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Beppe Grillo È Già ‘ka$Ta’

 

 

Grillo e Casaleggio hanno 13 giorni per decidere quale forma dare al nuovo 5 Stelle.

 

Un anno fa studiai il movimento in maniera quasi ossessiva [1] preannunciando le difficoltà che questo avrebbe incontrato una volta entrato in Parlamento. Una volta fatto i conti con l’azione. Una volta iniziato il confronto reale con i parlamentari delle altre forze politiche. Una volta palesatasi la sua natura. Una natura tanto funzionale al consenso quanto impossibile da gestire con il potere tra le mani.

 

È abbastanza chiaro che Grillo non può continuare ad avere due piedi in una sola scarpa e che dopo questa tornata elettorale crolleranno i suoi tratti più caratterizzanti. Il primo frame positivo del 5 Stelle a perder peso sarà ‘non siamo né di destra né di sinistra’. Perché dare la fiducia – così come non darla – sarà una scelta politica che schiererà inevitabilmente il Movimento. E, una volta in parlamento, ogni decisione toglierà quell’equidistanza costruita con maestria e fatica nel corso di questi anni. Sarà sinonimo di partigianeria.

 

Il secondo frame in procinto di crollare è ‘uno vale uno’. Con le ultime decisioni calate dall’alto, Grillo assume sempre di più il ruolo di padre padrone, con il sentimento negativo che cresce sia tra gli elettori progressisti che auspicano un accordo con il suo movimento, che tra i suoi stessi elettori delusi da una condotta apparentemente incoerente. In questo modo viene meno anche un terzo frame ‘siamo la democrazia dal basso’.

 

Una cosa è certa: a Grillo non conviene tornare a votare. O perlomeno non ora. Non rappresenterebbe più la novità. Sarebbe ‘quello che ha causato le elezioni anticipate’. Perderebbe moltissimi consensi sul versante sinistro. E, per via della teoria dei vasi comunicanti, ogni voto perso sarà un voto guadagnato dalla coalizione di centrosinistra.

 

A Grillo, tra l’altro, conviene continuare a campare sul frame ‘noi giovani, loro zombie’ e sa che questo è possibile solo se i suoi avversari verranno percepiti in quanto tali. Solo se gli avversari saranno ancora Bersani, Monti e Berlusconi. Sa che nel Partito Democratico, morto un Papa se ne fa un altro. E che dopo Bersani ci sarà Renzi e poi un altro ancora.

 

Casaleggio è assolutamente spiazzato. Si aspettava 5 anni di spietata opposizione e si è ritrovato il Movimento Cinque Stelle primo partito italiano, un Partito Democratico che, contro ogni pronostico, ha detto no a un governo di larghe intese con il Popolo della Libertà e che, soprattutto, ha ‘aperto’ al 5 Stelle stesso. Che l’ha provilegiato quale interlocutore attendibile e politicamente più pronto del Popolo della Libertà (‘M5S meglio del PDL’). Uno tsunami di responsabilità da assumersi.

 

Casaleggio dovrà sacrificare qualcosa. O l’ingente presenza dell’elettorato progressista (se al suo interno si decidesse di non dare la fiducia a Bersani) o l’ingente presenza dell’elettorato di estrazione leghista-conservatore-fascista (in questo caso, tuttavia, con gli eventuali buoni risultati dell’esecutivo, potrebbero comunque ritornare i destri inizialmente delusi). Sa che non potrà più portare avanti una campagna come quella appena terminata. Sono finiti i bonus. Non godrà più dell’attenzione spasmodica della TV per le sue piazze. Non sarà più qualcosa da scoprire e su cui scommettere, ma un’esperienza già vissuta. I politici del movimento inizieranno a presenziare in televisione, verranno fuori le divergenze, le prime spaccature, a tratti potrebbero venir meno la credibilità del guru e la solidità e/o la serietà del movimento.

 

È finita la pacchia. Il ché non significa che il Movimento tornerà al 5%. Ma vuol dire che da oggi in poi Casaleggio combatterà ad armi pari con gli altri strateghi, il 5 Stelle verrà messo alla prova proprio come tutti gli altri partiti e Grillo subirà lo stesso inflessibile metro di giudizio che gli italiani riservano usualmente ai politici di vecchia data. Hanno la possibilità di non crollare e continuare ad essere determinanti, ma non potranno più ripetere l’esperienza di favore che hanno vissuto in questi mesi.

 

L’elettorato che ha abbandonato Italia Bene Comune giusto all’ultimo giorno di campagna elettorato è già frastornato e i quesiti che che si susseguono sono troppi e ridondanti: ‘ma non è che questo Grillo è fascista per davvero?’, ‘posso tornare a votare e cambiare preferenza?’, ‘ma non è che ora vince Berlusconi?’, ‘e se avesse vinto Berlusconi?’, ‘non è che forse ho sbagliato a votarlo?’, ‘ma sulla fiducia ha deciso tutto da solo?’, ‘non è che stiamo sprecando un’occasione storica?’, ‘per quale oscuro motivo non ha accettato le proposte di Bersani?’.

 

Per il 5 Stelle è terminata la fase uno. Si passa dalle piazze al Parlamento. Dalle chiacchiere ai fatti. Dalla lettura del disagio alle risposte concrete. Perché non è possibile mettere nel congelatore i problemi degli italiani per aspettare il 51% di una futuribile legislatura. Perché la crisi fa sempre più paura, fa sempre più male e in pochi accetterebbero di tornare ad elezioni anticipate proprio ora che si ha la concreta possibilità di cambiare il Paese, di chiudere con una tragedia lunga vent’anni e di riformare le istituzioni, la politica e la democrazia.

 

La nuova fase del Movimento Cinque Stelle – come preannunciavo quasi un anno fa – dovrà fare a meno di almeno un paio di cavalli di battaglia: ambivalenza e ambiguità. Una volta in Parlamento, a seconda delle decisioni assunte nei confronti di Pierluigi Bersani, non sarà più possibile ‘stare nel mezzo’. Un’eventuale fiducia a un esecutivo di centrosinistra, così come un’eventuale sfiducia rappresenterebbero la prima grande scelta politica del 5 Stelle. Il primo posizionamento. L’ingresso nel mondo dei grandi.

 

Grillo e Casaleggio dovranno dialogare costruttivamente con centinaia di onorevoli con centinaia di indirizzi politici differenti. Dovranno gestire il Movimento non più nelle piazze o in rete, ma sotto i riflettori del giudizio degli italiani. Con la nuova legislatura si parte tutti sullo stesso piano.

 

Proprio mentre Beppe Grillo sembra già ‘Ka$ta’. Parla di nomine più che di programmi. Di un nuovo Presidente della Repubblica, di un nuovo Premier, di un nuovo Presidente della Camera e di un nuovo Presidente del Senato, partecipa all’ennesimo toto-ministri. C’è già dentro fino al collo. E corre il rischio di partire anarchico per finire democristiano. Furia francese, ritirata spagnola.

 

Forse non si rende conto di avere per le mani una responsabilità storica e ha, forse, perso lucidità. Grillo deve capire che ha portato il Paese a un crocevia e che ha addirittura la possibilità di indirizzarlo verso una nuova strada. Continua a parlare di Dario Fo, Adriano Celentano, dimezzamento dei parlamentari e dei loro emolumenti, senza capire che ha ormai davanti a sé scenari immaginifici. Può letteralmente costruire il futuro e fare la storia. Ha la possibilità di contribuire da protagonista alla chiusura di un capitolo lungo più di 20 anni. Ha la possibilità di portare a compimento fin da subito la sua prima grande battaglia contro lo ‘Psiconano’. Potrebbe relegarlo ai margini. Contrapporre – da una posizione di forza – nuove politiche contro la tanto odiata austerity. Ha la possibilità di rendere più forte l’Italia in Europa contro le ricette della Merkel. E, cosa di non poco conto, ha nelle mani la carta per aprire una nuova stagione di governo, affiancando le forze di centrosinistra nelle legislature a venire.

 

Quello che è successo l’altroieri è storia. È il nuovo 1994. Italia Bene Comune la possibilità di fare quello che fece Berlusconi 20 anni fa: stringere un’alleanza/patto/desistenza/etc. con le forze che più rappresentano il disagio degli italiani (nel 1994 i grillini erano Alleanza Nazionale e Lega Nord). La realtà ha assunto una nuova forma e ci si deve adattare ad essa. L’altroieri è scomparsa l’estrema destra, l’estrema sinistra e sono scomparsi i cristiano-democratici. Si apre una fase completamente nuova con Berlusconi che ha ormai 77 anni e Grillo che fa da ago della bilancia.

 

Quell’ago deve pendere verso sinistra.

A qualunque costo.

 

«Perciò, se non stringi alleanze e non rafforzi il tuo dominio, ma ti accontenti di allargare la tua influenza personale minacciando i nemici, il tuo Stato e la tua città diventeranno vulnerabili.» 

Sun Tzu – L’arte della guerra (Sūnzǐ Bīngfǎ, 孫子兵法) – Sec. V A.C.

 

Luigi De Michele

 

 

 

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“ci Piace Batman, Ci Piace Com’è”

 

La comunicazione politica italiana ha rimosso i suoi ultimi vent’anni di storia. Ha rotto con il passato più prossimo per scegliere di tornare ai fasti del passato remoto. Quelli del PCI, del PSI e della DC. La DC Comics.

 

Ha cancellato vent’anni di esperienza pubblicitaria. Li ha cancellati senza aspettare l’esito della prossima tornata elettorale, la nuova legislatura e i mutamenti che questi comporteranno. Si è fatta strumento per il cambiamento. Prima della naturale quanto inevitabile fine di un pezzo della nostra storia. Quasi a dettare il nuovo modo di far politica. Laddove la forma precede la sostanza e il metodo precede il compito da eseguire. Laddove il contenitore caratterizza le proprietà stesse del contenuto.

 

La comunicazione politica del Partito Democratico sta cambiando il modo di fare e intendere la politica in questo Paese e prima di tutto il suo. Come quando abbassiamo il tono della nostra voce per calmare la nostra anima o come quando rafforziamo la nostra postura per pescare autostima nei pozzi più reconditi del nostro Io. Un loop infinito, un otto capovolto di forma e sostanza. Feedback dal feedback.

 

La prima vera grande differenza, il primo grande steccato che divide il presente dal passato è riscontrabile nell’approccio più occidentale, moderno e democratico allo scontro con gli avversari politici.  Nella maggior coscienziosità, consapevolezza e cura del processo di contrapposizione tra ingroup e outgroup, tra buoni e cattivi, tra bene e male, tra blu e rossi, tra ‘noi’ e ‘loro’. Un processo che presenta meno rigidità. meno dogmatismo e meno faziosità. Una comunicazione che aiuta la politica e i cittadini a prendersi meno sul serio.

 

La comunicazione memetica del Partito Democratico ha ringiovanito e migliorato l’intera comunicazione politica italiana. Ha rotto con vent’anni di offerte ‘prendi 3, paghi 2’. Ha letteralmente dettato la linea comunicativa e strategica a tutte le altre forze politiche. L’ha resa più a misura d’uomo, più sana, meno apocalittica, meno ideologica, meno seriosa e meno ingannevole. Ha trattato con cura i sensi dell’elettorato, le sue emozioni, la sua memoria e le sue aspettative. Ha evitato la sesta aspra contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, passando dalla berlusconiana e dicotomica divisione floreale tra rosa rossa (il male) e rosa bianca (il bene) ad un uso più felpato, raffinato e assai più ricercato della contrapposizione. Un uso meno demagogico e meno populista. Un uso meno schizofrenico.

 

Questa nuova campagna memetica, pertanto, ha il merito di esaltare le capacità, il valore, le idee e le caratteristiche peculiari di Batman/Bersani senza per questo divinizzare il protagonista e demonizzare gli antagonisti. ‘Concede’ loro umanità attraverso l’uso della sottile ironia e dignità attraverso le caricature impeccabili. In un mix di supereroi, politica, sarcasmo, programmi e promesse elettorali che colpiscono nel segno con un frame potentissimo: ‘Bersani è l’unico candidato premier credibile e affidabile’.

 

Siamo al ‘buoni contro cattivi’ senza la necessità di scomodare la divina provvidenza. Senza dover delegittimare nel profondo gli avversari. Senza doverli chiamare nemici. Senza demonizzarli. Siamo in presenza di una nuova egemonia anche nel campo della comunicazione. La stessa comunicazione orfana per troppo tempo del suo versante sinistro. Un versante sinistro che completa, finalmente, l’offerta nostrana.

 

Quelli che ‘la comunicazione è roba da pubblicitari’. Quelli che ‘la comunicazione serve solo a vendere sogni irrealizzabili’. Quelli che ‘ti corrompe l’anima’. Quelli che ‘voglio dire le cose come stanno senza prendere in giro la gente’. Che ‘non è cosa di sinistra’. Che ‘è tutta finzione’. Che ‘priva la politica della sua naturalezza’. Beh, quelli che non scendevano a compromessi sono diventati egemoni anche in questo. Quando si sa cosa dire, si deve sapere come dirlo. Perché la verità non persuade da sé. E una bugia ben raccontata apre ancora molti cuori.

 

Luigi De Michele


berla

Alle Prime Cento Telefonate

Un uomo che ha poca credibilità ha solo un modo per riconquistarla: fare e dire cose che siano assolutamente credibili.

 

Se poi quell’uomo tenta, in un certo qual modo, di ‘sottrarre’ realtà ai destinatari dei propri messaggi e di traghettare gli stessi in un set cinematografico per cercare di persuaderli in modo quantomeno disonesto, quello stesso uomo è destinato a fallire perché non tiene conto del fatto che la discrepanza tra realtà vera e realtà virtuale è troppo forte per poter essere mascherata. Quello stesso uomo pregiudica definitivamente la percezione che gli altri hanno di lui. E dalla perdita di credibilità si passa alla derisione.

 

Dopo aver posto – attraverso Angelino Alfano – il giorno del via libera al Governo Monti – l’inserimento di una nuova ICI – anziché una patrimoniale – come condizione vincolante per la prima fiducia, ‘quell’uomo’ è riuscito (a distanza di pochi mesi) nella più grande impresa di disinformazione della storia recente del nostro Paese: rimuovere e negare completamente le proprie responsabilità, promettendo di riparare alle mancanze ‘altrui’ (ossia le sue). Una truffa che neanche Totò con la Fontana di Trevi. Il ladro che ti ruba la macchina e te la rivende a metà prezzo.

 

Con la ‘televendita’ di ieri finisce un’epopea. Esattamente com’era cominciata: al 21%. Molto presumibilmente, infatti, ‘quell’uomo’ perderà con lo stesso risultato con cui vinse nel 1994. Segno che, a differenza di 20 anni fa, è solo contro tutti, e non basterà un’alleanza con la destra più eversiva e reazionaria per poter tornare al Governo. Polarizzerà ulteriormente l’elettorato. E, se da un lato porterà al voto gli italiani più ‘fragili’, ‘interessati’ e con bassa scolarizzazione, dall’altro ‘costringerà’ l’80% dell’elettorato italiano che negli anni ha imparato a prendere le dovute distanze dal suo modus operandi, a stringersi attorno alla coalizione che ha maggiori possibilità di sconfiggerlo: Italia Bene Comune.

 

Perché oltre all’amigdala possediamo un ippocampo. Perché se le bugie hanno le gambe corte, quelle più spudorate non le hanno nemmeno. Perché non è possibile colmare, con promesse ancor più grandi, il vuoto di ciò che non si è mantenuto per anni. Perché, dopo che si è governato per così tanto tempo, la colpa non può essere sempre e ancora degli altri. Ora che lo spettacolo deve lasciar spazio alla vita, quella vera. Ora che il portafoglio piange, via il tendone del circo, i problemi restano.

 

Più che un colpo di teatro, quella di ieri è una zappa sui piedi. Il classico dell’uomo che ricade nel suo solito vizietto, che non sa smettere. Che finisce per interiorizzare i costumi dei propri elettori più di quanto questi abbiano effettivamente fatto con lui. Che oramai è vittima di se stesso, di quanto propagandato. Un attore che ha finito per diventare il ruolo che ha interpretato e a cui non rimane altro che il suo personaggio. L’unica cosa a cui non può più rinunciare. Che lo tiene in vita e al tempo stesso le dona un senso. Narciso sulla riva di un fiume in secca.

 

I sogni aiutano a vivere meglio, ma non si può vivere solo di questi. La paura, la rabbia, la delusione, lo smarrimento e la tristezza quotidiana non vanno via telelobotomizzandosi sul divano la sera prima di andare a dormire. Perché il malessere è al tempo stesso diffuso e intenso. Ci abbandonano 1000 imprese al giorno. Il tessuto industriale è pressoché compromesso. I grandi marchi che hanno pompato l’export italiano nei decenni passati sono scomparsi dopo aver primeggiato per anni in Europa e nel Mondo. La disoccupazione sale costantemente e il lavoro che c’è è precario e sottopagato. L’1% della popolazione si è arricchita ulteriormente e gode di immensi privilegi, mentre almeno 8 milioni di italiani sprofondano sotto la soglia di povertà. Assistiamo increduli allo stridente divario tra un finto sorriso non accompagnato dai muscoli oculari e le cavità oculari  piene di vere lacrime.

 

I riflettori vanno spostati da ‘quell’uomo’ alle condizioni degli italiani. Ne hanno bisogno. Mai prima d’ora se n’era sentita una tale necessità. E, nonostante le divisioni in fazioni, ognuna con una ricetta differente, si aspetta la fine un’epoca. L’incantatore di serpenti, il re delle televendite, l’imbonitore, ha smesso di funzionare. Il prestigiatore ha dato tutto quello che poteva. Della serie ‘puoi non aver ancora scoperto il trucco, ma sai di per certo che c’è’.

 

Si cresce, e dopo aver scoperto che non esistono né Babbo Natale né il topolino dei denti, finiamo per  scoprire – chi prima chi dopo – che anche il wrestling è tutta scena. Con le dovute eccezioni, s’intende.

 

Luigi De Michele

 

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L’unico Nemico Di ‘italia Bene Comune’ È Il Porcellum

 

L’unico ostacolo che separa ‘Italia Bene Comune’ dalla vittoria è la legge elettorale. Il Porcellum è una legge talmente bugiarda da esser stata modellata giustappunto sulle mancanze dell’avversario. Roberto Calderoli intuì fin da subito l’importanza di metter su una legge capace di consegnare alla coalizione vincente una striminzita maggioranza al Senato della Repubblica, a prescindere dalla portata del risultato. Sapeva che per il centrodestra, più che per il centrosinistra, sarebbe stato molto più semplice governare anche solo con una decina di senatori di vantaggio. Sapeva che con il Porcellum era allo stesso tempo possibile sia far cadere il Governo Prodi sia governare pochi mesi dopo la sua caduta.

La cosiddetta ‘legge porcata’ è l’unico vero avversario di Pierluigi Bersani. Più di Berlusconi, Monti, Grillo, Ingroia o Giannino. In qualsiasi altro Paese d’Europa, con una qualsiasi altra legge, ‘Italia Bene Comune’ starebbe già festeggiando la vittoria e portandosi avanti con il lavoro. In qualsiasi Paese d’Europa, eccezion fatta per l’Italia.

L’esito di questa tornata elettorale non è assolutamente in discussione sia per la forza della coalizione di centrosinistra sia per l’inconsistenza delle due coalizioni di centrodestra. Il potenziale massimo del Popolo della Libertà, per esempio, è del 24% circa. Non è un caso che anche la Forza Italia dei tempi migliori, in 14 anni di vita, non abbia mai oltrepassato la soglia del 30% (unico partito al potere in Europa) e che abbia superato il 25% una volta sola.

A 40 giorni dalle Elezioni, poi, non ha ancora toccato quota 20% (è dato al 17%). Ha recuperato 3 ‘miseri’ punti percentuali in più di un mese, raschiando il fondo del barile del mondo dell’astensione destrorsa, finendo per compromettere in maniera definitiva l’unità del centrodestra italiano, senza migliorare minimamente le sorti della campagna elettorale. Il recupero è avvenuto in regioni pressocché già assegnate a ‘Italia Bene Comune’ (per lo più meridionali), mentre nelle regioni più in bilico la situazione s’è fatta ancor più critica rispetto a solo poche settimane fa. L’alleanza con Lega Nord e Grande Sud/MpA ha letteralmente mandato in frantumi la base dei due partiti e sembra che persino il solido Veneto corra il rischio di passare nelle mani del centrosinistra.

Berlusconi ha perso per strada Casini e Fini. La Lega Nord è un partito ormai azzoppato, arenatosi sul 5% scarso (e che rischia persino la scissione in caso di sconfitta elettorale). Delle restanti 11 liste a supporto non ce n’è nessuna che superi il 2%. 11 liste che lottano quotidianamente tra loro senza esclusione di colpi, con la speranza di esser ripescate in qualità di miglior partito sotto la soglia minima. Nate con l’intenzione di alzare il potenziale della coalizione, peggiorano la sua capacità di attrazione. Proprio per questo motivo, l’offerta politica della nuova coalizione berlusconiana è quantomeno povera. Stesso linguaggio, stesse emozioni, stessa memoria, stessi atteggiamenti, stessi comportamenti, stessi solgan, stesse persone e stesse promesse di un tempo. Astensione permettendo, potrà puntare a malapena sul suo elettorato storico.

Per la coalizione che fa capo a Mario Monti vale più o meno lo stesso ragionamento. L’ex Terzo Polo pesa circa 5 punti in più rispetto al passato (15%) grazie alla trasversale capacità di attrazione del Presidente del Consiglio, ed è alquanto improbabile che possa riuscire ad incrementare la percentuale di consensi. Piuttosto, è destinato a subire i classici effetti della polarizzazione e, quindi, del voto utile. Negli ultimi giorni della campagna elettorale renderà con gli interessi quanto guadagnato più a manca che a destra, consegnando, assieme ai flussi in uscita da Rivoluzione Civile, la vittoria alla coalizione progressista.

La lista di Antonio Ingroia, infatti, non riesce a spiccare il volo. Rischia di essere un remake della Sinistra Arcobaleno con l’aggravante della reiterazione. Non riesce ad allontanarsi dalla fatidica soglia del 4% con una campagna elettorale ancora tutta da giocare (e quasi sicuramente a sue spese). Appare più un’accozzaglia di volti noti che un progetto politico (la differente collocazione nel parlamento europeo delle forze che la compongono ne è l’esempio più lampante) e, in quanto tale, corre il rischio di subire un vero e proprio saccheggio in nome di una motivazione ben più grande del ‘semplice’ spostamento a sinistra dello scenario politico italiano: l’antiberlusconismo. La necessità di scongiurare una nuova vittoria di Silvio Berlusconi finirà per arricchire il forziere progressista. E, a differenza del cartello del 2008, i sondaggi sono già abbastanza freddi. Non un buon segnale.

E ‘Italia Bene Comune’? ‘Italia Bene Comune’ ha da portare a termine un lavoro iniziato con le Primarie che nel 2009 hanno incoronato Pierluigi Bersani Segretario del Partito Democratico e che è passato per quelle che lo hanno incoronato candidato Premier oltreché per le Parlamentarie. Un lavoro che dovrà raggiungere il suo apice nella due giorni della prossima consultazione popolare: con la mobilitazione di tutto l’ettorato del centrosinistra storico e, al tempo stesso, con la mortificazione di quello berlusconiano. IBC dovrà parlare al cuore della propria gente, senza pertanto motivare i cittadini di centrodestra. Dovrà lottare con il coltello tra i denti ma al tempo stesso con calma e tranquillità. Dovrà far sì che l’affluenza non salga troppo oltre il 75% e incassare, di riflesso, punti percentuali di vantaggio sugli avversari.

Bersani dovrà far sognare i suoi e demotivare gli altri. Dovrà demolire 10 anni di governi berlusconiani senza demolire Berlusconi. Dovrà parlare di lotta alla illegalità senza parlare dei suoi guai giudiziari. Dovrà abbattere i simboli del berlusconismo senza toccarlo. Dovrà dare risposte concrete a problemi concreti. Dovrà parlare di idee, programmi e speranze. Gli italiani dovranno percepire che al centro dell’attenzione ci sono loro e non il Cavaliere. Vogliono e vorranno sentir parlare di sé. Vorranno essere coccolati e rincuorati dopo anni di promesse e sacrifici. Hanno bisogno di sapere che in fondo al tunnel della recessione c’è una luce. Anche se non c’è. Anche se non è vero. Hanno bisogno di una motivazione per tirare avanti e quindi per recarsi alle urne.

È compito delle forze progressiste continuare a mantener vivo il legame tra politica e cittadini. Infondere nuovamente fiducia. Creare partecipazione, suscitare entusiasmo, far sentire attivi i cittadini. Gli italiani hanno bisogno di nuovi progetti a lungo termine, nuove sfide, nuovi traguardi e nuovi stimoli. Hanno bisogno di sentirsi utili. Se il Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, il candidato Premier Bersani, riusciranno a fare questo, vinceranno anche contro il Porcellum. Vinceranno il primo vero nemico. Il primo tra i simboli di una epopea berlusconiana che sembra volgere al termine.

 

Luigi De Michele

 

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La Guerra Dei Memi. Gli Influencers E Il Nemico Pd


Un meme, scrive Kalle Lasn fondatore di Adbusters.org, è un’unità di trasmissione culturale (uno slogan, un pensiero, una melodia, un concetto di moda, filosofia, politica) che si trasmette di cervello in cervello.
I memi lottano per riprodursi e si diffondono fra la popolazione in maniera molto simile al modo con cui i geni vanno a caratterizzare una specie biologica.
I memi più potenti sono in grado di cambiare le menti, di alterare comportamenti collettivi di opinione e di trasformare intere culture.
Ecco perché la guerra dei memi è diventata la principale battaglia geopolitica dell’era dell’informazione.
Chiunque sia in grado di controllare memi ha, di fatto, il potere tra le mani.
L’espressione “guerriglia dei memi” è stata utilizzata per la prima volta da Paul Spinrad in <Adbusters>, nell’inverno 1995. Ma in realtà riprende una profezia di Marshall McLuhan, che recitava più o meno così “la prossima rivoluzione – la Terza guerra mondiale – sarà una guerriglia dell’informazione, combattuta per le strade o nei cieli, non nei boschi o in alto mare, in prossimità delle frontiere di pesca internazionali, ma sui giornali e sulle riviste, sulla radio, le televisioni e Internet”.
Ovvero una feroce guerra di propaganda a tutto campo fra contrastanti idee del mondo e del futuro.
Questa guerra non solo è iniziata da parecchio, ma è una guerra che ormai si combatte ovunque.
I mercati sono conversazioni, ci raccontavano a fine anni novanta quelli del Cultrain Manifesto. Grazie alla rete, i mercati diventano più informati, più intelligenti e più esigenti rispetto alle qualità che invece mancano nella maggior parte delle aziende.
Nelle conversazioni, la reputazione di una azienda è tutto; per questo la reputazione è soggetta a guerriglia informazionale da parte dei competitor.

Lo spread e la crisi sono state e sono guerre di speculazione informazionale, la nuova guerra veloce e invisibile capace di cancellare la democrazia in nazioni sempre più incapaci di reagire.
Le vere merci sono: attenzione, socialità, fiducia e reputazione.
Oggi difendere la reputazione, nei mondi dell’infosfera e della semiosfera, diventa una policy di sicurezza.
La sofisticazione delle tecnologie delle credenze collettive si fonda sugli immaginari e sul sentimento, perché l’immaginario non è che un terreno di sedimentazione in cui si sommano speranze e angosce, illusioni e delusioni che tutte insieme, sono la verità profonda del nostro mondo.
È da lì che gli individui e la collettività traggono ragioni per nuove speranze e nuove illusioni.
In questo tesoro accumulato d’umanità e di disumanità è carcerata la memoria delle storie di vita (in attesa perenne di un eroe salvifico) che ci hanno preceduto e da questa memoria altre storie di vita (anche eroiche) prenderanno spunto.
Ma con l’uomo e le narrazioni che costruiscono il suo passato, presente e futuro, cambiano le tecnologie delle credenze collettive, sempre più sofisticate nello sfruttare quel terreno di sedimentazione in cui assunzioni, stereotipi e luoghi comuni giocano nell’alimentazione di rituali e simbolismi agitati dalla guerra dei memi.
Gli influencer assumono il compito di manipolazioni automatiche dei <motori di personalizzazione>: in primo luogo perché ad essi viene assegnato un codice di riconoscimento, dopodiché, ogni volta che l’utente accede ai suoi posts, ai suoi contenuti social, cede le porte di protezione al suo immaginario, condizionandone il sentimento che si trasforma in opinione emotiva.
I prosumer sono consumatori e produttori nel versus che vuole l’influencer e allo stesso tempo elettori in quanto non solo esprimono consenso con il loro sentimento/voto ma in quanto ‘eleggono’ l’influencer ad hub e sorgente autorevole di condizionamento.
L’opinione pubblica lascia il passo all’opinione emotiva, generata da immaginari a loro volta derivati dalla polarizzazione del sentimento (mi piace / non mi piace).
L’egosurfing (sistemi di software ideati per soddisfare le esigenze di navigatori narcisisti in cerca di informazioni su loro stessi) originariamente è stata la strategia per ottenere informazioni sulla sedimentazione di quei comportamenti che rispecchiavano assunzioni, stereotipi e luoghi comuni, sulle quali, oggi, le strategie di narrazione fondano la propria forza.
La comprensione dei meccanismi tribali, alla base delle regole di formazione delle reti egocentriche – studiate da Albert Lazlo Barabasi – e la cessione di fiducia e di consenso agli hub/influencer delle reti egocentriche, hanno generato una compressione delle informazioni generate dell’egosurfing, aprendo a una nuova fase: quella delle tribù imaginifiche.
Con il termine imaginifica si intende la capacità o il potere di costruire immaginari.
Come un file compromesso, noi apprendiamo la realtà in un processo cognitivo in cui il framing, ovvero l’incornicamento dei fatti è totalmente condizionato non solo dal potere di priming e di indexing degli influencers, ma soprattutto dalla codifica sofisticata dei memi informazionali, progettati come virus per diffondersi nella rete, modificandone l’immaginario e provocando il Fail di sistema nelle persone comuni.
La capacità di strutturare una visione politica non con argomenti razionali, ma raccontando storie, è divenuta la chiave della conquista del potere e del suo esercizio in società ultramediatiche, percorse da flussi continui di dicerie, di notizie false, di manipolazioni.
Non è possibile separare le politiche dai frame che costituiscono le idee sulle quali si basano le politiche: se non si preparano i frame giusti, le campagne di comunicazione non attecchiranno nel cervello della gente.
La politica cognitiva è assolutamente importante, non meno della politica pratica.
Cinque elementi della storia sono particolarmente rilevanti sia per analizzare sia per comunicare efficacemente le storie: i conflitti, i personaggi, gli immaginari, le prefigurazione e le assunzioni.
Questo ci porta inevitabilmente a capire che il ruolo degli influencers è un ruolo politico.
Gli influencers sono sottoposti inconsciamente – nel migliore dei casi, nel peggiore sanno benissimo cosa vuol dire gramscianamente il proprio <io sociale> – ad essere ingegneria di una strategia dell’attenzione tesa a costruire framing o generare priming sui temi di interesse di parte e a generare nuovi stati di comportamento indotti volontariamente.
L’influenza è generare percezioni/pensieri/ azioni/comportamenti attraverso fiducia e reputazione nella propria rete sociale, creando un effetto a catena capace di diffondere percezioni/pensieri/azioni/comportamenti in altre reti.
La parola e in generale il segno sono il veicolo sul quale chiunque può salire per farsi trasportare ovunque lo conduca la sua capacità imaginifica, sregolata, liberamente alimentata da spiritualità e sensualità e capace di sfruttare corrispondenze soggettivamente percepite (assunzioni).
Gli influencer non solo generano l’emotional sharing (la condivisione emotiva) che determina lo spazio pubblico trasformato in opinione emotiva, ma si prestano alle strategie di reificazione della semiosfera ai danni dell’infosfera.
Questa analisi sul ruolo degli influencers è semplicemente spiegata dal bisogno di semplificazione di quei procressi di lettura dell’esistente – chiamarla realtà oggi appare difficile in quanto tante sono le realtà quante sono le tribù o le macro reti egocentriche –in cui l’infinita velocità dei flussi subisce l’effetto disgregante del panico.
È facile ripiegare sulla banalità dell’opinione, della comunicazione versus un nemico -fondamento delle tribù polarizzate-, della ridondanza dei sentimenti generati.
L’estetica e il design sono le discipline che si occupano della sintonia tra l’organismo/individuo e l’ambiente.
Questa sintonia è disturbata – direbbe Felix Guattari – dall’accellerazione degli stimoli infosferici, dall’inflazione semiotica, dalla saturazione di ogni spazio dell’attenzione e della coscienza.
Nel mentre le relazioni produttive e comunicative perdono materialità e si disegnano nello spazio della proiezione sensibile del sentimento che genera immaginari.
È utilizzando “ritornelli” – ovvero quelle configurazioni ritornellizzanti (ridondandi e assordanti per l’economia dell’attenzione individuale e collettiva) che costruiscono la mappa dell’esistente – che si generano ossessioni semiotiche e rituali imaginifici politici.
Il ritornello protegge dal vento caotico dell’infosfera, dai flussi semiotici che trascinano come venti turbinosi immaginari individuali e collettivi. Ma il ritornello presto si trasforma in una gabbia, sistema rigido di framing e ossessionatamente ripetitivo.
È questo quello che sta succedendo in rete ad alcuni partiti, in particolare al Partito Democratico, a vantaggio di altri, ad esempio il Movimento 5 Stelle di Grillo. Lungi da me entrare nel merito e giudizio politico dei partiti in quanto non è l’oggetto dell’analisi di questo articolo.
Ma se la democrazia rappresentativa è in crisi e il M5S di Grillo è l’epifania più raccapricciante di questa crisi, di certo non è la soluzione in quanto è il pieno interprete di questa guerriglia di memi che gioca su immaginari e sentimento collettivo.
Sistematica la guerriglia informazionale del M5S tende ad aggredire le pagine degli altri partiti e in particolare modo quella del Partito Democratico attraverso la mobilitazione dei propri attivisti virtuali o attraverso strategie di trolling (falsi utenti che hanno come obiettivo quello di interagisce con gli altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l’obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi).

Obiettivo: polarizzare il sentimento, in una logica di macroinfluenza collettiva molto simile al limite cognitivo dell’aut aut del mi piace / non mi piace.
Una anti narrazione, fatta di conflitti (le fan page assalite dai troll del M5S), di personaggi (il popolo buono contro i corrotti politici italiani), di immaginari (il cambiamento senza se e senza ma), di prefigurazioni e di assunzioni costruite su stereotipi, luoghi comuni, bufale, fatti infondati e sui molti errori della politica italiana e dei suoi politici. Nei trend di polarizzazione gli influencers svolgono il proprio ruolo adagiandosi a utilizzare framework simili.
Come nell’ultimo caso, abbastanza delirante, di una campagna social del PD, la cui recensione apparsa sul blog D I S . A M B . I G U A N D O è stata analizzata (non mi interessa esprimere sul valore dell’analisi) e “incorniciata” secondo alcune key precise che hanno condizionato il rimbalzo sui media tradizionali.
Riprendendo le parole esatte per non sbagliare, scrive l’autrice, la prof.ssa Giovanna Cosenza nel post dal titolo “Quel pasticciaccio brutto dei manifesti Pd“:

<Non li ho ancora visti in strada, ma da qualche giorno appaiono sulla pagina Facebook del Pd nazionale>

– > (La presunzione che sia una campagna anche affissionistica, incornicerà la campagna social come affissionistica, come vedremo dopo).

 

<Dal punto di vista grafico, sono un’accozzaglia di rara imperizia:

1. Marchio del Pd affogato nel rosso (dov’è finito il verde?), marginale e poco leggibile.

2. Testi sparpagliati e disallineati, con font di diverse dimensioni e una distribuzione del maiuscolo e del grassetto che pare quasi casuale.

3. Uso sconsiderato della bandiera italiana ai limiti del vilipendio, visto che pare tutta tagliuzzata e rattoppata. Ma ricorda anche il fascio littorio, con quel giallino che la impasta e invecchia. >

– > (L’autorevolezza dell’autrice – docente universitaria – permette di incorniciare considerazioni / giudizi come frame oggettivi e non soggettivi che classificheranno negativamente i manifesti. L’argumentum ad auctoritatem genera una fallacia retorica. Non esiste la prova oggettiva di ciò che dice l’autore e che tutto ciò sia corretto e appropriato secondo i codici della grafica e del design).

– > (Oltre a riscontrare nuovamente l’argumentum ad auctoritatem, è in atto un processo di disinformazione in quanto non si tiene conto del contesto e non si sforza alcun ragionamento sulla motivazione dei manifesti. Ovvero che sono solo il riassunto dell’intervento fatto da Bersani in direzione nazionale l’8 giugno 2012; intervento votato all’unanimità e che apre alle primarie di coalizione).
Contemporaneamente sulla pagina fan del Partito Democratico, iniziano i commenti ai post in cui vengono pubblicati i “presunti manifesti”.
Un riassunto statistico può aiutarci a capire meglio.

Pagina Fan del Partito Democratico
L’album di Facebook ” del 9 giugno 2012 in cui vengono mostrate le immagini dei manifesti presenta:

41 condivisioni
27 mi piace
11 commenti di cui:
+ 3 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 1 neutro (ma che non si riferisce ai manifesti)
– 7 negativi (di cui 2 che parlano dei manifesti)

Il post con l’immagine “Un patto dei democratici e dei progressisti” del 9 giugno 2012
42 condivisioni
58 mi piace
77 commenti di cui:
+ 6 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 51 neutri (di cui 2 si riferiscono al manifesto)
– 20 negativi (di cui 1 si riferisce al manifesto)

Il post con l’immagine “Il nuovo orizzonte” del 9 giugno 2012

61 condivisioni
51 mi piace
16* commenti
(il sistema ne indica 21 al conteggio sono solo 16, probabilmente 5 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 1 neutro (ma che non si riferisce ai manifesti)
– 7 negativi (ma che non si riferiscono ai manifesti)

Il post con l’immagine “Scelgano i cittadini” del 9 giugno 2012

75 condivisioni
47 mi piace
21* commenti
(il sistema ne indica 24 al conteggio sono solo 21, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 3 positivi (ma che non si riferiscono ai manifesti)
= 6 neutri (ma che non si riferiscono ai manifesti)
– 12 negativi (ma che non si riferiscono ai manifesti)

Il post con l’immagine “Essere democratici e progressisti” del 9 giugno 2012

48 condivisioni
57 mi piace
16* commenti
(il sistema ne indica 18 al conteggio sono solo 16, probabilmente 2 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 5 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 11 negativi (ma che non si riferiscono al manifesto)

Il post con l’immagine “Accettiamo la sfida” del 9 giugno 2012

131 condivisioni
129 mi piace
57* commenti
(il sistema ne indica 62 al conteggio sono solo 57, probabilmente 5 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 12 positivi (ma che non si riferiscono al manifesto)
= 12 neutri (di cui 1 si riferisce al manifesto)
– 32 negativi di cui 7 si riferiscono al manifesto)

PS: il manifesto è quello incriminato perché il bianco assomiglierebbe a un fascio littorio

Il post con l’immagine “Tocca a noi” del 9 giugno 2012

66 condivisioni
65 mi piace
28* commenti
(il sistema ne indica 31 al conteggio sono solo 28, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 3 positivi (di cui 1 si riferisce al manifesto)
= 14 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 11 negativi di cui 1 si riferisce al manifesto)

Il post con l’immagine “L’Italia, l’Europa, la Crisi” del 9 giugno 2012

23 condivisioni
27 mi piace
17* commenti
(il sistema ne indica 20 al conteggio sono solo 17, probabilmente 3 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 0 positivi
= 4 neutri (ma che non si riferiscono al manifesto)
– 13 negativi (ma che non si riferiscono al manifesto)

Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012

– condivisioni
27 mi piace
12 commenti di cui:
+ 0 positivi
= 3 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 12 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il post con il video “Scelgano i cittadini” del 14 giugno 2012
11 condivisioni
34 mi piace
14 commenti di cui:
+ 1 positivo (ma che non si riferisce al video)
= 8 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 5 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Pagina Fan Pierluigi Bersani
Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012

– condivisioni
80 mi piace
85 commenti
(il sistema ne indica 85 al conteggio sono solo 74, probabilmente 11 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 7 positivi (ma che non si riferiscono al video)
= 11 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 56 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il post con il video “Essere Democratici e Progressisti” del 14 giugno 2012

– condivisioni
80 mi piace
82 commenti
(il sistema ne indica 82 al conteggio sono solo 75, probabilmente 7 sono stati rimossi dall’admin della Fan page) di cui:
+ 13 positivi (ma che non si riferiscono al video)
= 21 neutri (ma che non si riferiscono al video)
– 41 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Canale Youtube Partito Democratico
Il video “Essere Democratici e Progressisti” del 13 giugno 2012 totalizza:

757 Visualizzazioni
4 mi piace
2 non mi piace
5 Commenti di cui:
+ 1 positivo (ma che non si riferisce al video)
= 1 neutro (ma che non si riferisce al video)
– 3 negativi (ma che non si riferiscono al video)

Il video “Scelgano i cittadini” del 14 giugno 2012 totalizza:

216 Visualizzazioni
0 Mi piace
1 non mi piace
0 Commenti

I dati sono aggiornati al 17 giugno 2012.

Cosa ci restituiscono questi dati?

Le condivisioni, i mi piace, i commenti sono statisticamente pochi rispetto al network del Partito Democratico (61.467).
Utilizzando, inoltre, una metrica semplice e banale, utile a verificare un indice di positività dei post: Totale dei (Mi piace + Condivisioni + Commenti positivi) rapportato al totale dei commenti negativi, ad occhio risalta che i post generano sentimento positivo e non negativo.
I valori positivi sono maggiori di quelli negativi.
Nessuna rivolta della base, ma potremmo dire un tiepido accenno di consenso (statisticamente irrilevante).
I manifesti generano altri post e rimbalzano sul sistema dei media tradizionali.

Anche il quotidiano Libero, con Franco Bechis, si interessa ai manifesti.

L’articolo è del 14 giugno, appare online su Libero e si intitola:

Nuovo harakiri a sinistra
Il Pd: Bersani è un fascista e usa per sé i soldi del partito
Diluvio di polemiche e proteste dei militanti per il manifesto con cui il segretario annuncia la sua discesa in campo alle primarie

L’articolo, inoltre, cita:
<Il manifesto è già affisso in molte città>.

> La precedente presunzione della blogger diventa priming.

<[…] Il manifesto è stato subito un pugno nello stomaco dei militanti. Che non l’hanno affatto gradito, sommergendo i propri leader, i blog del partito e perfino quelli dell’agenzia di design che l’ha ideato di critiche, proteste violente e anche qualche insulto>.

> Bechis dove trae le prove? Reifica un framework utile a generare key PD = litigi, PD = errore. Primo bracket. Il prevalere di un tema rispetto ad un altro può influire notevolmente il giudizio del pubblico relativo ad un politico, un partito o un governo, in positivo o in negativo a seconda che si tratti di un suo punto forza o di debolezza.

<[…] Prima accusa: il design ricorda quello del ventennio, il bianco della simil-bandiera ricorda un fascio littorio>.

> Secondo bracket: il PD come i fascisti del ventennio.

<[…] Seconda accusa, piuttosto diffusa: il manifesto riporta come committente “Partito democratico- Direzione nazionale”, quindi sembra pagato dai fondi del partito. Solo che è un manifesto che lancia non le primarie in sé, ma la candidatura di Bersani alle primarie. Quindi si accusa il leader di barare al gioco: se per sé usa fondi del partito, viola la par condicio con gli altri candidati che non hanno la cassa del Pd a loro disposizione>.

> Terzo bracket: creazione del caso dei finanziamenti pubblici al PD usati da Bersani.

Possibile che Bechis non sia informato su come sia andata la Direzione Nazionale dell’8 giugno? Libero ne parla con Gianluca Roselli il giorno dopo, ovvero il 9 giugno, l’articolo a pag. 4 ha come titolo “IL PD: PRIMARIE DI COALIZIONE MA NON SA ANCORA GLI ALLEATI”.
Inoltre, possibile che Bechis non sappia che Bersani per statuto del Partito Democratico è il candidato premier? E che il manifesto è stato fatto in base al documento approvato con voto unanime in Direzione Nazionale?

[…]Sarà, ma quel manifesto con cui Bersani ha rubato a Vendola il suo Casaleggio usando i soldi del Pd per la campagna personale alle primarie, sembra tanto il più classico degli hara-kiri della sinistra italiana…

> Priming su hara-kiri, il PD fa hara-kiri sempre e comunque per il giornalista.

Dagospia, il 15 giugno, fa da fonte replicante e virale pubblicando subito dopo “BEGHE PRIMARIE – CULATELLO NON FA IN TEMPO A COMMISSIONARE LA CAMPAGNA POLITICA PER UFFICIALIZZARE LA SUA CANDIDATURA ALLE PRIMARIE CHE LA ‘PANCIA’ PIDDINA GLI FA IL CONTROPELO: IL DESIGN SCELTO PER IL MANIFESTO RICORDA QUELLO DEL VENTENNIO – IL COMMITTENTE È “PARTITO DEMOCRATICO-DIREZIONE NAZIONALE” QUINDI A PAGARE POTREBBE ESSERE STATO IL PARTITO E NON BERSANI…

> Priming sul falso caso dei finanziamenti pubblici al PD usati da Bersani.

Civati riprende dal suo blog, sempre il 15 giugno, il post di Giovanna Cosenza.
Disarmanti e disarmati
Giovanna Cosenza e le baruffe del Pd, a proposito di comunicazione (e di errori di-).

Tutti partecipano, nessuno ascolta o potremmo dire, nel nostro caso, nessuno studia e analizza ciò che accade.
Intanto si reifica la realtà.
Spettatori di ogni cosa, testimoni di nulla.
La costruzione dei frame attraverso il cambio di struttura narrativa – con un genere di onnipotenza che somiglia a quella degli scrittori, i quali possono imporre alla trama tutte le svolte che vogliono – intrappolano gli immaginari e sono superiori a ogni propaganda sperimentata in passato.
L’economia dell’attenzione ha delle regole rigide, aritmetiche e ordinali, se una notizia arriva prima, il posto sul podio è occupato, tutte le altre scendono di uno scalino.

Non importa se siano avvenute o meno, l’importante è che entrino in classifica.

E se una notizia, non necessariamente un evento disastroso o un grande evento, comunque si presenta, allora lo spin la deve sfruttare.

Giocare sulla velocità, usare lo speed kills, la velocità che uccide.

Alimentare il fuoco ostile per nutrire una storia negativa per gli avversari.

Ormai tutto questo è prassi.

Ed è solo l’inizio della guerra dei memi che ci condurrà alle prossime politiche 2013.

 

 

Post scriptum
Ebbi modo di scrivere tempo fa, qui su Ottavopiano.it, tre articoli sulla guerra informazionale e dei memi.
Li ripropongo a memento:
Le differenze imposte tra Nord e Sud. Ovvero la guerra dei memi
The cyberbrain warfare: la guerra degli influencer
Intellettuali, giornalisti e blogger nell’Italia della PopPolitica