Socialità Elettronica Nell’epoca Del Web 2.0


Valentina Rutigliani(*) intervista Eugenio Iorio (jaques bonhomme).

V. R. Quanto è indebolita la figura del politico, e l’aura di potere che tradizionalmente emanava, con l’entrata in scena dei cittadini sulle piattaforme in rete?
E. I. Non penso che la sfera politica si sia indebolita. Penso che siano cambiati i termini della reputazione, e soprattutto che la fiducia sia stata minata ulteriormente rispetto alla possibilità di accesso ad informazioni in tempi brevissimi, praticamente in tempo reale, su ciò che oggettivamente la sfera politica fa. Questo vuol dire che le forme di reputazione, e soprattutto le forme di fiducia, di lettura e di analisi della politica sono cambiate: proprio per questo noi oggi ci interroghiamo su come cambia l’opinione pubblica. L’influenza sociale si sta trasformando, per cui è chiaro che la politica che non comprende il web difficilmente riesce a mettersi in sintonia con quelle fasce di utenza che invece utilizzano il web.

V. R. Come ha dovuto reinventarsi la comunicazione istituzionale e politica alla luce delle nuove dinamiche comunicative innescate dal web 2.0?
E. I. La comunicazione politica ha dovuto rivedere le geometrie di relazione tra istituzione, cittadini, stakeholders, imprese. Ha dovuto necessariamente capire che la reputazione, cioè la costruzione di fiducia e consenso, partiva dalla connessione relazionale; e questa esperienza relazionale è dovuta diventare necessariamente conversazione. Per cui è chiaro che un’amministrazione che ha saputo adeguare, attraverso la convergenza tecnologica, i propri strumenti di dialogo a tutte le forme – dal telefono al fax, alla posta elettronica, ma anche Skype, Facebook e così via – ovviamente ha potuto permettere una costruzione diretta con il cittadino al quale ha fatto scegliere la forma, e quindi il canale, di comunicazione che preferiva nella conversazione. Questo ha innescato un processo di relazione nuova: all’interno di questa relazione i flussi di comunicazione e di informazione sono totalmente cambiati.

V. R. Lei è tra i fondatori di Ottavopiano.it, tra i primi 5 blog collettivi più letti e votati in Italia. Un medium “tattico, convergente ed estremamente pericoloso”. Di che si tratta? Cosa sono i media tattici?
E. I. La definizione di medium tattico nasce con un massmediologo gesuita, Michel de Certeau. Egli sosteneva che nelle pratiche quotidiane come la lettura, la scrittura – oggi potremmo dire scrivendo un post – ci si poteva liberare dalle proprie angosce, dalle proprie paure, ma soprattutto dal dominio di chi aveva attivato queste paure e queste angosce, cioè dal dominio del potere, che tendeva a costruire una coercizione attraverso emozioni negative nella vita di queste persone. E grazie alla scrittura, quindi, o anche grazie a una forma di espressione artistica, ci si poteva liberare. Quando negli anni Novanta abbiamo vissuto la teorizzazione dei media tattici, di Garcia e di Lovink, abbiamo ritenuto, come mediattivisti, di poter utilizzare i blog in un modo non solo tattico, dal punto di vista di mettere in rete più soggetti che ambivano a liberarsi dalle paure del quotidiano, ma soprattutto svolgevamo anche un ruolo strategico: cercavamo di costruire delle aree libertarie, delle zone temporaneamente autonome, dove la nostra libertà fosse piena. In realtà questo è totalmente fallito, perché le logiche di dominio capitalistico si sono impossessate sempre più in maniera forte della rete. Per cui la new economy, anche se è stata tipicamente per molti una bolla di sapone, ha costruito dei grandi centri di potere economico nella rete.
Oggi che cosa significa utilizzare media tattici: noi riteniamo che non si può più sovvertire un messaggio, così come ad esempio Umberto Eco ci ha spiegato nel testo “Per una guerriglia semiologica”, ma abbiamo bisogno di sovvertire il contesto, perché sovvertendo il contesto noi possiamo riscrivere la lettura. Come ci ha spiegato Barabàsi, possiamo connettere quelli che sono i profili della rete – Hub, nodi, switch, router e bridge – per poter creare una nuova forma di influenza sociale, in cui la desacralizzazione dell’immagine e lo svuotamento semantico delle parole, che hanno costituito la base fondante per il dominio capitalistico, e anche lo schiacciamento individuale sul presente e l’incapacità di costruire nell’immaginario collettivo un futuro certo, ci può portare ad attuare queste pratiche quotidiane. Quindi, in sintesi, un medium tattico fa questo: costruisce pulsioni libertarie. Attraverso la scrittura, attraverso la lettura, attraverso la possibilità di comunicare la propria vitalità, sentirsi vivi quando spesso si è chiusi in recinti in cui qualcuno, in un sistema panottico, cerca di osservarci e di tenerci chiusi.

(*) Valentina Rutigliani ha intervistato Eugenio Iorio e ha riportato il testo all’interno della sua tesi di laurea  in “Cinema, fotografia e televisione” del Corso di laurea magistrale in “Informazione e sistemi editoriali” dell’Università di Bari.
Il titolo della tesi è “Socialità elettronica nell’epoca del web 2.0”.

Dialogo A Due Con Morpheus

Matrix Prendendo spunto dalla terza edizione del Public Camp 2010, abbiamo contattato un personaggio che di Rete se ne intende e abbiamo cercato di approfondire con lui alcuni degli argomenti trattati durante l’evento.
Il nostro ospite si chiama Morpheus*, uno che non ha certo bisogno di presentazioni.

D. In sintesi Morpheus, cosa è emerso dall’ultima edizione del Public Camp?
R. Che la Rete è un enorme insieme di mezzi di comunicazione e di influenza di massa. È il più interessante per potenzialità, molte delle quali ancora inespresse, e per velocità nella costruzione e nella tenuta delle relazioni. Ma una volta per tutte ci tengo a sottolineare anche un altro aspetto: dimentichiamoci tutte quelle balle sulla Rete come luogo aperto, libero e democratico. Il web ricorda molto più il Sud America e le sue peggiori dittature che una democrazia.

D. Scusi, credo di non aver capito.
R. Partiamo da un assunto: sono d’accordo con Formenti quando dice che la democrazia è morta. Lo è da tempo, perciò tentare di resuscitarla attraverso la Rete è roba da impostori. Il fatto che sia partecipata e accessibile più o meno a tutti non significa che la Rete sia un luogo democratico. I suoi protocolli di funzionamento non appartengono agli utenti. I contenuti scritti, modificati e commentati, rimbalzanti da una parte all’altra del mondo, ne sono una prova: più li fai girare, più entrano a far parte dell’immaginario collettivo generando cultura di massa. Difficile ribaltarne il significato, anche quando si tenta di farlo. L’unica cosa che può fare la Rete, è assumere le sembianze di un generatore di processi democratici, ma solo se partecipativi e derivanti dal basso.

D. Quindi lei non crede alla cosiddetta “rivoluzione” del web?
R. Non ho mai detto questo. Sarei un pazzo a non certificare la realtà dei fatti. Proprio al Public Camp, attraverso studiosi e addetti ai lavori, è stata dimostrata l’importanza concreta delle reti virtuali. Si è discusso del peso reale che un network può avere rispetto al comportamento degli esseri umani. Soprattutto è stato evidenziato quanto la Rete influisca sulla costruzione dell’opinione comune.

D. E quindi?
R. Significa che una rivoluzione c’è e ce ne saranno tante altre ma ciò non vuol dire che la piattaforma virtuale sia democratica. Tutto è assolutamente sotto controllo, non dimenticatelo mai. Non si esercita alcuna forma di esercizio della volontà popolare: la Rete è il luogo in cui tutti dicono di tutto e chi è più forte ha un effettivo dominio sugli altri. In sostanza, più si ha una preparazione culturale adeguata, più si può diventare protagonista della nuova lotta di classe che inevitabilmente si combatte proprio su internet.

D. Allora come si può influenzare l’opinione pubblica? Chiunque in Rete può farlo?
R. Assolutamente no. Affinché si generi influenza sulle coscienze è necessario individuare coloro che hanno il fisico e l’autorevolezza per farlo. Sono gli influencer, soggetti capaci di costruire controllo ed egemonia del consenso. La Rete, fatta comunque di relazioni vere in carne e ossa, solitamente è strutturata con grandi hub, circondati da una miriade di nodi e di link. Ma deve essere solida. Ce lo ha spiegato Barabàsi.

D. E questo può bastare a generare consenso?
R. No. Certamente devono essere gli hub i fattori determinanti, in quanto portatori di numerose relazioni nella rete. Ma a questi vanno affiancati i router, che generano conoscenza, gli switch che hanno il potere della persuasione e i bridge ovvero quelli che utilizzano le relazioni per rintracciare informazioni da mettere a frutto giorno dopo giorno. Il tutto deve dar vita a uno strumento tattico, un mezzo che sappia essere il centro di un fitto sistema relazionale e che sia in grado di veicolare il più possibile contenuti e informazioni.

D. Lo scenario appena descritto sembra quasi prospettare il sopravvento prossimo della Rete sul Pianeta…
R. Purtroppo la Rete è un altro marchingegno inventato e messo in circolazione per controllare l’intelletto di voi umani, sempre troppo fiduciosi nel prossimo e speranzosi riguardo all’innovazione. Ciò che vi ho raccontato non è una novità, basta guardare come è stato ridotto il lavoro proprio sul web. Sono riusciti a far passare i bloggers e i nuovi media-attivisti come rivelatori di ogni verità, quando in realtà, senza dar loro alcuna contribuzione, li sfruttano campando alle loro spalle.

D. Quindi, è troppo tardi per invertire la tendenza?
R. Bisogna lottare e fare in modo che a vincere siano quelli più buoni. Noi non ci siamo riusciti. Spero che a voi vada decisamente meglio.


* protagonista della trilogia di Matrix