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Confesso, Mi Piace Giocare.

Ieri, come ormai mi capita da tanto tempo, mi son tenuta aggiornata nelle mie brevi pause caffè-sigaretta sui social network e dal piccolissimo monitor del mio cellulare. Neanche ieri notte ho avuto il tempo di leggere correttamente quello che era accaduto in giornata e così sono andata a rimorchio: nessun Tg, nessun giornale, manco l’ANSA. Mi sono lasciata trasportare dai top tweet e dalle news che i miei contatti pubblicavano sui social.

Ho saputo di Marini così.
Mi giungevano le onde indignate e, pigramente, mi ci sono tuffata e mi son lasciata trasportare a peso morto in superficie. Liberamente, senza riflessione, senza pensare un attimo a metterci la minima energia per contrastarle.
Stamattina ho continuato a mettere ancora da parte il pensiero consapevole e vi devo dire che mi sono divertita in questo ruolo.

Rodotà mi sta un sacco simpatico ed in passato gli ho pure scritto per avere risposte su quesiti legati alla privacy. L’ho intravisto in TV qualche volta. A me sembra un uomo gentilissimo, molto educato, sicuramente un esperto in materie giuridiche e mi ispira affidabilità. Poi, elemento più importante, non sopporta Berlusconi.
Perché non sostenerlo?

Marini, invece, un bell’uomo, lo abbino alla CISL e mi viene il sangue in testa per via degli accordi separati e per la posizione che questo sindacato ha assunto nei confronti della vertenza FIAT. Lo so, lui è stato segretario generale tanti anni fa ma, che ci volete fare, sono fatta così, tengo i preconcetti.

E’ naturale quindi che, nella mia limitata conoscenza di questi due soggetti, io debba protendere per appoggiare l’uomo che empaticamente sento più vicino e che mi dona un senso di tranquillità e che non proteggerebbe mai il mio acerrimo nemico, quello a cui piacciono le bambine e che controlla le tv.

Sono andata avanti per qualche ora a giocare finché non è giunto il solito senso di colpa e ho ricominciato a diventare seria.

Mi sono andata a cercare la Costituzione e a rileggere il Titolo II, il Presidente della Repubblica, giusto per rinfrescarmi la memoria e subito, come un lampo, il comma 1 dell’art. 87 mi ha riportato con i piedi per terra: Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.
Mi è bastato solo questo per presumere che stavamo sbagliando collettivamente.
Unità nazionale …. Muble muble muble
Cioè, egli deve rappresentare tutti? Anche i miei nemici?
Ohibò, che cattiva notizia!
Non dico che tutto il resto della rete raggiunge il mio livello di ignoranza o, per essere più gentile, il mio basso livello di conoscenza, ma nessuno ha mai chiesto che prima di esprimere la propria opinione, si dimostrasse il livello di competenza in merito? Non credo, ognuno di noi parla, dice, grida perché oggi va di moda la partecipazione.
Ed ognuno di noi partecipa a modo suo, tanto abbiamo la bocca per parlare e le dita per digitare e chissenefrega se esprimiamo inesattezze. Basta che ci siamo, basta che gli amici sharino e amino le nostre trovate che per molti finiscono per rappresentare la verità.
Quanto caos. Ma a chi serve il caos?
Io non lo so.
Però so che Marini sta in un partito che ha vinto le elezioni e che, in un momento di stallo come questo, non ha ceduto dando la possibilità all’opposta fazione di scegliere un candidato presidente di destra.

Forse sembra un’inezia perché in questa finta e falsa onda di indignazione è più facile farsi portare dalle emozioni e dal sentire viscerale, ma il dato di fatto questo è.
Se poi magari qualcuno mi delucida sulle competenze dei due, Marini e Rodotà, mi fa cosa gradita e così imparo anche qualcosa e magari scopro con cognizione di causa, e non solo con la mia pancia, che Rodotà è il Presidente perfetto per la nostra Repubblica andata a rotoli.
E’ importante che chi è ai vertici ascolti la base, i cittadini, il sentire comune, ma è indispensabile, una volta chiamati a dire la nostra, documentarci perché ne va del nostro futuro, del futuro dei nostri figli.

Manifesto Per La Fondazione Della Città Di Zion

Il tempo delle scelte è arrivato.
Prima che cancellino definitivamente la nostra capacità di guardare il mondo con i nostri occhi, Zion va fondata.
L’Impero degli Stati nazionali è crollato.
L’Occidente è crollato.
I governi nazionali sono solo marionette incapaci.
Nuovi padroni ormai regnano.
Le Banche sono i nuovi padroni delle nostre vite.
Disinformazione, corruzione, crisi economiche e finanziarie, disoccupazione, povertà sono gli strumenti del potere del Nuovo Impero.
Hanno per questo compiuto il loro primo obiettivo: hanno fatto della conoscenza uno strumento di potere e della comunicazione l’intersezione tra il potere e la vita.
Il confine tra finzione e realtà è oggi molto debole.
Le tecnologie delle credenze collettive hanno trasformato la vita umana in un simulacro di immagini in cui l’inganno dei nostri neuroni ha costruito la gabbia di una realtà imposta.
La rete, posto sotto controllo, ha proiettato ologrammi mitologici: libertà, partecipazione, condivisione di sapere generando la grande illusione di poter ancora disporre del proprio comportamento.
Le nostre reti sociali sono sotto controllo dalla nuova polizia del nuovo Impero.
Come animali in  gabbia con l’illusione di poter scegliere, riusciranno anche a prevedere e anticipare i nostri comportamenti.
Espropriati del sapere, condannati all’ossessione dell’uso delle cose tecnologicamente più avanzate senza conoscere il perché e il loro funzionamento, travolti dai trend imposti di comportamenti e stili di vita del consumismo, le mura della città di Erech sono diventate alte e impossibile sarà più distruggerle.
Soltanto dentro o fuori. Nella città dei ricchi o nella periferia dei poveri.
I nuovi padroni del mondo stanno assorbendo tutte le energie, tutti gli interstizi della vita umana.
Un unico credo sarà pronuniato: produci, consuma, credi.
E di Erech (UruK)[1], macchina di eterna infelicità, saremo schiavi per sempre.
Non ci resterà di scappare dentro Zion, la città degli uomini liberi, la città della resistenza.
E Zion esisterà solo se nascerà ora.
Solo se sarà un “essere di linguaggio”, unica possibilità di affrancarci dai limiti dello spazio fisico per inoltrarci nell’esplorazione di uno spazio che è creazione simbolica, di ricerca di senso e significato della copresenza di reale e virtuale.
Vale a dire distruggere tutti quei prolungamenti nell’immaginario costitutivo dell’emancipazione sociale che spesso e volentieri si sono rivelati non solo ostacoli alla costruzione dell’altro, ma peggio speculari e restauratori di una medesima modalità di formazione e funzionamento delle cose (mentalità, stili di esistenza individuali e collettivi, modi di produzione, giustizia redistributiva, istituzioni politiche, e via continuando), in un determinato spazio-tempo storico, «elemento costitutivo del rapporto uomo-società».
Ricominciare altrimenti e altrove significa fondare un luogo in cui si è titolari di una ricerca di felicità e di libertà pubbliche realizzativa del «valore di sé»  e quindi molteplice e incodificabile in norme contraddittorie, aporetiche, produttive di paradossali dilemmi.
Significa fondare un luogo di reciprocità degli scambi senza unità trascendente di coordinamento.
Significa, infine, sottrarsi ai bombardamenti indotti da un sistema eretto sulla rappresentazione simulata di valori incarnati in pratiche ingiuste, violente, fredde e anonime.
«Per costruire il mondo bisogna mettersi fuori dal mondo ( … ), bisogna autoidentificarsi» senza farsi ingrigliare in identità eterodiertte e cristallizzate.[2]
Per questo Zion può nascere solo come “essere di linguaggio” riscoprendo l’umana umanità nel mutuo e reciproco aiuto in uno spazio di virtualità e di resistenza all’esistente in cui la collettivizzazione del sapere e della conoscenza è l’unica ricerca per la libertà, in cui l’immaginario collettivo torna ad essere sognato insieme.

“Cerco nel globo accecante il nucleo nascosto che racchiuda il senso.
Cerco l’antidoto al male, il sonno, la chiave per sfuggire al corpo adesso.
Cerco nell’orgia di corpi ammucchiati un sussulto che già non ricordo.
Cerco nell’aria pesante, nel vento sferzante, nel sangue una traccia di vita.
Cerco nel nuovo deserto chi ha vinto e chi ha perso nel nuovo deserto.
Solo un silenzio inumano, assordante mi riempie di niente la mente.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue nel cielo.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue il mio cielo.
Questa la vostra vittoria, la boria, la gloria, padroni del nulla.
Questo il dominio anelato, lo scontro cercato, negli anni voluto e adesso.
Muore su sabbie d’argento ossidato un presente già scritto da tempo.
Muore su sabbie d’argento ossidato un fu
turo trafitto nel tempo.
Non c’è più tempo.
Continuo a cercare un senso da dare.
Non c’è più tempo.
Confusi nel vuoto, dispersi nel fuoco.

[1] Leggi Camminando nella città di Erech
[2] Leggi Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.
[3] Toesca Pietro M., Manuale per fondare una città, 1994, Editore Eleuthera
[4] Narcolexia, Postatomica

Gabbie E Recinti

La foto è di NotForYou

E arrivo.
È qui che imparerò a colmare la distanza fra ciò che mi frulla per la testa e la sostanza concreta di cui sono fatte le mie idee. Questo posto fatto di uomini e di storie, questo magazzino di carne e sangue e infezioni e dolori e illusioni e speranze andate a male. Questa babele di naufraghi.
Qui imparerò che un uomo è un uomo. Sempre.

Non è un posto in cui si sprecano sorrisi, ed io lo so perché, ma saperlo non smorza il mio disagio.
Posseggo qualcosa che tutti loro hanno perduto, qualcosa che mi strapperebbero via.
Ai loro occhi devastati posseggo una dignità intatta.

Pura.

Qui è dove dormi tu” dice.
La stanza è grande e puzza. Un odore sgradevole e potente di malattia mi riempie i polmoni, si insinua nel circolo sanguigno e mi si incunea nel cervello. Puzza di morbi contagiosi, di cose morte, cose dalle quali è meglio star lontani. Cosa ci faccio qui? E scapperei via fra l’erba bagnata e fredda della collina sulla quale sorge questo inferno in cui sono voluto venire a tutti i costi.
Chiudo gli occhi e cerco di calmarmi. Quella che sento è solo puzza di chiuso e calzini luridi.
Lo so che è così ma la paura è potente ed io ho solo 17 anni e mi sento perso.

Adesso sistema le tue cose, fatti una doccia e poi vieni a tavola che ceniamo”.
“Qual è il mio letto?” chiedo. “Quello accanto all’armadio. Lì ci dorme Massimino ma adesso puoi usarlo tu perché lui è in ospedale” dice. E lo dice in modo secco. Mi mette alla prova, mi valuta.

Non voglio domandargli perché quel tipo è all’ospedale,

[puzza di morte]

so che quello che mi dirà mi farà paura.
“Come mai l’hanno ricoverato?”
Dice: “Ha avuto una crisi. Seria. Massimino ha l’AIDS”.

[infezioni, cadaveri]

Continua: “Le lenzuola sono pulite”.

Tutto questo accadde una primavera di 15 anni fa.
Ovviamente quella notte non chiusi occhio. Mi convinsi di essere stato contagiato circa 40 secondi dopo essermi infilato sotto le lenzuola. Volevo piangere e tornare a morire a casa, perché sarei morto senza ombra di dubbio. Non ero stupido, conoscevo le modalità di contagio, ero preparato.
Tuttavia ero ossessionato dalla paura. La paura di qualcosa che non conoscevo davvero, che avevo solo letto sui libri o visto da lontano.

Così diventi cieco all’evidenza. E l’evidenza è che gli uomini restano uomini anche quando sono sieropositivi. La nostra è una cultura che crea scissioni forti tra ciò che è percepito come normale e ciò che non lo è e viene posto ai margini. Confini netti e decisi che sono ideali e fisici.
I pazzi nei gruppi appartamento gestiti dalle cooperative, i tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche, i poveri in squallidi sobborghi urbani. O per strada. C’è sempre un modo per costruire barricate, delimitare.
Siamo la civiltà dei ghetti.

Quando Massimino tornò avevo già cambiato stanza. Ero in camera con Claudio.
Claudio aveva le mani completamente deformate a causa degli effetti collaterali dei medicinali sperimentali che prendeva. E Claudio aveva una storia. Una storia fatta di cose comuni, cose che appartengono al vissuto di qualsiasi essere umano. Lui mi raccontava di suo figlio ed io gli parlavo di me.
Ciò che insegniamo ai nostri figli, a chi ci sta accanto, è che l’AIDS è una piaga, che dobbiamo fare attenzione altrimenti ci ammaleremo e moriremo. Ci dimentichiamo sempre di ricordare ai nostri figli che un sieropositivo non è un morto che cammina, un mostro. Ci dimentichiamo dell’umanità.

La malattia porta via loro la vita, noi gli portiamo via la dignità. Tutto ciò che occorre è trovare il coraggio di pensarli come noi. Perché SONO come noi.

Quella primavera imparai che, nonostante fossi convinto del contrario, ero pieno di pregiudizi.
Imparai che l’unica cosa che può fare a pezzi un pregiudizio è la forza della conoscenza.