Le Differenze Imposte Tra Nord E Sud. Ovvero La Guerra Dei Memi.

Il meme è una unità di informazione: una frase, un concetto, un modo di dire, una musichetta, una pubblicità o una citazione, etc. Erving Goffman oppure George Lakoff direbbero semplicemente che i memi sono frame.
Ovvero ciò che, prendendo corpo cognitivamente in una mente, influenza meccanismi tali che più copie di esso vengono create in altre menti.
I memi forti possono modificare le menti, condizionare i comportamenti, catalizzare framing collettivi e trasformare le culture.
I memi si possono propagare in modi facili da capire oppure attraverso catene complesse di causa ed effetto, quasi a caso, in modo caotico.
Marshall McLuhan predisse negli anni settanta che le guerre future sarebbero state condotte attraverso guerriglie informazionali non combattute in cielo, né per le strade, né nelle foreste, né nei mari internazionali, ma nei giornali e nelle riviste, alla radio, in televisione e su Internet. Ovvero una sporca propaganda avrebbe preso corpo in guerre mediatiche senza esclusione di colpi, di visioni alternative del futuro e nuove espressioni di dominio del potere.
Di certo nella nostra era dell’informazione e delle reti, chi costruisce e propaga memi detiene il potere.
Il meme appartiene in senso gramsciano alla sfera del “senso comune”, perché il suo fine è di modificare l’opinione media di una certa società, criticando, sbeffeggiando, correggendo, svecchiando e, in definitiva, introducendo “nuovi linguaggi comuni”.
Gramsci diceva che ogni strato sociale ha il suo senso comune e il suo buon senso, che sono in fondo le concezioni della vita e dell’uomo, più diffuse.
Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni e di opinioni entrate nel costume.
Il senso comune crea il futuro folclore, cioè una fase relativamente irrigidita delle conoscenze popolari di un certo tempo e luogo, ne disegna luoghi comuni e stereotipi.
Ma che cosa c’entra tutto questo con le differenze tra Nord e Sud dell’Italia? Perchè esiste una guerra di memi che schiaccia il Sud e rende così diverso il Nord?
Dalle cliniche private milanesi (a volte chiuse per corruzione, truffa, danno a persone, abuso di potere, ecc, come la Santa Rita) [1], ai recentissimi casi ultimi di malasanità verificatisi a Padova e Milano [2], un solo tratto emerge: l’attenzione dei media a normalizzare il fatto e trattare l’argomento per non più di 48/72 ore. Di contro al Sud ogni argomento di malasanità è tema da agenda setting per settimane.
A settembre 2010 la Rai ha lanciato un blog in cui segnalare e raccogliere i casi di malasanità; ne emerge un profilo impietoso per il Nord: è a pari del Sud nei racconti fatti dai cittadini. Su 190 post pubblicati, 43 casi di malasanità sono al Nord, 43 al Sud e 34 al Centro [3].
La malasanità, come il crimine o la corruzione, sono ovunque in Italia, non di certo concentrati in singole regioni o province, e non si spiega perché il comportamento dei media sia così difforme tra Nord, Centro e Sud.
Di certo una delle spiegazioni è la concentrazione degli editori al Nord. Considerando che rari sono gli editori puri in Italia, ovvero quelli che non hanno solo come attività di business l’editoria, possiamo capire come l’interesse è diretto verso mercati che possono garantire pubblicità, nonostante la forte concorrenza dei programmi più generalisti. Programmi che per forza di cose devono mantenere, alimentare e generare stereotipi di differenziazione positiva tra il mercato che investe e il mercato che di investimenti ne fa pochi.
Mentre al Nord la pubblicità traina il mercato delle imprese e crea un immaginario positivo utile a sostenere il territorio, al Centro e al Sud è la “politica dello scandalo” e del ricatto mediatico a trainare l’immaginario negativo, inchiodando il territorio proprio a questo immaginario negativo.
Ma la concentrazione non è un fenomeno unicamente televisivo, interessa marcatamente anche la carta stampata.
In Italia si pubblicano 91 testate e le prime due, Corriere della Sera e Repubblica, hanno quote di mercato di poco superiori al 10 %  della diffusione giornaliera, mentre i gruppi cui fanno capo totalizzano assieme poco più del 40 % della diffusione complessiva.
Inoltre, se andiamo al di là dei dati nazionali sulle vendite di quotidiani per studiarne la distribuzione geografica, troviamo una forte segmentazione nella quale in ogni mercato locale, quello in cui ciascuno di noi lettori abita, uno o due giornali raccolgono la maggior parte dei lettori [4] [5].
Questo significa, ovviamente, che il condizionamento dell'”opinione pubblica” ( così chiamata da Walter Lipperman )  è molto più forte dove esistono concentrazioni nette e storiche, oppure dove i media, in funzione degli interessi economici dei propri editori, costruiscono nuove logiche di ricatto e meccanismi di pressione clientelare nei confronti dei governi regionali e locali. [6]
Se consideriamo, inoltre, che una recente ricerca [7] ha preso in esame il rapporto tra il numero di reati commessi in Italia tra il 2005 e il 2008, il numero di notizie relative a questi crimini sui principali telegiornali e la percezione della minaccia alla sicurezza personale, secondo un sondaggio su un campione rappresentativo della popolazione, possiamo comprendere che il numero di reati considerati, e avvenuti, (omicidi, lesioni, sequestri di persona, violenza sessuale, furti e rapine, estorsioni, usura, associazione a delinquere, spaccio di stupefacenti, prostituzione e immigrazione clandestina) è totalmente più basso della rappresentazione mediatica che è stata comunicata dai media.
La sovraesposizione del fenomeno sicurezza da fine 2006 a oggi vede in prima linea i telegiornali Mediaset, seguiti dai telegiornali Rai, con un numero assoluto di notizie inferiore, ma pur sempre evidenti e di gran impatto.
La percezione che i cittadini hanno, circa la gravità del fenomeno e le minacce alla propria sicurezza personale, segue il trend dell’informazione televisiva, mentre appare del tutto scollegata rispetto ai dati reali del fenomeno criminalità.
Scelte simili, e le politiche editoriali in tema di informazione, in particolare per la malasanità al Sud e i fenomeni di insicurezza collettiva, risultano relativamente analoghe tra i diversi notiziari, soprattutto guardando ai telegiornali più seguiti, con effetto imitativo che può partire da autonome scelte giornalistiche ma che poi si alimenta nel tempo per necessità di seguire il gradimento del pubblico per determinati temi.
La drammatizzazione su malasanità, sul tema sicurezza e sugli scandali privati dei politici ha seguito e seguirà sempre da vicino il ciclo politico ed elettorale delle elezioni legislative e regionali.
I media con informazioni costruite e manipolate ad hoc possono cambiare vissuti ed esponenziali attraverso un costante processo memetico, generando framing e immaginari.

Chomsky ci ricorda che 10 sono le macrostrategie usate dai media per la guerriglia informazionale [8]:


1 – La strategia della distrazione.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione.
Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare.
3 – La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi.
4 – La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato.
5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile.
6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo.
7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far sì che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.
8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.
9 – Rafforzare il senso di colpa.
Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di depressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.
Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

Nella sostituzione della realtà con un suo simulacro, nell’uso della seduzione e della fascinazione e di strategie di controllo e manipolazione del linguaggio, il segno linguistico è svincolato completamente dall’obbligo di designare qualcosa di reale.
Ciò comporta non soltanto un radicale cambiamento della dialettica tra significato e significante, ma anche di quella tra emittente e destinatario della comunicazione, rendendo così sempre più difficoltosa la trasmissione di informazioni nel processo comunicativo e mettendo in crisi il modello di comunicazione stesso.
Il significato veicolato da ogni oggetto, simbolo o segnale, invece di esplicitarsi nella sua performance, implode in se stesso; invece di rimandare a qualcos’altro, contiene le informazioni, le trattiene nella sua stessa espressione.
Il sistema di comunicazione, allo stato attuale, è in grado di produrre realtà artificiali e di suscitare nel fruitore meccanismi interferenziali che sembrano essere naturali o spontanei ma che, in realtà, sono prodotti artificialmente, costituiti dai mezzi di comunicazione stessi.
Non si interviene più scientificamente sulla creazione di stati programmati di disinformazione, di rumore per destabilizzare la comunicazione e per mediatizzare la disinformazione. Si verifica una scomparsa progressiva della realtà e del suo significato, coperta da una rete di segni autolegittimantisi, secondo un’intercambiabilità totale che abolisce il senso e che non permette più di distinguere tra reale e modello di riproduzione dello stesso, tra realtà e artificio, tra vero e falso.
I media lavorano contemporaneamente alla produzione di senso e alla sua liquidazione, alla produzione sociale e alla sua neutralizzazione.
E, nell’Italia degli stereotipi e dei luoghi comuni, ricercare il senso e il significato degli avvenimenti e dei fatti che accadono vuol dire esprimere una resistenza al potere.

Note
1. Puntata di Report, Rai3, “Il sistema sanitario”, luglio 2010.
2. http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2010/09/12/malasanita_padova_ambulanza_negata_parto_bimbo_muore.html
3. Blog RAI “Testimoni di malasanità” – tg1.blog.rai.it/2010/09/20/testimoni-di-malasanita/ all’11.10.2010 su 190 post Nord: 43 Centro: 34 Sud: 43 casi di malasanità.
4. Delle cinquantaquattro testate di cui sono disponibili i dati Ads (Accertamenti diffusione stampa) delle vendite provinciali, ventiquattro operano in mercati con un indice di Herfindahl-Hirschmann superiore a 0,15 considerato normalmente la soglia di attenzione delle autorità antitrust. Ventisei quotidiani nel loro mercato di riferimento hanno una quota di mercato superiore al 30 per cento e ben quarantadue testate contribuiscono all’indice HH del loro mercato per più del 50 per cento.
5. “Concentrazioni nei media e pluralismo”, da www.lavoce.info
6. La volontà di acquisto da parte di Angelucci, ras della sanità privata, della Gazzetta del Mezzogiorno dimostra come l’editoria è usata come politica di pressione clientelare e di cultura del ricatto e dello scandalo.
7. Fonte reati e notizie: elaborazioni Osservatorio di Pavia. Fonte percezione: sondaggi Demos & Pi.
8. Noam Chomsky, 10 consigli per difenderci dall’informazione che imbroglia.

Dolorose Suggestioni Di Un Sacrificio D’Amore


E fra contatti, fra abbracci,
sento già la tua pelle
che mi offre il ritorno
al palpito iniziale,
senza luce prima del mondo,
totale, senza forma, caos.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Giulio Einaudi Editore

Questo video è stato realizzato dalla nostra amica russa Lucid_dream, blogger di Fire From Inside e da poco anche di ottavopiano.it !:)

That video is a property of our russian friend Lucid_dream, blogger of Fire From Inside . Thank you Lucid ! Great work!

Intellettuali, Giornalisti E Blogger Nell’Italia Della Poppolitica.

Che in Italia la televisione campi sull’audience della politica è ormai un truismo, ovvio anche ai bambini. E quando i politici hanno capito di poter raggiungere il vasto pubblico adattandosi alle logiche dello spettacolo è nata la politica Pop.
Un ambiente mediale trasmutato dal collasso di generi televisivi e costumi sociali invecchiati, quasi decadenti, in cui politica e cultura popolare, informazione e intrattenimento, comico e serio, reale e surreale, gossip e paure collettive si fondono dando vita a un nuovo ceto culturale. Un nuovo ceto culturale per un nuovo “Regno a venire” -avrebbe detto James Graham Ballard – nazionalpopolare, addormentato nella sua sonnecchiosa vita, aspetta paziente l’arrivo di incubi e paure che lo faccia risvegliare in un mondo carico di passione.
Una volta il nazionalpopolare era una categoria gramsciana, i giornali erano pieni di scrittori, intellettuali e giornalisti, la sinistra dominava la produzione culturale.
Oggi nazionalpopolari sono i reality show pieni di volgarità, la televisione pubblica e privata è piena di grandi cerimonieri di sedicenti interpreti della Volontà generale, di nani e ballerine, cantori del Popolo, fonte di ogni legittimità.
Gramsci è morto. Gramsciano non lo è nemmeno più l’ultima illusione e speranza della sinistra diffusa, Vendola, pasoliniano convinto, l’altra faccia della medaglia del berlusconismo.
Eppure non bisogna essere gramsciani per essere intellettuali o giornalisti liberi, per puntare il dito e dire che il re è nudo.
Per portare alla luce il potere quando esso è da qualche parte, remoto, inattingibile ma influentissimo o puntare il dito quando è incarnato dai quotidianemente visibili e imperversanti “potenti”.
Tutta la civiltà antica era costruita, persino nelle sue gerarchie, intorno all’uso della parola. Ed era la parola, l’arma con cui giornalisti e intellettuali, puntavano e sparavano al potere.
La politicizzazione di un giornalista o di un intellettuale, diceva Gilles Deleuze, si faceva tradizionalmente a partire da due cose: la sua posizione nella società borghese, nel sistema di produzione capitalistica, nell’ideologia ch’essa produce o impone; e il suo discorso, nella misura in cui rivelava una certa verità, scopriva rapporti politici là dove non se ne vedevano.
La morte degli intellettuali o del giornalismo libero – nè quello berlusconiano e antiberlusconiano sono liberi, proprio perchè si fondano sulla piena sudditanza o sulla piena pregiudiziale al berlusconismo – è l’effetto della desacralizzazione della parola compiuta dalla finzione dell’immagine.
Ci fu un tempo in cui il reale si distingueva, nelle sue narrazioni fatte di parole chiaramente, dalla finzione, in cui ci si poteva fare paura raccondantosi storie, ma sapendo che erano inventate, in cui si andava in luoghi (parchi del divertimento, fiere, teatri, cinema) in cui la finzione copiava il reale.
Nella società dei nostri giorni, insensibilmente, si sta producendo l’inverso: il reale copia la finzione.
Berlusconi non dice qualche bugia, dice solo bugie.
La spettacolarizzazione, passaggio alla finzione integrale e simulacro baudrelliano della realtà che fa saltare la distinzione reale/finzione si estende al mondo intero.
La società contemporanea ha svuotato di senso e significato le parole, “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso” ci ha insegnato Guy Debord.
Quando le logiche consumistiche sono state applicate alla televisione dell’era dell’informazione e dello spettacolo, si è passati a una televisione che non è più testimone delle vicende sociali o produttrici di forme di spettacolo, ma un medium che interviene “direttamente” nella vita sociale creando o modificando ruoli e situazioni, sogni o paure, speranze di un istante di popolarità.
E in tutto questo la rete, sognata come luogo di libertà e di esuli in patria, anche essa è diventata pop.
Per capire la rete serve semplicemente uno specchio.
Uno specchio che rifletta la nostra società, quella descritta in un sondaggio sul calcio apparso qualche settimana fa.
La rete non produce una nuova opinione pubblica, radicalizza in posizioni sempre più accentuate ed estreme le convinzioni della società reale.
Eppure i blogger dovevano essere i nuovi cantastorie della resistenza al mondo reale. Sembrano essere uguali agli ultras con il megafono nelle curve infette da violenza nei nostri campi di calcio.
I blogger sono sotto il controllo nel Panopticom di Bentham, e sembrano quasi compiacersi a fare la parte dei sorvegliati, mentre il potere sorveglia e influenza le loro vite.
Gramsci è morto senza essere studiato, la P2 ha vinto la sua guerra senza combattere facendo “rinascere l’Italia”.
Mi disse una notte davanti a una bottiglia di vino Marc Augé che l’Italia era funestamente 10 anni avanti e in anticipo agli altri Paesi dell’Europa, era già fin troppe volte dimostrato. Gli chiesi se dovevamo rassegnarci, lui rispose “ce n’est qu’ un début, continuons le combat…”.

Sgangherati E Sgangherabili

 

L’alternativa c’è: chiudere tutto senza leggere il finale, privandosi del gusto di scoprire come evolve la storia, senza sapere se qualcuno, lassù, ti “ristamperà” ancora o se morirai così, nel nulla.

Ma come accade nei fumetti alla fine di ogni “tavola”, così nella vita deve esserci sempre un punto interrogativo per andare avanti.

“…Il suo Dylan Dog è un capolavoro, poichè ogni capolavoro ha in comune due cose: è sgangherato e sgangherabile. Sgangherato perchè nasce senza un’idea precisa, prosegue senza un’idea precisa. Sgangherabile perchè se estrai una sua vignetta dalla tavola, essa funziona anche da sola…” . Lo disse Umberto Eco a Tiziano Sclavi.

E allora mi viene da pensare che anche le vite di tutti noi siano capolavori! Vanno avanti a punti interrogativi, sono sgangherate e sgangherabili. Nascono prive di un senso specifico, finiscono allo stesso modo e senza sapere il perchè. Ma se proviamo ad estrarre ogni loro singolo attimo, vedremo che ognuno di essi vive anche da solo, con un proprio significato, così come accade allo schizzo di un fumettista su una tavola.

E la mia vita in questo momento è proprio come la tavola di un fumetto: piena di punti interrogativi, di attimi intensi che significano da soli, ricca di riflessioni, di gioie e di ripensamenti, di timori e di scatti in avanti senza paura. E non è figlia di un’idea precisa.

E in questa notte, in questo istante fatto di punti punti interrogativi, ritrovo ancora una volta il momento giusto per voltare una sua pagina e andare avanti.

Il Mio Nome È Jacques Bonhomme

Io sono jacques bonhomme, nacqui un giorno in cui le nuvole scaricavano la loro tristezza sulle terre francesi del Beauvais e i contadini piangevano i loro inutili sacrifici. Anche io nacqui contadino… così come mio padre, e prima di lui mio nonno… Io amai la terra, ma né vidi mai né godei dei suo i frutti. Tutti i suoi frutti,  le nostre donne comprese, erano di proprietà di quei porci dei Padroni, gente senza dignità e umanità… La nostra ignoranza ci aveva relegato a una vita senza pretese, dove i soprusi erano il pane della nostra povera e misera tavola… Quell’anno avevamo perso tutto, i nostri bambini stavano morendo di fame … Era il  maggio del 1358 Anno del Signore Dio Nostro.  Si … il Signore Dio Nostro … noi lo invocavamo con le nostre preghiere … Dove eri Signore quando mio figlio moriva tra le braccia della mia donna … dove eri io credevo in Te… I Signori chiedevano i loro tributi, noi non avevamo niente… niente era rimasto dai nostri raccolti. Dai nostri stracci non potevamo ricavare più nulla. Solo le parola di un uomo ci sollevavano lo spirito… diceva che non dovevamo attendere il Paradiso per poter vivere come uomini felici … il suo nome era Guillame Carle. Fu la rivolta… il Beauvais fu solo l’inizio. E io ero al fianco di Guillame, … ormai ero solo … non avevo che lui … mia moglie aveva seguito il nostro bambino lì dove solo la morte acconsente ad andare. Distruggemmo castelli, massacrammo i Padroni, trascinammo i nostri fratelli contadini alla rivolta… La Francia Settentrionale era nostra. La Normandia, il Ponthieu, la Piccardia … e infine Parigi.!!!!!!!!!!! Tremavano tutti al nostro passaggio … e i nostri fratelli contadini gioivano… Il nostro Paradiso era diventato la Terra…  la terra che ci aveva visto nascere, la terra che tanto avevamo amato … Non dovevamo più aspettare!  Io mi chiedevo quanto potesse continuare … Guillame mi rispondeva sempre : “Fratello Jacques adesso e per l’eternità”. Carlo V, re di Navarra, ci chiese di trattare… era sceso a trattare con i pezzenti. Un re che parla con i contadini, la storia non ammette debolezze. C’è un tempo e un luogo per cui ogni cosa abbia un inizio e una fine. Io sentivo che era la nostra fine. Dissi a Guillame di non andare. Respiravo la morte. Guillame andò … i contadini erano in festa. Alcuni di noi lo seguirono.  E la loro festa si trasformò in rovina. Il re tradì il suo popolo … Presero prigioniero Guillame. Gli altri furono tutti ammazzati. Le truppe regie ci attaccarono … un bagno si sangue allagò la nostra terra… Guillame fu torturato fino alla pazzia. Fu mangiato dai topi nelle buie segrete del carcere. Così raccontavano anni dopo vecchi barboni. Quella notte io fui l’unico a non morire. O morii tante volte quanti furono quei contadini che chiedevano pietà per non essere uccisi. Ma  nessuna pietà ebbero di loro. All’inizio di una estate gocce di sangue scandivano un altro tempo. Un tempo eterno… di dannazione. Non ricordo come feci a trovarmi né lì né altrove. Ero fuori dal mio corpo … Per continuare a vivere in eterno…

Il Silenzio Di Un Bacio Rubato

Delle miserie della vita, lo stigma è senza dubbio la capacità più piena di creare una soglia tra il desiderio e la realtà.
C’è un malessere della normalità la cui prigione è non andare oltre la convenzione, oltre i nomi appiccicati alle cose.
La radio, la televisione, internet hanno svuotato di senso la relazione tra individui, l’hanno fatta sciamare ovunque.
Vivere ed esistere hanno significati diversi, entrambi pervasi da parole inutili, da una quantità folle di immagini e parole.
Sono cambiate le relazioni con il mondo, e tra le persone che lo vivono. La convergenza tecnologica ha aumentato in modo esponenziale contatti e relazioni.
E in tutto questo tanta è la confusione, modalità di espressione esistenziale ma non vitale.
Agiamo come se non potessimo esprimerci, ma in realtà non smettiamo di esprimerci.
“Che c’è? Parla…” è la soglia dell’incomprensibilità.
La dolcezza di non aver nulla da dire, il diritto a non aver nulla da dire: è questa la condizione perchè si formi qualcosa di raro che meriti, per poco che sia, di essere detto.
Non è la confusione che produce asfissia, ma frasi che non hanno il minimo interesse.
Ed è in questo che il silenzio di un bacio rubato è rifugio vitale, dominio assoluto di rarità da nascondere e amare.
Altrove dove vivere ed esistere.

Moi J’Veux Crever La Main Sur Le Coeur

In ogni momento c’è qualcuno che fugge.
Si fugge dall’amore o dall’odio,dalla guerra intorno o dentro di noi, dalla diversità o dalla normalità.
Si fugge perchè il desiderio non manca di nulla, mentre la vita si.
È così triste e pericoloso – scriveva Deleuze – non poter più sopportare gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, la bocca per inghiottire, il cervello per pensare […].
Offriamo al mondo la nostra mal sopportazione con i nostri volti.
Pensiamo che il volto sia un prodotto delle nostre speranze o paure, del nostro desiderio o delle sue atroci sconfitte, della nostra insofferenza o sofferenza. Dimentichiamo che è la società che produce i volti.
Il tuo sogno lo si vede sempre sul tuo viso e nei tuoi occhi. Ed esso sussurra pensieri zitti, linguaggio di ogni volto.
E il linguaggio non è la vita, dà ordini alla vita: la vita non parla, ascolta e attende.
La vita è distanza critica tra esseri della stessa specie.
Possiedo solo distanze, oggi.
Nel buio colto dalla paura, un bambino si rassicura canticchiando.
Cammina, si ferma al ritmo della canzone.
Sperduto, si mette al sicuro come può e si orienta alla meno peggio con la sua canzoncina.
La mia canzoncina è la mia resistenza, vorrei, quando non sarà più possibile resistere, morire con la mano sul cuore.

Il Nodo E Il Chiodo

Dei fatti della vita metafora che, più per me, coglie ragione è quella del nodo e del chiodo.
La gravosità dei problemi che animano gli aspetti della nostra vita, dal lavoro agli affetti, possono ben essere rappresentati da una delle più antiche metafore.
Il nodo, in estinzione, è metafora di ciò che si può sciogliere, di quel che non è stanziale, ma migra, va altrove ed è itinerante. Di quello che libera, e proprio perchè libera svela.
Chiodo è invece la rappresentazione di una stanzialità, della sedentarietà, del vivere in un posto e lì accumulare le proprie cose.
Il chiodo che scaccia altro chiodo non è la soluzione del problema, ma la sostituzione di esso con un altro problema, spesso molto più grave e gravoso.
Il chiodo, se e quando lo si leva, lascia il segno. Il nodo no.
Quando è ora lo si scioglie e tanto basta.
Oggi sono a un bivio, o sciolgo il nodo o pianto un chiodo.
Combatto gesuiti e piduisti allo stesso tempo, mediocrità e ipocrisa, eppure non mi basta più semplicemente la scelta della mia dignità.
Mi sento solo. E quando si è soli, spesso si annodano paure.
Si piantano chiodi che immobilizzano la ragione.
Alla corte di un principe, decidere di sciogliere i nodi è follia, piantare chiodi è invece convenzione.
Alla corte del principe, oggi, io non mi sento un cortigiano, ma un pescatore, il cui mare in tempesta inzuppa i suoi nodi.