Il Contadino Che Ammucchiava Libri

Van GoghColtivava i giorni, sapeva che il tempo poteva essere generoso oppure terribilmente avaro. Sapeva che imparare è vivere, e che sapere è morire. Sapeva che la ricchezza di un raccolto non voleva dire la certezza di un futuro. Non si stupiva di certo se i frutti del suo lavoro accoglievano i vermi o altri insetti, eppure il suo sforzo quotidiano era quello di preservare i frutti dalla loro presenza. Degli insetti ne osservava il mondo, era interessato soprattutto a quelli capaci di tesser una tela. Di due tipi di insetti era affascinato. Entrambi  infaticabili tessitori di ragnatele, ma ciò che li rendeva estranei quegli insetti era che a ai primi interessavano le mosche da acchiappare per rafforzare le proprie posizioni, ai secondi le ragnatele come organi di collegamento nel mondo degli insetti. Non amava i primi, era incuriosito dai secondi. Nella natura così complessa, anche nelle forme più apparentemente disordinate, trovava strategie di semplicità per comprenderne la maggioranza degli aspetti. E della comprensione dei fatti e delle cose della natura sapeva nutrire le sue giornate. Non era nato ricco, né aveva intenzione di esserlo. Gli bastava quando i raccolti erano ricchi, metter da parte per i tempi magri e soprattutto andar per mercati per comprar libri. Ammucchiava libri per un giorno futuro, per il giorno in cui i proventi dei raccolti non potevano permettergli di acquistarne. Ne acquistava, in realtà, più di quanti ne leggesse. Era la sua incessante preghiera che mormorava alla vita accoglienza.

2010/06/08
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“…e Morì Con Un Falafel In Mano”

Ieri.
Pensateci la notte prima perché dovete prendervi cura dei legumi. Il tutto va pianificato con attenzione. In effetti: riflettete bene durante tutto il giorno che precede l’azione. Dovete fare la lista degli ingredienti e la spesa poco prima di avventarvi ai fornelli. Non si tratta esattamente di una guerra-lampo. Quasi.

Il giorno dopo ieri.
Ponderate 800 precisi precisi grammi di fave affogate e 315 insindacabili grammi di ceci anch’essi ammollati per bene. Teneteli pronti. Al momento giusto inizieranno a marciare come si comanda.
Armatevi di machete (da cucina), afferrate cipolle rosse e cipollotti in eguali quantità. In tutto devon fare 500 grammi esattissimi. Scagliatevi sul cipollame. Fatelo a pezzi. Trituratelo.
Afferrate 4 mazzetti di prezzemolo e 3 di coriandolo, freschi. Impugnate anche un peperoncino verde. Estraete 3 spicchi dalla testa dell’aglio. Teneteli sull’attenti.
Appostate il frullatore. Ordinate ai soldatini sopra addestrati a tuffarcisi all’interno, al passo dell’oca.
Avviate con decisione il frullatore. Non tentennate. Questa apparentemente cruenta operazione è fondamentale per trasformare i vostri sottoposti in gustosi nemici da affrontare e sterminare. Non avete scelta. Il mondo della cucina è un mondo a tratti crudele.
Estraete la pappa dal frullatore e collocatela in una ciotola sufficientemente ampia. Cospargete il groviglio di cadaveri spappolati con 4 cucchiai rasi di sale (grigio, integrale e fino), mezzo cucchiaio raso di pepe bianco e pepe nero, in polvere, e 6 cucchiai di farina candida. Mescolate delicatamente ma con determinazione il composto.

Quasi ora.
Controllate il vostro appetito. Cro-no-me-tra-te-lo! Trenta minuti prima di mettervi a tavola, inumiditevi le grinfie con dell’acqua e formate le polpettine (se durante il trituramento dei corpi vegetali nel frullatore dovesse essere fuoriuscito del liquido, ebbene mi auguro abbiate avuto cura di metterlo da parte per poterlo usare al posto dell’acqua per inzupparvici le zampe).

Nel frattempo.
Approntate, o fate approntare, il pentolone di olio bollente – pare sian sufficienti appena 500 millilitri. Di norma si usa il cosiddetto “olio per friggere” – qualunque cosa esso sia. Personalmente adoro l’olio d’oliva. Pare tuttavia che non sia il grasso più adatto per ottenere i migliori risultati in combattimento. Pertanto, a voi la decisione. In fondo siete voi che comandate. Nel calderone ponete l’olio che secondo la vostra battagliera esperienza meglio si adatta allo guerra che state scatenando. Si raccomanda di non far fumare l’olio. Tenetelo d’occhio. La temperatura, è cosa nota, fa la differenza. Friggete dunque. Senza indugio.

Lì per lì.
Una volta fritti gli avversari (che prima vi erano amici, non dimenticatelo), deponeteli su un piatto da portata abbastanza capiente. Se provate un certo grado di commozione, depositate su ogni corpicino moribondo una foglia di prezzemolo. La guarnizione, si sa, è, in fondo, un atto di compassione.

Adesso.
Armatevi di gola e uccidete definitivamente i tondeggiandi o ovaleggianti piccoli nemici. Azzannarli, a questo punto, vi darà gran soddisfazione.

Ispirazione bibliografica: Rayess, G. N. (1991) Rayess’ Art of Lebanese Cooking. Beirut: Librarie du Liban.

Ispirazione filmografica: E morì con un felafel in mano (He Died with a Felafel in His Hand), di Richard Lowenstein , 2001.

2010/10/07
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…e Così Diventai “zio Ciuccio”

Succede quando ho il fiato corto. Le immagini corrono negli occhi accelerate.
La voglia è una, arrivare il prima possibile al pc.
Non al netbook ,ma a quel mostro di tre piani che giace sotto la scrivania.
Ha una tastiera enorme e schiaccio i suoi duri tasti in rapida sequenza, il movimento delle dita è coordinato a quello delle mani e dei polsi. Ho come la sensazione  di suonare un pianoforte.
Il ticchettio diventa così una melodiosa sinfonia.
Le parole appaiono sullo schermo. Tutto ciò che ho dentro scorre via come un fiume in piena.
In questi momenti sono un libro aperto: vita, amicizia, politica, storia, amore, finanche il mio credo. C’è un po’ di tutto, accompagnato dalle mie insane congetture.
Butto un ingrediente dopo l’altro e, mescolando con cura, cerco di smussare i sapori.
E’ una sensazione di serenità diffusa, generalmente stimolata da un film, un ricordo, un’immagine o dall’odore dei glicine in fiore.
Tutto prende una forma diversa.
Il cursore lampeggia, le idee si accavallano ma è tutto chiaro. Ci sono solo io con i miei pensieri.
I ricordi diventano nitidi e così mi ritrovo di sera, di fianco a Sandro in un furgone ad attaccare i manifesti. La mia faccia è implume, mentre quell’omaccione ha ancora i capelli. Siamo completamente sporchi di colla, puzziamo di birra, ci raccontiamo per quel che siamo. In quel momento la vita diventa, per un attimo, perfetta.
La mente viaggia, trasla di pochi mesi o di tanti anni. Che importanza ha?
Sono sull’uscio del portone, Peppino ha la mia macchina, i miei soldi e la mia fidanzata sul sedile e si allontana. No, non ero pazzo, solo felice.
Un salto in avanti. Parigi, tre in un letto con Miky intrufolatosi dietro una valigia. Per dormire comodi, poggiavamo i piedi sul tavolo del pranzo.
Rewind. Tocca a me. Mi alzo dalla sedia, sono in un perfetto completo grigio e camicia azzurra. Avevo promesso la nera ma ho avuto paura. Rosario ancora ride di me. Alle spalle, gli amici di ventura di 5 anni.
Purtroppo non c’è nastro abbastanza per raccontarle tutte. So solo che trafugare il compito di economia da un computer, mi aveva fatto sentire –per un giorno- il salvatore della Patria.
Non ho rimpianti. Ho dormito quando ero stanco, bevuto da assetato e gustato tutte le mie voglie.
Col tempo, da Uccio, sono diventato “zio ciuccio”.
Mi ritrovo nella stessa stanza dove, un tempo, dialogavamo di massimi sistemi e di cornetti turchi.
Sono solo cambiati gli argomenti. Ora camminiamo in processione dietro una bimba di due anni, che c’ha messo in riga dietro di lei.
Gli anni passano, ma ci sono cose che difficilmente si perdono, ma si valutano con una moneta diversa.

Paladini Della Giustizia O Mercenari Senza Palle?

Guardatela bene questa mappa. Sono le guerre civili attualmente in corso nel mondo. Ce li ricorda Peace Reporter di Emergency. Osservatela bene perché alla fine di questo post ci sono domande alle quali vorrei tanto dare una risposta.

Il buon Massimo Fini pensa che “Il conflitto in Libia vada risolto solo dai libici“, che il diritto all’autodeterminazione dei Popoli è sacrosanto. Beato lui, lo invidio. Lo invidio perchè riesce a prendere una posizione tanto difficile quanto realistica, netta e fredda.

Forse ha ragione: non siamo in grado di aiutare gli altri se non per interessi e quindi è meglio che si aiutino da soli, almeno salvaguardiamo la dignità e la faccia.

Quella mappa ci aiuta a capire che prendiamo parte a guerre solo in quei territori dove c’è la possibilità di “ricostruire” dopo aver distrutto, di attingere alle ricchezze che offrono, di salvaguardare gli interessi degli investimenti fatti. Ce lo insegnano le guerre in Serbia, Afghanistan e in Iraq.

La scusa, però, è sempre la stessa, sempre più schifosa: “interveniamo per salvare i diritti umani degli oppressi”.

In Libia accade la stessa cosa.

È noto, ormai, che gli interessi da difendere sono tanti. Ce lo ricorda in questa intervista il buon Morya Longo del Sole 24 ore. Ci interessa il petrolio, soprattutto. E poi, addirittura, mi ricordano che sono gli italiani i massimi esportatori di armi in Libia e che c’è da considerare che la Libia ha partecipazioni economiche in tutto il mondo. Solo in Italia possiede quote consistenti in Unicredit, Finmeccanica, Juventus ed Eni.

Tutto ciò mi fa pensare che non siamo i paladini della giustizia che credevo e mi chiedo: con quale coraggio combattiamo in Libia per chiari interessi economici e lasciamo altri Popoli oppressi nel mondo al loro destino? In Africa, ad esempio, è pieno di guerre civili. Come mai non muoviamo mai un dito? Eppure basterebbe molto meno. In quei Paesi vale il principio di autodeterminazione solo perchè non hanno nulla da offrire in cambio?

E ancora mi chiedo: saremo mai capaci di difendere questi Popoli solo per il piacere di “difendere” davvero i diritti umani? Avremo mai le palle di salvare la faccia, di combattere e tornare indietro a mani vuote ma col cuore pieno di gioia per aver difeso qualcuno?

Sarei addirittura disposto a chiudere un occhio quando difendiamo un Paese per interessi, se solo aiutassimo gli altri Popoli in difficoltà per il solo piacere di aiutarli. Allora sì che sarei orgoglioso del mio Paese.

E dunque mi chiedo e vi chiedo: siamo paladini della giustizia o schifosi mercenari senza palle?

(grazie a Mauro Biani per questa splendida vignetta)

Vkontakte: In Russia Li Influenzano Così.

Osservate bene questa suggestiva immagine perchè sta facendo il giro del mondo e ci offre interessanti spunti di riflessione.

E’ il frutto della ricerca di Paul Butler, un ingegnere di Facebook Inc., che ha voluto elaborare il mondo delle relazioni connesse del noto social network di Palo Alto. Cliccando qui potrete leggere la sua appassionata nota su Facebook che riguarda il lavoro che ha svolto.

Come detto, l’immagine è affascinante ed evidenzia la potenza del social network californiano. Cito il Sole 24 ore che descrive come si è generata questa mappa. “Paul Butler ha “guardato” il grafo sociale di 500 milioni di iscritti a Facebook. Sfruttando la posizione corrente degli utenti, ha tracciato collegamenti tra le città. Lo spessore delle linee è determinato dal numero di connessioni tra le città: più alto è il numero di link, più spessa è la linea di collegamento. Il risultato? Una mappa del mondo che emerge, spontaneamente, dalle connessioni che esistono tra 10 milioni di utenti di Facebook”. Aggiungerei che è meraviglioso.

Ma ciò che mi interessa fare ora, è una semplice analisi di questa foto che ci consente di fare alcune piccole ed importanti considerazioni.

La prima, la più curiosa, è che esistono Paesi come Russia e Cina che si sono totalmente auto – escluse da questa rete ( nell’immagine c’è un vuoto scuro nelle loro zone ) e non perchè tecnologicamente inferiori ma solo perchè il “loro potere dominante” è attento a sfuggire alla logica di controllo del potere dei media occidentale. Loro, i cittadini se li controllano da soli, in casa e con sistemi proprietari.

E infatti in Russia ( in Cina non saprei ) utilizzano un social network simile a Facebook che li mette in contatto con la stessa logica. A confermare quest’osservazione è la nostra splendida blogger russa, lucid dream.

Quando la conobbi e le chiesi di darmi il suo contatto Facebook mi disse che loro non usavano quel social network ma una cosa molto simile che si chiama vkontakte. L’ho usato e vi invito a guardarlo e a registrarvi, c’è anche la versione in italiano! E’ quella la loro “scatola”, è quello il loro Facebook e controllarlo significa influenzare, attualmente, più di 103 milioni di russi registrati.

La seconda osservazione è che ci sono Paesi come l’Africa che sono in gran parte assenti dalle relazioni connesse di Facebook ( nella mappa ci sono solo alcune piccole collegate) e probabilmente la causa è da ascriversi alla mancanza di strutture tecnologiche avanzate e al vecchio problema del digital divide.

Ultima ma non meno importante riflessione è che la rete di relazioni connesse di Facebook è così grande e completa che rappresenta un sistema che consente agli influencer di avere a disposizione più di 500 milioni di utenti che potenzialmente possono controllare.

Come sempre diciamo, l’individuazione e il controllo degli influencer sarà il nuovo campo di battaglia per il dominio  dell’ infosfera e della semiosfera . E visualizzare questo concetto attraverso l’immagine che abbiamo realizzato sotto renderà l’idea a tutti.

Assange È Un Influencer E Wikileaks È Un Medium Tattico

Ne stiamo parlando da mesi ormai. Lo abbiamo osservato bene io e Bonhomme  e, per un attimo e con ironia, abbiamo addirittura ipotizzato che potesse essere un influencer pagato da Obama.  Ma poi i fatti ci hanno consentito di osservare meglio il suo profilo e lo abbiamo inquadrato. E’ proprio un influencer. E il suo Wikileaks è un medium tattico da studiare.

Leggete prima questo articolo apparso oggi sul Corriere e ci darete ragione.

Innanzitutto esaminiamo il titolo del Corriere e vediamo come si comporta un medium tradizionale che tenta di imporre la sua verità con risultati non convincenti.

TITOLO: “Wikileaks, resa di Assange: arrestato” >>> In realtà non l’hanno arrestato loro ma si è consegnato alle forze dell’ordine da solo ( come sono costretti ad affermare ). Ma il medium tradizionale pare che tenti di dare una visione distorta nel punto più evidente dell’articolo ( il titolo) così da influenzare il lettore e in modo tale da dipingere Assange come “un arrestato” e cioè come “cattivo esempio per la società”. Pare non sia così.

E per cosa lo avrebbero arrestato poi? Per il suo Wikileaks e per i suoi contenuti ? NO ! Per molestie sessuali ! In realtà sembra che vogliano bloccare il medium tattico Wikileaks e per farlo sembra che vogliano processare il suo capo per molestie sessuali e NON per i contenuti veicolati. Mi sbaglio?

Sembra, ancora, che abbiano paura dei contenuti ( che non sono in fondo cosi sconosciuti ) e per bloccarli pare che vogliano usare altri mezzi. Ma non sarebbe più facile arrestarlo per aver diffuso quelle notizie? Se le notizie sono false, che Assange sia processato! Ma se, come pare che sia, i contenuti sono assolutamente originali mi chiedo: dove andrebbe a finire la reputazione dei diplomatici coinvolti? Ve lo siete chiesto?

In realtà sembra che tutto sia fatto per tentare di bloccare il medium tattico nella sua azione di opposizione al potere dominante. Ma, ormai, è stato già innescato un processo di crisi che ha superato il punto di non ritorno.

SOTTOTITOLO: “Esulta Frattini: «Ora processatelo»” >>> Dice Frattini : «Assange ha fatto del male alle relazioni diplomatiche internazionali e mi auguro che sia interrogato e processato come le leggi stabiliscono». Osservazione: ma non l’hanno arrestato per molestie sessuali ? Cosa c’entrano le relazioni diplomatiche internazionali? Cosa c’è di falso in quei documenti? Sono originali? E se lo sono, per quale motivo farebbero del male? Non dovevamo sapere forse? Datevi una risposta.

Ma passiamo a definire Assange e capiamo per quale motivo è un influencer e per quale motivo Wikileaks è un medium tattico. E tutto ciò secondo la lettura di ottavopiano.it data al Public Camp 2010.

Assange è un influencer di tipo A+C=NINJA. E’ di tipo A perchè detiene il potere delle relazioni in quanto la sua rete di contatti  è ormai internazionale. E’ di tipo C perchè essendo un giornalista detiene  il potere della persuasione ed è, quindi, influente sulla massa, può pilotare i suoi contenuti sui media con autorevolezza.

Wikileaks è un medium tattico. Perchè? Semplicemente perchè pone il suo portale, ricco di contenuti da veicolare, al centro della sua struttura mediale. Perchè attorno a quel meraviglioso contenitore di verità, presunte o confermate dai documenti che distribuisce, ha avuto la capacità di interlacciare una fitta rete di social network a vari livelli attraverso la quale libera i contenuti stessi, facendoli rimbalzare ed elevando all’ennesima potenza la loro visibilità. Solo internet può farlo.

Wikileaks è un medium tattico perchè rappresenta un mezzo di crisi: tende a mettere in crisi il potere dominante, tende a metterlo in discussione attraverso la rete, vuole sovvertire i rapporti di forza che ha imposto e tende a crearne dei nuovi. Il potere dominante lo teme, lo cerca e “lo arresta”. E il motivo non è ascrivibile all’azione del suo Wikileaks! Lo arrestano perchè avrebbe  molestato due donne. Ve ne rendete conto? Non possono controllarlo (caratteristica peculiare dei media tattici) e lo fermano per un altro motivo!

Wikileaks è un medium tattico perchè è un mezzo di opposizione: si oppone alla grammtica culturale dominante e cioè al sistema di regole che strutturano i rapporti e le interazioni sociali. Si oppone alla totalità dei codici estetici e delle regole di comportamento che ci sono state imposte e alle quali crediamo per fede. Si oppone alle relazioni sociali di potere e comando che sono state imposte a tutti ma che nessuno ha mai chiesto. Wikileaks è pericoloso perchè pare sia temuto dai poteri forti che in questo momento si vedono scoperti nelle loro reali azioni. Lo temono perchè mette a nudo una verità.

Wikileaks è un medium tattico perchè è LIBERO e PARTECIPATO: i suoi utenti sono ormai tantissimi, i suoi contenuti sono veicolati attraverso la rete, sono liberi di usare la convergenza mediale, e cioè i social network, per rimbalzare da un utente all’altro cercando e ottenendo CONSENSO. Wikileaks è un medium tattico perchè non chiede di essere creduto a prescindere ma chiede a tutti di analizzare i suoi contenuti, di smontarli , di criticarli secondo coscienza e sensibilità culturale, di rimontarli e di riporli, senza alcun ritegno e paura, nel fiume impetuoso della media convergence affinchè possa raggiungere altri utenti che applicheranno lo stesso metodo di lettura e di cognizione. Perchè Wikileaks RISCRIVE LA LETTURA e FA PAURA perchè è LIBERO, PARTECIPATIVO e tende alla VERITA’ PARTECIPATA.

Wikileaks è un medium tattico perchè per funzionare si dota di gruppi di influencer a vari livelli e con potenziali differenti. L’influencer capo è Assange. Ninja. Ma se leggete l’ intervista linkata di seguito capirete che la rete organizzata di gruppi di influencer che riesce a gestire il capo di Wikileaks è enorme e non è controllabile. Si parla di Blogger in questo caso, che come diciamo sempre sono i nuovi influencer. L’articolo titola “Blogger genovese: «Se arrestano Assange pronti a invadere il mondo con i files segreti»”. Vi invito a leggerlo perchè capirete che centinaia di migliaia di influencer ( blogger ) in tutto il mondo hanno scaricato il “contenuto tattico” di Assange e sono pronti a diffonderlo. E questo cosa vi fa capire? Che il medium tattico è INCONTROLLABILE ( non possono arrestarli tutti e non possono bloccare quel contenuto libero in rete) ed è PARTECIPATO ( è una verità contenuta in un file che vive grazie alla partecipazione di tutti e che crea senso di appartenenza e consenso ).

Questo è Wikileaks, questo è Assange: un medium tattico e i suoi influencer che si oppongono e che lottano per distruggere il presente e per sovvertire il contesto riscrivendo la lettura.

Public Camp, Ottavopiano, I Media Tattici E La Strategia Del Paradosso

Qualche mese dopo il mio arrivo in Puglia (ottobre 2006), organizzai un primo meeting dei comunicatori di Puglia, al Kursaal Santa Lucia (cinema/teatro di Bari). C’erano 40 persone la mattina e 8 il pomeriggio. Un flop, ma non mi fermai.
Eppure pensavo che la mia idea di connettere i comunicatori o gli operatori degli URP (Uffici di relazione con il pubblico) dei comuni o delle province pugliesi a qualcuno doveva interessare.
Eppure la rete tra comunicatori pubblici ha sempre stentato, anche quando lanciammo Puglia 2.0, ovvero la comunità virtuale pugliese degli URP. La comunicazione pubblica appiattita sotto il peso della comunicazione politica (che appiattisce anche la politica) generava respiri corti e aveva poco interesse per i respiri lunghi.
Sono tre anni che il Public Camp ormai esiste. Sono tre anni che riempio le sale di giovani, di comunicatori, di persone interessate alla comunicazione. Sono tre anni che ci confrontiamo con l’Italia e il Mondo.
Ai tempi dell’università ero anche un operatore sociale dell’Arci, che lavorava con i minori a rischio e il sommerso.
E provavo nel mio più grande limite, quello di non esser mai andato via dal mio paese di origine, a dire a tutti che il mondo e la vita non erano racchiuso nei confini territoriali e negli interstizi di quel territorio.
Non ho mai pensato che nella comunicazione serva a qualcosa parlare di bello o brutto. La comunicazione o raggiunge l’obiettivo (messaggio>target>feedback) oppure no. E se la comunicazione raggiunge il suo obiettivo, vuol dire per forza che ha una strategia e una tattica, lo sa bene Campbell.
Oggi studio la potenza dello storytelling, dell’immaginificazione e del framing.
Sono uno studioso e chiamo gli autori delle mie letture a spiegarmi cose che se pur capisco ho bisogno di capire meglio.
Vivo delle mie analisi e dei miei confronti. Ero convinto che Formenti fosse più significativo di Castells, e lo ho dimostrato prima a me stesso che agli altri.
Perchè per me la conoscenza è una forma di libertà.
Utopia e entropia.
Perchè De Certeau mi ha spiegato che nelle mie pratiche quotidiane, come la lettura, la scrittura, i miei post su internet, posso esercitare il mio modo tattico di resistere ai domini del potere e della normalizzazione, in una società che è una tecnologia delle credenze collettive.
Quando negli anni novanta ho sperimentato l’insegnamento del prof. Eco, ovvero sovvertire il codice in una guerriglia semiologica che unita alla battaglia digitale per una internet libera, una TAZ libertaria, mi sono convinto che tutto dipendeva dall’identità.
La gioiosità e la pericolosità di identità multiple e collettive si opponevano alla limitatezza e al controllo delle singole identità.
L’hacking, il social engeenering, Luther Blissett, i media tattici, Genova 2001.
Poi fu solo coercizione. Uno stigma che non si cancella più. Dominio del sapere da parte del mercato, il dominio capitalistico delle nostre identità normalizzate.
Poi la sovversione del codice fu normalizzata, la pubblicità e la tv hanno fagocitato ogni codice.
Non solo.
Da uomo ombra ben so quanto conta la capacità di costruire strategie del paradosso e ingegnerie di influenza sociale.
So cosa significa un sistema panottico, l’ho capito conoscendo un uomo, Renato il carbonaro.
So cosa significa oggi la rete, matrice in cui vivono pulsioni e desideri di libertà, ma non la certezza di libertà.
Deleuze mi ha insegnato non abbiamo bisogno di comunicazione, al contrario ne abbiamo troppa. Abbiamo bisogno di creatività. Abbiamo bisogno di resistenza al presente.
./exploit the media
Nuove geometrie di relazione.
Immaginificazioni sul futuro anteriore.
E così che nasce la strategia del paradosso che anima il Public Camp e Ottavopiano.
Il potere è relazionale, il dominio istituzionale. Le istituzioni che producono relazioni, che cedono potere.
Sovvertire il codice non si può, sovvertire il contesto significa riscrivere la lettura.
Il Public Camp è una rete connettiva di cervelli, il cui hub oggi non sono più solo io. Oggi è venuto il momento che produca codice.
Ottavopiano è il tentativo di generare un contesto diffuso, in cui il codice può essere rifissato perchè produca significato e senso.
Nella società indefinibile è il numero di contesti e codici, totale è la confusione.
Public Camp e Ottavopiano sono media tattici.
Sistema produttivo e politico globale dell’unico esistente possibile – che espropri tempi, energie e saperi, che annulli continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto – io oggi non solo ho imparato la Tua lingua per farti pesare di più i miei silenzi.
Oggi io sto decodificando la Tua lingua.

Tattici, Convergenti Ed Estremamente Pericolosi

Non ho vissuto il ’68 e non sono in grado di giudicarlo.

Mi affascina, però, quel «divenire-rivoluzionario della gente» che portò a resistere a “quel lontano presente” , che ebbe la forza di smuoverlo e distruggerlo.

«Il divenire designa qualcosa di nuovo e indica la resistenza al presente»: lo affermava Deleuze in un’intervista rilasciata a Toni Negri per Futur Antérieur nell’ormai lontano 1990.
E’ così che, secondo lui, si poteva  «scongiurare la vergogna o rispondere all’intollerabile». Cioè resistere ai rapporti di forza imposti nel presente e crearne dei nuovi.

E oggi, riflettendo sulla potenza del controllo da parte dei media, mi tornano in mente proprio quelle parole perchè vivo nella speranza che si manifesti in tutti noi la “rabbiosa” voglia di quel “divenire rivoluzionario” che potrebbe annientarlo.

Il problema, però, è che non riesco mai a partecipare al gioco imposto dal sistema di comunicazione che viviamo. Spesso provo a sfuggire a ciò che mi è stato inculcato da bambino e che ho accettato senza sapere. Provo a scalfire la grammatica culturale dominante ma quasi sempre resto lì, immobile a guardare fisso nel vuoto, impotente: saprei anche cosa fare ma se ci provo ho come la sensazione di urlare forte, di non riuscire a farmi sentire dagli altri e persino di non riuscire a percepire me stesso!

Mi sono sempre sentito partecipe di qualcosa di assolutamente programmato da “altri” e, pertanto, avverto me stesso sempre come il “controllato”. I miei “guardiani” mi coccolano, pare quasi che si preoccupino per me, per il mio stato di salute mentale. In realtà vogliono solo sapere se mi frulla qualcosa per la testa che possa mettere in pericolo il loro giocattolo. E’ proprio questo che cercano come segugi e NON vogliono che salti fuori all’improvviso rovinando i loro piani. Un esercito di battitori liberi e pensanti, invece, sarebbe un problema, un pericoloso problema non controllabile.

“…Quando la maggioranza “ignorante e deficiente” sta insieme può capitare che si faccia venire strane idee. Se invece si tengono gli individui isolati, non è interessante se pensano e quello che pensano.

Dunque bisogna tenere la gente isolata, e nella nostra società ciò significa incollarla alla televisione.

Una strategia perfetta. Sei completamente passivo e presti attenzione a cose completamente insignificanti, che non hanno alcuna incidenza. Sei obbediente. Sei un consumatore. Compri spazzatura della quale non hai alcun bisogno. Compri un paio di scarpe da tennis da 200 dollari, perché le usa Magic Johnson. E non rompi le scatole a nessuno.

Se vuoi uccidere quel bambino che sta vicino a casa tua, fallo pure, questo non ci preoccupa. Ma non cercare di depredare i ricchi. Uccidetevi fra voi, nel vostro ghetto.

Questo è il trucco. Questo è ciò che i media hanno il compito di fare. Se si esaminano i programmi trasmessi dalla televisione si vedrà che non ha molto senso interrogarsi sulla loro veridicità. E infatti nessuno si interroga su questo.

L’industria delle pubbliche relazioni non spende miliardi di dollari all’anno per gioco. L’industria delle pubbliche relazioni è un’invenzione americana che è stata creata all’inizio di questo secolo con lo scopo, dicono gli esperti, “di controllare la mente della gente, che altrimenti rappresenterebbe il pericolo più forte nel quale potrebbero incorrere le grandi multinazionali”. Questi sono i metodi per attuare questo genere di controllo….” ( Noam Chomsky – “Il potere dei media”  )

Come sempre l’analisi di Chomsky è ficcante e saggia: basta tenerci staccati l’uno dall’altro, magari davanti alla tv ad accettare passivamente “il messaggio” e senza avere alcuna possibilità di scomporlo, esaminarlo e magari distruggerlo. Immobili, impotenti. Come quando guardiamo un mese di trasmissioni sulla povera Sarah Scazzi. Bastava solo spegnere e rifiutare e invece siamo rimasti lì, impassibili spettatori passivi del “già programmato”, pronti a deglutire la solita “pappetta” pronta per cervelli in naftalina.

E allora io, che sono un “controllato” ma che al tempo stesso odio sentirmi controllato, decido di usare qualcosa di pericolosamente problematico per provare a distruggere tutto questo: voglio essere TATTICO, voglio usare i MEDIA TATTICI e  la CONVERGENZA MEDIALE per tornare libero.

Almeno voglio provarci, proprio con questo blog.

Il nostro blog è tattico ed eccone i motivi:

1) è tattico perchè è un media “fai da te”, è un sistema a basso costo, ed è quel giocattolo pericoloso e non controllabile che può fare la differenza;

2) è tattico perchè è contro la grammatica culturale dominante, perchè tende a essere libero, perchè il suo contenuto non è controllabile ed è rimodulabile e, pertanto, tendente alla verità;

3) è tattico perchè rimbalza in rete usando la convergenza mediale;

4) è tattico perchè rimbalzando in rete usando la convergenza mediale risulta PARTECIPATIVO e LIBERO.

E se si arriva a distribuire un contenuto del genere allora il sentiero verso la libertà è proprio lì davanti a noi e non dobbiamo fare altro che iniziare a opporre resistenza al nostro presente, a rifiutare quei rapporti di forza imposti e a crearne dei nuovi.

PARTECIPANTI della comunicazione, ATTIVISTI della rete, HACKER della grammatica culturale dominante: questo siamo destinati a divenire.

Ed io oggi mi sento così, anche in questo preciso istante, proprio mentre scrivo: lo faccio con la speranza che il mio contenuto rimbalzi libero in rete, con la consapevolezza che non sarà imparziale, con la speranza che non sarà creduto all’istante ma che sarà smontato pezzo per pezzo e magari rimodulato, che sarà condiviso se apprezzato e che non potrà mai essere bloccato né controllato.

Il medium tattico è un problema per il potere dei media, la convergenza mediale è un fiume in piena che lo accoglie tra le sue acque e lo trasporta con forza: tutto ciò è estremamente pericoloso.

Ed io voglio rinascere: voglio diventare un “pericoloso problema” e rimbalzare felice in rete contribuendo a costruire la verità.

“Libertà è partecipazione” ed io, oggi, sento forte il bisogno di partecipare per sentirmi libero di distruggere il mio presente.

Maestro Yoda: Contro-Cultura Rivoluzionaria

Fuggire dalla prigione di Jeremy Bentham è un atto dovuto a noi stessi, alla nostra libertà. Me lo ha insegnato Bonhomme. E per poterlo fare devi disimparare ciò che hai imparato , devi credere e usare la forza: me lo ha insegnato il Maestro Yoda.

Quella prigione è tutto un trucco: non esiste verità in ciò che vivi, non esiste la potenza del controllo ma continui a percepirla. Avverti la sua onnipresenza, senti il fiato sul collo del guardiano. Hanno creato un mondo che non esiste, sei convinto di ciò che non esiste, credi di fare ciò che pensi ma la tragica realtà è che fai soltanto ciò che hanno programmato. Vivi un’idea che non è  tua, è innestata: è obbedienza alla “disciplina” del sistema.

Sovvertire, rifiutare il controllo, concentrarsi e scegliere: “provare no! fare o non fare! non esiste provare”.

Fuggi, scappa, corri veloce. E se li incontri sulla tua strada sappi che non esiste controllore che non possa essere aggredito, che non c’è guardiano che non possa essere ucciso, che non c’è falsità che non possa essere svelata.

La forza scorre potente in te. E allora credi o fallirai.

E non cercare di piegare il cucchiaio, è impossibile. Sii saggio e, piuttosto, giungi alla verità: il cucchiaio non esiste!