Notturni

La città è umida. Le luci della tangenziale mi avvolgono nella loro nebbia gialla. Le mie dita suonano, come su di un pianoforte, i tasti dello stereo. Anche la radio mi rema contro.
A quest’ora avrei dovuto sentire i tuoi si lambire i miei lobi, accarezzare le tue mani aggrappate alle lenzuola, vedere i tuoi sguardi coperti da palpebre di piacere.

Ma i fari di un’auto mi riportano alla ragione. Tu sei lontana e chissà. Forse lo so? Forse lo sai?

La mia carrozza conosce la strada, a memoria mi riaccompagna a casa.

Un altro giorno è passato, ed è l’unica cosa che mi consola.

Floreffe: Religieuse Mélange De Fleurs De Houblon

 

Ero lì, seduto a quel banco di legno di noce che mi ricorda da sempre le antiche botti, distrattamente intento ad osservare la mia immagine riflessa e distorta dalla colonnina della birra, quando lo sguardo si è poggiato su di lei, una blonde: Floreffe.
Non potevo limitarmi ad osservarla da lontano. Non ho saputo resistere all’impulso di annusare il suo profumo, di conoscere la sua storia.

Questa volta è una sete diversa, quella “di cultura brassicola”, a guidarmi verso la riproduzione di un meraviglioso dipinto dell’abbazia che porta il suo nome e che la vide fermentare per la prima volta:  l’Abbaye de Floreffe.


 

Fu costruita, su richiesta  dei Conti di Namur, nel 1121, dal fondatore dell’ Ordine dei Canonici Regolari Premostratensi, Norberto di Prémontré, detto “de Gennep” dal nome della città che gli diede i natali, canonizzato da Papa Gregorio XIII nel 1582.

Furono i conti di Namur che garantirono, per circa due secoli, la prosperità dell’abazia grazie a ricche donazioni. Norberto guadagnò seguaci in Germania, in Francia, in Belgio e ache in Transilvania, fondando, tra gli altri, anche il priorato di Floreffe.

Da quando ha lasciato l’abazia che l’ha vista nascere, (“maledetta rivoluzione!” mi sembra quasi di sentire), la sua casa è divenuta la brasserie Lefebvre, nella valle della Senna. Non più un monaco a farle da guida, ma un mastro birraio di Quenast, intento a mescolare le alchimie che rendono la sua ricetta così speciale. Chi lo avrebbe mai detto che dall’intuizione di un guardiaccaccia, Jules Lefebvre, potesse nascere un fiore così delicato!

Un fiore di origine belga, un po’ attempato, eppure…

Non so se è stato quel suo colore chiaro o se è bastato che l’aroma floreale con tenui punte di erbaceo sfiorasse le mie labbra… quel gusto equilibrato mi ha irretito, lasciando il mio palato morbido, desideroso di un gusto che riuscisse ad esaltare quel corpo non eccessivamente robusto.

E’ stato il mio amico Luca ad aiutarmi, ed eccolo lì, il connubio perfetto: imprecise cortecce, una crema di ceci, una grattugiatina di bottarga, ed una sfilata di dolci gamberetti ad attenuare le punte di amaro della mia Floreffe.

Ho lessato i ceci e li ho frullati, fino a renderli una crema vellutata. Ho unto la padella con un po’ d’olio ed ho fatto saltare l’aglio. Nel momento in cui il suo mantello è diventato dorato, ho aggiunto i gamberetti e la birra, aspettando che evaporasse per poi unire la crema di ceci. Solo a quel punto ho lessato le cortecce, le ho scolate e le ho saltate in padella con la crema di ceci ed i gamberetti. Le ho impiattate, colorate con una spolverata di prezzemolo, e prima di servirle ho arricchito il piatto con una grattugiatina di bottarga.

Ora sì che posso godermi la mia blonde preferita!

Cortecce alla crema di ceci, gamberetti e bottarga

(Questa foto è di Laura Soraci )

400 g di cortecce
200 g di gamberetti
200 g di ceci
15 cl di Floreffe Blonde
1 spicchio d’aglio tritato, prezzemolo, sale e pepe
1 spolverata di bottarga

Mi Ha Turbata Un Topo Torbido, Direi Torbato

Ieri sera ho conosciuto un topo. Ho letto da qualche parte che è nato in un fienile, in un luogo chiamato Dollarfield. Non è che i topi mi piacciano particolarmente, ma questo mi è stato presentato da un nano, l’ottavo, per essere precisi.
Fare la conoscenza di un topo può essere un’esperienza mistica, soprattutto se il topo in questione si chiama Harviestoun Old Engine Oil e nasconde in sé gli odori ed i sapori di una birra mai bevuta prima. Non sempre le cose sono così come sembrano. All’inizio possono lasciarti un po’ interdetto, per poi stupirti con un semplice particolare. Tra me e il topo è stato proprio così.
Il colore era quello giusto, scuro come la pece, ma a fregarmi è stato l’odore… Prima di ieri sera non mi era mai capitato di annusare una birra e restare colpita da un insolito profumo di oliva. Il nano mi ha detto che quello non era il profumo giusto. Ci sono rimasta un po’ male, ma solo un attimo, giusto il tempo di lasciare che le mie papille gustative fossero travolte da una miscellanea di sapori insoliti per una birra, ma allo stesso tempo per me così familiari. Sono partita da un lieve accenno di cacao per poi passare ad un evidente sapore di liquirizia, fino ad un retrogusto deliziosamente amaro. Non posso negarlo, il topo mi ha stupita. Il colpo di grazia però, me lo ha dato un suo cugino non troppo lontano, Ola Dubh. Un topo speciale, dal sapore torbato. Ci sono parole che riescono a racchiudere perfettamente in sé la consistenza di una percezione, e sarebbe sciocco da parte mia provare a spiegare un sapore che mi ha estasiato rischiando di non riuscire a trasmetterne la vera essenza.
Fate come me, affidatevi. Ad Atripalda c’è un nano, andate a trovarlo e chiedetegli se vi presenta un topo.