natali passati.

Ho voglia di infanzia, di ritornare a giocare. Ho voglia di scrivere il mio personale Canto .

Il Natale aveva inizio con questo spot qui . Bastava che lo passassero in tv per pregustare le vacanze a scuola, il profumo di abete che mi investiva non appena aprivo la porta di casa, il rito di preparazione dell’albero e o’ presep . Mi piaceva il pastorello che raffigurava il guardiano delle pecore; era piazzato lì, seduto ai piedi di una montagna fatta di cartone e ricoperta di muschio. Mi sono sempre chiesta cosa contenesse la sua tracolla e perché l’agnellino più piccolo non riuscisse mai a tenersi in piedi.

Sì, ma il bambinello?

E’ troppo presto, dobbiamo aspettare la mezzanotte del 24“.

E’ che io alla mezzanotte non c’ero mai, o meglio, c’ero, ma riponevo il bambino Gesù nella capanna del presepe a casa di mia nonna. Mia zia lo preparava lì, ai piedi dell’albero, e puntualmente finiva sommerso da una pila di regali.

Tuttiatavolaaaa!

Una cena luculliana e quandoarrivalamezzanottechevoglioaprireiregali?

E guanti, sciarpe, cappelli, l’immancabile pigiama, videogiochi, barbie, maquestolopossocambiarechenehounoguale e il ritorno a casa, passeggiando per un Corso deserto e illuminato, insonnolita, ma allo stesso tempo impaziente di scoprire i doni lasciati dal misterioso e paffuto Babbo Natale.  Non ho mai capito quando mio padre trovasse il tempo di tornare a casa e lasciare i regali sotto all’albero senza che io me ne accorgessi; eppure, ricordo perfettamente l’emozione nello scartare il tanto agognato Dolce forno Harbert , che avrò usato al massimo due volte prima di vederlo scomparire dalla mia attenzione, offuscato dall’amena bellezza di altri superflui e, allo stesso tempo, necessari giocattoli.

Se potessi, domani non andrei a lavoro. Indosserei quei guanti colorati di quando ero bambina, quelli con i pupazzi ricamati sulle punta delle dita, e correrei a comprare i bengala ed i fiammiferi. Starei ore e ore seduta lì, sull’ultimo gradino esterno dell’entrata del negozio di mio padre, a guardare incantata la fiamma che lentamente si consuma circondata da scintille colorate e incandescenti.

Caro Spirito dei Natali passati, prometto che sarò brava!

In fondo, non chiedo tanto: mi basterebbe poter tornare ad essere per qualche ora quella bambina dalle scocche rosse ed il naso congelato. Può andar bene anche l’imbarazzante momento in cui davanti a tutti recitavo la poesia e poi con il piattino passavo a raccattare gli spiccioli che di lì  a poco avrei usato per giocare a Tombola.

Aaa Correttore Di Bozze Cercasi. No Perditempo!

Trascorro le mie giornate leggendo storie scritte da altri. Presto attenzione ai dettagli, ai personaggi, alla trama.

Non saprei indicare quale è stato il momento preciso, ma ad un certo punto mi sono lasciata prendere così tanto dall’intreccio altrui che ho smesso di leggere tra le mie di righe. Ho perso la voglia raccontarmi, di immaginare un finale, di inventarmi qualcosa (cit.).

Forse sono solo un fumetto dai capelli arancioni che osserva quella ragazza seduta su una panchina del lungomare intenta a fissare l’orizzonte con un libro abbandonato tra le mani. Vecchie storie mescolate all’immagine di una persona pronta a decostruirsi per dar vita a qualcosa di “migliore”. Una persona che da qualche tempo non vedo più.

E’ come se i miei pensieri fossero stati deformati da una specie di Černobyl’ emotiva. Ho smesso di esistere, pur continuando ad essere qui.

Sono lontana, alla ricerca di una me. Non è importante che sia vecchia o nuova, è fondamentale che sia me. Perché ho bisogno di ritrovarmi, di riconoscermi, di ricominciare a raccontarmi.

Mi sento come una pagina piena di refusi, ho solo bisogno di un attento correttore di bozze che metta le parole giuste al posto giusto.

Alla Ricerca Del Poi Nel Delirio Di Un Qual È

“Qual è la tua strada, amico?… la strada del santo, la strada del pazzo, la strada dell’arcobaleno, la strada dell’imbecille, qualsiasi strada. E’ una strada in tutte le direzioni per tutti gli uomini in tutti i modi. Che direzione che uomo che modo?”

Mi chiedo se poi ha senso scegliere una strada.

Senza nemmeno accorgermene, ho iniziato a camminare. Non ho guardato la direzione, non ho calcolato il tempo, non ho contato i miei passi. Non conosco la strada del santo, sono priva di fede. Forse la strada del pazzo mi è più congeniale. In alcuni giorni quella dell’imbecille mi calza a pennello.

E’ la strada dell’arcobaleno che alimenta la mia curiosità, saranno tutti quei colori…

Dean aveva ragione.

“Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo”.

“Per andare dove amico?”

“Non lo so, ma dobbiamo andare”.

Alcuni giorni sono stanca. In altri la meta sembra così lontana. In altri ancora sembra non esistere.

L’importante è andare, il dove… sarà il poi a determinarlo.

Evocativi O Principianti O Principianti Evocativi?

Dibatto sul concetto di “evocativo“. Lo faccio con un inquilino dell’ottavo, in parte per deformazione professionale, in parte perché mi diverte. La diatriba affonda le sue radici nella descrizione di alcune suppellettili.

La domanda è retorica (e lui detesta le domande retoriche): “Dove nasce l’evocazione?

Per me l’evocazione vive nella suggestione. Quando leggo, ho bisogno di vedere le cose, di immaginarle, di evocarle nella mia mente delineandone la forma e i colori. Devo riuscire ad ascoltare i rumori e, se sono fortunata, a percepire gli odori.

L’evocazione è nel dettaglio, in una frivolezza, perché basta una sfumatura per cambiare un colore. Aggiungere o togliere una parola non sempre modifica il contenuto, ma di sicuro ne determina la forma, la sua capacità evocativa.

Me lo conferma Carver .

Nei 1981 Alfred A. Knopf ha pubblicato la raccolta di racconti “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore” di Raymond Carver.

Le sfiorai il dorso della mano. Lei mi lanciò un rapido sorriso. Le presi la mano nella mia. Era calda, le unghie smaltate, ben curate. Le circondai l’ampio polso con le dita e lo strinsi”.

Questa immagine, tratta dal racconto che dà il titolo alla raccolta, non era stata descritta così dall’Autore, ma è la versione rivista dal suo editor, Gordon Lish. Il racconto in origine si intitolava Principianti e questo pezzo in particolare Carver lo aveva pensato così:

Le ho sfiorato il dorso della mano. Lei mi ha lanciato un rapido sorriso, poi si è rivolta di nuovo a Terri. Le ho preso la mano. Era calda, le unghie smaltate, ben curate. Le ho circondato l’ampio polso con le dita, a mo’di braccialetto, e l’ho tenuta così”.

Le due versioni sono molto simili tra loro, il contenuto non cambia, eppure… quel “a mo’di braccialetto” richiama un qualcosa di diverso, una tenerezza, un’attenzione che non è riscontrabile in un semplice “e lo strinsi”.

Ecco cosa significa per me essere evocativi: riuscire ad emozionare con un semplice particolare.

All’arrembaggioooo… E’ Arrivato L’ebook!

Alcune guerre si combattono a colpi di parole. Scenario della battaglia, la Fiera del libro di Francoforte . Un magnate dell’editoria ed uno delle telecomunicazioni con un colpo da maestro annunciano la nascita di uno store che, entro dicembre, metterà in vendita circa 1800 titoli in formato eBook. La piccola e media editoria insorge e tra un colpo e l’altro sferrato sulle pagine dei giornali (rigorosamente online, siamo nell’epoca del web 2.0, perbacco!) mi chiedo: “Qualcuno si sarà posto il problema dei contenuti?”.

Da quando l’eBook si è affacciato sul mercato editoriale il dibattito si è articolato in due filoni: il primo, rappresentato dai “cartacei”, acerrimi sostenitori dell’editoria tradizionale, esaltatori dell’oggetto libro e delle sue caratteristiche fisiche ed estetiche, il secondo dai “digitali” che vedono nel libro elettronico il “non oggetto” che rivoluzionerà l’editoria riducendo i costi di pubblicazione e di distribuzione, garantendo un risparmio di materiali e ore di lavoro.

Il passaggio dal libro cartaceo all’eBook è paragonabile a quello che è stato il passaggio dal rotolo al codex , una “rivoluzione” che coinvolse non solo l’oggetto fisico, ma soprattutto l’atteggiamento del lettore. Il codex per la prima volta permise al lettore di sfogliare, leggere  e scrivere nello stesso tempo, stabilire e consultare un indice, includere tavole. Il codex ha rappresentato l’introduzione di un nuovo supporto e di un nuovo modo di leggere; allo stesso modo l’eBook consente un approccio creativo ed attivo, permettendo al lettore di organizzare il testo su diversi livelli, di inserire note, richiami, bibliografie, percorsi ipertestuali.

In questa specie di corsa agli armamenti che punta alla conquista di un’appetibile ed inesplorata fetta di mercato, ho come la sensazione che si sia persa di vista una questione fondamentale: la qualità dei contenuti. Ogni anno centinaia di libri finiscono al macero e spesso i “successi editoriali” non sono altro che il frutto di un’attenta e ricercata operazione di marketing. Quanti e quali sono i libri che realmente piacciono ai lettori?

Francis Scott Fitzgerald sosteneva che “scrivere bene è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato”. Mi guardo intorno ed ho come la sensazione che ci sia troppa gente intenta ad immergersi ricorrendo all’uso delle bombole.

Come In Un Fumetto

Mi ritrovo affacciata alla finestra di un castello fatto di parole. Se ne fossi capace, probabilmente, mi disegnerei proprio così: con il naso all’insù, un libro tra le mani ed i pensieri sparsi in un impalpabile universo  fatto di forme e colori. Chi avrà colmato l’alienante vuoto delle pagine del volume che mi fa compagnia?

Sorrido ad un regalo inaspettato e lascio spazio all’immaginazione…

Molto tempo dopo, quando il mondo era stato lacerato in due e il mago Cavalieri e la sua marsina blu ormai esistevano solo sulle pagine dal taglio dorato dei lussuosi album di fotografie sui tavolini dei caffè dell’Upper West Side, Joe si ritrovava qualche volta a pensare alla lettera azzurra arrivata da Praga. Cercava di immaginare quello che c’era scritto, quali notizie, sentimenti e istruzioni. Era in quelle occasioni che cominciava a capire, dopo tanti anni di studi e spettacoli, di avvenimenti, prodigi e sorprese, la natura della magia. Il mago sembrava promettere che qualcosa andato in pezzi si poteva aggiustare senza bisogno di giunture, che ciò che era svanito poteva riapparire, che uno stormo di colombe o una manciata di polvere sparsi dell’aria si potevano ricomporre con una sola parola, che una rosa di carta bruciata di una fiamma poteva ricomparire sotto un mucchietto di cenere. Ma tutti sapevano che era solo un’illusione. La vera magia di un mondo fatto a pezzi stava nel contenere in sé cose capaci di svanire, di disperdersi totalmente come se non fossero mai esistite neanche all’inizio“.

L’immagine che colora questo post è di riduc .

A volte, chi non ti conosce riesce a cogliere più di altri la tua essenza… Grazie…