Meglio essere violenti, se c'è violenza nel nostro cuore, che indossare il manto della non-violenza per coprire l'impotenza.
(Gandhi, Non violenza in pace e in guerra, 1919)

Lavoro E Dignità A Ovest

Avevamo appuntamento oggi. Si presenta, 52 anni, ha lavorato come precario 3 mesi nella PA ma proveniva da 25 anni nel privato. Si scusa dicendomi che forse le informazioni che cercava poteva anche chiedermele al telefono e si dispiaceva di avermi disturbato.

Lo indirizzo dalla compagna Claudia che fa sportello SOL e lui mi dice “Quello è per i giovani, io ho 52 anni e non ho l’età manco per andarmene in pensione … e le offerte sono solo per i giovani”.
Un’umiltà nel non voler dimostrare la disperazione. Ho cominciato a sparare consigli di ogni tipo consapevole però che non sapevo risolvere il suo problema: vivere oggi dignitosamente grazie solo al proprio lavoro.
Sono arrabbiata con me stessa e con il mondo intero.

Tecnocrazia Al Potere, Il Sogno Che Si Avvera

Se ti chiedono di prendere in mano tutto, in una situazione drammatica come questa, tu che fai? Accetti per forza. Male che ti possa andare, diventeresti il salvatore della Patria, addirittura d’Europa. Non hai nulla da perdere: in un caso, si può dare la colpa al governo precedente, quello degli appalti alla Protezione civile, della recessione e delle serate in allegria; nell’altro, il merito sarà tutto delle tue competenze, della tua professionalità, della tua serietà. Semplice no? Devi solo portare a termine un progetto, il tuo compito è chiaro, ti è stato affidato dai grandi. Quelli potenti che decidono in concreto stando all’ombra dei governi. Che poi sono gli stessi, o comunque parenti di quelli che gli prestano il denaro e fanno in modo che riescano a tenere in piedi una struttura lenta e pachidermica. Ricorda: devi dar conto a loro, questo solo devi fare.  Tu con la politica non c’entri nulla. Questo passaggio deve essere chiaro: la tua tecnica, necessaria e affidabile, è subentrata alla politica, pericolosa e inadeguata. Compreso bene?
Fa in modo che i conti tornino, riporta l’ago della bilancia in equilibrio, devi limitarti a portare avanti qualche riforma, e non avrai problemi a farle passare come improrogabili. Poi si fa ciò che dobbiamo fare. Ma non dare mai, dico mai una connotazione politica alle tue iniziative. Non devi dare spiegazioni a nessuno. In fondo, potevi startene a casa, beato tra i tuoi libri e le lezioni accademiche, e invece ti hanno scomodato e supplicato affinché tu soccorressi dei poveri disperati senza un minimo di speranza nel presente. Ti devono ringraziare, ricordalo bene!
Sii tecnico e basta. Dobbiamo rivedere le pensioni? Non importa come, fallo. Dobbiamo modificare la giustizia? Avanti. Il mondo del lavoro e dell’impresa necessitano di una bella svecchiata? Non tentennare, mostra sicurezza e fa ciò che devi fare.
Determinazione e nessuna pietà. Niente sentimentalismi per cortesia. Peraltro la parte la sai gestire bene.
Gli altri ti chiederanno di concertare, di condividere, di comprendere le loro motivazioni con tutte le menate inventate quando fu concepita la democrazia, la finzione più reale che esista. Te ne devi fottere. Chiaro? I problemi reali sono molti, richieste e bisogni quanti ne vuoi. Ma chi se ne frega! Noi abbiamo una missione. Va ristabilito l’ordine. Sopra le loro teste e i loro pensieri.
Qui non siamo nel mondo dei diritti e dei princìpi. Libertà, parità, giustizia sociale sono concetti ampiamente superati dal tempo per fortuna. Non bisogna nemmeno stare troppo a perderci tempo, parti sociali e cittadini rompicoglioni fiateranno appena, vedrai. Sono troppo impegnati a procurarsi il pane per sè e le loro famiglie.
La democrazia è il sogno di nullatenenti o di figli di papà con i soldi che gli escono dalle cavità auricolari.
Non è più il momento di sognare: qui siamo in stato d’emergenza. Chiaro? E non hai bisogno di alcuna legittimazione per portare avanti il nostro disegno. Sappi che al minimo segno di cedimento, sei fuori!
Tanto, molto presto sarà il turno di qualcun altro.

Sogni Di Piazza

Giro e rigiro. Non vedo nessuno. Dov’è la piazza? Mi avvicino in cerca di qualcuno che mi dia spiegazioni. È il primo maggio! Perché non vedo nessuno?

Qualcuno forse c’è, sono in quattro: ex operai in pensione. “Siamo venuti qui, come ogni anno. Non abbiamo sentito nessuno, sono anni che non abbiamo più contatti con i sindacati. Eravamo certi di incontrare qui il giorno della Festa dei Lavoratori tutto il mondo del lavoro”. Sono davvero sconfortati, smarriti. Si guardano attorno: “Adesso sbucheranno da quel vicolo, magari tutti assieme. Forse da quell’altro…”. Macchè. Un’altra cocente delusione.

Mi fermo con loro. Sentiamo tutti il bisogno di farlo, di scambiare qualche impressione. Loro, in particolare, cercano giustizia. Mi raccontano delle grandi piazze degli anni sessanta, settanta, anche novanta. “Altri tempi, quelli lì. I sindacati remavano tutti dalla parte dei lavoratori. Si poteva pensarla diversamente su alcune questioni ma la classe operaia era sacra”. All’epoca a nessuno sarebbe mai venuto in mente di accettare le condizioni invereconde imposte da governi di destra e sinistra sulla trasformazione del lavoro in lavoro flessibile, come gli imprenditori amano definirlo. Chissà perché poi, in pochi chiamano le cose con il loro vero nome. Lo avevano spacciato per l’antidoto contro la distruzione del tessuto economico-sociale di questo Paese. L’unico motore in grado di far ripartire una rete imprenditoriale, troppo spesso piagnucolona e poco spesso innovatrice. E invece, ci siamo ritrovati a pagare le scelte di una classe politica prona al potere delle lobby finanziarie che chiedono sempre e soltanto di sbrogliare quelle intricate matasse che regolano i diritti dei lavoratori.

“Ora che facciamo?”, si chiedono i quattro pensionati, “Non lo festeggiamo il primo maggio?”. Sarebbe la prima volta in assoluto in Italia. Paese di Berlusconi. È vero, ma anche terra della Resistenza, di Antonio Gramsci, dello Statuto dei lavoratori.

Saluto i quattro pensionati, mi volto dalla parte opposta e cammino. Percorro chilometri a testa bassa a riflettere. Come è possibile?

Sento un vociare, sempre più crescente. Diventa quasi assillante, disturba l’udito. All’improvviso una voce amplificata: “Finalmente beato”. Gli applausi sono incontenibili, le donne in lacrime. Anche gli uomini. Assisto involontariamente a scene deliranti di massa.

Non riesco a capire. Non ce la faccio. Ma questo non è lo stesso uomo che ha riconosciuto per primo lo stato croato e, di fatto, dato il via al massacro della guerra nei Balcani? Non è lo stesso che ha avuto il coraggio di chiedere la clemenza per un dittatore come Pinochet, che più volte ha incontrato durante il suo pontificato e mai fermato nei suoi disegni criminosi? Queste persone lo sanno? Le guardo una per una. Loro non guadano me, sono troppo estasiate, rapite dall’aria di festa falsa che sta consumandosi al fine di tenere in piedi un credo scricchiolante da decenni.

La Festa è da un’altra parte! Comincio a urlare: “La Festa è da un’altra parte! Non qui, non è questa la festa…è da un’altra parte!”. Mi sgolo, mi manca l’aria, nessuno mi ascolta. “Oggi è la Festa dei Lavoratori!!!”.

Apro gli occhi. Un filo di luce proveniente dalla mia destra illumina di colpo l’oscurità della camera da letto. I battiti del mio cuore rallentano poco alla volta. Comincio a tranquillizzami.

Mi asciugo il sudore della fronte e penso ad alta voce: “Siamo salvi”.