Hello Prof. Brian O’blivion, Nice To Meet You! Celebrating The Life And Work Of Marshall Mcluhan.

Marshall McLuhan
Herbert Marshall McLuhan (Edmonton, 21 luglio 1911 – Toronto, 31 dicembre 1980), sociologo canadese, è stato il più importante massmediologo a livello mondiale.

Se una citazione può stigmatizzare un uomo, la sua opera, i suoi studi e il suo pensiero, allora Herbert Marshall McLuhan è stato stigmatizzato in queste poche parole: “Il medium è il messaggio”.
Ma McLuhan, uno dei mostri sacri della storia della comunicazione, consapevole di trovarsi nel pieno di una rivoluzione mediatica, nella duplice veste di attore e spettatore, oltre ad individuare le caratteristiche dei vari media (estensioni di noi stessi, li definiva), ha studiato le conseguenze, individuali e sociali, della loro diffusione.
Non solo. Ha studiato gli immaginari individuali e collettivi trasmutati dalle tecnologie e dai massmedia.
Perché le tecnologie non si limiterebbero a semplificare la nostra vita quotidiana, a ottimizzare spazi e tempi, a introdurre nuovi strumenti di comunicazione, e chi crede di potersi servire dei media, controllarli, sfruttarli, senza lasciare nulla sul campo, sostiene McLuhan, si sbaglia di grosso.
Ciò che non ha alcuna conseguenza, ciò che è solo funzionale per chi lo fruisce, è il contenuto del medium.
Il suo messaggio, invece, è tutto ciò che implica: l’alterazione delle proporzioni, dei ritmi, degli schemi.
È la natura dei media a fare la differenza, non l’uso che noi decidiamo, o tentiamo, di farne; anzi, avverte McLuhan, più siamo convinti di dominare le tecnologie, più finiremo per essere in loro potere.
Niente che riguardi i media può considerarsi neutro, privo di risvolti.
Secondo McLuhan, in definitiva, i media sono una sorta di sottile membrana sistemata tra noi e il mondo esterno.
Da loro dipende la nostra percezione di quanto ci circonda, dalla visione d’insieme ai contorni più sfuggenti.
E pensare che il medium di riferimento di McLuhan, quello con cui si è misurato nel suo percorso teorico, è stata la televisione, di cui ha scritto, alla fine degli anni ‘70: “Lo schermo della tv riversa in te quell’energia che paralizza l’occhio; non sei tu che la guardi: è lei che sta guardando te.”
Il concetto fondamentale proposto da McLuhan, derivato direttamente dall’equazione medium=messaggio, è la distinzione tra media caldi e media freddi.
Una dicotomia necessaria ad evidenziare quanto le due tipologie siano utili per la comprensione della realtà fenomenica dei mass media.
I media caldi sono quelli con un’evidente tendenza alla detribalizzazione, all’indebolimento delle strutture tribali, costituite da ogni singolo nucleo sociale.
Nella sua opera “Understanding media”, McLuhan ci propone, come esempio di detribalizzazione, quanto avvenne nel momento in cui i missionari diffusero le scuri di acciaio tra gli aborigeni australiani: “la loro cultura, basata sulle scuri di pietra, si dissolse. Questi utensili non soltanto erano pochi, ma erano sempre stati un simbolo di fondamentale importanza, dello status virile” (Marshall McLuhan, “Gli strumenti del comunicare”, Milano, Net, 2005, p.33).
Media caldi sono la ruota, la scrittura, il denaro, tutti quei mezzi che imprimono accelerazione specialistica negli scambi, frammentando le strutture gerarchiche e giungendo a sovvertire l’ordine della stessa società, riscrivendone le abitudini.
Per contro, i media freddi, portano ad una ritribalizzazione, specie in funzione dell’elettricità, nuova pelle del genere umano, che permette la diffusione di radio, televisione, telefono, considerati media freddi per la capacità di coinvolgimento ed il tipo di accelerazione non specialistica che imprimono, grazie alla stimolazione di più sensi.
La sola eccezione contemplata sono i giornali, definiti da McLuhan “semiriscaldati” perchè incanalano i messaggi di radio e televisione e ci permettono di avere con questi ultimi un rapporto tattile.
Del resto la stampa incarna un altro nodo dell’analisi di McLuhan, soprattutto ne “La galassia Gutenberg” in cui la nascita della stampa e il processo tipografico vengono rappresentati alla luce di un revisionismo mediale del passaggio da cultura orale a cultura scritta.
In uno scritto del 1964, Marshall McLuhan parlava di un’epoca elettrica che si sostituiva alla passata epoca meccanica e tracciava un accurato ritratto di un uomo nuovo, un abitante del villaggio globale, ancora sospeso tra le due tecnologie, due modi diversi di agire e pensare.
Definisce quest’uomo alla ricerca dei suoi valori e della sua integrità con un ritorno al passato per poi congiungerlo al futuro; un uomo che pretende di comprendere fino in fondo la propria indole, consapevole dell’agire, ma bisognoso di chiarezza nel caos delle informazioni.
Quest’uomo vive in un’unica realtà, il mondo intero, ed è attore e spettatore e deve lavorare per costruire le proprie responsabilità perché davanti a lui si presenta una realtà ricca di scambi, influenze, confronti tra tutte le sue parti improvvisamente collegate l’una con l’altra da un afflusso continuo di dati.
Un’interconnessione che lo costringe ad essere vigile per prevenire la distruzione di una qualsiasi parte dell’organismo che può risultare fatale per il tutto.
L’espressione “villaggio globale” è il fortunato ossimoro inventato da Marshall McLuhan per descrivere la situazione contraddittoria in cui viviamo.
I due termini dell’enunciato si contraddicono a vicenda: il termine “villaggio” esprime qualcosa di piccolo, mentre “globale” sta a significare l’intero pianeta.
McLuhan ha forzato il linguaggio per meglio esprimere una situazione inedita e difficilmente rappresentabile.
Per capire cosa intende McLuhan con tale espressione, possiamo immaginare il mondo popolato da giganteschi dinosauri, o da gatti con gli stivali, che con pochi balzi lo percorrono da un capo all’altro.
Quello che prima era gigantesco, grazie alle nostre potenti invenzioni tecnologiche-i magici stivali-è diventato piccolissimo, percorribile in lungo e in largo.
La metafora degli stivali prende in considerazione solo l’ambito degli spostamenti, ma quello che rende il mondo un villaggio globale non è solo la possibilità di muoversi rapidamente da un punto all’altro.
La globalizzazione agisce a molti livelli che interagiscono e si rinforzano reciprocamente.
La globalizzazione investe ogni campo ed il risultato, l’effetto di questo fenomeno è che quello che accade in un punto qualsiasi del pianeta è come se avvenisse sotto casa, accanto a noi, come se vivessimo in un immenso villaggio.
Per McLuhan, per creare un mondo globale c’è bisogno di una fusione organica tra tutte le funzioni frammentarie e lo spazio totale.
In questo mondo globale la mutazione della carne e la fusione fra tecnologia e uomo diventano il simulacro del nuovo uomo.
E’ per questo che McLuhan ha ispirato il personaggio del professore Brian O’Blivion nel film di David Cronenberg in “Videodrome”.

[Prof. Brian O’Blivion]
Videodrome è capace di esprimere e tradurre visivamente angosce e paure dell’uomo moderno, non rifiutando appunto la modernità tecnologica e mass-mediale, ma comprendendo la necessità che lo spettatore cambi in modo radicale di fronte a ciò che vede.
Videodrome identifica la tendenza a sussumere il reale attraverso ciò che ci è ostrato dalla televisione, raccontando la perdita  della capacità e dell’abitudine al controllo critico e alla verifica delle immagini. Videodrome ce lo ricorda, andando contro la società dell’Oblio (professor O’Blivion nel film) di Massa.
Solo con la formazione di una Nuova Carne l’uomo potrà reimpossessarsi della visione critica.

Ottavopiano.it, per celebrare i 100 anni della nascita del prof. Herbert Marshall McLuhan, ha deciso di pubblicare i suoi aforismi.
Gli aforismi, oltre a essere adatti alle forme espressive dei social media, sono utili proprio per la concisione del genere e nella sua capacità di concentrare intuizioni incisive in un testo concentrato proprio come accade nei miti.
Ma soprattutto per andare oltre la banalità della semplice conoscenza di Marshall McLuhan “Il medium è il messaggio”.
Molti dei suoi aforismi sono “micro-miti”, nel senso che condensano molta esperienza umana e saggezza popolare in forme paradossali, esattamente come fa il mito.

Hello prof. Brian O’Blivion, nice to meet you! Marshall McLuhan’s Centenary. #0

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