Il Contadino Che Ammucchiava Libri

Van GoghColtivava i giorni, sapeva che il tempo poteva essere generoso oppure terribilmente avaro. Sapeva che imparare è vivere, e che sapere è morire. Sapeva che la ricchezza di un raccolto non voleva dire la certezza di un futuro. Non si stupiva di certo se i frutti del suo lavoro accoglievano i vermi o altri insetti, eppure il suo sforzo quotidiano era quello di preservare i frutti dalla loro presenza. Degli insetti ne osservava il mondo, era interessato soprattutto a quelli capaci di tesser una tela. Di due tipi di insetti era affascinato. Entrambi  infaticabili tessitori di ragnatele, ma ciò che li rendeva estranei quegli insetti era che a ai primi interessavano le mosche da acchiappare per rafforzare le proprie posizioni, ai secondi le ragnatele come organi di collegamento nel mondo degli insetti. Non amava i primi, era incuriosito dai secondi. Nella natura così complessa, anche nelle forme più apparentemente disordinate, trovava strategie di semplicità per comprenderne la maggioranza degli aspetti. E della comprensione dei fatti e delle cose della natura sapeva nutrire le sue giornate. Non era nato ricco, né aveva intenzione di esserlo. Gli bastava quando i raccolti erano ricchi, metter da parte per i tempi magri e soprattutto andar per mercati per comprar libri. Ammucchiava libri per un giorno futuro, per il giorno in cui i proventi dei raccolti non potevano permettergli di acquistarne. Ne acquistava, in realtà, più di quanti ne leggesse. Era la sua incessante preghiera che mormorava alla vita accoglienza.

2010/06/08
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“…e Morì Con Un Falafel In Mano”

Ieri.
Pensateci la notte prima perché dovete prendervi cura dei legumi. Il tutto va pianificato con attenzione. In effetti: riflettete bene durante tutto il giorno che precede l’azione. Dovete fare la lista degli ingredienti e la spesa poco prima di avventarvi ai fornelli. Non si tratta esattamente di una guerra-lampo. Quasi.

Il giorno dopo ieri.
Ponderate 800 precisi precisi grammi di fave affogate e 315 insindacabili grammi di ceci anch’essi ammollati per bene. Teneteli pronti. Al momento giusto inizieranno a marciare come si comanda.
Armatevi di machete (da cucina), afferrate cipolle rosse e cipollotti in eguali quantità. In tutto devon fare 500 grammi esattissimi. Scagliatevi sul cipollame. Fatelo a pezzi. Trituratelo.
Afferrate 4 mazzetti di prezzemolo e 3 di coriandolo, freschi. Impugnate anche un peperoncino verde. Estraete 3 spicchi dalla testa dell’aglio. Teneteli sull’attenti.
Appostate il frullatore. Ordinate ai soldatini sopra addestrati a tuffarcisi all’interno, al passo dell’oca.
Avviate con decisione il frullatore. Non tentennate. Questa apparentemente cruenta operazione è fondamentale per trasformare i vostri sottoposti in gustosi nemici da affrontare e sterminare. Non avete scelta. Il mondo della cucina è un mondo a tratti crudele.
Estraete la pappa dal frullatore e collocatela in una ciotola sufficientemente ampia. Cospargete il groviglio di cadaveri spappolati con 4 cucchiai rasi di sale (grigio, integrale e fino), mezzo cucchiaio raso di pepe bianco e pepe nero, in polvere, e 6 cucchiai di farina candida. Mescolate delicatamente ma con determinazione il composto.

Quasi ora.
Controllate il vostro appetito. Cro-no-me-tra-te-lo! Trenta minuti prima di mettervi a tavola, inumiditevi le grinfie con dell’acqua e formate le polpettine (se durante il trituramento dei corpi vegetali nel frullatore dovesse essere fuoriuscito del liquido, ebbene mi auguro abbiate avuto cura di metterlo da parte per poterlo usare al posto dell’acqua per inzupparvici le zampe).

Nel frattempo.
Approntate, o fate approntare, il pentolone di olio bollente – pare sian sufficienti appena 500 millilitri. Di norma si usa il cosiddetto “olio per friggere” – qualunque cosa esso sia. Personalmente adoro l’olio d’oliva. Pare tuttavia che non sia il grasso più adatto per ottenere i migliori risultati in combattimento. Pertanto, a voi la decisione. In fondo siete voi che comandate. Nel calderone ponete l’olio che secondo la vostra battagliera esperienza meglio si adatta allo guerra che state scatenando. Si raccomanda di non far fumare l’olio. Tenetelo d’occhio. La temperatura, è cosa nota, fa la differenza. Friggete dunque. Senza indugio.

Lì per lì.
Una volta fritti gli avversari (che prima vi erano amici, non dimenticatelo), deponeteli su un piatto da portata abbastanza capiente. Se provate un certo grado di commozione, depositate su ogni corpicino moribondo una foglia di prezzemolo. La guarnizione, si sa, è, in fondo, un atto di compassione.

Adesso.
Armatevi di gola e uccidete definitivamente i tondeggiandi o ovaleggianti piccoli nemici. Azzannarli, a questo punto, vi darà gran soddisfazione.

Ispirazione bibliografica: Rayess, G. N. (1991) Rayess’ Art of Lebanese Cooking. Beirut: Librarie du Liban.

Ispirazione filmografica: E morì con un felafel in mano (He Died with a Felafel in His Hand), di Richard Lowenstein , 2001.

2010/10/07
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#memoria E Ricordi

Oggi è la Giornata della Memoria. In occasioni così importanti e cariche di identità e significato preferisco tacere.
Il silenzio, per me, è una lingua di pensieri zitti.
Non mi piace la retorica degli italiani, fiume di inutili emozioni pubbliche condivise perché bisogna far vedere di parlarne sempre e comunque.
Ma, oggi, ho letto il post di Tommaso Giuntella “#memoria” e sono rimasto incantato. Tommaso è una delle più belle persone, che ho conosciuto ultimamente, una di quelle che la vita ti butta là e a cui ti affezioni perché sembra essere così fuori contesto dalla superficialità e dalla mancanza di spiritualità della società contemporanea.
Sono rimasto incantato immaginando quel cassetto, in cui “un pezzo di fil spinato, le lettere e gli altri maledetti ricordi” fanno compagnia al silenzio, ai pensieri e alle immagini sfocate come in un attraversamento di un bosco, di un labirinto in cui ogni certezza viene meno, in cui è assoluta è la solitudine, e chiunque può smarrirsi come un bambino abbandonato ad erranze che lo fanno sfociare nelle fauci abissali dell’orco di quella memoria di dolore incancellabile che portiamo dentro di noi.
Mi è venuta in mente quella che fu la mia tesi di laurea.
In questi anni mi sono passate più di un centinaio di tesi di laurea per le mani, eppure non mi è mai venuta in mente la mia.
Oggi si. Ricordo, ancora, quando la discussi, l’incapacità da parte della commissione di capirne il senso e i suoi confini.
“Stati modificati del corpo e della coscienza nella reclusione: forme di comunicazione e resistenza vitale” era il suo titolo.
La reclusione – che fosse in un campo di reclusione, in un carcere, in un cpt o in qualunque istituzione totale – sottopone il corpo ad una radicale amputazione relazionale, alla torsione irreversibile di ogni senso e di ogni linguaggio.
Mi sono chiesto come facciano nonostante ciò i reclusi a tenersi in vita, come fanno a vivere giorno dopo giorno.
Una lettera, il fervore della scrittura, i sogni della notte e quello ad occhi aperti, un interesse in cui perdersi e ritrovarsi.
O, ancora, un odore, un sapore, una carezza che richiamino la memoria di piacevoli compagnie.
Il recluso cavalca gli ampi territori degli stati modificati,mentre è lì dove i reclusori lo hanno chiuso; è altrove, dove il cuore lo porta. È lì dove il nonno di Tommi, con maniacale cura, sfruttava al massimo le poche severissime righe delle cartoline che scriveva per dirsi, prima di dire, al mondo e al nazifascismo che era vivo.
Una volta un uomo mi ha detto, su un binario di una ferrovia che lo riportava come ogni sera a ripercorrere a ritroso le cancellate di Rebibbia, che “la libertà è la cosa più importante, e che non bisogna mai dimenticarlo”.
Per quell’uomo che aveva creduto nell’uguaglianza tra gli uomini, nella dottrina più romantica dell’Ottocento, fu l’attraversamento del bosco di Bistorto, cammino interiore, torsione di identità, sensi e percezioni riguardanti il mondo e la vita.
Grazie a quell’uomo scrissi e discussi la mia tesi di laurea, in un anno in cui mi sentivo, in una guerra, poi persa, per la libertà della Rete, schiacciato dall’istituzione del sistema.
Grazie a quella tesi capii quanto fosse importante gridare al mondo nel silenzio che si è vivi, nonostante il mondo ti sta soffocando.
Grazie a Tommi e a suo nonno, oggi, mi è tornato in mente.

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Era Mio Padre

Seppur la vita gli aveva mostrato il contrario, per mio padre non potevano esistere persone che credono di barattare intere via crucis con una semplice stretta di mano e che si approfittano della confusione generale per posare un colpo di spugna su milioni di frasi di dolore o di speranza.
Perché gli altri, per mio padre, erano più importanti di noi stessi.
Per questo mio padre fu socialista lombardiano e lo fu ancor di più quando questa parola fu messa al bando.
Non serbava rancore, anche, quando Eboli, eccitata dall’idea di una rivalsa ipocrita nelle elezioni del ’93, dimostrò di non rispettare un uomo che aveva, con la sua vita austera e altruista, costruito un esempio per chi faceva politica.
Ma mio padre seppe amare senza riserve e senza pentimento, seppe perdonare.
Perché prima o poi, era convinto, che ognuno avrebbe capito.
Ma le miserie del medioevo a cui Eboli è stata condannata hanno scandito un altro tempo, aspettando ai piedi di una primavera che mai più sarebbe arrivata.
Mio padre credeva nei giovani, credeva nel loro impegno e ne è stato per molti mentore e consigliere senza risparmio.
Nel cuor suo fatto di battaglie per principi, che in questa società, sono tristemente romantici e desueti, sapeva che in fondo solo la memoria storica e la consapevolezza ci potevano restituire libertà.
Orgoglioso di mia madre, casalinga, libero da alcun ricatto morale e intellettuale, si è dedicato alla famiglia e a noi figli, agli altri e alle sue passioni, come la caccia e i suoi amici cacciatori.
Era la sua visione della politica, ma soprattutto della vita.
Perché una persona, per mio padre, doveva scegliere liberamente come vivere.
Perché senza libertà non ci può essere dignità, unico vestito che vale la pena indossare.
Come la lealtà, anche quando l’abbiamo da pagare ai nostri detrattori.
Mi diceva, invece, con una lacrima invisibile che scavava il suo stanco volto, che mai mi avrebbe proposto di scambiare un giro di parte nella mia esistenza con un ruolo importante in una gabbia.
Solo anni dopo capii che quelle parole erano un orgoglio di primavera nel pieno autunno della vita.
Nella natura così complessa, anche nelle forme più apparentemente disordinate, trovava strategie di semplicità per comprenderne la maggioranza degli aspetti.
E della comprensione dei fatti e delle cose della natura sapeva nutrire le sue giornate.
Non era nato ricco, né aveva intenzione di esserlo.
Gli bastava poter comprare libri.
Era la sua incessante preghiera che mormorava alla vita accoglienza.

teorie

Il Web 2.0 È Morto. Teorie Critiche Sul Web 2.0.

Non sono molte le teorie critiche sul web 2.0, onestamente la cosa non mi ha mai sorpreso.

La polarizzazione dei quadri teorici tra apocalittici ed integrati non aiuta di certo lo studio e  l’attenzione verso un argomento, il web 2.0, in permanente stato di riflusso.
Dando una occhiata all’attuale quadro sulle analisi critiche del Web 2.0, ritroviamo:

Andrew Keen[1], nel saggio The Cult of the Amateur (2007), uno dei primi lavori critici del sistema di pensiero legato al web 2.0. Keen si chiede “Cosa succede quando l’ignoranza si sposa con l’egoismo, il cattivo gusto e le masse incontrollabili? È la scimmia che prende il sopravvento. Quando sono tutti lì a trasmettere , non rimane nessuno ad ascoltare”. In questo scenario da  “Darwinismo digitale” sopravvivono soltanto le voci più forti e possenti (gli influencers). Il web 2.0 decima le truppe dei nostri custodi culturali.

Nicolas Carr[2], nel saggio The Big Switch (2008), analizza l’ascesa del cloud computing. Questa infrastruttura centralizzata indica la fine del PC autonomo come nodo all’interno di una rete distribuita. Inoltre, Carr segnala una “svolta neurologica” nell’analisi del Web 2.0. Muovendo dall’osservazione che l’intenzione di Google è stata sempre quella di trasformare le sue operazioni in intelligenza artificiale, cioè in un cervello artificiale più intelligente del cervello umano, Carr concentra l’attenzione sul futuro delle nostre capacità cognitive: “Il medium non è soltanto il messaggio, bensì anche la mente. Dà forma a quel che vediamo, noi diventiamo i neuroni del Web. Più link clicchiamo, più pagine visitiamo e transazioni facciamo, e più il Web diventa intelligente, raggiunge valore economico e crea profitto>>. Carr, nel 2008, su Atlantic scriverà il suo famoso saggio <<Google ci rende stupidi? Qual è l’effetto di internet sul cervello?”, sostenendo che in fin dei conti è il continuo passare dalle finestre ai siti e il frenetico ricorso ai motori di ricerca a renderci stupidi, ovvero la perdita della lettura profonda (anche della realtà?).

Carlo Formenti[3], in Cybersoviet (2008), propone le seguenti tesi: 1. che la <<democrazia dei consumi>> promossa dal Web 2.0 – e che ha determinato una rapida e popolare popolarizzazione dei contenuti – non corrisponde affatto ad una estensione della democrazia politica; 2. che anche sul piano puramente economico il fenomeno andrebbe più correttamente interpretato come la messa al lavoro (perlopiù gratuito) dell’intelligenza collettiva da parte delle Internet Company che controllano il mercato;  3. La ripresa del controllo da parte dei governi, imprese e agenzie transnazionali sulle relazioni sociali mediate dal computer sia quasi totale, in barba alla fandonie sull’architettura “intrinsecamente anarchica” di Internet;  4. Le celebrazioni sulla “fine del politico” tendono a legittimare, sia pure inconsapevolmente, i processi di distruzione della sfera pubblica e il suo integrale riassorbimento nella sfera privata, contribuendo a spacciare il chiacchiericcio “intimista” che dilaga nei reality show televisivi ai social network di Internet per l’autogoverno delle moltitudini. Formenti presenta tre mitologie della rete: Mitologia I: la rete non può essere controllata. Mitologia II: la trasparenza è sempre buona. Mitologia III: lo sciame è sempre intelligente.
In “Felici e sfruttati” (2011) Formenti sostiene che ciò che sta dietro all’illusione di democrazia e libertà economica, creata dal web 2.0, fa sì che milioni di persone siano felici e sfruttate, oltre ad essere pervasi dall’illusione di assunzione di libertà nei confronti dei meccanismi del potere.

Manuel Castells[4], in Communication Power (2009), sostiene che “la rete è il messaggio. […]La realizzazione del cambiamento sociale in rete procede riprogrammando le reti di comunicazione che costruiscono l’ambiente simbolico per la manipolazione delle informazioni nelle nostre menti, determinando le ultime pratiche individuali e collettive. Creare nuovi contenuti e nuove forme delle reti che connettono le menti e il loro ambiente comunicazionale equivale a ristrutturare l’impianto delle nostre menti”.  Castells è il teorico della autocomunicazione di massa, ovvero della forma di comunicazione emersa con lo sviluppo del Web 2.0 tesa a costruire sistemi personali di comunicazione di massa, tramite SMS, blog, vlog, podcast, wiki e la conversazione sui social network. Castells, infine, sostiene però <<una quota di questa forma di autocomunicazione di massa è più vicina all’autismo elettronico che a una vera e propria comunicazione>>.

Franck Schirrmacher[5], nel saggio Payback (2009), prende in esame l’impatto di internet sul cervello. Schirrmacher cerca le prove di un cervello umano deteriorato che non riesce a tenere il passo con l’Iphone, Twitter e Facebook, in aggiunta al flusso d’informazione già sfornato da televisione, radio e stampa. In uno stato di allerta continua, ci pieghiamo alla logica di disponibilità e velocità ininterrotte. Schirrmacher parla di un <<io esausto>> e si chiede <<Internet finirà forse per sopraffare i nostri sensi e imporci una propria visione del mondo? Oppure avremo la volontà e la capacità necessarie per padroneggiare questi strumenti>>.

Jaron Lanier[6], in You Are Not a Gadget (2010), si chiede <<Cosa succede quando smettiamo di dar forma alla tecnologia e invece quest’ultima a plasmarci?>>. Al pari di Andrew Keeen, la difesa dell’individuo sostenuta da Lanier rimanda all’effetto riduttivo della <<saggezza della folla>>, laddove le voci dei singoli vengono soppresse a favore delle norme imposte dalla massa, come avviene su Wikipedia e siti analoghi. Lanier sostiene che la democratizzazione degli strumenti digitali non ci ha regalato nessun <<super-Gershwin>>; al contrario Laner rimarca l’esaurimento dei modelli, fenomeno in cui la cultura non riesce più a produrre varianti dei modelli tradizionali e diventa meno creativa in generale.

Sherry Turkle[7], in Alone Together (2011), sostiene che le tecnologie digitali e la robotica abbiano falsificato le nostre relazioni sociali, offrendo una replica svuotata di senso, una simulazione deprivata dei valori essenziali che le caratterizzano. Per tanto, un termine come “amico” nell’era Facebook ha del tutto perso il senso originale, finendo per legittimare la strumentalizzazione dell’altro. La tecnologia rappresenta una possibile soluzione a situazioni percepite come problematiche, per esempio, la solitudine, la mercificazione dei rapporti umani nelle società tardo-capitalistiche, la trivializzazione delle relazioni sociali operata dai mass media e la crescente alienazione nei confronti del cosiddetto “Reale”, ivi inteso come un insieme di esperienze non-mediate, o non-mediabili o im-mediate. Ironicamente, la soluzione tecnologica finisce per diventare parte del problema, creando nuove forme di solitudine. Per Turkle, i computer sono dispositivi tecno-sociali che riconfigurano nozioni quali identità, soggetto, consapevolezza”.

Evgene Morozov[8], in Net Delusion (2011),  pone l’attenzione sugli spazi di intrattenimento online che spostano l’attenzione dei giovani dalla partecipazione civica. Morozov, sostiene che anziché strumenti di conoscenza, autocoscienza e di liberazione, i contenuti stessi di internet stanno diventando una forma di intrattenimento infinito e a buon mercato per le masse, una forma di divertimento che consente di anestetizzare le coscienze della maggior parte dei popoli, anche di quelli soggetti all’oppressione politica più feroce. 
Invece di  uniformare in modo globale, come si paventava, consumi e stili di vita, la diffusione di internet sembra aver dato voce, paradossalmente, ai pregiudizi, ai localismi e ai nazionalismi più deteriori. 
I gruppi terroristi, le bande criminali e  le associazioni politiche più estremiste, infatti, possono trovare in internet un potente strumento di comunicazione e di organizzazione, minando, invece di consolidare, le basi della democrazia.
 Abbandonando ogni facile ottimismo panglossiano, Morozov sostiene che internet è una tecnologia a basso costo, dagli esiti ancora imprevedibili e vagamente inquietanti.

Geert Lovink[9], in Network Without a Cause (2011), si allontana dalle analisi critiche impostate sulla mappatura degli impatti mentali e riflette, invece, sull’influenza della Rete sulla nostra vita. Lovink sostiene che << Internet è un terreno fertile per opinioni polarizzate e utenti tendenti all’estremo. Se questo spazio virtuale è un’oasi di libertà, come ne sostiene la reputazione, vediamo allora come poter fare quel che ci pare. Quest’attitudine distrugge il dialogo, che in ogni caso ci riporterebbe all’utopia della comunicazione di Habermas. L’internet pubblica si è trasformata in un campo di battaglia, spiegando così il successo di <<giardini recintati>> come Facebook e Twitter, in cui il web 2.0 offre strumenti per filtrare sia i contenuti si altri utenti. Infine, Lovink sostiene che i social network non riguardano tanto l’affermazione di qualcosa come se fosse una verità, quanto piuttosto la creazione della verità tramite una serie infinita di click>>.

Siva Vaidhyanathan[10], in Googlization of Everything: And Why we Should Worry (2012), tratta il tema della “googlization”, cioè, lo sviluppo di dipendenza degli utenti di Internet da Google, il motore di ricerca e il fornitore di servizi più importante sulla rete. L’”organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili” ha portato Google a generare tecnologie di macroinfluenza sui propri utenti. Google definisce la propria agenda di senso attraverso l’indexing di quali sono le informazioni più rilevanti per gli utenti, modificando le loro percezioni riguardo al valore e significato dei contenuti. Vaidhyanathan sostiene la necessità di un nuovo ecosistema informativo, da lui denominato Human Knowledge Project, che sarebbe un mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

Questo è un primo tentativo di ricostruzione delle teorie critiche di internet.
Sarebbe interessante fare, con i lettori di Ottavopiano.it, una ricostruzione più piena e complessa delle attuali teorie critiche, che mettono in discussione l’ideologia della rete vista come strumento di democrazia, libertà e partecipazione.
In un’epoca di glorificazione di internet, di internet-centrismo, alla rete vengono attribuite tutte le virtù e sul Web vengono riposte tutte le speranze di liberazione, di trasformazione e di progresso del globo.
Noi di Ottavopiano.it abbiamo sempre dubitato di questa ideologia e della devozione che la blogosfera italiana ha sempre manifestato.
Costruire una raccolta delle teorie critiche è il primo passo verso una consapevolezza mediatica che speriamo ci possa portare verso un nuovo ecosistema di informazione, mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

 


Note
[1]  Scrittore e imprenditore anglo-americano. Libri pubblicati in Italia:
Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia (2009)
[3] Giornalista, scrittore, docente universitario. Libri pubblicati in Italia:
[5] Giornalista tedesco. Libri pubblicati in Italia:
La libertà ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale (2010)
[6] Informatico, compositore e saggista statunitense. Libri pubblicati in Italia:
Tu non sei un gadget (2010)
[8] Blogger, scrittore e ricercatore universitario bielorusso. Libri pubblicati in Italia:
Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo (2012)
L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (2011)
[9] Docente, saggista e teorico delle culture di rete olandese. Libri pubblicati in Italia:
Ossessioni collettive. Critica dei social media  (2012)
Internet non è il paradiso (2004)
Zero comments. Teoria critica di internet (2004)
Dark fiber (2002)
[10] Scrittore e docente universitario. Libri pubblicati in Italia.
La grande G. Come Google domina il mondo e perché dovremmo preoccuparci (2012)