Elogio Dell’ Irreperibilità

Il viandante sul mare di nebbia (1811) – Caspar David Friedrich

<<- L’Uomo è un animale sociale.

– Cazzate!

– Come sarebbe a dire?

– L’animale sociale è un’invenzione del maschio alfa per creare una stratificazione sociale da assoggettare ai propri voleri tramite la politica che è il braccio dell’economia di scambio. Il senso del sacrificio cristiano ha suggellato la schiavitù del plebeo nei confronti dell’alfa per assecondare i sistemi produttivi capitalistici. Siamo tutti schiavi: ieri lo eravamo di un imperatore in carne e ossa, oggi di un imperatore invisibile e più subdolo che agisce tramite onde elettromagnetiche. Il Re del Mondo!

– … alfa?

– Uno stratagemma perfezionato nei secoli dalle lobby socio-economiche per creare un legame apparentemente indispensabile tra gli individui formanti la cosiddetta società civile.

– Misantropo che non sei altro!

– Così come le formiche di un formicaio, quando s’incontrano lungo la stradina che dall’entrata della loro casa sotterranea le porta verso il cibo, hanno continuamente bisogno di toccarsi tra di loro tramite le ‘antennine’ per riconoscersi, allo stesso modo noi esseri umani dobbiamo continuamente parlare, parlare, parlare, comunicare, scrivere, mandare messaggi, lanciare bottiglie con messaggi nell’oceano della solitudine. Sennò moriamo. Naufraghi di noi stessi. Altrimenti siamo costretti a rimanere in compagnia, nella stessa stanza, con la persona più pericolosa e noiosa della nostra vita…

– E cioè, chi?

– Con noi stessi.

– Che assurdità!

– Ti sembrano assurdità perché ormai siamo tutti assuefatti e aborriamo il cambiamento, additando chi non si conforma alla maggioranza. Siamo talmente abituati a contare sulla reperibilità degli altri esseri umani tramite i vari aggeggi forniti dalla tecnologia, che non siamo più in grado emotivamente di gestire un’eventuale assenza di contatto. E tu ne sei la prova. Per non parlare di quella volta, durante quel fine settimana a Capri, quando dimenticasti il caricabatteria a casa e il tuo cellulare giaceva esanime sul comodino. Ti dovetti fare un’endovena di camomilla. Ricordi?

– Ma che c’entra? Io prima ero preoccupata perché non rispondevi.

– Appunto. Lo vedi che mi dai implicitamente ragione?

– In che senso?

– Nel senso che la tua preoccupazione nasce dalla disponibilità di una tecnologia talmente efficiente e presente che in caso di mancata risposta non pensi alla ragione più semplice, non sai supplire alla mancanza utilizzando la forza del pensiero… Se invece di essere nel 2008 ci trovassimo nel 1867, in un’epoca storica senza cellulari, tu non ti saresti preoccupata della mia incolumità perché non saresti stata condizionata dalla facile reperibilità in cui viviamo. E se anche io fossi qui, morto, nel mio monolocale di trenta metri quadrati, lo avresti saputo solo dopo molti giorni o settimane tramite un corriere a cavallo, con una lettera o un biglietto. Non credi?

– Beh! Sì…

– Allora, vedi? Il collante sociale fornito dai cellulari non solo ha soddisfatto le esigenze economiche di chi voleva una società riunita e controllabile, ma è andato oltre: ha azzerato i normali ritmi del tempo, causando un’alterazione della qualità del sapere. Dove per “sapere” non intendo solo le nozioni di chimica o le formule fisiche, ma la normale conoscenza della posizione di un corpo nello spazio. Nella fattispecie, il mio. Noi oggi non veniamo a conoscenza delle cose in maniera normale, quasi casuale, ma andiamo alla ricerca di una conoscenza superficiale delle cose e degli esseri (Ci domandiamo scioccamente:Dove sei? Cosa fai? Con chi sei? Invece di chiedere: Chi sei? Da dove vieni? Quali sono i tuoi obiettivi per il tempo che ti rimane? Cosa c’è dopo la morte? “Cosa” c’è tra un atomo e l’altro? Come mai esisti?) perché il sistema economico ci ha detto che in questo modo saremmo stati meno soli. E noi c’abbiamo creduto.>>

Testo tratto da Elogio dell’irreperibilità dell’individuo .

Wake Up!

La foto è di NotForYou

Warhol diceva: “in futuro saremo tutti famosi per 15 minuti”.

È una trappola.

Viviamo in un momento storico in cui il mercato delle illusioni è fiorente come mai prima d’ora. E le illusioni sono seducenti come il canto delle sirene.

Il meccanismo è diabolico ma estremamente semplice ed è lo strumento fondamentale attraverso il quale si costruisce, consolida e gestisce il controllo del consenso sociale.

Le lobby del potere hanno capito una cosa elementare: un controllo autoritario e repressivo delle masse genera situazioni potenzialmente esplosive.

La soluzione è mantenere il potere sedando il senso critico.
Come? “Regalandoci” l’illusione che vivere in Occidente vuol dire vivere da uomini liberi. Il controllo non viene più esercitato solo a livello politico ma soprattutto economico e culturale.

Tutto ciò che abbiamo sono una serie di pacchetti libertà spendibili in ambiti ben delineati al di fuori dei quali è quasi impossibile andare. Questi pacchetti libertà sono valvole di sfogo che consentono di abbassare il livello del dissenso nei momenti critici.

Cosa c’è di più rassicurante di una società in cui è possibile riunirsi, partecipare a cortei, manifestare il dissenso senza per questo rischiare di essere gettati a marcire in prigione? Cosa c’è di più democratico di una società in cui il potere d’acquisto è garantito ad una porzione di popolazione sempre più ampia?

Ed è qui il trucco, ti viene offerto un mondo fatto di vetrine colorate in cui, pagando, puoi giocare a sentirti libero, forte, arrivato. Solo che mentre tu sei impegnato nel Paese dei Balocchi qualcuno sta speculando sui tuoi diritti, sul tuo futuro e sulla tua libertà.

Il consumismo è la madre di tutte le bulimie:

avere accesso ad un campionario sempre più vasto di beni e servizi, poter annegare le proprie frustrazioni nell’acquisto di una marea infinita di prodotti è qualcosa che ti distrae e ti assopisce. Siamo tutti dispiaciuti per la fame nel mondo e il riscaldamento globale ma cosa facciamo – sul serio – in merito?

La soddisfazione compulsiva dei propri bisogni è una pillolina dorata che ha il brutto effetto collaterale di abbassare il senso critico:

perché dovrei preoccuparmi della libertà d’informazione se ho la tredicesima e le ferie pagate?

Viviamo nel migliore dei mondi possibili, un mondo fatto di individualismo standardizzato che ha come unico scopo quello di separarci dai nostri simili per renderci più gestibili.

Qualcuno ha detto che dopo gli anni ’70 non ci sono più battaglie che vale la pena di combattere. Per fortuna si sbagliava.

Oggi si combatte per la nostra libertà intellettuale, per il diritto all’indignazione, per riacquistare la capacità di giudicare e agire al di fuori degli schemi predeterminati che tentano costantemente di venderci.
Intorno a noi qualcosa sta cambiando:

la possibilità di accesso ad informazioni non manipolate dalle lobby è qualcosa di tangibile, reale. La rete può essere la roccaforte, la base di partenza per il risveglio civile e culturale delle nostre coscienze. Dobbiamo solo imparare a non perderci, a guardare bene. Quello che dobbiamo fare è tenere gli occhi aperti e non accontentarci delle apparenze.

Cerchiamo, scoviamo e condividiamo.

Se il consumismo è la madre di tutte le bulimie
la conoscenza è la madre di tutte le armi.

Dialogo A Due Con Morpheus

Matrix Prendendo spunto dalla terza edizione del Public Camp 2010, abbiamo contattato un personaggio che di Rete se ne intende e abbiamo cercato di approfondire con lui alcuni degli argomenti trattati durante l’evento.
Il nostro ospite si chiama Morpheus*, uno che non ha certo bisogno di presentazioni.

D. In sintesi Morpheus, cosa è emerso dall’ultima edizione del Public Camp?
R. Che la Rete è un enorme insieme di mezzi di comunicazione e di influenza di massa. È il più interessante per potenzialità, molte delle quali ancora inespresse, e per velocità nella costruzione e nella tenuta delle relazioni. Ma una volta per tutte ci tengo a sottolineare anche un altro aspetto: dimentichiamoci tutte quelle balle sulla Rete come luogo aperto, libero e democratico. Il web ricorda molto più il Sud America e le sue peggiori dittature che una democrazia.

D. Scusi, credo di non aver capito.
R. Partiamo da un assunto: sono d’accordo con Formenti quando dice che la democrazia è morta. Lo è da tempo, perciò tentare di resuscitarla attraverso la Rete è roba da impostori. Il fatto che sia partecipata e accessibile più o meno a tutti non significa che la Rete sia un luogo democratico. I suoi protocolli di funzionamento non appartengono agli utenti. I contenuti scritti, modificati e commentati, rimbalzanti da una parte all’altra del mondo, ne sono una prova: più li fai girare, più entrano a far parte dell’immaginario collettivo generando cultura di massa. Difficile ribaltarne il significato, anche quando si tenta di farlo. L’unica cosa che può fare la Rete, è assumere le sembianze di un generatore di processi democratici, ma solo se partecipativi e derivanti dal basso.

D. Quindi lei non crede alla cosiddetta “rivoluzione” del web?
R. Non ho mai detto questo. Sarei un pazzo a non certificare la realtà dei fatti. Proprio al Public Camp, attraverso studiosi e addetti ai lavori, è stata dimostrata l’importanza concreta delle reti virtuali. Si è discusso del peso reale che un network può avere rispetto al comportamento degli esseri umani. Soprattutto è stato evidenziato quanto la Rete influisca sulla costruzione dell’opinione comune.

D. E quindi?
R. Significa che una rivoluzione c’è e ce ne saranno tante altre ma ciò non vuol dire che la piattaforma virtuale sia democratica. Tutto è assolutamente sotto controllo, non dimenticatelo mai. Non si esercita alcuna forma di esercizio della volontà popolare: la Rete è il luogo in cui tutti dicono di tutto e chi è più forte ha un effettivo dominio sugli altri. In sostanza, più si ha una preparazione culturale adeguata, più si può diventare protagonista della nuova lotta di classe che inevitabilmente si combatte proprio su internet.

D. Allora come si può influenzare l’opinione pubblica? Chiunque in Rete può farlo?
R. Assolutamente no. Affinché si generi influenza sulle coscienze è necessario individuare coloro che hanno il fisico e l’autorevolezza per farlo. Sono gli influencer, soggetti capaci di costruire controllo ed egemonia del consenso. La Rete, fatta comunque di relazioni vere in carne e ossa, solitamente è strutturata con grandi hub, circondati da una miriade di nodi e di link. Ma deve essere solida. Ce lo ha spiegato Barabàsi.

D. E questo può bastare a generare consenso?
R. No. Certamente devono essere gli hub i fattori determinanti, in quanto portatori di numerose relazioni nella rete. Ma a questi vanno affiancati i router, che generano conoscenza, gli switch che hanno il potere della persuasione e i bridge ovvero quelli che utilizzano le relazioni per rintracciare informazioni da mettere a frutto giorno dopo giorno. Il tutto deve dar vita a uno strumento tattico, un mezzo che sappia essere il centro di un fitto sistema relazionale e che sia in grado di veicolare il più possibile contenuti e informazioni.

D. Lo scenario appena descritto sembra quasi prospettare il sopravvento prossimo della Rete sul Pianeta…
R. Purtroppo la Rete è un altro marchingegno inventato e messo in circolazione per controllare l’intelletto di voi umani, sempre troppo fiduciosi nel prossimo e speranzosi riguardo all’innovazione. Ciò che vi ho raccontato non è una novità, basta guardare come è stato ridotto il lavoro proprio sul web. Sono riusciti a far passare i bloggers e i nuovi media-attivisti come rivelatori di ogni verità, quando in realtà, senza dar loro alcuna contribuzione, li sfruttano campando alle loro spalle.

D. Quindi, è troppo tardi per invertire la tendenza?
R. Bisogna lottare e fare in modo che a vincere siano quelli più buoni. Noi non ci siamo riusciti. Spero che a voi vada decisamente meglio.


* protagonista della trilogia di Matrix

The Cyberbrain Warfare: La Guerra Degli Influencer

“C’è un solo mondo ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso. Un mondo così fatto è il vero mondo”. (Friedrich Nietzsche)

“Come fai a capire se questa realtà è autentica o se è solo una estensione di false illusioni generate da segnali virtuali?” (Ghost in the Shell II)

La terza era del capitale, quella che viene dopo l’epoca classica delle ferriere e del vapore e dopo l’epoca moderna del fordismo e della linea di montaggio, ha come territorio di espansione l’infosfera, il luogo dove circolano segni-merce, flussi virtuali che attraversano la mente collettiva.
La colonizzazione dell’immaginario non è che l’ultima tappa del processo di colonizzazione capitalistica delle Reti.
Immaginario e memoria individuale, immaginario e memoria collettiva sono i territori di conquista della guerra dei sogni nel postumanesimo.
Internet resta un insieme di media pervaso di un caos spesso confuso per libertà, in cui i suoi utenti possono permettersi di contraddirsi da soli, fra menzogna e verità, informazione e disinformazione in una società liquida dai valori composti.
Se pur internet a volte urta vari poteri e fa scoprire menzogne di stato, e modifica l’essere della stampa/editoria mondiale o permette di finanziare o far vincere campagne elettorali come è avvenuto nel 2008 con Obama, non ha dato forma a nessuna vera democratizzazione dal basso.
Su Internet è preferibile evocare microfluenze – che impongono al pubblico un percorso ipertestuale e cognitivo con l’obiettivo di convincerlo a sottoscrivere le proposizioni presentate e a relanzionarvisi – invece di pesare troppo sul passo del mondo attraverso i processi di macroinfluenza che non solo cambiano la percezione del mondo (il “mi piace di Facebook” ad esempio) o che potrebbero mettere in crisi la netneutrality, attraverso il concentramento della tecnologia di accesso a internet in mano a pochi (uno) operatori di mercato.
Nelle reti si gioca una guerra senza pietà fra le differenti memorie evocate e sulla capacità di costruire framing e di consolidare priming.
La dicotomia oggettivo/soggettivo, sovrapposta a quella verità/opinione, è del tutto inadeguata nel mondo delle reti.
E se le cose sono ridotte alle loro immagini, il nostro cervello oggi produce e consuma immagini che definiscono il desiderio. E una volta messa in moto la macchina del desiderio è difficile da governare.
È per questo che noi viviamo un assedio esterno, una influenza costante e sofisticata sui nostri desideri.
Il processo di produzione globalizzato tende a diventare sempre più processo di produzione di mente a mezzo di mente. Il suo prodotto specifico ed essenziale sono gli stati mentali.
Attraverso le tempeste semiotiche nell’infosfera elettronica, producono un puzzle incompiuto di strane collezioni di idee, credenze e dottrine composite.
Più un individuo è esposto a stimoli identici e più sarà incline ad appropriarsi delle proposizioni che corrispondo a questi stimoli.
Una moltiplicazione di sè composta, una volta di più, da tanti avatar quante sono le sue gradazioni di desiderio, d’umore e di emotività.
Le caratteristiche della semiosfera ipermediale producono effetti sul sistema emozionale.
Esiste un’influenza diffusa sul reale, più difficile da definire perchè agisce sull’interpretazione del mondo attraverso specchi interposti.
Questa influenza non è politica nè strategica, ma esperenziale.
Nella fase conversazionale della semiosfera i motivi di condivisione riflettono ormai l’intera gamma delle passioni, dei bisogni, degli interessi e dei desideri che caratterizzano la vita sociale: i gusti musicali, le preferenze sessuali, l’entusiasmo per un attore o un genere letterario, l’appartenenza a una categoria professionale, il desiderio di vedere riconosciuto il proprio talento creativo o di promuovere un prodotto che si ritiene particolarmente meritevole, la speranza di incontrare qualcuno con cui stringere amicizia o di intrecciare una relazione erotica, la pura e semplice smania di esibizione; praticamente qualsiasi cosa può diventare occasione per alimentare una qualche forma di “appartenenza”.
Malgrado questo processo di frammentazione culturale il riferimento ad alcuni valori di fondo del Popolo della Rete – come la possibilità di esprimere il malessere sociale, di rifiutare le gerarchie precostuite, l’insofferenza nei confronti di ogni genere di censura, l’etica della libera condivisione delle risorse – non viene meno.
Ed è proprio per questo che la semiosfera vive una illusione prolungata, la speranza che si formi e (r)esista una nuova opinione pubbica digitale.
Nella sua mutazione storica la pubblica opinione è stata: prima soggetto sociale (per Habermas, che la identifica con le emergenti élite borghesi); poi oggetto di indagine di statistica (per gli studiosi della mass communication research e per il marketing politico); infine luogo (doxasfera) in cui si misurano ogni volta, i rapporti di fra decisori politici ed economici, media, pubblico generalista e minoranze attive, con queste ultime sempre più capaci di condizionare il ruolo di agenda setting dei tradizionali media broadcasting.
Il punto paradossale è che le visioni con approccio utopistico/visionario al tema rapporto fra nuovi media e scenari postdemocratici poggiano sull’interpretazione che il fascino delle grandi narrazioni del rapporto uomo/tecnica-tecnologia/cultura sia fondato sulla carica utopistica che li pervade: esse sognano l’unificazione planetaria delle culture umane e l’avvento di un mondo globale pacificato e liberato da diseguaglianze e ingiustizie sociali.
Tutte le riflessioni sulle nuove forme di democrazia partono dal tentativo di definire in primo luogo il nuovo soggetto antropologico della democrazia, soggetto che viene concepito come un “prodotto” delle tecnologie di rete, in cui il confine tra pubblico e privato è cancellato.
E in questo confine che non esiste più, i cittadini della Rete sono prigionieri di una architettura che non conoscono, di cui non sono proprietari; una architettura che non può essere, come sostengono gli ottimisti o i fascisti digitali, refrattaria per natura a ogni volontà di controllo, per il semplice fatto che non è mai esistita una natura di Internet, ma solo una struttura fatta in un determinato modo così come l’avevano progettata i suoi creatori originali; così come non esiste alcun reale ostacolo tecnico alle intenzioni dei “nuovi padroni” della Rete che si propongono di ridisegnarne la logica.
La rete è uno spazio pubblico già ridotto al dominio del mercato, e non è lo spazio dell’infinita libertà, di un potere anarchico e libertario che nessuno può domare. È ormai un luogo di conflitti, dove la libertà è presentata come nemico della sicurezza, le ragioni della proprietà contrastano con quelle dell’accesso.
Nasce di qui il dilemma di capire cosa avremo domani un’opinione pubblica resistenziale o un dominio del mercato che ha l’obiettivo di influenzare e controllare il desiderio, i sogni, e le abitudine dei cittadini digitali? Un dominio delle anime digitali?
Ghost in The Shell, Matrix, Inception sono solo scenari fantastici o una invenzione che dall’immaginario retorico e futuristico ci avverte che la conoscenza sarà uno strumento di potere e di dominio assoluto?
Con “cyberbrain warfare” si indica la pratica di impiegare “il ghost hacking” come mezzo per ottenere l’accesso a un cervello cibernetico e infine al “ghost”, ovvero l’istinto non mediato da calcoli, di un determinato indviduo. La “cyberbrain warfare” è una conseguenza naturale dell’interazione delle tecnologie della cibernetica e delle comunicazioni senza fili direttamente connesse al cervello umano.
Sembra non esserci futuro per l’umano nella storia dell’umanità.
Il medium non è più il messaggio, i nostri cervelli vengono utilizzati come media per creare influenza sotto il dominio dei segni e del significate da parte della colonizzazione capitalistica della sfera.
Il dominio della infosfera e della semiosfera sotto un nuovo ordine di guerrieri: gli influencer.
Chi sono gli influencer?
Con la nascita dei Social Media, l’esperienza panottica di Bentham – ovvero il controllo senza essere visti – è stata traslata dai blogger ai nuovi potenziali profili di influenza.
La rete delle relazioni connesse, mutua il suo gergo e le sue funzioni dall’informatica: hub, nodi, router, switches. I profili che si riscontrano, oggi, nella rete sono:
A- coloro che hanno i contatti più numerosi e che connettono persone che con altre persone (hub). Si possono classificare secondo due criteri: lo scambio di relazione frequente o meno frequente, e se i legami sono forti o deboli;
B- coloro che hanno il sapere e la conoscenza (router), a cui le persone si rivolgono per chiedere informazioni;
C- coloro che hanno il potere di persuadere gli altri a comportarsi in un certo modo o effettuare determinati acquisti (switches);
D- coloro che gestiscono relazioni e connessioni con l’obiettivo di reperire informazioni e skill da utilizzare quotidianamente (bridge);
E- coloro che nella piena autosufficienza tendono a trovare da soli informazioni di cui necessitano;
F- coloro che non sono collocabili in alcuna delle precedenti categorie e che hanno atteggiamenti e comportamenti discontinui.
Gli influencer sono la mescolanza dei profili A, B, C. e attraverso le metriche sociali, qualitative e quantitative, ovvero quantità e qualità di post, commenti, di follower e fan, etc si possono determinare nella rete chi sono gli influencer e a quale tipologia essi appartengano.
E se a ciò aggiungiamo gli studi di profilazione per permettere al brand marketing di individuare e cogliere le tipologie di utenza delle piattaforme social oriented, possiamo immaginare come la piramide dei bisogni di Maslow è stata già ridisegnata per i fruitori della Rete. Una nuova riprogrammazione di bisogni di sopravvivenza, di sicurezza, di affiliazione e socializzazione, di stima e di riconoscimento, di realizzazione personale nella fruizione della infosfera e della smeiosfera, dei social network, del porno, e dei processi di produttività.
Un brand, o un movimento sociale, o un nuovo ordine identifichi gli influcer in un dato territorio geografico (locale, provinciale, regionale, nazionale, internazionale o mondiale) possono ridisegnare totalmente il framing costruendo un sistema di reputazione, simulacro di qualsiasi matrice cognitiva si voglia organizzare.
In Italia abbiamo già assaporato un assaggio delle strategia fatta attraverso gli influecer.
Due i casi, che voglio prendere in considerazione: 1. la geneaologia del Popolo Viola e 2. Wired e la campagna Internet for Peace.
Il Popolo Viola, movimento e identità resistenziale, pulsione vitale dal basso, nasce da un profilo Facebook, che nessuno sa in realtà di chi fosse. Celato sotto l’avatar “Precario San del Popolo Viola”*, il fondatore del Popolo Viola, potrebbe essere in realtà una strategia degli influecer della Casaleggio Associati, società nata all’interno dei medialab di Telecom e la più esperta e avanzata realtà di studio e di ricerca in Italia su potere, influenza e mobilitazione virtuale. Ha tra i suoi clienti: Beppe Grillo, Antonio Di Pietro e Marco Travaglio.
Internet for Peace, la campagna di sostegno alla candidatura di Internet a Premio Nobel organizzata da Wired Italia, era semplicemente una campagna di marketing per il posizionamento della rivista. Il problema in sé non esiste, ma la questione su cui bisogna riflettere è la strategia avanzata da Telecom attraverso gli influencer della rete, attraverso Wired – attraverso Riccardo Luna ex giornalista sportivo e direttore del romanista – trasformato in guru delle culture digitali, attraverso i blogger italiani -panotticamente controllati ?- che si riuniscono nei contest tipo Riva del Garda per costruire una propria autolegittimazione e referenza, oggi messa in discussione dai social network e media, attraverso i Working Capital, distonie comunicative della strategia di corporate tesa a licenziare i lavoratori e a catturare talenti creativi, attraverso i Future Lab che immaginificano il futuro anteriore.
Eppure Telecom è contro l’NGN, il Next Generation Network, ovvero la più grande evoluzione che la rete possa avere in questo momento capace di consentire il trasporto di tutte le informazioni ed i servizi (voce, dati, comunicazioni multimediali) incapsulando le stesse in pacchetti TCP/IP.
E su NGN anche la televisione potrebbe trasmettere, aprendo a una pluralità di voci, ma Governo Berlusconi e Telecom sono contrari.
Con gli influencer e le strategie ad essi connessi si apre un nuovo mondo, e con esso un nuovo ordine di dominio.
La conoscenza moltiplica la capacità umana di produrre cose utili, e moltiplica gli spazi di libertà per tutti gli essere umani, riducendo così il tempo di lavoro necessario per produrre ciò che occorre alla società.
Ciò vuol dire che conoscere è potenza.
Oggi c’è un obiettivo preciso: fare della conoscenza uno strumento di potere, non di liberazione.
Ma questo non accadrà facilmente, perchè la conoscenza non tollera il dominio, e irreversibilmente la postumanità ha preso il posto dell’umanità.

Bibliografia
Marc Augè, La guerra dei sogni, Eleuthera
Franco Berardi ‘Bifo’, Il sapiente, il mercante, il guerriero, Derive Approdi
Manuel Castells, La nascita della società in rete, Egea
Stefano Cristante, Media Philosophy, Liguori
Derrick De Kerchkove, Dopo la democrazia, Apogeo
Carlo Formenti, Cybersoviet, Raffaello Cortina Editore
Carlo Formenti, Incantati dalla rete, Raffaello Cortina Editore

Note
* Il “Precario San del Popolo Viola” non è San Precario del collettivo Chainworkers.
Il collettivo Chainworkers ha co-creato sia la Mayday Parade del primo maggio dal 2001, sia la figura di San Precario.
Da quando è nata il 29 febbraio 2004 l’icona di San Precario è sempre stata una icona libera, da usare liberamente. L’icona è stata usata da lavoratori, collettivi, sindacati di base.
Articolo di approfondimento sulle differenze di San Precario da Precario San del Popolo Viola:
http://www.precaria.org/san-precario-vs-precario-san.html

Le Differenze Imposte Tra Nord E Sud. Ovvero La Guerra Dei Memi.

Il meme è una unità di informazione: una frase, un concetto, un modo di dire, una musichetta, una pubblicità o una citazione, etc. Erving Goffman oppure George Lakoff direbbero semplicemente che i memi sono frame.
Ovvero ciò che, prendendo corpo cognitivamente in una mente, influenza meccanismi tali che più copie di esso vengono create in altre menti.
I memi forti possono modificare le menti, condizionare i comportamenti, catalizzare framing collettivi e trasformare le culture.
I memi si possono propagare in modi facili da capire oppure attraverso catene complesse di causa ed effetto, quasi a caso, in modo caotico.
Marshall McLuhan predisse negli anni settanta che le guerre future sarebbero state condotte attraverso guerriglie informazionali non combattute in cielo, né per le strade, né nelle foreste, né nei mari internazionali, ma nei giornali e nelle riviste, alla radio, in televisione e su Internet. Ovvero una sporca propaganda avrebbe preso corpo in guerre mediatiche senza esclusione di colpi, di visioni alternative del futuro e nuove espressioni di dominio del potere.
Di certo nella nostra era dell’informazione e delle reti, chi costruisce e propaga memi detiene il potere.
Il meme appartiene in senso gramsciano alla sfera del “senso comune”, perché il suo fine è di modificare l’opinione media di una certa società, criticando, sbeffeggiando, correggendo, svecchiando e, in definitiva, introducendo “nuovi linguaggi comuni”.
Gramsci diceva che ogni strato sociale ha il suo senso comune e il suo buon senso, che sono in fondo le concezioni della vita e dell’uomo, più diffuse.
Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni e di opinioni entrate nel costume.
Il senso comune crea il futuro folclore, cioè una fase relativamente irrigidita delle conoscenze popolari di un certo tempo e luogo, ne disegna luoghi comuni e stereotipi.
Ma che cosa c’entra tutto questo con le differenze tra Nord e Sud dell’Italia? Perchè esiste una guerra di memi che schiaccia il Sud e rende così diverso il Nord?
Dalle cliniche private milanesi (a volte chiuse per corruzione, truffa, danno a persone, abuso di potere, ecc, come la Santa Rita) [1], ai recentissimi casi ultimi di malasanità verificatisi a Padova e Milano [2], un solo tratto emerge: l’attenzione dei media a normalizzare il fatto e trattare l’argomento per non più di 48/72 ore. Di contro al Sud ogni argomento di malasanità è tema da agenda setting per settimane.
A settembre 2010 la Rai ha lanciato un blog in cui segnalare e raccogliere i casi di malasanità; ne emerge un profilo impietoso per il Nord: è a pari del Sud nei racconti fatti dai cittadini. Su 190 post pubblicati, 43 casi di malasanità sono al Nord, 43 al Sud e 34 al Centro [3].
La malasanità, come il crimine o la corruzione, sono ovunque in Italia, non di certo concentrati in singole regioni o province, e non si spiega perché il comportamento dei media sia così difforme tra Nord, Centro e Sud.
Di certo una delle spiegazioni è la concentrazione degli editori al Nord. Considerando che rari sono gli editori puri in Italia, ovvero quelli che non hanno solo come attività di business l’editoria, possiamo capire come l’interesse è diretto verso mercati che possono garantire pubblicità, nonostante la forte concorrenza dei programmi più generalisti. Programmi che per forza di cose devono mantenere, alimentare e generare stereotipi di differenziazione positiva tra il mercato che investe e il mercato che di investimenti ne fa pochi.
Mentre al Nord la pubblicità traina il mercato delle imprese e crea un immaginario positivo utile a sostenere il territorio, al Centro e al Sud è la “politica dello scandalo” e del ricatto mediatico a trainare l’immaginario negativo, inchiodando il territorio proprio a questo immaginario negativo.
Ma la concentrazione non è un fenomeno unicamente televisivo, interessa marcatamente anche la carta stampata.
In Italia si pubblicano 91 testate e le prime due, Corriere della Sera e Repubblica, hanno quote di mercato di poco superiori al 10 %  della diffusione giornaliera, mentre i gruppi cui fanno capo totalizzano assieme poco più del 40 % della diffusione complessiva.
Inoltre, se andiamo al di là dei dati nazionali sulle vendite di quotidiani per studiarne la distribuzione geografica, troviamo una forte segmentazione nella quale in ogni mercato locale, quello in cui ciascuno di noi lettori abita, uno o due giornali raccolgono la maggior parte dei lettori [4] [5].
Questo significa, ovviamente, che il condizionamento dell'”opinione pubblica” ( così chiamata da Walter Lipperman )  è molto più forte dove esistono concentrazioni nette e storiche, oppure dove i media, in funzione degli interessi economici dei propri editori, costruiscono nuove logiche di ricatto e meccanismi di pressione clientelare nei confronti dei governi regionali e locali. [6]
Se consideriamo, inoltre, che una recente ricerca [7] ha preso in esame il rapporto tra il numero di reati commessi in Italia tra il 2005 e il 2008, il numero di notizie relative a questi crimini sui principali telegiornali e la percezione della minaccia alla sicurezza personale, secondo un sondaggio su un campione rappresentativo della popolazione, possiamo comprendere che il numero di reati considerati, e avvenuti, (omicidi, lesioni, sequestri di persona, violenza sessuale, furti e rapine, estorsioni, usura, associazione a delinquere, spaccio di stupefacenti, prostituzione e immigrazione clandestina) è totalmente più basso della rappresentazione mediatica che è stata comunicata dai media.
La sovraesposizione del fenomeno sicurezza da fine 2006 a oggi vede in prima linea i telegiornali Mediaset, seguiti dai telegiornali Rai, con un numero assoluto di notizie inferiore, ma pur sempre evidenti e di gran impatto.
La percezione che i cittadini hanno, circa la gravità del fenomeno e le minacce alla propria sicurezza personale, segue il trend dell’informazione televisiva, mentre appare del tutto scollegata rispetto ai dati reali del fenomeno criminalità.
Scelte simili, e le politiche editoriali in tema di informazione, in particolare per la malasanità al Sud e i fenomeni di insicurezza collettiva, risultano relativamente analoghe tra i diversi notiziari, soprattutto guardando ai telegiornali più seguiti, con effetto imitativo che può partire da autonome scelte giornalistiche ma che poi si alimenta nel tempo per necessità di seguire il gradimento del pubblico per determinati temi.
La drammatizzazione su malasanità, sul tema sicurezza e sugli scandali privati dei politici ha seguito e seguirà sempre da vicino il ciclo politico ed elettorale delle elezioni legislative e regionali.
I media con informazioni costruite e manipolate ad hoc possono cambiare vissuti ed esponenziali attraverso un costante processo memetico, generando framing e immaginari.

Chomsky ci ricorda che 10 sono le macrostrategie usate dai media per la guerriglia informazionale [8]:


1 – La strategia della distrazione.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione.
Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare.
3 – La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi.
4 – La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato.
5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile.
6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo.
7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.
8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.
9 – Rafforzare il senso di colpa.
Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.
Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

Nella sostituzione della realtà con un suo simulacro, nell’uso della seduzione e della fascinazione e di strategie di controllo e manipolazione del linguaggio, il segno linguistico è svincolato completamente dall’obbligo di designare qualcosa di reale.
Ciò comporta non soltanto un radicale cambiamento della dialettica tra significato e significante, ma anche di quella tra emittente e destinatario della comunicazione, rendendo così sempre più difficoltosa la trasmissione di informazioni nel processo comunicativo e mettendo in crisi il modello di comunicazione stesso.
Il significato veicolato da ogni oggetto, simbolo o segnale, invece di esplicitarsi nella sua performance, implode in se stesso; invece di rimandare a qualcos’altro, contiene le informazioni, le trattiene nella sua stessa espressione.
Il sistema di comunicazione, allo stato attuale, è in grado di produrre realtà artificiali e di suscitare nel fruitore meccanismi interferenziali che sembrano essere naturali o spontanei ma che, in realtà, sono prodotti artificialmente, costituiti dai mezzi di comunicazione stessi.
Non si interviene più scientificamente sulla creazione di stati programmati di disinformazione, di rumore per destabilizzare la comunicazione e per mediatizzare la disinformazione. Si verifica una scomparsa progressiva della realtà e del suo significato, coperta da una rete di segni autolegittimantisi, secondo un’intercambiabilità totale che abolisce il senso e che non permette più di distinguere tra reale e modello di riproduzione dello stesso, tra realtà e artificio, tra vero e falso.
I media lavorano contemporaneamente alla produzione di senso e alla sua liquidazione, alla produzione sociale e alla sua neutralizzazione.
E, nell’Italia degli stereotipi e dei luoghi comuni, ricercare il senso e il significato degli avvenimenti e dei fatti che accadono vuol dire esprimere una resistenza al potere.

Note
1. Puntata di Report, Rai3, “Il sistema sanitario”, luglio 2010.
2. http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/09/12/malasanita_padova_ambulanza_negata_parto_bimbo_muore.html
3. Blog RAI “Testimoni di malasanità” – tg1.blog.rai.it/2010/09/20/testimoni-di-malasanita/ all’11.10.2010 su 190 post Nord: 43 Centro: 34 Sud: 43 casi di malasanità.
4. Delle cinquantaquattro testate di cui sono disponibili i dati Ads (Accertamenti diffusione stampa) delle vendite provinciali, ventiquattro operano in mercati con un indice di Herfindahl-Hirschmann superiore a 0,15 considerato normalmente la soglia di attenzione delle autorità antitrust. Ventisei quotidiani nel loro mercato di riferimento hanno una quota di mercato superiore al 30 per cento e ben quarantadue testate contribuiscono all’indice HH del loro mercato per più del 50 per cento.
5. “Concentrazioni nei media e pluralismo”, da www.lavoce.info
6. La volontà di acquisto da parte di Angelucci, ras della sanità privata, della Gazzetta del Mezzogiorno dimostra come l’editoria è usata come politica di pressione clientelare e di cultura del ricatto e dello scandalo.
7. Fonte reati e notizie: elaborazioni Osservatorio di Pavia. Fonte percezione: sondaggi Demos & Pi.
8. Noam Chomsky, 10 consigli per difenderci dall’informazione che imbroglia.

Ho Sognato Gilles Che Mi Diceva…

Deleuze“Creare non è comunicare, ma resistere. C’è un profondo legame tra i segni, l’evento, la vita , il vitalismo. E’ la potenza di una vita non-organica, quella che può esservi in una linea di disegno, di scrittura, di musica. Solo gli organismi muoiono, mai la vita. Non c’è opera che non indichi alla vita una via d’uscita, che non tracci una strada percorribile”.

Mi sono svegliato, ero turbato. Mi son detto non devo mai più far tarda ora a leggere. Poi un dubbio mi ha assalito e mi sono detto: ma questo c’entra con il mio blocco di autore/scrittore? E mi son reso conto, riflettendo, che nell’atto di scrivere c’è il tentativo di fare della vita qualcosa di più di un fatto personale, di liberare la vita di ciò che la imprigiona. E ci voleva Deleuze a ricordami che “non ci manca certo la comunicazione, anzi ne abbiamo troppa: ci manca la creazione. Ci manca la resistenza al presente”.