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Il Precipizio Del Dilemma

Decidemmo per il Pollino. Era il 1987 e noi quattro, io, il mio allora fidanzato, il mio migliore amico e la sua fidanzata che con il tempo sarebbe diventata una sorella per me, di un primo mattino di fine aprile, partimmo.

Una bella gita fuori porta a cercare le ultime chiazze di neve col solo fine di divertirci era il nostro modo sano di trascorrere il tempo assieme e conoscerci meglio.

Francavilla, bivio per Grottaglie, Statale 16 e … inizia la nostra bruttissima discussione.

I fumi di Taranto si intravedono già 15 Km prima ed io a bestemmiare. Beatrice, la mia amica, più grande di me, più matura, più donna di esperienza rispetto ai miei 18 anni, comincia a parlarmi di fame, di lavoro, della gente che deve mandare i figli a scuola e che io non ho vissuto queste cose per capirle. Lei viene da una famiglia di contadini e sa bene che dalla campagna non si può vivere più e che basta una grandinata per decimare le risorse che dovrebbero bastare per un intero anno per far vivere la famiglia. Mi chiama irresponsabile quando le faccio presente che l’Ilva inquina, che l’ambiente è importante, che quei fumi fanno ammalare.

Lei considera ogni mia parola un capriccio fastidioso di qualcuno che ignora la vita ed i sacrifici che occorre compiere per andare avanti. Mi dice che sono brava a parlare e basta, di crescere e affrontare i problemi reali!!!

Passammo una giornata schifosa perché entrambe eravamo convinte che l’altra era in errore e perché per ognuna l’argomento era importante e nessuna intravedeva nell’opinione altrui la possibilità di sbagliarsi, la possibilità del dubbio.

A Beatrice nel 1995 è morta la mamma di cancro. Pochi anni dopo sua sorella è stata operata e curata per un carcinoma. Suo fratello ha avuto lo stesso problema. Beatrice, la persona per cui oggi immolerei la vita, ha avuto 3 interventi devastanti perché il tumore vorrebbe farla passare a migliore vita.

Beatrice mia resiste perché è una donna forte, di una determinazione incredibile ma vive ogni controllo, ogni segnale del corpo come una condanna al purgatorio e ogni volta che torna da Milano mi invia un sms con su scritto “PROROGA OK” a significarmi che le sue figlie l’avranno ancora come madre presente in carne ed ossa.

In questi anni, con gli occhi lucidi, ne abbiamo riparlato ed ho odiato me stessa perché il tempo mi ha dato ragione,  la salute è più importante del lavoro. Che si può anche vivere con lo stesso abito per tutta la stagione e mangiare carne una volta al mese, se va bene. Si può vivere con le provviste di ceci, fagioli, fave e farina. Si può vivere passando più tempo a chiacchierare con tuo figlio che forse oggi non comprenderà che la nintendo o la wii non sono beni essenziali. Si può vivere muovendosi a piedi o a passaggi.

Occorre però consapevolezza e chi oggi, forse ieri, politicamente doveva compiere passi importanti, aveva bisogno di crearla. E la consapevolezza non si crea d’incanto, le persone non comprendono. Le persone hanno bisogno di “lavorare”.

Qualche giorno fa, leggendo la notizia delle intercettazioni di Vendola, ho sofferto fino alle lacrime, le stesse che in questo momento mi scappano e trattengo.

E’ un mondo lontano quelle delle decisioni politiche-economiche che attuano i cambiamenti epocali.

Quel mondo composto da tanti cerchi magici che costituiscono insiemi e sottoinsiemi e che, quando gli elementi in comune cambiano posizionamento, succede il terremoto e tutto il sistema reagisce con il caos. Quel caos che mina il nostro sistema percettivo perché a noi, comuni cittadini, è ancora bloccata la porta principale di accesso all’informazione di ciò che veramente sta accadendo.

Avrei bisogno di verità ma qui ognuno è disposto a fornirne solo un pezzo perché forse ritiene che non siamo pronti ad ascoltarla o siamo troppo “ignoranti” per comprenderla.

Qualcuno mi racconti la storia reale, è il momento, e qualcuno si prenda la briga di stabilire la linea di demarcazione tra ciò che è giusto e ciò che non lo è.

Si tratta delle nostre vite, della nostra terra, del futuro dei nostri figli.

Un mio compagno di sindacato, Maurizio, è nella pancia del mostro perché non intende rinunciare al lavoro e alla salute. Sta accettando i dettati del giudice ma pretende, a nome di tutti noi, che si trovi una soluzione. Le stesse soluzioni che altri paesi europei hanno già adottando mettendo insieme produzione, sviluppo e ambiente.

L’Italia è un Paese fertile di idee, siamo creativi, i nostri talenti alzano il PIL dei Paesi stranieri che si nutrono dei nostri migliori cervelli ed è mai possibile che non riusciamo a trovare una soluzione equa, finalmente giusta per tutto il territorio, l’azienda, i lavoratori, i bambini?

Hanno appena emanato il decreto “Salva Ilva” dopo una seduta fiume di 6 ore.  Leggo la notizia, tiro sì un sospiro di sollievo pensando a tutti i lavoratori disperati, ma nel mio cuore sono cosciente che è una mezza decisione. Comprendo che è solo un tentativo di spostare, ancora una volta, nel tempo quella finale, quella che davvero, in maniera organica, preveda la coniugazione di lavoro e salute, di sviluppo e rispetto.

Ma si sa, noi italiani abbiamo la politica che ci meritiamo.

indifferenza

In Ascolto #0

Aspettando l’uscita di mio figlio, origlio davanti alla scuola.

A – Hai saputo di Francesca?

B – No, che le è successo?

A – Lui se ne è andato a vivere con l’amante e lei sta impazzendo.

B – E i ragazzi?

A – Guarda, non so come andrà a finire. Lei sta chiedendo aiuto ovunque perché non credo che lui le passerà qualcosa e lavorando in nero, manco il giudice potrà costringerlo. I ragazzi, credo,  se la passeranno davvero male. Mettici che lei con la testa non ci sta, è andata persino a minacciare di morte la donna dell’ex e si è portata appresso il grande.

Silenzio di due minuti.

B – Ma non è quella che ha avuto la depressione 4 o 5 anni fa?

A – Si, è lei e secondo me ci ricasca e riprenderà ad imbottirsi di psicofarmaci, sempre se non farà qualche fesseria altra…

B – So che siete amiche da diverso tempo, perché non la chiami nel tuo negozio come commessa o come magazziniera, magari riesce a occupare la mente e può mantenere i figli prima che finiscano con i servizi sociali… o peggio ancora …

A – Un problema, sai. E’ venuta già a chiedermi un lavoro, di aiutarla, ma io proprio non posso, le ho risposto che non potevo fare nulla per lei. E comunque non siamo amiche, lo sono solo i nostri figli.

 

…e Così Diventai “zio Ciuccio”

Succede quando ho il fiato corto. Le immagini corrono negli occhi accelerate.
La voglia è una, arrivare il prima possibile al pc.
Non al netbook ,ma a quel mostro di tre piani che giace sotto la scrivania.
Ha una tastiera enorme e schiaccio i suoi duri tasti in rapida sequenza, il movimento delle dita è coordinato a quello delle mani e dei polsi. Ho come la sensazione  di suonare un pianoforte.
Il ticchettio diventa così una melodiosa sinfonia.
Le parole appaiono sullo schermo. Tutto ciò che ho dentro scorre via come un fiume in piena.
In questi momenti sono un libro aperto: vita, amicizia, politica, storia, amore, finanche il mio credo. C’è un po’ di tutto, accompagnato dalle mie insane congetture.
Butto un ingrediente dopo l’altro e, mescolando con cura, cerco di smussare i sapori.
E’ una sensazione di serenità diffusa, generalmente stimolata da un film, un ricordo, un’immagine o dall’odore dei glicine in fiore.
Tutto prende una forma diversa.
Il cursore lampeggia, le idee si accavallano ma è tutto chiaro. Ci sono solo io con i miei pensieri.
I ricordi diventano nitidi e così mi ritrovo di sera, di fianco a Sandro in un furgone ad attaccare i manifesti. La mia faccia è implume, mentre quell’omaccione ha ancora i capelli. Siamo completamente sporchi di colla, puzziamo di birra, ci raccontiamo per quel che siamo. In quel momento la vita diventa, per un attimo, perfetta.
La mente viaggia, trasla di pochi mesi o di tanti anni. Che importanza ha?
Sono sull’uscio del portone, Peppino ha la mia macchina, i miei soldi e la mia fidanzata sul sedile e si allontana. No, non ero pazzo, solo felice.
Un salto in avanti. Parigi, tre in un letto con Miky intrufolatosi dietro una valigia. Per dormire comodi, poggiavamo i piedi sul tavolo del pranzo.
Rewind. Tocca a me. Mi alzo dalla sedia, sono in un perfetto completo grigio e camicia azzurra. Avevo promesso la nera ma ho avuto paura. Rosario ancora ride di me. Alle spalle, gli amici di ventura di 5 anni.
Purtroppo non c’è nastro abbastanza per raccontarle tutte. So solo che trafugare il compito di economia da un computer, mi aveva fatto sentire –per un giorno- il salvatore della Patria.
Non ho rimpianti. Ho dormito quando ero stanco, bevuto da assetato e gustato tutte le mie voglie.
Col tempo, da Uccio, sono diventato “zio ciuccio”.
Mi ritrovo nella stessa stanza dove, un tempo, dialogavamo di massimi sistemi e di cornetti turchi.
Sono solo cambiati gli argomenti. Ora camminiamo in processione dietro una bimba di due anni, che c’ha messo in riga dietro di lei.
Gli anni passano, ma ci sono cose che difficilmente si perdono, ma si valutano con una moneta diversa.

Cyberwar Di Oggi E Di Ieri


È da un po’ che su Internet e sui giornali circolano articoli relativi alle varie cyberwar che animano la Rete. Il direttore della CIA Leon Panetta, in una intevista rilasciata qualche tempo fa a Jake Tapper di “This Week”, programma della ABC (qui il riassunto in italiano de ilPost.it), ha dichiarato: “Un’altra preoccupazione è la sicurezza informatica. Viviamo in un mondo in cui la guerra informatica è ormai reale e può minacciare le nostre reti e il nostro sistema funzionario. Può paralizzare il nostro Paese”.

Sono quasi sicuro però che non molti sanno che quelle di oggi sono solo le ultime, in ordine di tempo, guerre digitali in atto. Infatti qualche anno fa, quando la Rete viveva la sua Dark Age, moltre altre guerre sono state combattute.

C’è stato un tempo (primi anni ’90) in cui accese battaglie sono state combattute per il dominio di un canale Irc (#Italia era un canale molto conteso ma anche #Sesso, #Coppie o il minore #Salerno non sono stati da meno) o per il possesso di una shell. A quel tempo si passavano le notti a takare canali, collidare nick, bucare sistemi nei quali telnettarsi, ripulire ed applicare patch, notti in cui grazie ad un green a 56k (o anche a 9600 bit/s) si rimaneva connessi ore ed ore e chi poteva codava e chi non poteva scandagliava la rete alla ricerca dell’exploit giusto per bucare quel bot o quella rete ed ottenerne così il controllo.

Ci si scontrava con hackers ed internauti di altri paesi (all’epoca gli israeliani erano molto forti così come i finlandesi) in battaglie senza tregua in cui di giorno si dormiva e di notte si combatteva con ping -f, smurf, synflod e altri DOS o DDOS.

In quel periodo si consolidava la distinzione tra hacker (buoni) e cracker (cattivi): i primi avevano un’etica (il Manifesto dell Hacker di  Loyd Blankenship, aka The Mentor, ne è un esempio), i secondi avevano un fine ed in alcuni  – non pochi – casi questo fine era soprattutto economico (in Italia il carding era nel suo periodo d’oro e c’è stato chi si è fatto recapitare a casa addirittura un frigorifero).

A qualcuno potrà sembrare un gioco, un hobby infantile per nerd che non avevano niente di meglio da fare che passare le notti davanti ad un monitor (nb: molti di quelli che a quei tempi criticavano e bollavano come “noiose” o “sprecate” le tante ore passate  su Internet oggi sono tra i più assidui ed accaniti frequentatori di Facebook o altri socnet e spendono il loro tempo a registrare video da caricare su qualche piattaforma di condivisione) ma non era affatto così. La Rete a quel tempo era uno strumento di affermazione ed emancipazione sociale in cui la privacy era per molti un aspetto fondamentale. Persone che vivevano la vita reale con un po’ (o anche tanto, lo spettro emozionale era molto ampio) di disagio sulla rete e dietro un nickname diventavano qualcosa di diverso, liberavano il loro ego o diventavano qualcun altro e, per il tempo di una connessione (le adsl flat o non c’erano o non erano così diffuse), si sentivano qualcuno, si sentivano vive. Ma c’era anche chi semplicemente viveva la propria presenza sulla Rete come un momento d’incontro ed un mezzo per fare nuove amicizie (molti degli inquilini del Piano si sono conosciuti proprio grazie ad Internet) senza dover prima mostrare un po’ di fatti propri in giro (come invece succede oggi su Facebook).

A quei tempi (non so perché ma usare queste parole mi fa sentire molto vecchio :D) la Rete era qualcosa di diverso da ciò che è diventata oggi, non migliore, solo diversa e non entro nel merito di giusto/sbagliato perché credo che, sebbene molti governi facciano di tutto per cercare di controllarla, Internet viva di una sua naturale e non controllabile evoluzione (quello che secondo me è l’evoluzione della Rete magari lo scrivo in un altro post).

Per meglio ricordare quel periodo voglio citare alcuni dei nick dei protagonisti che, nel bene e nel male, lo hanno animato (ovviamente l’ordine è assolutamente casuale e sicuramente sono molti quelli che al momento mi sfuggono, mi scuso in anticipo con loro): ARCANGELO, Jester, Bonhomme, Magoz, Fosdo, [PiTBull], [Bull], Nncisto, Blacklion, Zcot, Saponetta, Thule, LupinIII, Sigma, Mofoz (buonanima), Cecco, Tsunami, Bigbob, Dodo, nilo, Mercury, V|pera, Ak|ra, Vincent. D3vah, orcaloca, J3di, rigian, mtb, dashx, dekadish, ^jonas^, gunzip, nigma, kaossino e tanti tanti altri.

Molti di loro non hanno mai avuto un volto né lo avranno mai ed è forse per questo che non saranno mai dimenticati.

Ed ora, come diceva il quit message di uno di cui non ricordo il nome: “Telnet to real life”

Guardando Dall’8° Piano In Giù…

Il sole entra dalle finestre che sbirciano su Croke Park.
La luce si infrange nei vetri. Un arcobaleno di colori si proietta sulle pareti della mia camera da letto. Il cuscino è morbido, le coperte calde, l’aria tiepida.
Il sogno, per un attimo, è realtà.
Guardo fuori. Un uccellino blu cinguetta sul ramo dell’albero che accarezza il terrazzo.
E’ ora di alzarsi!
Infilo le pantofole. Da sotto al letto, spunta il musetto di Charlie.
Apro la porta. Il nostro pianerottolo di emozioni è, come sempre, sottosopra!
Mi guardo intorno. Il tavolo è pieno delle birre di Oz. I grafici di Jacques, sono sparsi ovunque… anche stanotte ci sarà stata bisboccia!!!
Sulla bacheca ci sono messaggi di nuovi amici. Un sorriso, sveglia il mio volto assonnato.
La tv è ancora accesa. Sullo schermo, in un incessante loop, i video dei ricordi di un tempo. Mi soffermo a guardarli. In tre minuti, scorre tutta la mia vita. Rinsavisco, è ora di preparare la colazione!
La cucina è nascosta dietro una tenda di piccoli batuffoli di lana.
Latte, cereali, frutti rossi… bene c’è tutto!
Il cucchiaio è nella ciotola, chiudo gli occhi, so che una nuova giornata sta per iniziare, inspiro. L’aria è nei polmoni, si carica di disagi, paure e… dei sogni dell’ultima notte.
Un soffio gelido, mi brina le labbra…
Li riapro e sono di nuovo nel mio ufficio…