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Il Web 2.0 È Morto. Teorie Critiche Sul Web 2.0.

Non sono molte le teorie critiche sul web 2.0, onestamente la cosa non mi ha mai sorpreso.

La polarizzazione dei quadri teorici tra apocalittici ed integrati non aiuta di certo lo studio e  l’attenzione verso un argomento, il web 2.0, in permanente stato di riflusso.
Dando una occhiata all’attuale quadro sulle analisi critiche del Web 2.0, ritroviamo:

Andrew Keen[1], nel saggio The Cult of the Amateur (2007), uno dei primi lavori critici del sistema di pensiero legato al web 2.0. Keen si chiede “Cosa succede quando l’ignoranza si sposa con l’egoismo, il cattivo gusto e le masse incontrollabili? È la scimmia che prende il sopravvento. Quando sono tutti lì a trasmettere , non rimane nessuno ad ascoltare”. In questo scenario da  “Darwinismo digitale” sopravvivono soltanto le voci più forti e possenti (gli influencers). Il web 2.0 decima le truppe dei nostri custodi culturali.

Nicolas Carr[2], nel saggio The Big Switch (2008), analizza l’ascesa del cloud computing. Questa infrastruttura centralizzata indica la fine del PC autonomo come nodo all’interno di una rete distribuita. Inoltre, Carr segnala una “svolta neurologica” nell’analisi del Web 2.0. Muovendo dall’osservazione che l’intenzione di Google è stata sempre quella di trasformare le sue operazioni in intelligenza artificiale, cioè in un cervello artificiale più intelligente del cervello umano, Carr concentra l’attenzione sul futuro delle nostre capacità cognitive: “Il medium non è soltanto il messaggio, bensì anche la mente. Dà forma a quel che vediamo, noi diventiamo i neuroni del Web. Più link clicchiamo, più pagine visitiamo e transazioni facciamo, e più il Web diventa intelligente, raggiunge valore economico e crea profitto>>. Carr, nel 2008, su Atlantic scriverà il suo famoso saggio <<Google ci rende stupidi? Qual è l’effetto di internet sul cervello?”, sostenendo che in fin dei conti è il continuo passare dalle finestre ai siti e il frenetico ricorso ai motori di ricerca a renderci stupidi, ovvero la perdita della lettura profonda (anche della realtà?).

Carlo Formenti[3], in Cybersoviet (2008), propone le seguenti tesi: 1. che la <<democrazia dei consumi>> promossa dal Web 2.0 – e che ha determinato una rapida e popolare popolarizzazione dei contenuti – non corrisponde affatto ad una estensione della democrazia politica; 2. che anche sul piano puramente economico il fenomeno andrebbe più correttamente interpretato come la messa al lavoro (perlopiù gratuito) dell’intelligenza collettiva da parte delle Internet Company che controllano il mercato;  3. La ripresa del controllo da parte dei governi, imprese e agenzie transnazionali sulle relazioni sociali mediate dal computer sia quasi totale, in barba alla fandonie sull’architettura “intrinsecamente anarchica” di Internet;  4. Le celebrazioni sulla “fine del politico” tendono a legittimare, sia pure inconsapevolmente, i processi di distruzione della sfera pubblica e il suo integrale riassorbimento nella sfera privata, contribuendo a spacciare il chiacchiericcio “intimista” che dilaga nei reality show televisivi ai social network di Internet per l’autogoverno delle moltitudini. Formenti presenta tre mitologie della rete: Mitologia I: la rete non può essere controllata. Mitologia II: la trasparenza è sempre buona. Mitologia III: lo sciame è sempre intelligente.
In “Felici e sfruttati” (2011) Formenti sostiene che ciò che sta dietro all’illusione di democrazia e libertà economica, creata dal web 2.0, fa sì che milioni di persone siano felici e sfruttate, oltre ad essere pervasi dall’illusione di assunzione di libertà nei confronti dei meccanismi del potere.

Manuel Castells[4], in Communication Power (2009), sostiene che “la rete è il messaggio. […]La realizzazione del cambiamento sociale in rete procede riprogrammando le reti di comunicazione che costruiscono l’ambiente simbolico per la manipolazione delle informazioni nelle nostre menti, determinando le ultime pratiche individuali e collettive. Creare nuovi contenuti e nuove forme delle reti che connettono le menti e il loro ambiente comunicazionale equivale a ristrutturare l’impianto delle nostre menti”.  Castells è il teorico della autocomunicazione di massa, ovvero della forma di comunicazione emersa con lo sviluppo del Web 2.0 tesa a costruire sistemi personali di comunicazione di massa, tramite SMS, blog, vlog, podcast, wiki e la conversazione sui social network. Castells, infine, sostiene però <<una quota di questa forma di autocomunicazione di massa è più vicina all’autismo elettronico che a una vera e propria comunicazione>>.

Franck Schirrmacher[5], nel saggio Payback (2009), prende in esame l’impatto di internet sul cervello. Schirrmacher cerca le prove di un cervello umano deteriorato che non riesce a tenere il passo con l’Iphone, Twitter e Facebook, in aggiunta al flusso d’informazione già sfornato da televisione, radio e stampa. In uno stato di allerta continua, ci pieghiamo alla logica di disponibilità e velocità ininterrotte. Schirrmacher parla di un <<io esausto>> e si chiede <<Internet finirà forse per sopraffare i nostri sensi e imporci una propria visione del mondo? Oppure avremo la volontà e la capacità necessarie per padroneggiare questi strumenti>>.

Jaron Lanier[6], in You Are Not a Gadget (2010), si chiede <<Cosa succede quando smettiamo di dar forma alla tecnologia e invece quest’ultima a plasmarci?>>. Al pari di Andrew Keeen, la difesa dell’individuo sostenuta da Lanier rimanda all’effetto riduttivo della <<saggezza della folla>>, laddove le voci dei singoli vengono soppresse a favore delle norme imposte dalla massa, come avviene su Wikipedia e siti analoghi. Lanier sostiene che la democratizzazione degli strumenti digitali non ci ha regalato nessun <<super-Gershwin>>; al contrario Laner rimarca l’esaurimento dei modelli, fenomeno in cui la cultura non riesce più a produrre varianti dei modelli tradizionali e diventa meno creativa in generale.

Sherry Turkle[7], in Alone Together (2011), sostiene che le tecnologie digitali e la robotica abbiano falsificato le nostre relazioni sociali, offrendo una replica svuotata di senso, una simulazione deprivata dei valori essenziali che le caratterizzano. Per tanto, un termine come “amico” nell’era Facebook ha del tutto perso il senso originale, finendo per legittimare la strumentalizzazione dell’altro. La tecnologia rappresenta una possibile soluzione a situazioni percepite come problematiche, per esempio, la solitudine, la mercificazione dei rapporti umani nelle società tardo-capitalistiche, la trivializzazione delle relazioni sociali operata dai mass media e la crescente alienazione nei confronti del cosiddetto “Reale”, ivi inteso come un insieme di esperienze non-mediate, o non-mediabili o im-mediate. Ironicamente, la soluzione tecnologica finisce per diventare parte del problema, creando nuove forme di solitudine. Per Turkle, i computer sono dispositivi tecno-sociali che riconfigurano nozioni quali identità, soggetto, consapevolezza”.

Evgene Morozov[8], in Net Delusion (2011),  pone l’attenzione sugli spazi di intrattenimento online che spostano l’attenzione dei giovani dalla partecipazione civica. Morozov, sostiene che anziché strumenti di conoscenza, autocoscienza e di liberazione, i contenuti stessi di internet stanno diventando una forma di intrattenimento infinito e a buon mercato per le masse, una forma di divertimento che consente di anestetizzare le coscienze della maggior parte dei popoli, anche di quelli soggetti all’oppressione politica più feroce. 
Invece di  uniformare in modo globale, come si paventava, consumi e stili di vita, la diffusione di internet sembra aver dato voce, paradossalmente, ai pregiudizi, ai localismi e ai nazionalismi più deteriori. 
I gruppi terroristi, le bande criminali e  le associazioni politiche più estremiste, infatti, possono trovare in internet un potente strumento di comunicazione e di organizzazione, minando, invece di consolidare, le basi della democrazia.
 Abbandonando ogni facile ottimismo panglossiano, Morozov sostiene che internet è una tecnologia a basso costo, dagli esiti ancora imprevedibili e vagamente inquietanti.

Geert Lovink[9], in Network Without a Cause (2011), si allontana dalle analisi critiche impostate sulla mappatura degli impatti mentali e riflette, invece, sull’influenza della Rete sulla nostra vita. Lovink sostiene che << Internet è un terreno fertile per opinioni polarizzate e utenti tendenti all’estremo. Se questo spazio virtuale è un’oasi di libertà, come ne sostiene la reputazione, vediamo allora come poter fare quel che ci pare. Quest’attitudine distrugge il dialogo, che in ogni caso ci riporterebbe all’utopia della comunicazione di Habermas. L’internet pubblica si è trasformata in un campo di battaglia, spiegando così il successo di <<giardini recintati>> come Facebook e Twitter, in cui il web 2.0 offre strumenti per filtrare sia i contenuti si altri utenti. Infine, Lovink sostiene che i social network non riguardano tanto l’affermazione di qualcosa come se fosse una verità, quanto piuttosto la creazione della verità tramite una serie infinita di click>>.

Siva Vaidhyanathan[10], in Googlization of Everything: And Why we Should Worry (2012), tratta il tema della “googlization”, cioè, lo sviluppo di dipendenza degli utenti di Internet da Google, il motore di ricerca e il fornitore di servizi più importante sulla rete. L’”organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili” ha portato Google a generare tecnologie di macroinfluenza sui propri utenti. Google definisce la propria agenda di senso attraverso l’indexing di quali sono le informazioni più rilevanti per gli utenti, modificando le loro percezioni riguardo al valore e significato dei contenuti. Vaidhyanathan sostiene la necessità di un nuovo ecosistema informativo, da lui denominato Human Knowledge Project, che sarebbe un mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

Questo è un primo tentativo di ricostruzione delle teorie critiche di internet.
Sarebbe interessante fare, con i lettori di Ottavopiano.it, una ricostruzione più piena e complessa delle attuali teorie critiche, che mettono in discussione l’ideologia della rete vista come strumento di democrazia, libertà e partecipazione.
In un’epoca di glorificazione di internet, di internet-centrismo, alla rete vengono attribuite tutte le virtù e sul Web vengono riposte tutte le speranze di liberazione, di trasformazione e di progresso del globo.
Noi di Ottavopiano.it abbiamo sempre dubitato di questa ideologia e della devozione che la blogosfera italiana ha sempre manifestato.
Costruire una raccolta delle teorie critiche è il primo passo verso una consapevolezza mediatica che speriamo ci possa portare verso un nuovo ecosistema di informazione, mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

 


Note
[1]  Scrittore e imprenditore anglo-americano. Libri pubblicati in Italia:
Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia (2009)
[3] Giornalista, scrittore, docente universitario. Libri pubblicati in Italia:
[5] Giornalista tedesco. Libri pubblicati in Italia:
La libertà ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale (2010)
[6] Informatico, compositore e saggista statunitense. Libri pubblicati in Italia:
Tu non sei un gadget (2010)
[8] Blogger, scrittore e ricercatore universitario bielorusso. Libri pubblicati in Italia:
Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo (2012)
L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (2011)
[9] Docente, saggista e teorico delle culture di rete olandese. Libri pubblicati in Italia:
Ossessioni collettive. Critica dei social media  (2012)
Internet non è il paradiso (2004)
Zero comments. Teoria critica di internet (2004)
Dark fiber (2002)
[10] Scrittore e docente universitario. Libri pubblicati in Italia.
La grande G. Come Google domina il mondo e perché dovremmo preoccuparci (2012)

Nell’anno Della Signora.

Nel XXIX secolo la Terra conosce un nuovo medioevo.
Ridotti a pochi milioni (in gran parte mutanti), gli esseri umani hanno bandito la scienza e la tecnica, responsabili dell’epidemia che aveva svuotato le città otto secoli prima.
In un’era di fanatismo religioso, l’Italia è sotto il governo dei papi di Nuova Roma, contrastato dal culto neopagano che domina il nord, dove una casta di guerrieri e sacerdoti ha ridotto in schiavitù i mutanti e punisce con la morte ogni tentativo di resuscitare la cultura degli antichi.
Paradossalmente, il tempio di questa religione tecnofoba è una cripta che custodisce una unità di ibernazione computerizzata.
Ma, non appena un monaco eretico ficca il naso nei misteri del luogo, si scatena l’apocalisse: richiamato in vita dal suo gelido sonno, l’essere che dormiva laggiù offre alle bande dei ribelli la chiave per rievocare le antiche magie che si annidano nelle rovine di Milano.
Inutilmente la chiesa tenta di rimettere il coperchio al vaso di Pandora e di esorcizzare lo specchio della potenza tecnica: le sbarrano la strada i ribelli anarchici che, grazie proprio alla tecnologia, sperano di annientare le caste dominanti.

Ho mangiato questo libro in due giorni e mezzo.
Lo trovai a metà prezzo alla libreria Melbookstore di Roma.
Non sapevo della sua esistenza.
Pensavo che Carlo non scrivesse romanzi.
Quando a cena, prima di partire, gli ho detto che me lo sarei portato in vacanza si è messo a ridere.
Ero curioso di capire quanto uno dei miei sociologi preferiti fosse “immaginifico”.
Sono rimasto schiacciato dalla idea di fondo del libro.
Se una guerra atomica, una epidemia mortale, insomma un’apocalisse lascerà qualche decina di milioni di umani su tutta la Terra, come faranno questi a ristabilire il grado di conoscenza della tecnologia quando non sappiamo oggi minimamente come funzionano le cose che usiamo? Come sarà possibile tramandare la conoscenza tecnologica in un mondo di barbarie? e infine: la tecnologia ha trasformato la nostra civiltà in meglio o in peggio?
L’ho aggiunto ai miei preferiti di sempre:
Q di Luther Blisset
Il ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti
La trilogia del Demone (di Magdeburg) di Alan D. Altieri
Il pendolo di Foucault, Il nome della rosa e Il cimitero di Praga di Umberto Eco

Public Camp, Ottavopiano, I Media Tattici E La Strategia Del Paradosso

Qualche mese dopo il mio arrivo in Puglia (ottobre 2006), organizzai un primo meeting dei comunicatori di Puglia, al Kursaal Santa Lucia (cinema/teatro di Bari). C’erano 40 persone la mattina e 8 il pomeriggio. Un flop, ma non mi fermai.
Eppure pensavo che la mia idea di connettere i comunicatori o gli operatori degli URP (Uffici di relazione con il pubblico) dei comuni o delle province pugliesi a qualcuno doveva interessare.
Eppure la rete tra comunicatori pubblici ha sempre stentato, anche quando lanciammo Puglia 2.0, ovvero la comunità virtuale pugliese degli URP. La comunicazione pubblica appiattita sotto il peso della comunicazione politica (che appiattisce anche la politica) generava respiri corti e aveva poco interesse per i respiri lunghi.
Sono tre anni che il Public Camp ormai esiste. Sono tre anni che riempio le sale di giovani, di comunicatori, di persone interessate alla comunicazione. Sono tre anni che ci confrontiamo con l’Italia e il Mondo.
Ai tempi dell’università ero anche un operatore sociale dell’Arci, che lavorava con i minori a rischio e il sommerso.
E provavo nel mio più grande limite, quello di non esser mai andato via dal mio paese di origine, a dire a tutti che il mondo e la vita non erano racchiuso nei confini territoriali e negli interstizi di quel territorio.
Non ho mai pensato che nella comunicazione serva a qualcosa parlare di bello o brutto. La comunicazione o raggiunge l’obiettivo (messaggio>target>feedback) oppure no. E se la comunicazione raggiunge il suo obiettivo, vuol dire per forza che ha una strategia e una tattica, lo sa bene Campbell.
Oggi studio la potenza dello storytelling, dell’immaginificazione e del framing.
Sono uno studioso e chiamo gli autori delle mie letture a spiegarmi cose che se pur capisco ho bisogno di capire meglio.
Vivo delle mie analisi e dei miei confronti. Ero convinto che Formenti fosse più significativo di Castells, e lo ho dimostrato prima a me stesso che agli altri.
Perchè per me la conoscenza è una forma di libertà.
Utopia e entropia.
Perchè De Certeau mi ha spiegato che nelle mie pratiche quotidiane, come la lettura, la scrittura, i miei post su internet, posso esercitare il mio modo tattico di resistere ai domini del potere e della normalizzazione, in una società che è una tecnologia delle credenze collettive.
Quando negli anni novanta ho sperimentato l’insegnamento del prof. Eco, ovvero sovvertire il codice in una guerriglia semiologica che unita alla battaglia digitale per una internet libera, una TAZ libertaria, mi sono convinto che tutto dipendeva dall’identità.
La gioiosità e la pericolosità di identità multiple e collettive si opponevano alla limitatezza e al controllo delle singole identità.
L’hacking, il social engeenering, Luther Blissett, i media tattici, Genova 2001.
Poi fu solo coercizione. Uno stigma che non si cancella più. Dominio del sapere da parte del mercato, il dominio capitalistico delle nostre identità normalizzate.
Poi la sovversione del codice fu normalizzata, la pubblicità e la tv hanno fagocitato ogni codice.
Non solo.
Da uomo ombra ben so quanto conta la capacità di costruire strategie del paradosso e ingegnerie di influenza sociale.
So cosa significa un sistema panottico, l’ho capito conoscendo un uomo, Renato il carbonaro.
So cosa significa oggi la rete, matrice in cui vivono pulsioni e desideri di libertà, ma non la certezza di libertà.
Deleuze mi ha insegnato non abbiamo bisogno di comunicazione, al contrario ne abbiamo troppa. Abbiamo bisogno di creatività. Abbiamo bisogno di resistenza al presente.
./exploit the media
Nuove geometrie di relazione.
Immaginificazioni sul futuro anteriore.
E così che nasce la strategia del paradosso che anima il Public Camp e Ottavopiano.
Il potere è relazionale, il dominio istituzionale. Le istituzioni che producono relazioni, che cedono potere.
Sovvertire il codice non si può, sovvertire il contesto significa riscrivere la lettura.
Il Public Camp è una rete connettiva di cervelli, il cui hub oggi non sono più solo io. Oggi è venuto il momento che produca codice.
Ottavopiano è il tentativo di generare un contesto diffuso, in cui il codice può essere rifissato perchè produca significato e senso.
Nella società indefinibile è il numero di contesti e codici, totale è la confusione.
Public Camp e Ottavopiano sono media tattici.
Sistema produttivo e politico globale dell’unico esistente possibile – che espropri tempi, energie e saperi, che annulli continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto – io oggi non solo ho imparato la Tua lingua per farti pesare di più i miei silenzi.
Oggi io sto decodificando la Tua lingua.