Elogio Dell’immobilità

È da qualche tempo che lambicco quel po’ di ammasso neuronale che mi è rimasto cercando di analizzare il flusso di coscienza che mi scorre attorno, riconoscerne i mutamenti e fissare il tutto. Per ora, l’unica cosa che sono riuscito a capire è che l’immobilità è la nuova forma di ultramobilità.

In un mondo che corre, scappa, lavora, crolla, criticizza, clicca qua e là, un mondo dove si elogia la vita “al limite” delle proprie possibilità, per stare al passo coi tempi bisogna essere velocissimi. Osservando ho capito che in questo mondo, per andare oltre, bisogna fermarsi. Immobili. Fissi nello spazio/tempo mentale che ci è concesso ed osservare il flusso. Rendendosi osservatori inerziali e dotandosi della giusta dose di pazienza, si può veder passare il Tutto davanti i propri occhi. Qualcosa come sedersi lungo la riva del fiume aspettando di veder passare il cadavere del proprio nemico, senza la necessità di avere un nemico ed un cadavere.

Qualcuno potrà controbattere sostenendo che questo spettacolo non è abbastanza interessante e che la noia è in agguato (e con essa una bella dose di Prozac) ma non c’è altrettanto rischio di noia in uno stato di iperattività forzata? Un operaio costretto a turni massacranti e ripetitivi, un bracciante che lavora sotto un sole cocente per pochi spiccioli non sono forse a rischio noia (per usare un eufemismo)?

Voglio quindi elogiare l’immobilità, la fissità, la totale e volontaria staticità del corpo ma non della mente. Voglio elogiare momenti passati su una sedia a guardar iniziare e finire il giorno pensando ad altro. Voglio elogiare le ore passate davanti al mare in attesa del sole successivo. Voglio elogiare il tempo che scorre noncurante dello spazio che ha deciso di non seguirlo.