Storia Di Un Dolce Taroccato: Le Onde Di Hokusai E L’ubiquità Del Tiramisù.

Dovete sapere che Nicolas de Gyvenchy abusò di antenne di aragoste per edificare strutture antisismiche nel Regno Unito. Avrete sicuramente intuito che Max Von der Taifer provò l’importanza dei processi mitocondriali cloridrati nelle relazioni extraconiugali. Sono certa che conoscete la ragione per cui il tiramisù mi ricorda la grande onda di Hokusai.

Amo sprofondare nel tiramisù.

Mi sveglio spesso con un appetito a dir poco lupigno che immancabilmente sparisce quando sorseggio il caffè. Penso: non vi è dubbio che la bevanda che mi sopprime l’appetito possa essere usata per fini migliori.

Pontifico assumendo un tono di ostentata superiorità, ma prima interrogo: perché il mascarpone si chiama esattamente “ma + scarpone”? È un quesito profondo che merita un’indagine vagamente approfondita. Guglo. Anzi, uichipedio: ovviamente né il ma né lo scarpone non c’entrano affatto. Che cretina!

Ritorno in me e considero l’ubiquità del tiramisù.

Il tiramisù è un dolce italiano che troviamo praticamente ovunque. Non vi è città – ebbene sì, il tiramisù sembra essere un dolce cosmopolita e, pertanto, prevalentemente urbano – che non mi abbia palesato la possibilità di consumare l’italico dolciume. Perché?

Comme d’habitude, cerco risposta, ma soprattutto ingenuamente voglio conferme, nella Rete. Guglo e uichipedio nuovamente. Scopro che quella del tiramisù, su uichipidia, è una voce che si fa sentire in almeno 34 lingue. Leggo ogni singola voce, sperando che almeno l’esperanto offra una spiegazione al dilemma quotidiano. La Rete, ovviamente, non può rispondermi. È necessario riflettere, al contempo. Allora intuisco e percepisco che il segreto del tiramisù sta nelle seguenti parole chiave: bontà, semplicità e versatilità. Ogni voce uichipediana declina e declama un’interpretazione di questo dolce.

Urge un’altra versione del tiramisù. Pianifico e immantinente eseguo. L’obiettivo è intervenire nelle molteplici realtà del tiramisù. Solo agendo le cose posson cambiare e la bontà può fiorire.

Separo 3 rossi d’uovo dalle chiare. Metto i rossi in una terrina con un cucchiaio di acqua frizzante e inizio a montarli con la frusta elettrica. Aggiungo 3 cucchiai di zucchero semolato e continuo a far andare la frusta finché lo zucchero in granelli si è completamente sciolto ed amalgamato con i rossi. Continuo a montare il composto e aggiungo il mascarpone, un cucchiaio alla volta finché non ne ho aggiunto ben 250 grammi, come da confezione di supermercato. La crema che ottengo è soffice, confortante. Le chiare le ignoro. Questa volta non le monto e non le aggiungo alla crema. Voi fate come vi pare.

La moca è pronta già da un pezzo. Verso il caffè in un piatto piano e vi inzuppo, una alla volta, le fette biscottate integrali senza zucchero preparate dal panettiere sotto casa. In mancanza di queste avrei usato delle fette di pane integrale, raffermo. Ci fodero il contenitore, orgogliosamente trasparente, del tiramisù, in basso, e ci stendo un primo strato della crema.

Inzuppo e adagio il pane, e poi di nuovo: crema. Quasi come se fossi un muratore bergamasco. Arrivata in cima, all’ultimo strato, spolvero con zucchero di canna, del tipo Mascobado. Sto attenta a spolverare con i granelli più grandi, senza certo dimenticar quelli più piccoli. Velocemente rispolvero, con cacao di qualità. Il gioco è fatto. Pure il tiramisù. È davvero buono. Parola di chi ama sprofondare nelle onde di Hokusai. Mangiate in pace.

Fonti d’ispirazione

La Settimana Enigmistica, Forse non tutti sanno che…

Schatzki, T., Knorr Cetina, K. and E. von Sevigny (eds.) (2001) The Practice Turn in Contemporary Theory. London and New York: Routledge.

TG 5, 16 ottobre 2010, edizione ore 13:00.

Diritto All’oblio

Inserisco il mio nome su un motore di ricerca. Con meraviglia scopro di essere su ben 14 pagine. Clicko, navigo, visiono, ascolto. 132 link raccontano la mia vita.
Mi compiaccio. Forse, sono diventato mediocremente famoso.
Dichiarazioni, opinioni, eventi. C’è un pò di tutto. In fondo, esterno solo il mio pensiero.
Ma l’immagine che dà di me è in realtà una fotografia incompleta e anacronistica, formata da elementi spesso privi di connessione o addirittura in contraddizione tra loro.
Lascio tracce. Perdo il controllo delle informazioni condivise.
Siamo in grado di ricordare migliaia di cose in più. Ma, al contempo, siamo continuamente spiati.
La memoria è sovversiva, la memoria è come un indice puntato contro i nostri giorni passati.
E se, per incanto, volessi sparire? Come potrei cancellare il ricordo digitale di un’esperienza da milioni di hard disk?
Non esiste pulsante, non esiste procedura, non esiste legge che mi permetta di farlo.
Sono prigioniero di una gabbia di bit, dalla quale non potrò più uscire…

Lo “scatto” è di Liliana Giannone .