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Era Mio Padre

Seppur la vita gli aveva mostrato il contrario, per mio padre non potevano esistere persone che credono di barattare intere via crucis con una semplice stretta di mano e che si approfittano della confusione generale per posare un colpo di spugna su milioni di frasi di dolore o di speranza.
Perché gli altri, per mio padre, erano più importanti di noi stessi.
Per questo mio padre fu socialista lombardiano e lo fu ancor di più quando questa parola fu messa al bando.
Non serbava rancore, anche, quando Eboli, eccitata dall’idea di una rivalsa ipocrita nelle elezioni del ’93, dimostrò di non rispettare un uomo che aveva, con la sua vita austera e altruista, costruito un esempio per chi faceva politica.
Ma mio padre seppe amare senza riserve e senza pentimento, seppe perdonare.
Perché prima o poi, era convinto, che ognuno avrebbe capito.
Ma le miserie del medioevo a cui Eboli è stata condannata hanno scandito un altro tempo, aspettando ai piedi di una primavera che mai più sarebbe arrivata.
Mio padre credeva nei giovani, credeva nel loro impegno e ne è stato per molti mentore e consigliere senza risparmio.
Nel cuor suo fatto di battaglie per principi, che in questa società, sono tristemente romantici e desueti, sapeva che in fondo solo la memoria storica e la consapevolezza ci potevano restituire libertà.
Orgoglioso di mia madre, casalinga, libero da alcun ricatto morale e intellettuale, si è dedicato alla famiglia e a noi figli, agli altri e alle sue passioni, come la caccia e i suoi amici cacciatori.
Era la sua visione della politica, ma soprattutto della vita.
Perché una persona, per mio padre, doveva scegliere liberamente come vivere.
Perché senza libertà non ci può essere dignità, unico vestito che vale la pena indossare.
Come la lealtà, anche quando l’abbiamo da pagare ai nostri detrattori.
Mi diceva, invece, con una lacrima invisibile che scavava il suo stanco volto, che mai mi avrebbe proposto di scambiare un giro di parte nella mia esistenza con un ruolo importante in una gabbia.
Solo anni dopo capii che quelle parole erano un orgoglio di primavera nel pieno autunno della vita.
Nella natura così complessa, anche nelle forme più apparentemente disordinate, trovava strategie di semplicità per comprenderne la maggioranza degli aspetti.
E della comprensione dei fatti e delle cose della natura sapeva nutrire le sue giornate.
Non era nato ricco, né aveva intenzione di esserlo.
Gli bastava poter comprare libri.
Era la sua incessante preghiera che mormorava alla vita accoglienza.

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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Nascosta

Bene vixit qui bene latuit. 

[Ha vissuto bene chi ha saputo stare ben nascosto.]

Ovidio

elena corazza - riduc

Elena è una Designer. La sua passione è la causa della sua mutazione genetica: è da tempo, ormai, che sta assumendo, inesorabilmente, le sembianze di una matita. La troverete in giro sempre accompagnata dalla sua fedele “gomma vivente” che un giorno decise di cancellarle la bocca. È per questo che, oggi, porle una domanda sarà meraviglioso: potrà rispondervi solo con un disegno.

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Non Sono Un Bastardo

 

L’asfalto brucia. Non lo sopporto. Sento il vuoto attorno, rapide folate d’aria indifferente. Odori assenti, io che sento tutto.  Anche a un chilometro in linea d’aria alle volte.
Da dove deriva tutta questa impotenza? Libero non lo sono mai stato veramente, ma mi è sempre sembrato di esserlo col cuore. Non posso crederci! È finito tutto quell’amore? Non sono più avvolto. Nemmeno la consapevolezza di essere oggetto, per l’ennesima volta, dell’egoismo. Non ho mai chiesto nulla. Mai. Solo piccole attenzioni, lecito scambio dell’unico vizio che sia mai riuscito a riconoscermi: adorazione a prescindere.
Dalla brutalità antropica.
Dalla noncuranza del vicino.
Dalla razionalizzazione estremizzata dell’amore. Da quell’ammasso di perversione connaturata nella catena molecolare.
Ora il nulla. È buio, avverto il gelo e il mio cuore accelerato schizza fuori dal torace. Ce la farò?
Mi resta solo il tempo di respirare.

Sogni Di Piazza

Giro e rigiro. Non vedo nessuno. Dov’è la piazza? Mi avvicino in cerca di qualcuno che mi dia spiegazioni. È il primo maggio! Perché non vedo nessuno?

Qualcuno forse c’è, sono in quattro: ex operai in pensione. “Siamo venuti qui, come ogni anno. Non abbiamo sentito nessuno, sono anni che non abbiamo più contatti con i sindacati. Eravamo certi di incontrare qui il giorno della Festa dei Lavoratori tutto il mondo del lavoro”. Sono davvero sconfortati, smarriti. Si guardano attorno: “Adesso sbucheranno da quel vicolo, magari tutti assieme. Forse da quell’altro…”. Macchè. Un’altra cocente delusione.

Mi fermo con loro. Sentiamo tutti il bisogno di farlo, di scambiare qualche impressione. Loro, in particolare, cercano giustizia. Mi raccontano delle grandi piazze degli anni sessanta, settanta, anche novanta. “Altri tempi, quelli lì. I sindacati remavano tutti dalla parte dei lavoratori. Si poteva pensarla diversamente su alcune questioni ma la classe operaia era sacra”. All’epoca a nessuno sarebbe mai venuto in mente di accettare le condizioni invereconde imposte da governi di destra e sinistra sulla trasformazione del lavoro in lavoro flessibile, come gli imprenditori amano definirlo. Chissà perché poi, in pochi chiamano le cose con il loro vero nome. Lo avevano spacciato per l’antidoto contro la distruzione del tessuto economico-sociale di questo Paese. L’unico motore in grado di far ripartire una rete imprenditoriale, troppo spesso piagnucolona e poco spesso innovatrice. E invece, ci siamo ritrovati a pagare le scelte di una classe politica prona al potere delle lobby finanziarie che chiedono sempre e soltanto di sbrogliare quelle intricate matasse che regolano i diritti dei lavoratori.

“Ora che facciamo?”, si chiedono i quattro pensionati, “Non lo festeggiamo il primo maggio?”. Sarebbe la prima volta in assoluto in Italia. Paese di Berlusconi. È vero, ma anche terra della Resistenza, di Antonio Gramsci, dello Statuto dei lavoratori.

Saluto i quattro pensionati, mi volto dalla parte opposta e cammino. Percorro chilometri a testa bassa a riflettere. Come è possibile?

Sento un vociare, sempre più crescente. Diventa quasi assillante, disturba l’udito. All’improvviso una voce amplificata: “Finalmente beato”. Gli applausi sono incontenibili, le donne in lacrime. Anche gli uomini. Assisto involontariamente a scene deliranti di massa.

Non riesco a capire. Non ce la faccio. Ma questo non è lo stesso uomo che ha riconosciuto per primo lo stato croato e, di fatto, dato il via al massacro della guerra nei Balcani? Non è lo stesso che ha avuto il coraggio di chiedere la clemenza per un dittatore come Pinochet, che più volte ha incontrato durante il suo pontificato e mai fermato nei suoi disegni criminosi? Queste persone lo sanno? Le guardo una per una. Loro non guadano me, sono troppo estasiate, rapite dall’aria di festa falsa che sta consumandosi al fine di tenere in piedi un credo scricchiolante da decenni.

La Festa è da un’altra parte! Comincio a urlare: “La Festa è da un’altra parte! Non qui, non è questa la festa…è da un’altra parte!”. Mi sgolo, mi manca l’aria, nessuno mi ascolta. “Oggi è la Festa dei Lavoratori!!!”.

Apro gli occhi. Un filo di luce proveniente dalla mia destra illumina di colpo l’oscurità della camera da letto. I battiti del mio cuore rallentano poco alla volta. Comincio a tranquillizzami.

Mi asciugo il sudore della fronte e penso ad alta voce: “Siamo salvi”.

La Vita Secondo Victor Velasco

Vivere in alto, all’ultimo piano di un palazzo, ad esempio all’ottavo, comporta una serie di privilegi: avere una visione d’insieme della città, sentirsi liberi di sfiorare i confini con lo sguardo, coltivare la divina sensazione di non appartenere a nessuno un attimo prima di scendere in strada tra la gente…


“…una volta al mese io cerco sempre

di rendere nervosa una bella ragazza,

tanto per impedire al mio ego di avvilirsi…”

“…i vecchi sporcaccioni

riescono a farla franca molto meglio…”

“…agli albori di una nuova amicizia!”

(Victor Velasco,

citazioni dal film “A piedi nudi nel parco”)

Chi è Victor Velasco? Un filosofo epicureo? Un flâneur newyorkese? Un “uomo di mondo”? L’ultimo dei bohémien? Un aristocratico senza soldi? Un gentiluomo d’altri tempi? Un imboscato? Un romantico buongustaio? Un signore attempato che ha paura di invecchiare? Uno spiantato che approfitta del prossimo e in cambio dona la propria energia vitale? Un esistenzialista assetato di esperienze? Un single che è sempre in buona compagnia?… Tutte queste definizioni unite insieme? Già, forse le cose stanno proprio così: Victor Velasco è tutto questo in un’unica persona! Quindi è un essere inesistente, un ideale umano, un personaggio troppo variegato e intrigante per sopravvivere in questo mondo, fuori dalla pellicola. Soprattutto non è uno di quelli che sta a guardare mentre gli altri fanno, ma è uno che fa anche se gli altri stanno a guardare! Confusi? Niente paura: per comprendere le mie farneticazioni vi basterà visionare (o rivedere nel caso siate dei nostalgici recidivi) un film del 1967 intitolato “A piedi nudi nel parco” (Barefoot in the Park) e diretto da Gene Saks. Una commedia romantica tutto sommato scemotta se non fosse, appunto, per il personaggio di Victor Velasco che inocula in maniera provvidenziale nella “trama” un fattore di sana instabilità intorno alla quale ruota la (breve) “crisi esistenziale” dei giovani protagonisti (Jane Fonda e Robert Redford): vivere pienamente gettandosi a capofitto nell’esistenza senza fare troppi calcoli oppure condurre una vita ponderata, sobria, abitudinaria? Victor Velasco non può esistere nella vita di tutti i giorni perché rappresenta la necessaria alternativa che sonnecchia in stato di quiescenza all’interno di quella “bolla idealistica” grazie alla quale sopravviviamo a noi stessi. Se esistesse veramente, a lungo andare diventerebbe noioso e inflazionerebbe l’ideale alternativo che incarna.

Chi o cos’è, dunque, Victor Velasco? E’ l’esistenza che riprende quota prepotentemente; è camminare lungo il cornicione di un palazzo per rientrare in casa; è l’arte di arrangiarsi ed essere felici; è non preoccuparsi di restare in piena notte senza mezzi pubblici perché tanto c’è già una nuova esperienza che ci aiuterà a occupare il tempo in attesa del mattino; è possedere un pezzettino di mondo dentro di sé e donarlo agli altri con gioia, senza farlo pesare; è non dire mai “basta!” oppure “per oggi sto bene così!” o altre frasi tipiche di chi ha paura di vivere fino in fondo; è sperimentare per sentirsi parte integrante del mondo e non come osservatori asettici dall’alto di un castello fortificato… Victor Velasco è un buongustaio che preferirebbe morire piuttosto che prendere pillole contro l’ulcera e rinunciare a certe esotiche prelibatezze gastronomiche; è un uomo di “cultura” non nel senso libresco del termine ma esperienziale. Essere Victor Velasco significa “provare tutto almeno una volta”; significa diversità e integrazione; significa autoinvitarsi a cena senza farsi troppi problemi o portare un gruppo di amici in un fumoso ristorante albanese senza licenza (“I quattro venti”) per gustare piatti provenienti dagli antipodi del gusto ordinario; significa sfidare il freddo e le convenzioni e cantare “Shama Shama” (canzone popolare albanese) a New York tra una zuppa di fagioli greci e una bottiglia di ouzo con cui allentare i freni inibitori… “Andare a piedi nudi nel parco non è sensato, ma è divertente!” – dice la giovane sposina. Vivere senza compromessi, perché vivere è un’esperienza meravigliosa. Darsi totalmente! Questo significa essere Victor Velasco, essere simili o tentare di essere simili a Victor Velasco. E sì, perché non è facile diventare come Victor Velasco: non dall’oggi al domani. Ci vuole allenamento; occorrono anni. E poi bisogna almeno una volta nella vita sentire il desiderio di essere Victor Velasco: altrimenti inganniamo noi stessi solo per fare colpo sugli altri, calandoci in personaggi che non ci appartengono interiormente.

I viaggi, gli eventi affrontati nel corso della vita, le storie da raccontare, le persone incontrate, le esperienze, le vite intrecciate, le tracce indelebili sulla pelle e nell’anima, i sapori, gli odori, i colori, le facce, i luoghi, le lingue, le usanze: tutto questo e molto altro ancora converge miracolosamente in un’unica persona eccezionale e rara che masticando e metabolizzando gli anni vissuti pienamente ripropone al prossimo la propria incommensurabile (non da tutti apprezzata, anzi per alcuni fastidiosa) joie de vivre. Istintivamente mi ritornano alla mente i versi della poesia “Non vorrei crepare” di Boris Vian:

“…Non vorrei crepare

Nossignore nossignora

Prima di aver assaggiato

Il gusto che tormenta

Il gusto più intenso

Non vorrei crepare

Prima di aver gustato

Il sapore della morte…”

Charles Boyer , l’attore che interpretò il personaggio di Victor Velasco nel film del ’67, ebbe modo di assaggiare realmente (e non per copione) il gusto che tormenta… il sapore della morte. Esattamente come avrebbe fatto l’immaginario Velasco, anche Boyer non scende a compromessi con la non-vita: nel 1978, due giorni dopo la morte della moglie e con alle spalle l’oscuro suicidio del suo unico figlio (avvenuto nel ’65: due anni prima di interpretare la parte dello “spensierato” Velasco), Boyer decide di togliersi la vita con una overdose di barbiturici.

Una simile scelta può apparirci in netto contrasto con la gioiosa “filosofia di vita velaschiana” sopra descritta, eppure riflettendo con attenzione siamo addirittura in grado di rintracciare l’impeto vitale di Velasco nell’atto estremo di Boyer, perché come ci ricorda Pablo Neruda nella poesia “Lentamente muore”:

<<Lentamente muore chi non capovolge il tavolo…>>

Il Velasco che sopravvive in Charles Boyer decide di non voler morire lentamente e di voler capovolgere il tavolo della vita: paradossalmente in onore della Vita stessa! Come canta Franco Battiato nel brano “Breve invito a rinviare il suicidio”:

“…Questa parvenza di vita

ha reso antiquato il suicidio.

Questa parvenza di vita, signore,

non lo merita…

solo una migliore.

Chi ha conosciuto la bellezza, chi ha amato, chi ha sperimentato la passione, chi ha gustato i sapori della vita, chi ha avuto il coraggio di trasformare la propria esistenza in un immenso banco di prova, non può accontentarsi di attendere il giorno successivo, quello che viene dopo e così via… fino alla fine.

A Volte L’Uomo Inciampa Nella Verità, Ma Nella Maggior Parte Dei Casi Si Rialzerà E Continuerà Per La Sua Strada. (Piccolo Compendio Alle Noie Della Vita)

“Se qualcosa può andar male, lo farà”. Così declama la legge di Murphy e d’altronde, come dargli torto? Generalmente, lasciate a loro stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio.
A quanti, seduti su di un comodo divano, non è successo, con una mossa sbagliata, di far scivolare il telecomando della tv per terra? Tranquilli, cadrà sempre in modo da produrre il maggior danno possibile. Di pari passo in macchina, la coppa dell’olio o la batteria quando decideranno di rompersi? Quando avremo una fretta irrimediabile! Come dire, tutte le cose vanno male contemporaneamente e si danneggiano in proporzione al loro valore.
E dopo il danno? La beffa! Dovremmo sentirci i soliti medici che hanno un rimedio per tutto, quei qualcuno che “l’avevano detto”, sempre pronti ad intasare la nostra coda, perché l’altra va sempre più veloce. Ed è inutile cambiarla, quella che si è appena lasciata diventerà immediatamente la più celere. Senza contare che più è urgente il motivo per cui si fa una fila, più lento sarà l’impiegato allo sportello. Perché se c’è una maniera di rimandare una decisione importante, la buona burocrazia, pubblica o privata, la troverà.
Tutto diventa un delirio e se le persone intorno a voi sorridono quando le cose vanno male, è perché non hanno capito il problema o peggio, hanno già trovato qualcuno (VOI!) a cui dare la colpa. Errare è umano, ma dar la colpa a un altro, ancora di più.
Siatene certi, se tutto vi sembra andare bene, sicuramente state sopravvalutando qualcosa.
Certe cose si percepiscono anche nella vita di tutti i giorni! Quando non guardi, segnano. Quando incontrerete l’unico autobus che viaggia, in direzione opposta alla vostra, lungo una strada deserta? Ovvio, sul ponticello. E durante lo shopping? Se  piace, non hanno la misura. Se piace e hanno la misura, non sta bene. Se piace, hanno la misura e sta bene, costa troppo.
Ma se è periodo di saldi, non importa quale fosse il prezzo originale, ma quanto forte è lo sconto applicato.
Quindi, non lasciatevi affliggere dalla quotidianità. Il vero problema risiede nelle bruciature. Prima di proseguire vi ricordo che il vetro rovente ha esattamente lo stesso aspetto del vetro freddo. Ma finché ti morde un lupo, pazienza. Quel che secca è quando, ad azzannarti, è una pecora.
Rimanete fermi ai vostri principi e ai vostri valori, senza dimenticare che se aiutate un amico nel bisogno, non si scorderà di voi la prossima volta. Riuscirete così a farvi un nuovo nemico che, a dispetto degli amici che vanno e vengono, si accumulerà ai vecchi.
E lasciate perdere gli stupidi, né perdete tempo a discutere con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza. Purtroppo la somma dell’intelligenza sulla Terra è costante ma la popolazione è in aumento.
A tal proposito, se il computer  non dovesse dar segni di vita, funzionerà meglio se inserite la spina.

thule

"Non sono queste le circostanze che non si partecipano a chi non si vergogna di appartenere ad una certa "Razza". Io non mi vergogno, anzi mi vanto." Domenico Manzione

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Overwhelmed

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Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.


Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese – Verrà la morte e avrà i tuoi occhi


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REFERENCES

Anderson, Paul Thomas (1999), Magnoglia.
Anderson, Wes (2001), The Royal Tenenbaums
Mann, Aimee (1999) in Magnoglia OST
Smith, Elliott, In the Hay

A Mind Is A Terrible Thing To Waste

Vuoti a perdere: anima/mente.

When you walk through the garden

you gotta watch your back

well I beg your pardon

walk the straight and narrow track

if you walk with Jesus

he’s gonna save your soul

you gotta keep the devil

way down in the hole

he’s got the fire and the fury

at his command

well you don’t have to worry

if you hold on to Jesus hand

we’ll all be safe from Satan

when the thunder rolls

just gotta help me keep the devil

way down in the hole

All the angels sing about Jesus’ mighty sword

and they’ll shield you with their wings

and keep you close to the Lord

don’t pay heed to temptation

for his hands are so cold

you gotta help me keep the devil

way down in the hole

Way Down in the Hole – Tom Waits

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REFERENCES

Gabbie E Recinti

La foto è di NotForYou

E arrivo.
È qui che imparerò a colmare la distanza fra ciò che mi frulla per la testa e la sostanza concreta di cui sono fatte le mie idee. Questo posto fatto di uomini e di storie, questo magazzino di carne e sangue e infezioni e dolori e illusioni e speranze andate a male. Questa babele di naufraghi.
Qui imparerò che un uomo è un uomo. Sempre.

Non è un posto in cui si sprecano sorrisi, ed io lo so perché, ma saperlo non smorza il mio disagio.
Posseggo qualcosa che tutti loro hanno perduto, qualcosa che mi strapperebbero via.
Ai loro occhi devastati posseggo una dignità intatta.

Pura.

Qui è dove dormi tu” dice.
La stanza è grande e puzza. Un odore sgradevole e potente di malattia mi riempie i polmoni, si insinua nel circolo sanguigno e mi si incunea nel cervello. Puzza di morbi contagiosi, di cose morte, cose dalle quali è meglio star lontani. Cosa ci faccio qui? E scapperei via fra l’erba bagnata e fredda della collina sulla quale sorge questo inferno in cui sono voluto venire a tutti i costi.
Chiudo gli occhi e cerco di calmarmi. Quella che sento è solo puzza di chiuso e calzini luridi.
Lo so che è così ma la paura è potente ed io ho solo 17 anni e mi sento perso.

Adesso sistema le tue cose, fatti una doccia e poi vieni a tavola che ceniamo”.
“Qual è il mio letto?” chiedo. “Quello accanto all’armadio. Lì ci dorme Massimino ma adesso puoi usarlo tu perché lui è in ospedale” dice. E lo dice in modo secco. Mi mette alla prova, mi valuta.

Non voglio domandargli perché quel tipo è all’ospedale,

[puzza di morte]

so che quello che mi dirà mi farà paura.
“Come mai l’hanno ricoverato?”
Dice: “Ha avuto una crisi. Seria. Massimino ha l’AIDS”.

[infezioni, cadaveri]

Continua: “Le lenzuola sono pulite”.

Tutto questo accadde una primavera di 15 anni fa.
Ovviamente quella notte non chiusi occhio. Mi convinsi di essere stato contagiato circa 40 secondi dopo essermi infilato sotto le lenzuola. Volevo piangere e tornare a morire a casa, perché sarei morto senza ombra di dubbio. Non ero stupido, conoscevo le modalità di contagio, ero preparato.
Tuttavia ero ossessionato dalla paura. La paura di qualcosa che non conoscevo davvero, che avevo solo letto sui libri o visto da lontano.

Così diventi cieco all’evidenza. E l’evidenza è che gli uomini restano uomini anche quando sono sieropositivi. La nostra è una cultura che crea scissioni forti tra ciò che è percepito come normale e ciò che non lo è e viene posto ai margini. Confini netti e decisi che sono ideali e fisici.
I pazzi nei gruppi appartamento gestiti dalle cooperative, i tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche, i poveri in squallidi sobborghi urbani. O per strada. C’è sempre un modo per costruire barricate, delimitare.
Siamo la civiltà dei ghetti.

Quando Massimino tornò avevo già cambiato stanza. Ero in camera con Claudio.
Claudio aveva le mani completamente deformate a causa degli effetti collaterali dei medicinali sperimentali che prendeva. E Claudio aveva una storia. Una storia fatta di cose comuni, cose che appartengono al vissuto di qualsiasi essere umano. Lui mi raccontava di suo figlio ed io gli parlavo di me.
Ciò che insegniamo ai nostri figli, a chi ci sta accanto, è che l’AIDS è una piaga, che dobbiamo fare attenzione altrimenti ci ammaleremo e moriremo. Ci dimentichiamo sempre di ricordare ai nostri figli che un sieropositivo non è un morto che cammina, un mostro. Ci dimentichiamo dell’umanità.

La malattia porta via loro la vita, noi gli portiamo via la dignità. Tutto ciò che occorre è trovare il coraggio di pensarli come noi. Perché SONO come noi.

Quella primavera imparai che, nonostante fossi convinto del contrario, ero pieno di pregiudizi.
Imparai che l’unica cosa che può fare a pezzi un pregiudizio è la forza della conoscenza.

La Tigre E La Pavlova: In Ricordo Di Antonio Ligabue.

Silenziosa, una tigre con le fauci spalancate gira attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano. La cucina dell’ottavopiano è ampia, indefinitamente ampia. Ci sono tante cose e tante finestre nella cucina dell’ottavopiano. C’è un tavolo in legno di ciliegio, al suo centro. Su quel tavolo ci sono: un unico pizzico di sale, mezzo cucchiaino di essenza di vaniglia, un intero cucchiaino di aceto bianco, due cucchiaini rasi di maizena, una piccola ciotola in vetro con 250 grammi di zucchero a velo, una grande ciotola in ceramica con otto albumi d’uovo, diversi frutti di bosco lavati ma ben asciutti. La panna riposa ancora nel frigorifero, nella sua ciotola di metallo. Il forno è acceso, sta raggiungendo i 130 gradi centigradi.

Attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano, la tigre dalle spalancate fauci, come un gatto si insegue la coda, senza sosta gira. Io ho in mano la frusta per montare i bianchi delle uova con il pizzico di sale. Così preparo la Pavlova . Sempre nello stesso senso, muovo la frusta e la nuvola di albumi man mano si ingrossa: aggiungo gradualmente lo zucchero, l’aceto e l’amido di mais. Continuo a montare il composto finché non si addensa rimanendo gonfio, bianchissimo e lucido. Ci va un bel po’ di tempo e molta energia. Su una teglia formo una grossa meringa che subito rinchiudo in forno per un’ora e mezza o poco più. La tigre con le fauci spalancate continua il suo periplo attorno al tavolo di ciliegio della cucina dell’ottavopiano.

Prima di girare attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano, la tigre dalle fauci spalancate, imprigionata tra spire di un serpente, ruggiva, invocando una via di fuga – immagino. Ancora prima, la tigre correva sfuggendo tra i rigagnoli di colore impregnato nei fitti peli del pennello. E, ancora ancora prima, la tigre si muoveva, con cautela, tra i colori della tavolozza. Pigmento dopo pigmento, pigmento tra pigmento, pigmento più pigmento, si aggirava la tigre, forse non ancora intimorita. Ben prima della tavolozza, giaceva la tigre nell’anima del pittore. Antonio Ligabue, nato Laccabue nel 1899, liberava la belva sulla tela. Qui, intrappolata dal serpente ruggisce la tigre, come immagino il pittore ruggire , imprigionato dal manicomio.

In posa come per essere fotografato, impettito. Lo sguardo spavaldo sembra, nella mia immaginazione, sussurrare paura per l’umanità, là fuori dalla finestra. O forse, quell’espressione incertamente sicura non pertiene solo al pittore. Mi piace intravederci l’occhio della “normalità” che ha creato la prigione dei propri spettri istituzionalizzando il manicomio.

Dall’esterno verso l’interno, lo sguardo “normale” si dirige e si ferma, impietrito, ad osservare il ventre della gabbia dei matti. Spazio creato, mi viene da pensare, per contenere e domare quelle fiere incomprensibilmente inferocite, irragionevolmente fuori controllo, uscite dal “normale” corpo della società.

Il manicomio – generato da una modernità forse mai compiuta – era, mi piace dire, uno spazio-specchio: non conteneva, non domava, non controllava l’immagine di un’umanità che, impaurita e distaccata, si osservava, senza riconoscersi. Rifletteva quel corpo sociale che, dispensandosi delle proprie responsabilità, cercava di prendere le distanze dai propri spettri, irrazionali. Deformava e intrideva di orrore chi dentro lo specchio veniva inquadrato (framed), come la tigre catturata dal serpente e dalla tela pittore.

Con le fauci spalancate, la tigre gira ancora attorno al tavolo, in legno di ciliegio, della cucina, indefinitamente ampia, dell’ottavopiano. La Pavlova è quasi pronta. Nel forno si è già raffreddata. Ora è su di un piatto, tondo. La ricopro con panna montata e la decoro, con compassione e passione, posandoci sopra lamponi, mirtilli, fragole e more. Fantastico del pittore mai entrato nello specchio, lo immagino posare i pennelli e guardare la Pavlova, incuriosito. Lo vedo avvicinarsi e addentare un pezzo di una torta che per sua natura non può essere addentata. Chissà se, potendo addentare l’inaddentabile, il pittore libero dalla cornice e dal riflesso deformante dello specchio manicomiale si fosse dipinto il volto: le rughe attorno agli occhi stendersi in un sorriso stupito e divertito, le pupille scintillanti nascoste dalla panna.

La tigre ha ora chiuso le fauci. Quieta, riposa accanto alla gamba del tavolo di ciliegio della cucina, ampia, dell’ottavopiano.

Ispirazioni e fonti bibliografiche, cinematografiche, gastronomiche, iconografiche e pittografiche.

Basaglia, Franco

Bucci, Flavio

Ligabue, Antonio

Ligabue, Antonio, Pavese, Cesare Indisciplina

Ligabue, Antonio, Autoritratto

Pavlova, dolce

Pavlova, immagine

Nocita, Salvatore (1977) Ligabue, RAI Radiotelevisione Italiana

Tigre con serpente