Progetto Grafico 20. Nuove Strade Per Le Riviste, Sette Domande A Eugenio Iorio.


Nuove strade per le riviste, sette domande a Eugenio Iorio.

Le riviste stanno vivendo un processo di traformazione in cui le dinamiche partecipative dei media digitali si intrecciano a nuove forme di comunicazione scientifica e di pratiche della ricerca.
Progetto Grafico ha così scelto di intervistare ricercatori, esperti provenienti da campi molto diversi, dall’editoria allo studio della comunicazione in chiave semiotica e sociologica, fino alle scienze sperimentali.
Questo perché Progetto Grafico è convinto di due cose:
1) l’impostazione grafica degli articoli e delle riviste e la forma di visualizzazione delle informazioni sono rilevanti nella costruzione del dibattito e del discorso scientifico;
2) le innovazioni per la grafica stanno venendo non solo da chi riflette sulla comunicazione visiva ma anche da chi si confronta con le sfide della ricerca e dell’informazione.

1) Tra journal e magazine. In quale modo in una rivista può interagire la componente scientifica e specialistica (magari con peer review) con la dimensione culturale rivolta ad un pubblico più ampio?

Se l’editoria fa il suo ingresso nel suo decennio più drammatico, il giornalismo di settore potrebbe invece uscire da questo passaggio storico paradossalmente rafforzato.
Oggi l’informazione, quella che non è infotainment o volgare gossip, ci costringe, per nostra fortuna, all’eccellenza, rimette al centro la notizia, permette di contrapporre/confrontare il valore del locale – dove l’esperienza è più vicina a chi la racconta e la vive – e il globale – dove il confronto tra esperenziale diffuso e soggettività è molto più di contenuto.
Se Internet, da un lato, ci ha mostrato che le persone non hanno più bisogno a tutti i costi di mediatori (nel nostro caso le riviste), mettendo in discussione a volte l’autorevolezza dell’informazione, dall’altro sempre più cresce la necessità di un qualcosa che possieda strumenti tecnici e culturali per fare sintesi, per gettare ponti tra le specializzazioni, per comporre visioni.
La rete riorganizza l’opinione pubblica.
L’influenza in rete è diversa da quella della società reale.
Gli influencer attivano network di persone così da creare awareness, loyalty, partecipazione o da originare conversazioni attorno a prodotti, marche e iniziative.
É qui che il parere fatto dagli influencer (i nuovi opinion leader della rete) ha peso, il peer review per verificarne l’eventuale idoneità alla pubblicazione di un articolo, di un saggio o di un libro è la soglia della trasformazione dal giudizio del singolo esperto al giudizio della community di settore esperta e meno esperta ma interessata all’argomento.

2) Come penserebbe una rivista digitale immaginando che non siano mai esistite riviste cartacee?

Mi risulta difficile rispondere.
Probabilmente sarebbe semplicemente una applicazione: un software che mette insieme testo, audio, video, e chissà cos’altro, compresa la struttura fondamentale che organizza le informazioni appoggiando l’interpretazione. Capace di vedere e ascoltare le immagini, i video, gli oggetti 3D, i suoni e le esperienze interattive in una logica converasazionale autore/lettore e non solo.
Mi risulta difficile perchè senza esperienza non c’è progetto.

3) Ci sarà la possibilità di integrare testo e immagine, come sembra prefigurare l’introduzione massiccia di infografica, superando la dicotomia tra testo alfabetico serio e immagine evocativa?

Lo scrittore austriaco Ivan Illich diceva che «La lettura libresca”classica” degli ultimi 450 anni non è che uno dei parecchi modi di usare l’alfabeto».
Nella babele dei codici, sovvertire il codice non avrebbe più senso.
Si tratta di sovvertire il contesto nel quale avviene la guerra di memi nella semiosfera.
Il punto è che oggi bisogna riscrivere la lettura.
Questo comporta la costruzioni di connessioni sapienti tra media tattici per rielaborare il contesto dove avvengono i processi di significato delle conversazioni.
L’infografica, ha in sè una sapienza connettiva, riscrive la lettura, ma è solo il primo passo. Presto dall’esperienza trasversale ai diversi contesti d’uso si passerà ad una infografica con interazione conversazionale.
Oggi il design presenta sfide e opportunità narrative tese verso il processing – elaborazione dei dati prodotti dalla “conversazione” software/utente – e la progettazione generativa, fondata sul concetto di DNA, il codice genetico portatore di tutte le informazioni di una specie. Ed è proprio ispirandosi al concetto di DNA che sarebbe possibile sintetizzare le caratteristiche di un oggetto in una sorta di codice genetico, per ripartire dallo stesso e “generare” tanti oggetti diversi tra di loro, sebbene appartenenti ad una stessa “specie”.

4) Gli spazi e i tempi del dibattito culturale sono cambiati, basti pensare ai social network, da Facebook a Twitter, e a tutta la rete dei blog. Presto e bene ora stanno insieme?

Nell’abitare il tempo dell’istantaneo, il presto e il bene trovano ancora difficoltà a vivere insieme. Nella trasmutazione morfologica delle forme mediologiche tra utente e interfaccia, e nel suo utilizzo per genere contenuti, il presto regna.
Ogni lato conversazionale del nostro io, immesso in una moltitudine di solitudine generate dalla debolezza delle relazioni della rete, è drogato dal presto.
Il bene è la forma dell’atto creativo – riferibile al contenuto più che alla forma intrinseca dell’io. Ma come dicevo prima, c’è sempre più bisogno di sintesi tra conoscenza, saperi e soggettività per comporre visioni.

5) Può fare un esempio di rivista che ha cambiato il concetto stesso di rivista?

Mi viene in mente un esempio: “La vita Nòva” – il nuovo magazine digitale del Sole 24Ore per Ipad – che abilita una nuova forma di lettura mediologicamente tattica performata per tablet. “La vita Nòva” è la dimostrazione che probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
Che il passaparola ha un enorme importanza nella diffusione delle notizie sulle novità editoriali nei media digitali, giorno per giorno.
Che il linguaggio con il quale si propone l’informazione va radicalmente riformato, integrando grafici interattivi, video, nuove forme della scrittura.

6) A chi serve una rivista di grafica?

Probabilmente oggi una rivista di grafica non può servire solo a studiare la grammatica visiva della vita e ricercare le sue rappresentazioni in finalità di progetto. Oggi una rivista di grafica ha il dovere di indagare la forma del futuro.

7) Definisca “rivista” come un’enciclopedia degli anni Settanta, definisca “rivista” come un’enciclopedia del 2010.

Anni 1970. Rivista ( underground) La rivista è : il bisogno di liberazione attraverso la conoscenza e il sapere dalle istituzioni totali, di rivendicazioni dei propri diritti da una società misogena, patriarcale, maschilista e bigotta. Artefatto cartaceo da usare come manganello. Enciclopedia di amore e odio tatuati tra le nocche di una mano.
Anni 2010. Rivista (digitale) La rivista è: una estensione del corpo cybernitico. Esperenzialità conseguenza naturale dell’integrazione del corpo e del sapere trattenuta e veicolata dalla tecnologia. Proiezione digitale da usare come chip neurale. Enciclopedia neurale di sensi trasmutati.

Intervista pubblicata su Progetto grafico
Anno 9 – n. 20 Giugno 2011
Periodico dell’Aiap Associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva
Sono stati intervistati in merito anche: Francesca Comunello, Giovanni De Mauro, Martha Fabbri, Peppe Liberti, Anna Maria lorusso, Giorgio Napolitani.

Pensieri Zitti #8

Quando scompariranno queste nuvole scure?
Senza briciole di sogni e senza orgoglio per vivere
non puoi dire che siamo soddisfatti
dove andremo oggi senza pensare al domani?
C’è qualcuno che dice che è un bel giorno
e per qualcuno il cielo è a portata di mano,
ma per noi tutto è come i giorni già trascorsi
siamo in strada e non abbiamo nessuna meta.
Nel fango e non sappiamo come uscirne
portami in un altro luogo
lunghe notti insonni
infinite lotte
il mio cuore è stanco
mi sento finito
perché quello di cui ho bisogno
è che tu creda in me.

Le Chiamano “locuste”. I Nemici Di Zion.

ZION. I anno della Resistenza.

Le chiamano “Locuste”.
Sono i nuovi padroni del mondo. I signori dei mercati finanziari.
Creano panico attraverso ingenti movimenti di denaro.
Acquistano al ribasso ed escono dalle posizioni prima ancora che gli altri abbiano capito cosa stia succedendo.
Provocano con pochi miliardi di scambi cali da centinaia.
Si inseriscono nelle crisi economiche e politiche.
Colpiscono i Paesi più deboli.
Sono i gestori degli hedge fund, annusano l’aria, danno il via alle danze iniziando a liberarsi dei titoli da svalutare, ad es. come quelli italiani, e scaricano sul mercato titoli delle società quotate più direttamente interessate dall’effetto “bund” (le banche), determinando ingenti cali.
Determinano perdite e guadagni dei titoli di borsa dove, in fasi incerte come la crisi che stiamo vivendo, c’è chi dilapida ingenti patrimoni in poche ore e chi si arricchisce a dismisura, chi specula scommettendo sul default di intere nazioni e chi, come i piccoli risparmiatori,  rimane fermo in attesa che la tempesta passi sperando di recuperare le perdite accumulate nelle settimane di alte maree.
Con poche mosse (e pochi soldi) possono far sprofondare nel barato aziende fino a poche settimane prima in salute.
Alimentano il “panic selling””, il processo che porta gli azionisti a vendere a reffica i titoli quando il prezzo di questi inizia a virare verso il basso (e soprattutto quando a guidare il ribasso sono le vendite degli investitori istituzionali).
Hanno in scacco le Banche mondiali.
Hanno in scacco i Governi mondiali.
Hanno in scacco le nostre vite.
Il mondo così come lo conosciamo ora appartiene a loro.

Manifesto Per La Fondazione Della Città Di Zion

Il tempo delle scelte è arrivato.
Prima che cancellino definitivamente la nostra capacità di guardare il mondo con i nostri occhi, Zion va fondata.
L’Impero degli Stati nazionali è crollato.
L’Occidente è crollato.
I governi nazionali sono solo marionette incapaci.
Nuovi padroni ormai regnano.
Le Banche sono i nuovi padroni delle nostre vite.
Disinformazione, corruzione, crisi economiche e finanziarie, disoccupazione, povertà sono gli strumenti del potere del Nuovo Impero.
Hanno per questo compiuto il loro primo obiettivo: hanno fatto della conoscenza uno strumento di potere e della comunicazione l’intersezione tra il potere e la vita.
Il confine tra finzione e realtà è oggi molto debole.
Le tecnologie delle credenze collettive hanno trasformato la vita umana in un simulacro di immagini in cui l’inganno dei nostri neuroni ha costruito la gabbia di una realtà imposta.
La rete, posto sotto controllo, ha proiettato ologrammi mitologici: libertà, partecipazione, condivisione di sapere generando la grande illusione di poter ancora disporre del proprio comportamento.
Le nostre reti sociali sono sotto controllo dalla nuova polizia del nuovo Impero.
Come animali in  gabbia con l’illusione di poter scegliere, riusciranno anche a prevedere e anticipare i nostri comportamenti.
Espropriati del sapere, condannati all’ossessione dell’uso delle cose tecnologicamente più avanzate senza conoscere il perché e il loro funzionamento, travolti dai trend imposti di comportamenti e stili di vita del consumismo, le mura della città di Erech sono diventate alte e impossibile sarà più distruggerle.
Soltanto dentro o fuori. Nella città dei ricchi o nella periferia dei poveri.
I nuovi padroni del mondo stanno assorbendo tutte le energie, tutti gli interstizi della vita umana.
Un unico credo sarà pronuniato: produci, consuma, credi.
E di Erech (UruK)[1], macchina di eterna infelicità, saremo schiavi per sempre.
Non ci resterà di scappare dentro Zion, la città degli uomini liberi, la città della resistenza.
E Zion esisterà solo se nascerà ora.
Solo se sarà un “essere di linguaggio”, unica possibilità di affrancarci dai limiti dello spazio fisico per inoltrarci nell’esplorazione di uno spazio che è creazione simbolica, di ricerca di senso e significato della copresenza di reale e virtuale.
Vale a dire distruggere tutti quei prolungamenti nell’immaginario costitutivo dell’emancipazione sociale che spesso e volentieri si sono rivelati non solo ostacoli alla costruzione dell’altro, ma peggio speculari e restauratori di una medesima modalità di formazione e funzionamento delle cose (mentalità, stili di esistenza individuali e collettivi, modi di produzione, giustizia redistributiva, istituzioni politiche, e via continuando), in un determinato spazio-tempo storico, «elemento costitutivo del rapporto uomo-società».
Ricominciare altrimenti e altrove significa fondare un luogo in cui si è titolari di una ricerca di felicità e di libertà pubbliche realizzativa del «valore di sé»  e quindi molteplice e incodificabile in norme contraddittorie, aporetiche, produttive di paradossali dilemmi.
Significa fondare un luogo di reciprocità degli scambi senza unità trascendente di coordinamento.
Significa, infine, sottrarsi ai bombardamenti indotti da un sistema eretto sulla rappresentazione simulata di valori incarnati in pratiche ingiuste, violente, fredde e anonime.
«Per costruire il mondo bisogna mettersi fuori dal mondo ( … ), bisogna autoidentificarsi» senza farsi ingrigliare in identità eterodiertte e cristallizzate.[2]
Per questo Zion può nascere solo come “essere di linguaggio” riscoprendo l’umana umanità nel mutuo e reciproco aiuto in uno spazio di virtualità e di resistenza all’esistente in cui la collettivizzazione del sapere e della conoscenza è l’unica ricerca per la libertà, in cui l’immaginario collettivo torna ad essere sognato insieme.

“Cerco nel globo accecante il nucleo nascosto che racchiuda il senso.
Cerco l’antidoto al male, il sonno, la chiave per sfuggire al corpo adesso.
Cerco nell’orgia di corpi ammucchiati un sussulto che già non ricordo.
Cerco nell’aria pesante, nel vento sferzante, nel sangue una traccia di vita.
Cerco nel nuovo deserto chi ha vinto e chi ha perso nel nuovo deserto.
Solo un silenzio inumano, assordante mi riempie di niente la mente.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue nel cielo.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue il mio cielo.
Questa la vostra vittoria, la boria, la gloria, padroni del nulla.
Questo il dominio anelato, lo scontro cercato, negli anni voluto e adesso.
Muore su sabbie d’argento ossidato un presente già scritto da tempo.
Muore su sabbie d’argento ossidato un fu
turo trafitto nel tempo.
Non c’è più tempo.
Continuo a cercare un senso da dare.
Non c’è più tempo.
Confusi nel vuoto, dispersi nel fuoco.

[1] Leggi Camminando nella città di Erech
[2] Leggi Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.
[3] Toesca Pietro M., Manuale per fondare una città, 1994, Editore Eleuthera
[4] Narcolexia, Postatomica

Pensieri Zitti #7

Pensieri zitti nel silenzio fanno rumore. Frammenti di ricordi e sinestesie modificate.

Nel silenzio
con un lapis invisibile
scrivo pensieri
nella mia mente
con l’angoscia
di chi non può capire
cosa la vita
significa
ascolto i battiti del cuore
come rintocchi
che pesano i secondi
vorrei liberare
le mie ossessioni
fermare il dolore
vorrei che tutto
tornasse indietro
e chiederti scusa davvero
per non continuarmi a comportare male
per poi non farlo più…

Della Crisi, Dei Giovani E Dei Social Media.

Tutti i governi occidentali hanno definitivamente rotto il “patto fra generazioni”, quel patto che negli anni è servito non solo a garantire a tutti un futuro – ovvero istruzione/formazione, creazione di posti di lavoro e costruzione di appartamenti/case a buon mercato -, ma soprattutto ha costituito il potere di immaginarlo e la capacità di narrarlo.[1]
Dopo che i governi occidentali – come ultimo atto del loro fallimento – hanno precluso ai giovani questi tre diritti fondamentali, possiamo solo aspettarci un nuovo medioevo per il controllo dei sogni dei nostri giovani, ormai confinati sempre più in un anarco-individualismo da “infelici e sfruttati”, attraverso una nuova strategia e tecnologia del controllo sociale: “una economia della felicità”.
Perché ai giovani, alla gente interessa soprattutto essere felice, anche se poi ognuno intende esserlo a suo modo, lontano, però, da una felicità collettiva.
Ed è proprio per questo che il crollo dei titoli in borsa non è nulla in confronto al declino della coesione sociale, a cui nessuno – politica e media in primis – presta attenzione.
A chi, anche dopo un duro percorso di studio in aule sovraffollate, non intravede più opportunità per sé e per i propri sogni, a un certo punto Facebook o Twitter non bastano più come valvola di sfogo.
Allora, come in Inghilterra, basterà un episodio tragico, ma in fondo banale, a far esplodere la frustrazione repressa in seguito al salvataggio della finanza.
Così, spinte da motivazioni peraltro giuste, le persone devastano e saccheggiano in un desiderio di avidità e di accumulazione personale di risorse. E trasformano in inutile e dannosa la propria rivolta di individui.
Nel suo piccolo, questa reazione sembra l’esatta riproduzione del modello proposto alla popolazione dai piani alti della società: arraffa quel che puoi e scappa.
Quelli che stiamo osservando sono in realtà i banchieri della strada, come li chiama Karl Fluch. [2]
Questa degenerazione potrà essere arrestata solo dalla politica, non con la polizia e le frasi fatte, ma con atti concreti e senza ulteriore indugio.
Perché i giovani di oggi si stanno scontrando con una realtà che non può o non intende più soddisfare le loro richieste, nonostante siano teoricamente garantite da diritti fondamentali.
E le proprie richieste purtroppo sono immolate all’unico dio che questi giovani conoscono: il consumismo.
Sembra di vivere un romanzo di Ballard, in questi giorni.
Individui in rivolta nell’appagazione del dio consumismo, governi che l’unica cosa che sanno proporre è bloccare Facebook, Twitter e i sistemi di messaggistica istantanea.
Con la benedizione di qualche blogger, anche in Italia. [3]
Perché i media non riescono a percepire il profondo declino della coesione sociale, la mutazione che il consumismo e, in particolare, l’utilizzo tecnologico, la comunicazione mobile, l’utilizzo di internet, ha favorito una identità collettiva – collante di individualità anarco-individualiste – dagli stili di consumo e vita delle fasce giovanili.
La società si costruisce diversamente. Nel sapore quasi metallico di device e onde radio, quella autonomia spacciata per libertà ha mutato lo stesso concetto di felicità.
La felicità nata dai petali dei fiori nei “non luoghi”. [4]
I pc e internet sono i simboli della società “comunicativa”.
Costituiscono, stando alla portata di tutti, un immenso serbatoio virtuale di tutto il sapere del mondo e si presentano, oggi, come la chiave virtuale di tutte le relazioni immaginabili.
Tutto sta nell’aggettivo “virtuale”: ideale per trovare subito l’informazione o il dettaglio dimenticato.
Ma Internet non è di per se uno strumento pedagogico, insegna molto a chi sa già.
La molteplicità delle informazioni impone a ciascuno, dietro l’apparenza della libera scelta, la dittatura del consumo e l’illusione della diversità.
Internet è uno specchio della nostra società divisa tra due vertigini opposte: la dittatura del senso (quando ciascuno ha il suo posto/ruolo, ma non il diritto ad averne un altro) e la libertà vuota (quando ciascuno ha scelta, ma non sa tra cosa).
Quanto alle relazioni sociali che permette di stabilire sono di due tipi: quelle che diventano reali nel mondo naturale reale e quelle che vivono di un nuovo sé nel mondo artificiale reale, ovvero non solo avatar virtuali, perché, una volta catapultati nel reale possono trovare la rottura dei codici di senso ed essere capaci di tutto.
Perché quell’immagine del mondo costruita nella monade individualistica che prende corpo nel virtuale allevia le forme di isolamento e solitudine soltanto al prezzo di una maggiore dipendenza da quel simulacro di realtà.
Ma se si vuole davvero dialogare con chi ha il coraggio di dire in piazza quello che molti pensano in privato, allora bisogna isolare i pochi esagitati e prendere sul serio tutte le forme di ribellione dell’individuo occidentale.
Perché da questo può nascere un movimento costituente dell’immaginario capace di trasformare i metodi di rappresentanza e quelli decisionali.
Perché nel bel mezzo di una crisi strutturale che corrode l’esistenza quotidiana, la condizione necessaria per cambiare il modello è trasformare il modo in cui è elaborato e gestito.
Perché per cambiare va ripensata tutta la democrazia.
Perché non si tratta di rigenerare mercati, ma di rigenerare le fondamenta politiche e democratiche dell’occidente, facilitare i luoghi e i cambiamenti, il potere normativo deve essere più distribuito con nuove opportunità di accesso e di garanzia quando la politica è lenta, corrotta incapace e fuori dalla capacità di capire le trasformazioni in gioco.
Perché la vita degli uomini e delle donne non può appartenere alle Banche, nuovi padroni delle nostra nazioni. Perché non si può vivere con la paura di qualcosa che accadrà all’improvviso in peggio.
È una sfida radicale, per quanto si voglia intenderla non violenta, all’ordine sociale, e tutti hanno chiare le possibili conseguenze: dalle bastonate della polizia fino ai problemi sul mercato del lavoro.
Ma la paura si supera solo unendosi. In rete e nelle piazze.
Trasformando gli immaginari individuali in collettivi condividendo gli stessi desideri, non più dei singoli ma della collettività.
Perché il desiderio è un’altra società, anche se le istituzioni sono marce e la crisi non è una crisi, ma una truffa dei potenti.
Perché la lotta per decidere come decidere, è già vita, nella gioia di sentirsi liberi.
Per questo i politici non riescono a capire quello che sta accadendo.
I partiti si fanno le domande sbagliate: quale organizzazione? Quale programma? Quale strategia? Se non ci sono risposte prevedono, con la condiscendenza di chi ha rinunciato ai propri sogni, che la ribellione sparirà. Forse.
Ma non le sue idee, non le sue speranze, non i semi di una nuova politica.
Potrebbe essere un ultimo appello alla vita prima di precipitare nel vortice di distruzione che ci inghiottirà.

[1] Leggi anche Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.

[2] Karl Fluch è redattore della sezione musicale del quotidiano viennese Der Standard.

[3] Mi ha molto fatto pensare l’intervista de “Il Messaggero” di oggi (12.08.2011) a Luca Sofri, che sostiene che bloccare la rete è lecito in caso d’emergenza.
Non credo che la trasformazione tecnologica e mediologica, che ha rivoluzionato l’intero paradigma delle relazioni umane, si possa fermare. E non perché io creda alla mitologia della grande rete libera e democratica.
Ma perché i blogger italiani sono degni della superficialità della pop Italia a cui siamo condannati, in cui le persone che producono contenuti sono più importanti dei contenuti prodotti.
Sofri, d’altra parte, ha avuto, finalmente, il coraggio di dire internet e, in particolare, i social network non sono un servizio pubblico ma imprese private che offrono servizi ai privati.
E questo legittima le tesi di Ottavopiano.it contenute in “The cyberbrain warfare: la guerra degli influencer” e in “Intellettuali, giornalisti e blogger nell’Italia della PopPolitica“.
Internet è lo specchio dei processi di potere che ci sono nel mondo naturale reale. Per cui se le banche sono i veri padroni dei nostri governi, hanno il potere di decidere sulla vita degli uomini e delle donne. Così le imprese sono padrone di Internet, hanno il potere di decidere sulla vita dei propri utenti, modificandone la percezione del mondo, i processi di influenza e costruendo nuovi controlli sociali.
Siamo ritornati al mitologico scontro tra Gilgamesh, sovrano della città di Erech (o Uruk), e il selvatico Enkidu, simbolica metafora dell’incluso nella città degli uomini e dell’escluso da essa .
Un muro, un recinto di mura ancora più alto e invalicabile, che marca la differenza tra esclusi e inclusi, instaurando dispositivi relazionali fondati sulla dicotomia inclusione-esclusione, che non soltanto gerarchicamente rende inferiore gli esclusi agli inclusi, ma assai peggio li priva della loro qualità specifica rendendoli non-umani, inutili al sistema.
All’Alt! che esso decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena oppure in guerra.
Alle soglie del Terzo Millennio il Nuovo Impero , sistema finanziario globale delle Banche dell’unico esistente possibile, espropria tempi, energie e saperi, riduce continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto.

[4] “Non luoghi” è un termine coniato e utilizzato dall’antropologo Marc Augé nel 1991, quando scriveva il il libro a cui ha dato titolo nel 1992. Il luogo antropologico è uno spazio intensamente simbolizzato, abitato da individui che vi trovano dei punti di riferimento spaziali e temporali, individuali e collettivi. Uno spazio nel quale è possibile leggere, decifrare, le relazioni sociali e le forme di appartenenza comune.
Il termine “non luoghi”, al contrario, si applica in modo del tutto naturale agli spazi nei quali quella lettura immediata del sociale non è possibile agli spazi in transito che frequentano, senza incontrarsi, individui che hanno in comune, per lo più senza essere coscienti, soltanto una effimera consistenza.