Piccoli Tagli Netti


Conoscersi è un gioco a cui a volte non scegli nemmeno di giocare.
Conoscersi è lacerante.
Come farsi a fette sottili con un bisturi ben affilato.

Mi guardi con quegli occhi così tuoi e mi sfidi a dire di più.
Sai bene che non è quello che farò.

Sarebbe bello dirti “Sei stupenda” per intendere “Sei stupenda“.
Sarebbe bello dirti “Sono pazzo delle tue labbra” per intendere esattamente questo.

Eppure Conoscersi non te lo concede.
Questione delicata e ricca di prassi.

Sono gentile e premuroso con te che sei spigliata  ma fumosa.
Sono brillante e spiritoso mentre tu sei ammiccante ma trattenuta.

Sarebbe bello dirti “Voglio sbatterti al muro” per dire che desidero il tuo corpo.
Sarebbe bello dirti “Non parliamo più” per dire che ho solo voglia di averti.

 Annusarsi secondo le regole.
Stare attenti a non compiere passi falsi.
Misurare le parole.
Calcolare la distanza.

Guardami e basta.
Guardami e prenditi ciò che vuoi.
Come se lo avessi fatto migliaia di volte.

2012/03/14
Published

campocalcio

Potiamo L’abete!

La battuta più bella su Giancarlo Abete, detto Giancarlino, è di Zdenek Zeman. A cena con un nemico, con Abete? «Perché no? Abete non è mio nemico, ma nemico del calcio». A rincarare la dose ci ha pensato poi Mino Raiola, il potente procuratore italo-olandese: «Parliamo di un presidente che non è riuscito a portare a casa gli Europei, che non è riuscito ad aiutare i club a fare gli stadi di proprietà, non ha fatto un solo cambiamento dal basso, dal profondo del calcio italiano, eppure è ancora lì».
Alla Federazione Italiana Giuoco Calcio ha accettato di ricandidarsi, in ossequio alla mai tramontata formula del “se me lo chiedono…”, Giancarlo Abete, classe 1950. Parlamentare della Democrazia Cristiana dal 1979 al 1992…e potrei fermarmi qui…Abete ha attraversato indenne qualsiasi terremoto che abbia colpito il nostro calcio dal 1996, anno in cui assunse la carica di vicepresidente. A sostenerlo ci sono due novellini della poltrona come Mario Macalli, classe 1937, presidente della Lega Pro dal 1997 e Carlo Tavecchio, nato nel 1943, capo della Lega Nazionale Dilettanti dal 1999. E’ con questa ventata di novità, con queste finestre spalancate che vogliamo far entrare aria fresca nella casa dello sport italiano. In fondo Bill Clinton sparì dalla vita pubblica a 55 anni dopo due mandati da presidente degli Stati Uniti d’America.
Ma il calcio italiano è in crisi? “Ma non scherziamo, l’Italia è arrivata seconda agli Europei” Crisi economica, bilanci in passivo, campioni che se ne vanno, e tanto altro ancora: queste le tematiche che da diversi mesi, sulla scia del difficile momento dell’intero paese, occupano le pagine delle riviste sportive e animano i dibattiti televisivi intorno allo sport più popolare del Belpaese.
Dall’estate del 2006 abbiamo visto cose assurde legate al mondo della giustizia sportiva, indicative del perché questo sistema garantisce una giustizia non equa con piena consapevolezza di chi la governa.
Con la vicenda legata all’ultimo scandalo del calcio scommesse hanno trovato spazio anche le esasperazioni. Latitanti non ancora pentiti o in via di pentimento che contattano o vengono contattati dalle redazioni dei giornali, che pubblicano lo scoop dopo aver accomodato la versione, rendendola più vicina all’obiettivo da colpire. La condizione necessaria per salire agli onori della cronaca è che il pentito, prima ancora di essere credibile, deve risultare “accomodabile” . 
In tutto questo marciume nemmeno tanto nascosto, cresciuto grazie ad istituzioni sportive inconcludenti, sponsor di interessi che nulla hanno a che vedere con lo sport, quale è la priorità degli esimi rappresenti delle istituzioni sportive? Salvaguardare la poltrona!
Si pensa alla poltrona nel momento in cui, anche grazie alla loro incapacità di controllo e prevenzione, il nostro calcio ha toccato il fondo.
Le istituzioni sportive hanno il potere di decidere chi condannare, chi assolvere, chi credere, cosa dimenticare e cosa enfatizzare, senza necessità di rispettare norme o regolamenti che possono sempre essere cambiati in corsa o semplicemente ignorati. L’autonomia della giustizia sportiva garantisce libertà di movimento. E’ questo il privilegio che si vuole preservare.
La cosa che più mi spiace è che nel rutilante e meraviglioso mondo del pallone non si trova uno meglio di lui.

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Amore Sospeso

La osservo mentre è alla ricerca di te. Il suo sguardo è colmo d’angoscia e d’amore. La solitudine in cui è improvvisamente piombata fa tutto il resto. Granitica nell’aspetto, fragile nell’animo. Troppi anni insieme per trovare un significato nuovo all’esistenza che diventa un pesante fardello, più di quanto non lo sia mai stato. Non potrà mai dimenticare la tua forza, il sorriso, l’onestà, i tuoi occhi.

Dovrà reinventarsi, ripensare allo scorrere del tempo in funzione solo di se stessa. Niente pasti alla solita ora, né corse folli per dare corpo a quell’accordo di vecchia data ma sempre fresco.

Vuoto. Incredulità.

Questo leggo nei suoi occhi, nonostante faccia di tutto per nasconderlo. L’ansia è svanita violentemente per fare posto a un dolore soffocante. Eri indistruttibile per lei.

Ha fatto tutto per te. E continuerà a farlo.

La vedo rincorrerti nel sonno agitato della notte. È lì che percorre rapidamente quel corridoio per raggiungerti, deve guardarti, parlarti e raccontarti del mondo fuori, mentre avverte un’invidia leggera nel guardare i volti di coloro che usciranno.

Finalmente ti accarezza, sfiorandoti il viso ricoperto dai resti di una barba incolta. È tutto il giorno che l’aspetti, ansioso di veder splendere il tuo raggio di sole. Per poi confidarle in un orecchio quella paura in cui vivi da una vita e che per una vita ti ha dominato.

Sapevi già come sarebbe andata, gliel’hai pure confidato, faccia a faccia. Azzurro nel verde.

Tutto finisce ma non esiste il momento adatto. L’ignoranza continua a regnare sovrana nel cuore.

Lei però continua a cercarti. E anche se la tua stanchezza non lascia più alcun dubbio, non vuole perdere ogni speranza. Fino al mattino, finché la realtà l’avvolge di nuovo e la getta nelle braccia di quella solitudine che porterà per sempre con sé. Non c’è via d’uscita, c’è solo un vano in cui in cui ti senti a tuo agio.

Falle capire, con il tuo amore, che nulla resterà immutato.

Diglielo tu, che può soltanto continuare ad amarti.

…e Così Diventai “zio Ciuccio”

Succede quando ho il fiato corto. Le immagini corrono negli occhi accelerate.
La voglia è una, arrivare il prima possibile al pc.
Non al netbook ,ma a quel mostro di tre piani che giace sotto la scrivania.
Ha una tastiera enorme e schiaccio i suoi duri tasti in rapida sequenza, il movimento delle dita è coordinato a quello delle mani e dei polsi. Ho come la sensazione  di suonare un pianoforte.
Il ticchettio diventa così una melodiosa sinfonia.
Le parole appaiono sullo schermo. Tutto ciò che ho dentro scorre via come un fiume in piena.
In questi momenti sono un libro aperto: vita, amicizia, politica, storia, amore, finanche il mio credo. C’è un po’ di tutto, accompagnato dalle mie insane congetture.
Butto un ingrediente dopo l’altro e, mescolando con cura, cerco di smussare i sapori.
E’ una sensazione di serenità diffusa, generalmente stimolata da un film, un ricordo, un’immagine o dall’odore dei glicine in fiore.
Tutto prende una forma diversa.
Il cursore lampeggia, le idee si accavallano ma è tutto chiaro. Ci sono solo io con i miei pensieri.
I ricordi diventano nitidi e così mi ritrovo di sera, di fianco a Sandro in un furgone ad attaccare i manifesti. La mia faccia è implume, mentre quell’omaccione ha ancora i capelli. Siamo completamente sporchi di colla, puzziamo di birra, ci raccontiamo per quel che siamo. In quel momento la vita diventa, per un attimo, perfetta.
La mente viaggia, trasla di pochi mesi o di tanti anni. Che importanza ha?
Sono sull’uscio del portone, Peppino ha la mia macchina, i miei soldi e la mia fidanzata sul sedile e si allontana. No, non ero pazzo, solo felice.
Un salto in avanti. Parigi, tre in un letto con Miky intrufolatosi dietro una valigia. Per dormire comodi, poggiavamo i piedi sul tavolo del pranzo.
Rewind. Tocca a me. Mi alzo dalla sedia, sono in un perfetto completo grigio e camicia azzurra. Avevo promesso la nera ma ho avuto paura. Rosario ancora ride di me. Alle spalle, gli amici di ventura di 5 anni.
Purtroppo non c’è nastro abbastanza per raccontarle tutte. So solo che trafugare il compito di economia da un computer, mi aveva fatto sentire –per un giorno- il salvatore della Patria.
Non ho rimpianti. Ho dormito quando ero stanco, bevuto da assetato e gustato tutte le mie voglie.
Col tempo, da Uccio, sono diventato “zio ciuccio”.
Mi ritrovo nella stessa stanza dove, un tempo, dialogavamo di massimi sistemi e di cornetti turchi.
Sono solo cambiati gli argomenti. Ora camminiamo in processione dietro una bimba di due anni, che c’ha messo in riga dietro di lei.
Gli anni passano, ma ci sono cose che difficilmente si perdono, ma si valutano con una moneta diversa.

Buon Natale… Un Cazzo!

Buon Natale? Buon Natale un cazzo mi verrebbe da dire! Ma cosa di buono ci può mai essere in una festa insulsa come questa?!? Milioni di persone che scendono in piazza pronte a scambiarsi – ipocritamente – auguri, regali e propositi positivi per l’anno che verrà. Altrettante tavole imbandite di candele, luminarie, pacchetti, fiocchetti che addobbano, riempiono e stufano le case di ogni buon cristiano. Perché mai dovrei mischiarmi a questo? Che cosa ho a che vedere io con il Natale? Un bel niente!!!

E’ il compleanno di Cristo nostro Signore. Si, d’accordo. Ma senza essere blasfemo e trascendendo dal momento mistico-religioso, io odio festeggiare il mio di compleanno perché mai dovrei festeggiare quello di un Altro? Fondamentalmente sono feste di famiglia che in sincerità non mi appartengono, non mi piacciono, non conosco più. Sono passati i tempi delle corse in pasticceria o, peggio ancora, l’ansia di trovare chissà cosa sotto l’albero. Magari una sorpresa. Quella sorpresa tanto agognata negli ultimi 10-15 giorni che ti fa sentire meglio o peggio solo paragonandola ai regali dei tuoi amichetti più o meno ricchi.

Sai già cosa voglio, te lo faccio capire, tu te ne freghi e mi dai cosa vuoi tu. Io rimugino anche su un oggetto.

Ma che noia mi viene da dire! Ma è così difficile capire cosa desidero? Porca miseria, io non voglio niente. Eppure vengo risucchiato in questo vortice di spese, prezzi, sorrisi e bacini augurali. Mi viene voglia di andare alla mensa dei poveri a dare una mano! Lì si che sarebbe un Natale vero! In mezzo ad un branco di estranei sporchi e puzzolenti, senza un euro addosso e io – con il calore del portafogli e della casa che mi aspetta nel cuore – a porgerli un piatto di minestra tiepida. Ma almeno sarebbe vero: affamati loro, triste io.

Ho avuto giorni migliori. Fortunatamente sono sempre cascato in piedi dalle mie angosce, dai miei silenzi, dalle mie solitudini e perché no, anche dalle mie depressioni. Nessun tentativo suicida, nessuna pillola a buttarmi giù o a tirarmi su. Solo io, le mie lacrime e un cuscino a raccoglierle. Ciò che mi ha sostentato è l’orgoglio di pensare che tutto il mondo è fuori da quella stanza e che nessuno – volente o nolente – potrà mai aiutarmi e che io, solo io, sono giudice giuria e carnefice di me stesso. Non è lucida pazzia, è solo ferma consapevolezza che non sono nient’altro che il famoso granello di sabbia nel deserto. Un piccolo tanfo in questo putridume che ti spacciano per vita. Si, mangio e vomito odio. E’ come un nuovo sapore che mi fa ingordo e – senza ingrassare – mi nutre. Qualcuno direbbe che ho abbracciato il lato oscuro della forza. Ma chi ha più forza di combattere? Oramai mi sono arreso. A furia di tirare la corda, si è spezzata. E’ un rapporto incrinato, rotto troppe volte e i pezzi sono diventati troppo piccoli per essere rimessi insieme.  In fondo non si potrebbe riassumere così la vita? E’ come se il buon Dio – da astuto burlone – si divertisse in questo modo osceno alle nostre spalle… Sai che ridere?!?! Per Lui. Io oramai ho difficoltà anche a farmi una grassa risata e, a pensarci, – in questo periodo – mi sento un po’ Scrooge: cattivo, taccagno, arido e solo. Dovrei avere spalle larghe e forti per reggere il peso della vita ma sono state scoperte troppo presto e ora sono piene di piaghe. Non voglio comprensione, amicizia, aiuto ma che aiuto potrei mai cercare? Ma chi dovrebbe darmelo? Un amico? Un fratello? Una madre? Un padre? Ma figuriamoci. Io non so nemmeno che odore ha l’aiuto. Eppure, eppure non ero così e non riesco a focalizzare il fotogramma in cui tutto è cambiato. E’ stato un mutamento graduale, una crosta sottile intorno al cuore che è andata crescendo, lievitando è diventata talmente spessa da negargli addirittura la luce. Inizi con l’odiare le cene della vigilia, di conseguenza le persone con cui ti ci ritrovi – la maggior parte sconosciute – Le guardo e penso “Ma questi chi sono?!?”. Lo scambio dei doni?!? Già trattato. La Santa Messa? Uh quella poi!!! In mezzo ad una comunità di persone che se ne frega per un anno intero ma che a Natale sente il Santo dovere di andarci e io insardinato insieme a loro. Forse ne avranno bisogno e in fondo li posso capire, quando io ho avuto bisogno della Fede, mi sono aggrappato a Lei con tutto me stesso. Forse Lì ho trovato un po’ di sostegno e devo dire che ciò che ho chiesto, ciò che ho implorato con tutto me stesso, si è avverato. A saperlo prima mi sarei risparmiato tanto altro dolore. E’ vero, quando Dio ti vuole punire, esaudisce i tuoi desideri.

Che cosa desidero ora? Non lo so, è da tempo che mi pongo questa domanda. Se dovessi scrivere una lettera a Babbo Natale sarei fottuto! Starei lì fermo a rimuginarci. No niente soldi o harem o potere. So già che potrei averli da solo ed ottenerli per magia sarebbe una sconfitta maggiore del non averli raggiunti con le proprie forze. Però, a pensarci bene potrei chiedere ciò che mi hanno tolto con la forza, l’unica cosa di cui andavo veramente fiero e che mi hanno sottratto per un capriccio.

E’ vero i capricci si pagano con la felicità altrui. A ripensarci, un vulcano di rancore mi esplode dentro. Il mio povero stomaco – già minato da nervosismo ed ansia – gorgoglia grida di pietà. Quanto abbiamo sofferto insieme, gli darei la pace, ma ho troppa voglia di vedere dove si andrà a finire per accontentarlo.

Ero innamorato, si, credo sia la parola giusta. Ero innamorato, ero convinto che il mondo fosse migliore ed ero sicuro che io fossi migliore. Ma quanti “ero” emblemi di un tempo passato e che sinceramente non voglio che torni più. Ciò che è v”ero” è quello che vivo adesso: ansia, odio, paura di non riuscire, di non ottenere, di non essere. Ho sempre avuto la convinzione – e questo fin da bambino – che avrei fatto qualcosa che avrebbe cambiato il mondo, magari il modo di pensare, che sarei diventato – per chissà quale artifizio – un eroe del mio tempo.

Crescendo ma soprattutto vivendo, questa convinzione si è affievolita ma il desiderio no. Ho bisogno di grandi cose per vivere, di grandi persone al mio fianco per crescere ma la mediocrità che mi circonda – e di cui sono perno – me lo impedisce.

Sarei dovuto andare via tanto tempo fa per imparare cose nuove, un nuovo modo di vivere più asettico, meno romantico, rivolto al “dover fare per dover essere”. Probabilmente ora sarei una persona più vuota ma sicuramente più felice.

Non Sono Un Bastardo

 

L’asfalto brucia. Non lo sopporto. Sento il vuoto attorno, rapide folate d’aria indifferente. Odori assenti, io che sento tutto.  Anche a un chilometro in linea d’aria alle volte.
Da dove deriva tutta questa impotenza? Libero non lo sono mai stato veramente, ma mi è sempre sembrato di esserlo col cuore. Non posso crederci! È finito tutto quell’amore? Non sono più avvolto. Nemmeno la consapevolezza di essere oggetto, per l’ennesima volta, dell’egoismo. Non ho mai chiesto nulla. Mai. Solo piccole attenzioni, lecito scambio dell’unico vizio che sia mai riuscito a riconoscermi: adorazione a prescindere.
Dalla brutalità antropica.
Dalla noncuranza del vicino.
Dalla razionalizzazione estremizzata dell’amore. Da quell’ammasso di perversione connaturata nella catena molecolare.
Ora il nulla. È buio, avverto il gelo e il mio cuore accelerato schizza fuori dal torace. Ce la farò?
Mi resta solo il tempo di respirare.

L’Essenziale È Impalpabile – Ovvero: ‘Del Buon Cibo’.

Non si cucina bene che col cuore.

Gli ingredienti son invisibili agli occhi.

Non si assapora bene che con l’anima.

Il gusto è impercettibile al palato.

Nota di Zolletta 1: Magari mi sbaglio. Anzi, come scriverebbe l’ottimo @jovanz74 sul suo Gilda35 :  OppureNO.

Nota di Zolletta 2: “non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” [cit.]

Nota di Zolletta 3: Oggi mi è tornato alla mente Un’insalata non poi così terribilmente complicata, cioè quello che considero il mio primo vero “Racconto della (e dalla) Cucina” di Ottavo Piano . Alcuni si chiedevano cosa significasse. Mi sono anche ricordata di un post di Oz e, di conseguenza, la celebre frase del piccolo principe (cfr. Nota 2). E poi, ecco che la memoria mi porta a un buon libro. O meglio, a un buon cuoco scrittore che ha ispirato i miei racconti della cucina. Mi piace sempre molto leggere Allan Bay : scrive bene, in modo chiaro e intriso di passione per il suo lavoro. Le sue ricette sono semplici, decise e oneste, come piacciono a me. Nella mia cucina. I 100 strumenti di un cuoco curioso è, se non sbaglio, il suo ultimo libro: una sorta di compendio, autobiografico, degli strumenti, più o meno essenziali (più meno che più, a dir la verità), da tenere in una cucina eccellentemente attrezzata. Utensili, macchinari, arnesi, tecniche, qualche ricetta e frammenti di vita dell’autore. L’opera completa di Bay, ho sempre pensato, è come se fosse impregnata dell’essenza, impalpabile ed onesta, del cibo che sentiamo buono. Onesta è l’essenza di ciò che percepiamo buono, in cucina. Perché, ricordando le parole dell’impareggiabile twittera @dtblamethecake: è impossibile mentire in cucina. Infine, chiudo questa Nota,con l’ambizione di candidare questo post alle celebri “Regole” della @riduc. In fin dei conti, potrebbe trovare una collocazione adatta accanto alla regola N° 24 “Non mettere mai a bollire l’acqua del tè o della pasta se stai lavorando!”.

La Vita Secondo Victor Velasco

Vivere in alto, all’ultimo piano di un palazzo, ad esempio all’ottavo, comporta una serie di privilegi: avere una visione d’insieme della città, sentirsi liberi di sfiorare i confini con lo sguardo, coltivare la divina sensazione di non appartenere a nessuno un attimo prima di scendere in strada tra la gente…


“…una volta al mese io cerco sempre

di rendere nervosa una bella ragazza,

tanto per impedire al mio ego di avvilirsi…”

“…i vecchi sporcaccioni

riescono a farla franca molto meglio…”

“…agli albori di una nuova amicizia!”

(Victor Velasco,

citazioni dal film “A piedi nudi nel parco”)

Chi è Victor Velasco? Un filosofo epicureo? Un flâneur newyorkese? Un “uomo di mondo”? L’ultimo dei bohémien? Un aristocratico senza soldi? Un gentiluomo d’altri tempi? Un imboscato? Un romantico buongustaio? Un signore attempato che ha paura di invecchiare? Uno spiantato che approfitta del prossimo e in cambio dona la propria energia vitale? Un esistenzialista assetato di esperienze? Un single che è sempre in buona compagnia?… Tutte queste definizioni unite insieme? Già, forse le cose stanno proprio così: Victor Velasco è tutto questo in un’unica persona! Quindi è un essere inesistente, un ideale umano, un personaggio troppo variegato e intrigante per sopravvivere in questo mondo, fuori dalla pellicola. Soprattutto non è uno di quelli che sta a guardare mentre gli altri fanno, ma è uno che fa anche se gli altri stanno a guardare! Confusi? Niente paura: per comprendere le mie farneticazioni vi basterà visionare (o rivedere nel caso siate dei nostalgici recidivi) un film del 1967 intitolato “A piedi nudi nel parco” (Barefoot in the Park) e diretto da Gene Saks. Una commedia romantica tutto sommato scemotta se non fosse, appunto, per il personaggio di Victor Velasco che inocula in maniera provvidenziale nella “trama” un fattore di sana instabilità intorno alla quale ruota la (breve) “crisi esistenziale” dei giovani protagonisti (Jane Fonda e Robert Redford): vivere pienamente gettandosi a capofitto nell’esistenza senza fare troppi calcoli oppure condurre una vita ponderata, sobria, abitudinaria? Victor Velasco non può esistere nella vita di tutti i giorni perché rappresenta la necessaria alternativa che sonnecchia in stato di quiescenza all’interno di quella “bolla idealistica” grazie alla quale sopravviviamo a noi stessi. Se esistesse veramente, a lungo andare diventerebbe noioso e inflazionerebbe l’ideale alternativo che incarna.

Chi o cos’è, dunque, Victor Velasco? E’ l’esistenza che riprende quota prepotentemente; è camminare lungo il cornicione di un palazzo per rientrare in casa; è l’arte di arrangiarsi ed essere felici; è non preoccuparsi di restare in piena notte senza mezzi pubblici perché tanto c’è già una nuova esperienza che ci aiuterà a occupare il tempo in attesa del mattino; è possedere un pezzettino di mondo dentro di sé e donarlo agli altri con gioia, senza farlo pesare; è non dire mai “basta!” oppure “per oggi sto bene così!” o altre frasi tipiche di chi ha paura di vivere fino in fondo; è sperimentare per sentirsi parte integrante del mondo e non come osservatori asettici dall’alto di un castello fortificato… Victor Velasco è un buongustaio che preferirebbe morire piuttosto che prendere pillole contro l’ulcera e rinunciare a certe esotiche prelibatezze gastronomiche; è un uomo di “cultura” non nel senso libresco del termine ma esperienziale. Essere Victor Velasco significa “provare tutto almeno una volta”; significa diversità e integrazione; significa autoinvitarsi a cena senza farsi troppi problemi o portare un gruppo di amici in un fumoso ristorante albanese senza licenza (“I quattro venti”) per gustare piatti provenienti dagli antipodi del gusto ordinario; significa sfidare il freddo e le convenzioni e cantare “Shama Shama” (canzone popolare albanese) a New York tra una zuppa di fagioli greci e una bottiglia di ouzo con cui allentare i freni inibitori… “Andare a piedi nudi nel parco non è sensato, ma è divertente!” – dice la giovane sposina. Vivere senza compromessi, perché vivere è un’esperienza meravigliosa. Darsi totalmente! Questo significa essere Victor Velasco, essere simili o tentare di essere simili a Victor Velasco. E sì, perché non è facile diventare come Victor Velasco: non dall’oggi al domani. Ci vuole allenamento; occorrono anni. E poi bisogna almeno una volta nella vita sentire il desiderio di essere Victor Velasco: altrimenti inganniamo noi stessi solo per fare colpo sugli altri, calandoci in personaggi che non ci appartengono interiormente.

I viaggi, gli eventi affrontati nel corso della vita, le storie da raccontare, le persone incontrate, le esperienze, le vite intrecciate, le tracce indelebili sulla pelle e nell’anima, i sapori, gli odori, i colori, le facce, i luoghi, le lingue, le usanze: tutto questo e molto altro ancora converge miracolosamente in un’unica persona eccezionale e rara che masticando e metabolizzando gli anni vissuti pienamente ripropone al prossimo la propria incommensurabile (non da tutti apprezzata, anzi per alcuni fastidiosa) joie de vivre. Istintivamente mi ritornano alla mente i versi della poesia “Non vorrei crepare” di Boris Vian:

“…Non vorrei crepare

Nossignore nossignora

Prima di aver assaggiato

Il gusto che tormenta

Il gusto più intenso

Non vorrei crepare

Prima di aver gustato

Il sapore della morte…”

Charles Boyer , l’attore che interpretò il personaggio di Victor Velasco nel film del ’67, ebbe modo di assaggiare realmente (e non per copione) il gusto che tormenta… il sapore della morte. Esattamente come avrebbe fatto l’immaginario Velasco, anche Boyer non scende a compromessi con la non-vita: nel 1978, due giorni dopo la morte della moglie e con alle spalle l’oscuro suicidio del suo unico figlio (avvenuto nel ’65: due anni prima di interpretare la parte dello “spensierato” Velasco), Boyer decide di togliersi la vita con una overdose di barbiturici.

Una simile scelta può apparirci in netto contrasto con la gioiosa “filosofia di vita velaschiana” sopra descritta, eppure riflettendo con attenzione siamo addirittura in grado di rintracciare l’impeto vitale di Velasco nell’atto estremo di Boyer, perché come ci ricorda Pablo Neruda nella poesia “Lentamente muore”:

<<Lentamente muore chi non capovolge il tavolo…>>

Il Velasco che sopravvive in Charles Boyer decide di non voler morire lentamente e di voler capovolgere il tavolo della vita: paradossalmente in onore della Vita stessa! Come canta Franco Battiato nel brano “Breve invito a rinviare il suicidio”:

“…Questa parvenza di vita

ha reso antiquato il suicidio.

Questa parvenza di vita, signore,

non lo merita…

solo una migliore.

Chi ha conosciuto la bellezza, chi ha amato, chi ha sperimentato la passione, chi ha gustato i sapori della vita, chi ha avuto il coraggio di trasformare la propria esistenza in un immenso banco di prova, non può accontentarsi di attendere il giorno successivo, quello che viene dopo e così via… fino alla fine.

Di Luci E Ombre

La foto è di Emanuela Emyela

Può capitare che all’improvviso si disegni un sorriso nel cielo. Il sole si affaccia timido, oscurato dalla luna, e una specie di Stregatto regala al mondo un ghigno beffardo affinché ogni persona lo possa ammirare. All’apparenza sembra che tutto si adombri, ma in realtà è solo il preambolo di un magico stupore.

E’ come se fossi la mia personale eclissi solare parziale: tra le nubi di un’apparente oscurità riesci a farmi sorridere, ed io non posso far altro che alzare lo sguardo e osservarti rapita, contesa tra la contemplazione di un momento speciale e la consapevolezza di dovermi accontentare della tua penombra.

Se solo avessi ascoltato Dedalo, ora non avrei paura ad indossare queste ali di cera.