Camminando Nella Città Di Erech


Il linguaggio è la forma più avanzata di comunità, che non esiste al di fuori di essa, e la comunicazione è al tempo stesso il corpo del sapere, insieme di conoscenze, di passioni, di visioni, comportamenti, desideri e riappropriazioni; un complesso indistruttibile, indiscindibile, ma anche l’evoluzione dei dispositivi disciplinari, è il meccanismo di potere con cui controllare gli elementi più sottili del corpo sociale e raggiungerne gli stessi atomi, cioè gli individui.

La comunicazione articola le tecniche di individualizzazione del potere, ne diventa anima reale e incorporea, elemento dove si articolano gli effetti di un certo tipo di potere e il riferimento di un sapere, l’ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere danno luogo a un sapere possibile, e il sapere rinnova e rinforza il potere. E quando il linguaggio diventa visivo è il corpo stesso che interpreta e fagocita il comune, assimila e interiorizza i differenti dispositivi di riduzione della soggettività, del dominio sul linguaggio dei corpi e sui corpi.

La comunicazione diventa l’intersezione tra il potere e la vita.

La presunta civiltà occidentale ritornerà al mitologico scontro tra Gilgamesh, sovrano della città di Erech (o Uruk), e il selvatico Enkidu, simbolica metafora dell’incluso nella città degli uomini e dell’escluso da essa . Un muro, un recinto di mura ancora più alto e invalicabile, che marca la differenza tra esclusi e inclusi, instaurando dispositivi relazionali fondati sulla dicotomia inclusione-esclusione, che non soltanto gerarchicamente rende inferiore gli esclusi agli inclusi, ma assai peggio li priva della loro qualità specifica rendendoli non-umani, inutili al sistema. Una linea di demarcazione netta che pone da una parte chi potrà essere utilizzato dal sistema di produzione, in particolare quello tecnologico, e dall’altra, con gli esclusi alla tecnologia, coloro che possono gestire in maniera critica e antagonista la stessa, per promuovere spazi di libertà e autonomia vitale. Al dio che consiglia le leggi da scrivere su stele, si sostituisce l’Impero della istituzionalizzazione totale, ma il meccanismo non cambia: nell’era della società della sorveglianza digitale cambiano solo gli strumenti e i dispositivi, che sono interiorizzati in un modo così normalizzato fino al punto di apparire a ciascun cittadino la fonte più intima della propria autonoma coscienza. Il buon cittadino, il cittadino normale, è per così dire un incluso perfettamente addomesticato, adattato, conformato, normato e inserito nel ciclo di produzione; educato, quindi, ad una certa gamma di discipline che omologano insieme all’anima il suo corpo. Murato fuori e murato dentro, ma inconsapevolmente cieco rispetto all’esistenza di quelle mura. Alla perimetrazione esterna, ieri della città-stato, oggi dell’ Impero globale, corrisponde la perimetrazione interna del suo sguardo, dei suoi sensi, del suo stato ordinario di coscienza indotto a disconnettere da sé quanto viene sovranamente riprovato e condannato all’esclusione: ciò che viene messo fuori luogo comune esteriore dovrà essere nel contempo disaggregato e disconnesso interiormente. Un potere istituente che fonda la regola impalpabile della relazione con chi è fuori dal luogo comune. E questa regola stabilisce, per quanto la riguarda, anche la sua dogana: all’Alt! che essa decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena oppure in guerra. Alle soglie del Terzo Millennio l’Impero , sistema produttivo e politico globale dell’unico esistente possibile, espropria tempi, energie e saperi, riduce continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto.

Manifesto Per La Fondazione Della Città Di Zion

Il tempo delle scelte è arrivato.
Prima che cancellino definitivamente la nostra capacità di guardare il mondo con i nostri occhi, Zion va fondata.
L’Impero degli Stati nazionali è crollato.
L’Occidente è crollato.
I governi nazionali sono solo marionette incapaci.
Nuovi padroni ormai regnano.
Le Banche sono i nuovi padroni delle nostre vite.
Disinformazione, corruzione, crisi economiche e finanziarie, disoccupazione, povertà sono gli strumenti del potere del Nuovo Impero.
Hanno per questo compiuto il loro primo obiettivo: hanno fatto della conoscenza uno strumento di potere e della comunicazione l’intersezione tra il potere e la vita.
Il confine tra finzione e realtà è oggi molto debole.
Le tecnologie delle credenze collettive hanno trasformato la vita umana in un simulacro di immagini in cui l’inganno dei nostri neuroni ha costruito la gabbia di una realtà imposta.
La rete, posto sotto controllo, ha proiettato ologrammi mitologici: libertà, partecipazione, condivisione di sapere generando la grande illusione di poter ancora disporre del proprio comportamento.
Le nostre reti sociali sono sotto controllo dalla nuova polizia del nuovo Impero.
Come animali in  gabbia con l’illusione di poter scegliere, riusciranno anche a prevedere e anticipare i nostri comportamenti.
Espropriati del sapere, condannati all’ossessione dell’uso delle cose tecnologicamente più avanzate senza conoscere il perché e il loro funzionamento, travolti dai trend imposti di comportamenti e stili di vita del consumismo, le mura della città di Erech sono diventate alte e impossibile sarà più distruggerle.
Soltanto dentro o fuori. Nella città dei ricchi o nella periferia dei poveri.
I nuovi padroni del mondo stanno assorbendo tutte le energie, tutti gli interstizi della vita umana.
Un unico credo sarà pronuniato: produci, consuma, credi.
E di Erech (UruK)[1], macchina di eterna infelicità, saremo schiavi per sempre.
Non ci resterà di scappare dentro Zion, la città degli uomini liberi, la città della resistenza.
E Zion esisterà solo se nascerà ora.
Solo se sarà un “essere di linguaggio”, unica possibilità di affrancarci dai limiti dello spazio fisico per inoltrarci nell’esplorazione di uno spazio che è creazione simbolica, di ricerca di senso e significato della copresenza di reale e virtuale.
Vale a dire distruggere tutti quei prolungamenti nell’immaginario costitutivo dell’emancipazione sociale che spesso e volentieri si sono rivelati non solo ostacoli alla costruzione dell’altro, ma peggio speculari e restauratori di una medesima modalità di formazione e funzionamento delle cose (mentalità, stili di esistenza individuali e collettivi, modi di produzione, giustizia redistributiva, istituzioni politiche, e via continuando), in un determinato spazio-tempo storico, «elemento costitutivo del rapporto uomo-società».
Ricominciare altrimenti e altrove significa fondare un luogo in cui si è titolari di una ricerca di felicità e di libertà pubbliche realizzativa del «valore di sé»  e quindi molteplice e incodificabile in norme contraddittorie, aporetiche, produttive di paradossali dilemmi.
Significa fondare un luogo di reciprocità degli scambi senza unità trascendente di coordinamento.
Significa, infine, sottrarsi ai bombardamenti indotti da un sistema eretto sulla rappresentazione simulata di valori incarnati in pratiche ingiuste, violente, fredde e anonime.
«Per costruire il mondo bisogna mettersi fuori dal mondo ( … ), bisogna autoidentificarsi» senza farsi ingrigliare in identità eterodiertte e cristallizzate.[2]
Per questo Zion può nascere solo come “essere di linguaggio” riscoprendo l’umana umanità nel mutuo e reciproco aiuto in uno spazio di virtualità e di resistenza all’esistente in cui la collettivizzazione del sapere e della conoscenza è l’unica ricerca per la libertà, in cui l’immaginario collettivo torna ad essere sognato insieme.

“Cerco nel globo accecante il nucleo nascosto che racchiuda il senso.
Cerco l’antidoto al male, il sonno, la chiave per sfuggire al corpo adesso.
Cerco nell’orgia di corpi ammucchiati un sussulto che già non ricordo.
Cerco nell’aria pesante, nel vento sferzante, nel sangue una traccia di vita.
Cerco nel nuovo deserto chi ha vinto e chi ha perso nel nuovo deserto.
Solo un silenzio inumano, assordante mi riempie di niente la mente.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue nel cielo.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue il mio cielo.
Questa la vostra vittoria, la boria, la gloria, padroni del nulla.
Questo il dominio anelato, lo scontro cercato, negli anni voluto e adesso.
Muore su sabbie d’argento ossidato un presente già scritto da tempo.
Muore su sabbie d’argento ossidato un fu
turo trafitto nel tempo.
Non c’è più tempo.
Continuo a cercare un senso da dare.
Non c’è più tempo.
Confusi nel vuoto, dispersi nel fuoco.

[1] Leggi Camminando nella città di Erech
[2] Leggi Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.
[3] Toesca Pietro M., Manuale per fondare una città, 1994, Editore Eleuthera
[4] Narcolexia, Postatomica