Pensieri Zitti #6

Pensieri zitti nel silenzio fanno rumore. Frammenti di ricordi e sinestesie modificate.

E qualcosa rimane
Lontano è il tempo, in cui l’odore dei ricordi era più vivo e tu eri lì a giocare con i miei pensieri.
Quando mi offristi una nuvola per cuscino, per riposare della stanchezza di un paio di ali troppo pesanti e troppo goffe per le geometrie spettacolari di un volo.
Mi dicevi di non aver paura e le mie paure si scioglievano al calore del sole di nuove fiabe.
Mi ripetevi che ci sono cassetti che non vanno più aperti dove custodire pagine da seppellire e dimenticare, frammenti consunti dal tempo che la memoria restituisce in nuove e rinnovate sofferenze.
E ci sono poi, aggiungevi, cassetti che vanno aperti per liberare farfalle da far perder nel sole, frammenti di felicità di momenti passati e rimasti come polvere d’oro nei ricordi, gocce di miele in giorni di fiori.
Mi chiedevi di essere il tuo ricordo prezioso, per chi porta con se un passato, il nulla per chi vive solo il presente e non disegna il suo domani.
… il tuo futuro a cui i miei occhi avevano guardato come buchi nel cielo per specchiarvisi.
Lì con le tue parole stuprate, stupite, mal capite, con dolore e insofferenza, mi dicevi che volevi che io fossi, quando saresti stato lontano, un raggio di sole che accarezzava il tuo viso riscaldandoti di un attimo.
Mentre non capivo il mio amore era odio. Ti guardavo come la terra vista dalla luna. All’incontrario.
E ti odiavo sempre più quando dicevi che la stanchezza era così tanta che la notte assorbiva nella sua oscurità i tuoi sogni. Non riuscivo a capire come mai tu non riuscissi a sognare più.
E io desideravo essere il tuo sogno con tutte le mie forze, desiderio di esser luce nel buio della tua lontananza.
Eppure potevi farmi promettere, in una notte di primavera, quando tra le tue braccia giuravo di essere il tuo sogno in gabbia, di essere per sempre tua, ma non lo facesti.
Mi dicesti, invece, con una lacrima che scavava il tuo stanco volto, che mai mi avresti proposto di scambiare un giro di parte nella mia esistenza con un ruolo importante in una gabbia.
Solo anni dopo capii che quelle parole erano un orgoglio di primavera nel pieno autunno della vita.
E ricordo ancora la tenerezza delle carezze della tua mano delicata ma ferma, amore e odio tatuati tra le nocche di una mano.
Mai capii, mi dicesti che volevi partire, andare lontano dove non esistevano persone che credono di barattare una intera via crucis con una semplice stretta di mano, e che si approfittano della confusione generale per posare un colpo di spugna su un milione di frasi e miliardi di parole d’amore.
Ti odiavo, ero, dovevo essere il tuo unico scopo, o almeno sapevo di poterlo essere.
Non sapevo, invece, che qualcosa ti stava consumando dentro, disegno di caleidoscopi di allucinate e rinnovate crudeltà in un destino che qualcuno aveva giocato a dadi per te, perdendo.
Dormivi spossato come un cucciolo che per desiderio di felicità è pronto a dissanguarsi.
E il tuo desiderio era uno solo, ormai.
E io scappai, sentendomi rifiutata, così stupida da non capire.
Mi dicesti, dolce come non mai, che il mio odore non l’avresti mai più dimenticato, una sinestesia modificata tatuaggio sulla tua carne, e che un giorno non tanto lontano avrei capito.
Il mio risveglio fu un vestito di pelle d’oca.
Quando il funerale si gonfiò di mani che applaudivano per un estremo saluto e si sfilacciò lungo il sentiero che costeggiava il fiume, volevo morire per la mia stupidità.
Fu allora che spalancai le porte del mio cuore, ai piedi della primavera gocce di sangue scandivano un altro tempo.
Mi dicesti di una primavera lontana che ne sarei stata l’unica erede.
Avevi avuto altre ragazze oltre me, dopo di me, prima di me.
Quasi senza respiro una volta l’avevo quasi vista. Ma la sua musica allora fu un rinvio, per ripetersi una ultima volta e per tacere per sempre.
Io stupida, io cieca, io sorda a non ascoltare il tuo cuore battere senza contraddizioni.
Ora, qui, prima che le mie lacrime cancellino queste ultime righe ti chiedo scusa, amore… troppo tardi per sentirti ridere e prendermi in giro, troppo tardi per stringerti forte e chiederti perdono.
Eccomi qui per quando mi chiedevi di scriverti qualcosa per quando saresti stato lontano, mi dicevi il ricordo delle tue parole non si perde nel vuoto “Così per sempre… e qualcosa rimane”.