Domenica Pomeriggio

La domenica pomeriggio era un frammento in bianco e nero.

Il sabato sera era volato via e aveva lasciato solo cartine stropicciate nelle tasche, a volte qualche mal di testa od un occhio nero.
L’uscita dalla chiesa delle adolescenti, la domenica mattina, era il tempo di un caffè e di una sigaretta.
A volte la domenica iniziava presto con un bellini alle nove del mattino e uno spinello d’erba.
Dietro a un banchetto guardavamo il mondo. Più che il mondo, quel piccolo angolo di provincia, che ci sembrava il mondo.
In quei banchetti anche l’Amnistia fu di nostro interesse.
Curcio, il carbonaro, era già passato da Eboli, e la Baraldini era diventa cittadina onoraria.
Il modello dell’emergenza, affermatosi in Italia verso la fine degli anni Settanta per reprimere l’offensiva sovversiva generata dai movimenti sociali dell’epoca, si caratterizza al contrario per il suo carattere d’eccezione dissimulata sotto l’apparente rispetto della normalità giuridica.
Episodi atroci erano avvenuti in un periodo di guerra civile strisciante, cominciata anni prima con le bombe di stato che ammazzarono in pochi anni centinaia di persone. A questo terrorismo di Stato, restato fino ad oggi totalmente impunito e misterioso, una parte non piccola del movimento di protesta giovanile oppose alla fine degli anni ’70 una guerriglia tragica, costellata di uccisioni, ferimenti, rapimenti ecc.
Quella scelta sbagliatissima sia sul piano morale che politico resta incomprensibile se non la si colloca in quel particolare contesto sociale e politico.
Circa 70 mila persone finirono sotto processo durante quella strana guerra civile e di queste oltre 20 mila passarono per le carceri.
Con l’Amnistia pensavamo si potesse chiudere una stagione all’epoca.
Fare pace con nostro fratello, quello figlio unico di una stagione che, oggi, nessuno più ricorda se non appena le vittime di quella ferocità.
Erano gli anni di D’Alema presidente del Consiglio, di Prodi tradito, e di Berlusconi, nei banchi dell’opposizione.
Erano gli anni in cui credevamo che l’Italia si potesse pacificare con un passato senza memoria.
Erano gli anni in cui Maradona non allietava più i nostri pomeriggi.
Il respiro fermo nei nostri polmoni e l’ansia che mangiava i pensieri.
Lo sguardo oltre la finestra si perdeva nel brusio delle radioline messe da parte.

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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