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La Guerra Dei Memi. Gli Influencers E Il Nemico Pd


Un meme, scrive Kalle Lasn fondatore di Adbusters.org, è un’unità di trasmissione culturale (uno slogan, un pensiero, una melodia, un concetto di moda, filosofia, politica) che si trasmette di cervello in cervello.
I memi lottano per riprodursi e si diffondono fra la popolazione in maniera molto simile al modo con cui i geni vanno a caratterizzare una specie biologica.
I memi più potenti sono in grado di cambiare le menti, di alterare comportamenti collettivi di opinione e di trasformare intere culture.
Ecco perché la guerra dei memi è diventata la principale battaglia geopolitica dell’era dell’informazione.
Chiunque sia in grado di controllare memi ha, di fatto, il potere tra le mani.
L’espressione “guerriglia dei memi” è stata utilizzata per la prima volta da Paul Spinrad in <Adbusters>, nell’inverno 1995. Ma in realtà riprende una profezia di Marshall McLuhan, che recitava più o meno così “la prossima rivoluzione – la Terza guerra mondiale – sarà una guerriglia dell’informazione, combattuta per le strade o nei cieli, non nei boschi o in alto mare, in prossimità delle frontiere di pesca internazionali, ma sui giornali e sulle riviste, sulla radio, le televisioni e Internet”.
Ovvero una feroce guerra di propaganda a tutto campo fra contrastanti idee del mondo e del futuro.
Questa guerra non solo è iniziata da parecchio, ma è una guerra che ormai si combatte ovunque.
I mercati sono conversazioni, ci raccontavano a fine anni novanta quelli del Cultrain Manifesto. Grazie alla rete, i mercati diventano più informati, più intelligenti e più esigenti rispetto alle qualità che invece mancano nella maggior parte delle aziende.
Nelle conversazioni, la reputazione di una azienda è tutto; per questo la reputazione è soggetta a guerriglia informazionale da parte dei competitor.

Lo spread e la crisi sono state e sono guerre di speculazione informazionale, la nuova guerra veloce e invisibile capace di cancellare la democrazia in nazioni sempre più incapaci di reagire.
Le vere merci sono: attenzione, socialità, fiducia e reputazione.
Oggi difendere la reputazione, nei mondi dell’infosfera e della semiosfera, diventa una policy di sicurezza.
La sofisticazione delle tecnologie delle credenze collettive si fonda sugli immaginari e sul sentimento, perché l’immaginario non è che un terreno di sedimentazione in cui si sommano speranze e angosce, illusioni e delusioni che tutte insieme, sono la verità profonda del nostro mondo.
È da lì che gli individui e la collettività traggono ragioni per nuove speranze e nuove illusioni.
In questo tesoro accumulato d’umanità e di disumanità è carcerata la memoria delle storie di vita (in attesa perenne di un eroe salvifico) che ci hanno preceduto e da questa memoria altre storie di vita (anche eroiche) prenderanno spunto.
Ma con l’uomo e le narrazioni che costruiscono il suo passato, presente e futuro, cambiano le tecnologie delle credenze collettive, sempre più sofisticate nello sfruttare quel terreno di sedimentazione in cui assunzioni, stereotipi e luoghi comuni giocano nell’alimentazione di rituali e simbolismi agitati dalla guerra dei memi.
Gli influencer assumono il compito di manipolazioni automatiche dei <motori di personalizzazione>: in primo luogo perché ad essi viene assegnato un codice di riconoscimento, dopodiché, ogni volta che l’utente accede ai suoi posts, ai suoi contenuti social, cede le porte di protezione al suo immaginario, condizionandone il sentimento che si trasforma in opinione emotiva.
I prosumer sono consumatori e produttori nel versus che vuole l’influencer e allo stesso tempo elettori in quanto non solo esprimono consenso con il loro sentimento/voto ma in quanto ‘eleggono’ l’influencer ad hub e sorgente autorevole di condizionamento.
L’opinione pubblica lascia il passo all’opinione emotiva, generata da immaginari a loro volta derivati dalla polarizzazione del sentimento (mi piace / non mi piace).
L’egosurfing (sistemi di software ideati per soddisfare le esigenze di navigatori narcisisti in cerca di informazioni su loro stessi) originariamente è stata la strategia per ottenere informazioni sulla sedimentazione di quei comportamenti che rispecchiavano assunzioni, stereotipi e luoghi comuni, sulle quali, oggi, le strategie di narrazione fondano la propria forza.
La comprensione dei meccanismi tribali, alla base delle regole di formazione delle reti egocentriche – studiate da Albert Lazlo Barabasi – e la cessione di fiducia e di consenso agli hub/influencer delle reti egocentriche, hanno generato una compressione delle informazioni generate dell’egosurfing, aprendo a una nuova fase: quella delle tribù imaginifiche.
Con il termine imaginifica si intende la capacità o il potere di costruire immaginari.
Come un file compromesso, noi apprendiamo la realtà in un processo cognitivo in cui il framing, ovvero l’incornicamento dei fatti è totalmente condizionato non solo dal potere di priming e di indexing degli influencers, ma soprattutto dalla codifica sofisticata dei memi informazionali, progettati come virus per diffondersi nella rete, modificandone l’immaginario e provocando il Fail di sistema nelle persone comuni.
La capacità di strutturare una visione politica non con argomenti razionali, ma raccontando storie, è divenuta la chiave della conquista del potere e del suo esercizio in società ultramediatiche, percorse da flussi continui di dicerie, di notizie false, di manipolazioni.
Non è possibile separare le politiche dai frame che costituiscono le idee sulle quali si basano le politiche: se non si preparano i frame giusti, le campagne di comunicazione non attecchiranno nel cervello della gente.
La politica cognitiva è assolutamente importante, non meno della politica pratica.
Cinque elementi della storia sono particolarmente rilevanti sia per analizzare sia per comunicare efficacemente le storie: i conflitti, i personaggi, gli immaginari, le prefigurazione e le assunzioni.
Questo ci porta inevitabilmente a capire che il ruolo degli influencers è un ruolo politico.
Gli influencers sono sottoposti inconsciamente – nel migliore dei casi, nel peggiore sanno benissimo cosa vuol dire gramscianamente il proprio <io sociale> – ad essere ingegneria di una strategia dell’attenzione tesa a costruire framing o generare priming sui temi di interesse di parte e a generare nuovi stati di comportamento indotti volontariamente.
L’influenza è generare percezioni/pensieri/ azioni/comportamenti attraverso fiducia e reputazione nella propria rete sociale, creando un effetto a catena capace di diffondere percezioni/pensieri/azioni/comportamenti in altre reti.
La parola e in generale il segno sono il veicolo sul quale chiunque può salire per farsi trasportare ovunque lo conduca la sua capacità imaginifica, sregolata, liberamente alimentata da spiritualità e sensualità e capace di sfruttare corrispondenze soggettivamente percepite (assunzioni).
Gli influencer non solo generano l’emotional sharing (la condivisione emotiva) che determina lo spazio pubblico trasformato in opinione emotiva, ma si prestano alle strategie di reificazione della semiosfera ai danni dell’infosfera.
Questa analisi sul ruolo degli influencers è semplicemente spiegata dal bisogno di semplificazione di quei procressi di lettura dell’esistente – chiamarla realtà oggi appare difficile in quanto tante sono le realtà quante sono le tribù o le macro reti egocentriche –in cui l’infinita velocità dei flussi subisce l’effetto disgregante del panico.
È facile ripiegare sulla banalità dell’opinione, della comunicazione versus un nemico -fondamento delle tribù polarizzate-, della ridondanza dei sentimenti generati.
L’estetica e il design sono le discipline che si occupano della sintonia tra l’organismo/individuo e l’ambiente.
Questa sintonia è disturbata – direbbe Felix Guattari – dall’accellerazione degli stimoli infosferici, dall’inflazione semiotica, dalla saturazione di ogni spazio dell’attenzione e della coscienza.
Nel mentre le relazioni produttive e comunicative perdono materialità e si disegnano nello spazio della proiezione sensibile del sentimento che genera immaginari.
È utilizzando “ritornelli” – ovvero quelle configurazioni ritornellizzanti (ridondandi e assordanti per l’economia dell’attenzione individuale e collettiva) che costruiscono la mappa dell’esistente – che si generano ossessioni semiotiche e rituali imaginifici politici.
Il ritornello protegge dal vento caotico dell’infosfera, dai flussi semiotici che trascinano come venti turbinosi immaginari individuali e collettivi. Ma il ritornello presto si trasforma in una gabbia, sistema rigido di framing e ossessionatamente ripetitivo.
È questo quello che sta succedendo in rete ad alcuni partiti, in particolare al Partito Democratico, a vantaggio di altri, ad esempio il Movimento 5 Stelle di Grillo. Lungi da me entrare nel merito e giudizio politico dei partiti in quanto non è l’oggetto dell’analisi di questo articolo.
Ma se la democrazia rappresentativa è in crisi e il M5S di Grillo è l’epifania più raccapricciante di questa crisi, di certo non è la soluzione in quanto è il pieno interprete di questa guerriglia di memi che gioca su immaginari e sentimento collettivo.
Sistematica la guerriglia informazionale del M5S tende ad aggredire le pagine degli altri partiti e in particolare modo quella del Partito Democratico attraverso la mobilitazione dei propri attivisti virtuali o attraverso strategie di trolling (falsi utenti che hanno come obiettivo quello di interagisce con gli altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi).

Obiettivo: polarizzare il sentimento, in una logica di macroinfluenza collettiva molto simile al limite cognitivo dell’aut aut del mi piace / non mi piace.
Una anti narrazione, fatta di conflitti (le fan page assalite dai troll del M5S), di personaggi (il popolo buono contro i corrotti politici italiani), di immaginari (il cambiamento senza se e senza ma), di prefigurazioni e di assunzioni costruite su stereotipi, luoghi comuni, bufale, fatti infondati e sui molti errori della politica italiana e dei suoi politici. Nei trend di polarizzazione gli influencers svolgono il proprio ruolo adagiandosi a utilizzare framework simili.
Come nell’ultimo caso, abbastanza delirante, di una campagna social del PD, la cui recensione apparsa sul blog D I S . A M B . I G U A N D O è stata analizzata (non mi interessa esprimere sul valore dell’analisi) e “incorniciata” secondo alcune key precise che hanno condizionato il rimbalzo sui media tradizionali.
Riprendendo le parole esatte per non sbagliare, scrive l’autrice, la prof.ssa Giovanna Cosenza nel post dal titolo “Quel pasticciaccio brutto dei manifesti Pd“:

<Non li ho ancora visti in strada, ma da qualche giorno appaiono sulla pagina Facebook del Pd nazionale>

– > (La presunzione che sia una campagna anche affissionistica, incornicerà la campagna social come affissionistica, come vedremo dopo).

 

<Dal punto di vista grafico, sono un’accozzaglia di rara imperizia:

1. Marchio del Pd affogato nel rosso (dov’è finito il verde?), marginale e poco leggibile.

2. Testi sparpagliati e disallineati, con font di diverse dimensioni e una distribuzione del maiuscolo e del grassetto che pare quasi casuale.

3. Uso sconsiderato della bandiera italiana ai limiti del vilipendio, visto che pare tutta tagliuzzata e rattoppata. Ma ricorda anche il fascio littorio, con quel giallino che la impasta e invecchia. >

– > (L’autorevolezza dell’autrice – docente universitaria – permette di incorniciare considerazioni / giudizi come frame oggettivi e non soggettivi che classificheranno negativamente i manifesti. L’argumentum ad auctoritatem genera una fallacia retorica. Non esiste la prova oggettiva di ciò che dice l’autore e che tutto ciò sia corretto e appropriato secondo i codici della grafica e del design).

– > (Oltre a riscontrare nuovamente l’argumentum ad auctoritatem, è in atto un processo di disinformazione in quanto non si tiene conto del contesto e non si sforza alcun ragionamento sulla motivazione dei manifesti. Ovvero che sono solo il riassunto dell’intervento fatto da Bersani in direzione nazionale l’8 giugno 2012; intervento votato all’unanimità e che apre alle primarie di coalizione).
Contemporaneamente sulla pagina fan del Partito Democratico, iniziano i commenti ai post in cui vengono pubblicati i “presunti manifesti”.
Un riassunto statistico può aiutarci a capire meglio.

Pagina Fan del Partito Democratico
L’album di Facebook ” del 9 giugno 2012 in cui vengono mostrate le immagini dei manifesti presenta:

41 condivisioni
27 mi piace
11 commenti di cui:
+ 3 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 1 neutro (ma che non si riferisce ai manifesti)
– 7 negativi (di cui 2 che parlano dei manifesti)

Il post con l’immagine “Un patto dei democratici e dei progressisti” del 9 giugno 2012
42 condivisioni
58 mi piace
77 commenti di cui:
+ 6 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 51 neutri (di cui 2 si riferiscono al manifesto)
– 20 negativi (di cui 1 si riferisce al manifesto)

Il post con l’immagine “Il nuovo orizzonte” del 9 giugno 2012

61 condivisioni
51 mi piace
16* commenti
(il sistema ne indica 21 al conteggio sono solo 16, probabilmente 5 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 1 neutro (ma che non si riferisce ai manifesti)
– 7 negativi (ma che non si riferiscono ai manifesti)

Il post con l’immagine “Scelgano i cittadini” del 9 giugno 2012

75 condivisioni
47 mi piace
21* commenti
(il sistema ne indica 24 al conteggio sono solo 21, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 3 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 6 neutri (ma che non si riferiscono ai manifesti)
– 12 negativi (ma che non si riferiscono ai manifesti)

Il post con l’immagine “Essere democratici e progressisti” del 9 giugno 2012

48 condivisioni
57 mi piace
16* commenti
(il sistema ne indica 18 al conteggio sono solo 16, probabilmente 2 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 5 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 11 negativi (ma che non si riferiscono al manifesto)

Il post con l’immagine “Accettiamo la sfida” del 9 giugno 2012

131 condivisioni
129 mi piace
57* commenti
(il sistema ne indica 62 al conteggio sono solo 57, probabilmente 5 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 12 positivi (ma che non si riferiscono al manifesto)
= 12 neutri (di cui 1 si riferisce al manifesto)
– 32 negativi di cui 7 si riferiscono al manifesto)

PS: il manifesto è quello incriminato perché il bianco assomiglierebbe a un fascio littorio

Il post con l’immagine “Tocca a noi” del 9 giugno 2012

66 condivisioni
65 mi piace
28* commenti
(il sistema ne indica 31 al conteggio sono solo 28, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 3 positivi (di cui 1 si riferisce al manifesto)
= 14 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 11 negativi di cui 1 si riferisce al manifesto)

Il post con l’immagine “L’Italia, l’Europa, la Crisi” del 9 giugno 2012

23 condivisioni
27 mi piace
17* commenti
(il sistema ne indica 20 al conteggio sono solo 17, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 4 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 13 negativi (ma che non si riferiscono al manifesto)

Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012

– condivisioni
27 mi piace
12 commenti di cui:
+ 0 positivi
= 3 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 12 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il post con il video “Scelgano i cittadini” del 14 giugno 2012
11 condivisioni
34 mi piace
14 commenti di cui:
+ 1 positivo (ma che non si riferisce al video)
= 8 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 5 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Pagina Fan Pierluigi Bersani
Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012

– condivisioni
80 mi piace
85 commenti
(il sistema ne indica 85 al conteggio sono solo 74, probabilmente 11 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 7 positivi (ma che non si riferiscono al video)
= 11 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 56 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 14 giugno 2012

– condivisioni
80 mi piace
82 commenti
(il sistema ne indica 82 al conteggio sono solo 75, probabilmente 7 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 13 positivi (ma che non si riferiscono al video)
= 21 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 41 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Canale Youtube Partito Democratico
Il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012 totalizza:

757 Visualizzazioni
4 mi piace
2 non mi piace
5 Commenti di cui:
+ 1 positivo (ma che non si riferisce al video)
= 1 neutro (ma che non si riferisce al video)
– 3 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il video “Scelgano i cittadini” del 14 giugno 2012 totalizza:

216 Visualizzazioni
0 Mi piace
1 non mi piace
0 Commenti

I dati sono aggiornati al 17 giugno 2012.

Cosa ci restituiscono questi dati?

Le condivisioni, i mi piace, i commenti sono statisticamente pochi rispetto al network del Partito Democratico (61.467).
Utilizzando, inoltre, una metrica semplice e banale, utile a verificare un indice di positività dei post: Totale dei (Mi piace + Condivisioni + Commenti positivi) rapportato al totale dei commenti negativi, ad occhio risalta che i post generano sentimento positivo e non negativo.
I valori positivi sono maggiori di quelli negativi.
Nessuna rivolta della base, ma potremmo dire un tiepido accenno di consenso (statisticamente irrilevante).
I manifesti generano altri post e rimbalzano sul sistema dei media tradizionali.

Anche il quotidiano Libero, con Franco Bechis, si interessa ai manifesti.

L’articolo è del 14 giugno, appare online su Libero e si intitola:

Nuovo harakiri a sinistra
Il Pd: Bersani è un fascista e usa per sé i soldi del partito
Diluvio di polemiche e proteste dei militanti per il manifesto con cui il segretario annuncia la sua discesa in campo alle primarie

L’articolo, inoltre, cita:
<Il manifesto è già affisso in molte città>.

> La precedente presunzione della blogger diventa priming.

<[…] Il manifesto è stato subito un pugno nello stomaco dei militanti. Che non l’hanno affatto gradito, sommergendo i propri leader, i blog del partito e perfino quelli dell’agenzia di design che l’ha ideato di critiche, proteste violente e anche qualche insulto>.

> Bechis dove trae le prove? Reifica un framework utile a generare key PD = litigi, PD = errore. Primo bracket. Il prevalere di un tema rispetto ad un altro può influire notevolmente il giudizio del pubblico relativo ad un politico, un partito o un governo, in positivo o in negativo a seconda che si tratti di un suo punto forza o di debolezza.

<[…] Prima accusa: il design ricorda quello del ventennio, il bianco della simil-bandiera ricorda un fascio littorio>.

> Secondo bracket: il PD come i fascisti del ventennio.

<[…] Seconda accusa, piuttosto diffusa: il manifesto riporta come committente “Partito democratico- Direzione nazionale”, quindi sembra pagato dai fondi del partito. Solo che è un manifesto che lancia non le primarie in sé, ma la candidatura di Bersani alle primarie. Quindi si accusa il leader di barare al gioco: se per sé usa fondi del partito, viola la par condicio con gli altri candidati che non hanno la cassa del Pd a loro disposizione>.

> Terzo bracket: creazione del caso dei finanziamenti pubblici al PD usati da Bersani.

Possibile che Bechis non sia informato su come sia andata la Direzione Nazionale dell’8 giugno? Libero ne parla con Gianluca Roselli il giorno dopo, ovvero il 9 giugno, l’articolo a pag. 4 ha come titolo “IL PD: PRIMARIE DI COALIZIONE MA NON SA ANCORA GLI ALLEATI”.
Inoltre, possibile che Bechis non sappia che Bersani per statuto del Partito Democratico è il candidato premier? E che il manifesto è stato fatto in base al documento approvato con voto unanime in Direzione Nazionale?

[…]Sarà, ma quel manifesto con cui Bersani ha rubato a Vendola il suo Casaleggio usando i soldi del Pd per la campagna personale alle primarie, sembra tanto il più classico degli hara-kiri della sinistra italiana…

> Priming su hara-kiri, il PD fa hara-kiri sempre e comunque per il giornalista.

Dagospia, il 15 giugno, fa da fonte replicante e virale pubblicando subito dopo “BEGHE PRIMARIE – CULATELLO NON FA IN TEMPO A COMMISSIONARE LA CAMPAGNA POLITICA PER UFFICIALIZZARE LA SUA CANDIDATURA ALLE PRIMARIE CHE LA ‘PANCIA’ PIDDINA GLI FA IL CONTROPELO: IL DESIGN SCELTO PER IL MANIFESTO RICORDA QUELLO DEL VENTENNIO – IL COMMITTENTE È “PARTITO DEMOCRATICO-DIREZIONE NAZIONALE” QUINDI A PAGARE POTREBBE ESSERE STATO IL PARTITO E NON BERSANI…

> Priming sul falso caso dei finanziamenti pubblici al PD usati da Bersani.

Civati riprende dal suo blog, sempre il 15 giugno, il post di Giovanna Cosenza.
Disarmanti e disarmati
Giovanna Cosenza e le baruffe del Pd, a proposito di comunicazione (e di errori di-).

Tutti partecipano, nessuno ascolta o potremmo dire, nel nostro caso, nessuno studia e analizza ciò che accade.
Intanto si reifica la realtà.
Spettatori di ogni cosa, testimoni di nulla.
La costruzione dei frame attraverso il cambio di struttura narrativa – con un genere di onnipotenza che somiglia a quella degli scrittori, i quali possono imporre alla trama tutte le svolte che vogliono – intrappolano gli immaginari e sono superiori a ogni propaganda sperimentata in passato.
L’economia dell’attenzione ha delle regole rigide, aritmetiche e ordinali, se una notizia arriva prima, il posto sul podio è occupato, tutte le altre scendono di uno scalino.

Non importa se siano avvenute o meno, l’importante è che entrino in classifica.

E se una notizia, non necessariamente un evento disastroso o un grande evento, comunque si presenta, allora lo spin la deve sfruttare.

Giocare sulla velocità, usare lo speed kills, la velocità che uccide.

Alimentare il fuoco ostile per nutrire una storia negativa per gli avversari.

Ormai tutto questo è prassi.

Ed è solo l’inizio della guerra dei memi che ci condurrà alle prossime politiche 2013.

 

 

Post scriptum
Ebbi modo di scrivere tempo fa, qui su Ottavopiano.it, tre articoli sulla guerra informazionale e dei memi.
Li ripropongo a memento:
Le differenze imposte tra Nord e Sud. Ovvero la guerra dei memi
The cyberbrain warfare: la guerra degli influencer
Intellettuali, giornalisti e blogger nell’Italia della PopPolitica

eugenio iorio - jacques bonhomme

Studia le immaginificazioni sul futuro anteriore attraverso il framing e le neuroscienze. É docente di Comunicazione pubblica e di Comunicazione politica presso l’Università di Bari, di Comunicazione e innovazione nella Pubblica Amministrazione presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli. Ha lavorato all’immaginario della nuova Puglia e, negli ultimi cinque anni, ha diretto la comunicazione istituzionale della Regione. Ha fondato il Public Camp e il blog collettivo www.ottavopiano.it, laboratorio di ricerca sui media e sugli influencer. Si occupa di comunicazione e marketing politico. É consigliere nazionale della Associazione Comunicazione Pubblica e Istituzionale.

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