Intellettuali, Giornalisti E Blogger Nell’Italia Della Poppolitica.

Che in Italia la televisione campi sull’audience della politica è ormai un truismo, ovvio anche ai bambini. E quando i politici hanno capito di poter raggiungere il vasto pubblico adattandosi alle logiche dello spettacolo è nata la politica Pop.
Un ambiente mediale trasmutato dal collasso di generi televisivi e costumi sociali invecchiati, quasi decadenti, in cui politica e cultura popolare, informazione e intrattenimento, comico e serio, reale e surreale, gossip e paure collettive si fondono dando vita a un nuovo ceto culturale. Un nuovo ceto culturale per un nuovo “Regno a venire” -avrebbe detto James Graham Ballard – nazionalpopolare, addormentato nella sua sonnecchiosa vita, aspetta paziente l’arrivo di incubi e paure che lo faccia risvegliare in un mondo carico di passione.
Una volta il nazionalpopolare era una categoria gramsciana, i giornali erano pieni di scrittori, intellettuali e giornalisti, la sinistra dominava la produzione culturale.
Oggi nazionalpopolari sono i reality show pieni di volgarità, la televisione pubblica e privata è piena di grandi cerimonieri di sedicenti interpreti della Volontà generale, di nani e ballerine, cantori del Popolo, fonte di ogni legittimità.
Gramsci è morto. Gramsciano non lo è nemmeno più l’ultima illusione e speranza della sinistra diffusa, Vendola, pasoliniano convinto, l’altra faccia della medaglia del berlusconismo.
Eppure non bisogna essere gramsciani per essere intellettuali o giornalisti liberi, per puntare il dito e dire che il re è nudo.
Per portare alla luce il potere quando esso è da qualche parte, remoto, inattingibile ma influentissimo o puntare il dito quando è incarnato dai quotidianemente visibili e imperversanti “potenti”.
Tutta la civiltà antica era costruita, persino nelle sue gerarchie, intorno all’uso della parola. Ed era la parola, l’arma con cui giornalisti e intellettuali, puntavano e sparavano al potere.
La politicizzazione di un giornalista o di un intellettuale, diceva Gilles Deleuze, si faceva tradizionalmente a partire da due cose: la sua posizione nella società borghese, nel sistema di produzione capitalistica, nell’ideologia ch’essa produce o impone; e il suo discorso, nella misura in cui rivelava una certa verità, scopriva rapporti politici là dove non se ne vedevano.
La morte degli intellettuali o del giornalismo libero – nè quello berlusconiano e antiberlusconiano sono liberi, proprio perchè si fondano sulla piena sudditanza o sulla piena pregiudiziale al berlusconismo – è l’effetto della desacralizzazione della parola compiuta dalla finzione dell’immagine.
Ci fu un tempo in cui il reale si distingueva, nelle sue narrazioni fatte di parole chiaramente, dalla finzione, in cui ci si poteva fare paura raccondantosi storie, ma sapendo che erano inventate, in cui si andava in luoghi (parchi del divertimento, fiere, teatri, cinema) in cui la finzione copiava il reale.
Nella società dei nostri giorni, insensibilmente, si sta producendo l’inverso: il reale copia la finzione.
Berlusconi non dice qualche bugia, dice solo bugie.
La spettacolarizzazione, passaggio alla finzione integrale e simulacro baudrelliano della realtà che fa saltare la distinzione reale/finzione si estende al mondo intero.
La società contemporanea ha svuotato di senso e significato le parole, “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso” ci ha insegnato Guy Debord.
Quando le logiche consumistiche sono state applicate alla televisione dell’era dell’informazione e dello spettacolo, si è passati a una televisione che non è più testimone delle vicende sociali o produttrici di forme di spettacolo, ma un medium che interviene “direttamente” nella vita sociale creando o modificando ruoli e situazioni, sogni o paure, speranze di un istante di popolarità.
E in tutto questo la rete, sognata come luogo di libertà e di esuli in patria, anche essa è diventata pop.
Per capire la rete serve semplicemente uno specchio.
Uno specchio che rifletta la nostra società, quella descritta in un sondaggio sul calcio apparso qualche settimana fa.
La rete non produce una nuova opinione pubblica, radicalizza in posizioni sempre più accentuate ed estreme le convinzioni della società reale.
Eppure i blogger dovevano essere i nuovi cantastorie della resistenza al mondo reale. Sembrano essere uguali agli ultras con il megafono nelle curve infette da violenza nei nostri campi di calcio.
I blogger sono sotto il controllo nel Panopticom di Bentham, e sembrano quasi compiacersi a fare la parte dei sorvegliati, mentre il potere sorveglia e influenza le loro vite.
Gramsci è morto senza essere studiato, la P2 ha vinto la sua guerra senza combattere facendo “rinascere l’Italia”.
Mi disse una notte davanti a una bottiglia di vino Marc Augé che l’Italia era funestamente 10 anni avanti e in anticipo agli altri Paesi dell’Europa, era già fin troppe volte dimostrato. Gli chiesi se dovevamo rassegnarci, lui rispose “ce n’est qu’ un début, continuons le combat…”.

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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