Il Desiderio Nell’Immaginario Politico: Il Berlusconismo. [Parte 1]

Silvio Berlusconi può essere considerato il più importante “fenomeno”, italiano ed europeo, sul piano del linguaggio della politica e su quello delle tecniche di persuasione fondate sull’applicazione dei concetti e dei metodi del marketing politico alla propaganda elettorale.

Berlusconi ha rappresentato per l’Italia un notevole fenomeno di innovazione nel linguaggio della politica proprio perché ha riprodotto nella sua struttura essenziale una “lingua degli affetti” contrapposta alla lingua dei ragionamenti freddi tradizionalmente parlata dai potenti in tutta Europa, specialmente in Italia.

Dal biennio 1993/1994, quando Berlusconi “scese in campo” e vinse le elezioni, tenendo conto delle caratteristiche che aveva all’epoca il linguaggio della politica, il suo approccio ha segnato una sorta di rivoluzione culturale, di Big Bang comunicazionale di cui si è sempre sottovalutata la portata.

La comunicazione di Berlusconi, rispetto al linguaggio sclerotizzato e stantio, oscuro e sapienziale dei vecchi partiti, ha rappresentato un ciclone semiologico, modificando in profondità il modo di raccontare la politica, di riproporla ai suoi fruitori.

A 16 anni di distanza, la critica del linguaggio politico tradizionale, di quello giornalistico-politico e di quello burocratico è largamente di dominio comune e vi è consenso generale sul fatto che oscurità e complicazione sintattica e lessicale caratterizzano, in senso negativo, questi linguaggi apparentemente specialistici.

La neolingua di conio berlusconiano è diventata progressivamente, anche, una solida neopolitica.
Il suo linguaggio era ed è, tuttora, sintatticamente semplice, con periodi poco contorti e brevi, formati da un numero limitato di frasi subordinate; i termini usati sono chiari, appartengono in genere al linguaggio quotidiano (in caso contrario sono spiegati nell’ambito del discorso stesso); le parole vengono utilizzate per illustrare dei precisi concetti, semplici o complessi che siano, belli o brutti che possano apparire. In aggiunta a ciò, Berlusconi ha cercato costantemente di rendere più fascinoso il suo messaggio ricorrendo a un’impostazione emotivamente ricca e, talvolta, vagamente misticheggiante, quasi fosse alla ricerca di un rapporto messianico con il proprio elettorato.

E questa neopolitica è diventata sempre più simile a uno spettacolo di fiction (all’inizio avvincente, in qualche caso anche divertente, dissacrante, e negli ultimi anni, invece, teatrino delle forme più becere di sessismo e di svuotamento semantico delle parole), a una storia destinata al lieto fine sia pure dopo una serie più o meno avvincente di sfide e di colpi di scena.

Berlusconi ha imposto alla politica italiana un nuovo format: quello di un leader fortemente connotato in termini supereroici e superegoici – il grande imprenditore, il grande comunicatore, il grande realizzatore, il grande capo politico e, per quanto riguarda il suo rapporto con la magistratura il grande perseguitato – ma al contempo capace di parlare lo stesso linguaggio della gente semplice, del più umile fra gli elettori, un leader al tempo stesso eccezionale e normale, irraggiungibile e vicinissimo.

In una società schiacciata ad un unico ceto medio culturale, il format creato esprime un leader ieratico che, infatti, si presenta in pubblico indossando vere e proprie “divise”, sempre uguali a se stesse, e che cura nei dettagli la sua immagine e la perfetta coerenza e riconoscibilità delle proprie manifestazioni, in cui tuttavia anche l’uomo comune possa identificarsi più che in qualunque altro personaggio della politica nazionale.

Il tutto cercando di massimizzare il contrasto (d’immagine, di contenuti, di stile) con la concorrenza elettorale, tendendole periodicamente opportuni tranelli comunicativi: provocazioni, in parte volute, con l’obiettivo specifico di spiazzare l’avversario e di costringerlo a scoprirsi e a muoversi su un terreno a lui non favorevole.

La “schismogenesiè la più grande astuzia comunicativa di Berlusconi che consiste proprio nella sua attitudine alla provocazione: con dichiarazioni spesso paradossali egli costringe l’avversario a fare il suo gioco, a perdere la concentrazione, a smettere di occuparsi del proprio programma per trasformarsi in un semplice inseguitore del ciclone di Arcore. Tutto questo fa parte di una tecnica di cui il Cavaliere è certamente il maggiore e migliore interprete sullo scacchiere italiano e, comunque, uno dei più validi anche sul piano globale della politica mondiale.

La semiologia berlusconiana, attraverso il ricorso a forme e termini emotigeni, riesce meravigliosamente a indurre nel pubblico una situazione di marcata condivisione emotiva (emotional sharing).

Mentre gli altri politici sono freddi, distanti, lontani dalla sensibilità dell’uomo comune, Berlusconi è caldo, accessibile, vicino al sentire della gente normale che si guadagna faticosamente da vivere.

Nel 1994 e nel 2001, se pur con una grandissima differenza, questo meccanismo ha funzionato: una quota significativa dell’elettorato – in particolare di quello mobile, deideologizzato, senza più marcate appartenenze – gli ha creduto ed è stata sedotta. E’ stata coinvolta da un messaggio e da un linguaggio che, nonostante gli evidenti elementi “fiabeschi” che esso ha sempre avuto, era ed è tuttora, dotato di un senso psicologico, e al tempo stesso più intenso e più immediato, delle elaborazioni culturalmente “colte” dell’establishment di centrosinistra.

Sino ad arrivare al biennio 2006/2008, quando la sinistra ha deciso di avviare un’eutanasia di se stessa attraverso una retorica inconcludente e insopportabile e trasformando Berlusconi in qualcosa di simile a un moderno monarca costituzionale.

L’exploit comunicativo e politico di Berlusconi è stato favorito anche da un processo sistemico su scala sopranazionale di crescente sensibilizzazione verso la “semplificazione culturale” nelle opinioni pubbliche mondiali.

Dopo una lunga stagione dominata dal razionalismo illuministico, ha preso vita l’avvento della società dell’incanto contraddistinta da una maggiore incidenza dei fattori emotivi, da una riduzione del principio di realtà a favole del principio del piacere/desiderio (da cui deriva fra l’altro l’atteggiamento estetizzante che si traduce nell’aumento esponenziale avuto nell’ultimo decennio dal mercato della chirurgia estetica ) e da una maggiore propensione collettiva alla persuasione attraverso l’affabulazione.
Inoltre, è in atto una crisi, dagli anni novanta ad oggi, che segnala il passaggio dell’era consumistica classica a quella post o neoconsumistica e ridisegna la figura del consumatore imponendone la centralità del sistema di produzione, di comunicazione e di vendita.

Dopo Tangentopoli e il crollo del sistema partitocratico, l’immaginario collettivo italiano è stato contraddistinto da tratti nevrotici, con spiccate componenti di ansia e di insicurezza. Seminando paura nell’inconscio nazionale, la reazione è stata una chiusura nella richiesta e nella ricerca di protezione del proprio ego, con minore disponibilità alla collaborazione, alla tolleranza, alla solidarietà. La tensione collettiva è sfociata nel desiderio di auto protezione, con un aumento della tendenza alla diffidenza e alla chiusura. Hanno cominciato a farsi strada, nell’inconscio collettivo, la speranza e il desiderio che una risposta rapida ed efficace a questa situazione di emergenza potesse consistere nell’affidarsi a qualcuno.

Ne è risultata una delega forte a una personalità sufficientemente carismatica, che potesse bloccare il processo ansiogeno, arrestare la caduta del sistema e, infine, consolidare un nuovo potere. A costo anche di sfociare in qualche rischio di evoluzione leaderistica.

Berlusconi ha raccontato che era giusto, e anzi necessario, dare fiducia a un nuovo soggetto politico, non compromesso con il passato. A un popolo irrigiditosi mentalmente ha proposto un pacchetto politico all’insegna della promessa di semplificazione, del decisionismo, della concretezza. A un popolo regredito metaforicamente a una condizione d’infantilismo collettivo ha proposto l’antidoto simbolico del Grande Costruttore, del leader fortunato e capace, del personaggio quasi senza eguali nel panorama mondiale. Una favola, un’iperbole, una mitologizzazione personale se letta con gli occhi della mente razionale.
L’idea giusta al momento giusto, se letta, invece, con gli occhi della mente intuitiva/emotiva e interpretata con le categorie della psicopolitica.

Non solo. Quando Luigi Crespi e Michelangelo Tagliaferri ridiedero vita, nel 2001, a un Berlusconi distrutto dalla prima esperienza di governo e di opposizione, fecero un’operazione diabolica. Con delle tecniche estremamente riservate chiamate koenemiche, misurarono la semiosi del desiderio ovvero individuarono il desiderio che Berlusconi mobilitava negli immaginari. Nella semplificazione estrema del concetto, Berlusconi non arrivò a vendere le sue aziende perché sarebbe diventato un politico come tutti gli altri. E la sua campagna elettorale non fu ideologica ma di interesse e pragmatica. Cioè il priming – ovvero lo schema cognitivo ridondante e primario – costruito era: “devi votare Berlusconi perché ti abbassa le tasse. Ti dà lavoro. Non ruba perché è già ricco. Forse ha fatto degli errori, però ti fa guadagnare più soldi”.

L’uomo circuito dal Berlusconesimo è, in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiederà mai di diventare ciò che egli è già. In altre parole, gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze.

Poiché uno dei compensi narcotici cui ha diritto è l’evasione nel desiderio, gli vengono presentati di solito desideri stereotipati dell’uomo di successo, ricco, virile e sessualmente attivo, tra lui e i quali si può stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede, però, a far sì che questi desideri siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose.

L’ideale da creare come framing nella mente dell’elettore berlusconiano è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come quando si indossa, per alcuni minuti davanti a uno specchio, un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.

È il desiderio, il cavallo di troia del Berlusconismo.

Nessun potere smetterà mai di dare un equilibrio insofferente e repressivo dei desideri della collettività, né rinuncerà a stabilire quali sono i desideri che bisogna desiderare e i bisogni che è opportuno e onorevole nutrire.
Sia il piacere che il desiderio si fondano sul movimento originario e autonomo della creazione.

I rapporti tra desiderio e bisogno vengono quindi completamente ribaltati: nella prospettiva di Deleuze il desiderio è produzione di realtà e il bisogno deriva da esso e dal suo potere creatore. Nel Berlusconismo il desiderio produce framing e consenso.
E’ il desiderio a funzionare da vettore tra produzione e rappresentazione, è il desiderio ad essere minaccia rivoluzionaria eppure perversione gregaria, desiderio di sussunzione. La normalizzazione del desiderio nel Berlusconismo è potere di controllo e appiattimento del sogno al presente, nell’individualismo più egoista e sfrenato.

L’immaginario è una regione del reale, discosto dall’attuale, e il regno delle immagini sta nel dominio del reale.
Con le immagini Berlusconi parla, con le immagini Berlusconi crea immaginario, e con l’immaginario incatena il desiderio, rendendolo sterile, senza alcun principio di potere e di creazione.

Il desiderio diventa il luogo precipuo d’intervento del potere di rappresentazione sociale.

In Berlusconi c’è uno sguardo tutto rivolto al macchinario, alla produzione di desiderio, all’unità di produzione del desiderio.

Nel suo becero e ridicolo comportamento degli ultimi anni, ha spesso evidenziato la capacità più geniale di spostare l’attenzione della collettività dai problemi, richiamando i desideri più nascosti ma evidenti e comuni degli Italiani. Desideri che lui soddisfa con escort e minorenni, desideri che la maggior parte degli italiani non può soddisfare.

Ma tutto questo l’ha sempre rafforzato e, per il principio di funzionamento retorico della schismogenesi, ha sempre indebolito la sinistra e i suoi avversari. A una sinistra che va a trans o che è omosessuale, Berlusconi oppone i desideri degli italiani, desideri che ha cullato, nutrito attraverso 30 anni di emittenza televisiva privata.

Le showgirl seminude, le veline giovanissime, le modelle e il gossip mondano sulla loro vita da una parte e l’ambizione per una vita di ricchezza e di visibilità mediatica dall’altra, hanno sempre nutrito negli italiani il desiderio di essere Berlusconi.

In tutto questo, “meglio le donne ai gay” è un meme esistente già nella testa dei maschi italiani. Uno stereotipo maschile, macho e virile. Non indebolisce Berlusconi nei confronti del suo elettorato ma lo aiuta a nascondere la sua debolezza e la sua vera impotenza politica nell’affrontare i problemi che affliggono l’Italia, un tratto che però sembra essere ancora lontano dalla testa degli italiani.

Ho Sognato Gilles Che Mi Diceva…

Deleuze“Creare non è comunicare, ma resistere. C’è un profondo legame tra i segni, l’evento, la vita , il vitalismo. E’ la potenza di una vita non-organica, quella che può esservi in una linea di disegno, di scrittura, di musica. Solo gli organismi muoiono, mai la vita. Non c’è opera che non indichi alla vita una via d’uscita, che non tracci una strada percorribile”.

Mi sono svegliato, ero turbato. Mi son detto non devo mai più far tarda ora a leggere. Poi un dubbio mi ha assalito e mi sono detto: ma questo c’entra con il mio blocco di autore/scrittore? E mi son reso conto, riflettendo, che nell’atto di scrivere c’è il tentativo di fare della vita qualcosa di più di un fatto personale, di liberare la vita di ciò che la imprigiona. E ci voleva Deleuze a ricordami che “non ci manca certo la comunicazione, anzi ne abbiamo troppa: ci manca la creazione. Ci manca la resistenza al presente”.