Tra La Guerra E La Pace, Io Scelgo Di Vivere

Gli altri non sono estranei. Sono una parte di me, del mio universo. La mia vita appartiene anche a loro. Non c’è interesse, né doppio fine. Lo sento che hanno bisogno di me. Forse ho più bisogno io di loro. Probabilmente mi sento vivo solo pensando che loro hanno bisogno di me.

Qui mi guardano sospettosi, mi sembra ovvio. È una terra falcidiata dalle molotov, da agguati inattesi, da attentati quotidiani, da esplosioni fatali. Sono due popoli tristi, costretti a dover convivere loro malgrado. Non si fanno compagnia. L’uno usurpato, l’altro usurpatore. E viceversa. Qual è la verità? Dove sta la ragione? Sono anni che ci rifletto. Scelgo da che parte stare, con tutti i rischi del caso. La storia racconta che gli uni hanno subìto l’aggressione territoriale da parte degli altri, che a loro volta sono scappati per secoli senza l’ombra di un tetto.

L’aria è densa di sangue. Respiro l’odio come fosse vitale alla stregua dell’ossigeno. Qui i bambini sono adulti dall’età di cinque sei anni. Trasportano bombe, imparano a sparare per difendersi, spesso per uccidere. L’altro è semplicemente il male. Non un nemico ma il male incarnato in un corpo umano. Di chi fidarsi? Devo stare in guardia, farmi accreditare e far comprendere loro che il mio arrivo in questa parte sacra di mondo non ha nulla a che fare con la guerra. Semmai con la pace. Conosco tutti i rischi, ho imparato sulla mia pelle a sentirne l’odore. Ma non importa. La mia vita in qualche modo gli appartiene. Deciderne la sorte spetta anche a loro.

Giorno dopo giorno sentono la mia appartenenza alla loro storia, alle loro vite, alla loro morte. Comincio a soffrire insieme a loro. Devo stare attento però. Devo guardarmi da quegli altri. Non ho mai sentito l’impulso di attaccarli. Non voglio la guerra. Ma loro no. Mi osservano, scrutano ogni mio comportamento, mi seguono passo passo. Lo ammetto: ho paura. Sono un uomo, mai ho creduto di essere un supereroe e di affrontare il pericolo scevro dalle paure. Un uomo senza paura è una macchina. Sono qui per condividere la mia vita con una parte di me. È così che mi sento completo. Seppure la vita sia fatta di scelte, non ho alcun pregiudizio nei confronti di alcuno. So che gli altri mi odiano. Sono l’ennesimo obiettivo da abbattere, non voglio ma è così. È il gioco delle parti.

Qui ho cercato di portare un po’ di serenità, assieme al cibo, all’acqua, ai libri, al desiderio di emancipazione e di riscatto da un tempo trascorso a cercare di capire come riprendersi tutto ciò che è stato rubato, violentato, sottratto con la prepotenza delle armi e della diplomazia. Cerchiamo di guardare oltre il muro del futuro. Immaginiamo di poter andare a scuola, di passeggiare con la propria compagna, di recarci sul luogo di lavoro col sorriso sulle labbra. Sogniamo di non dover guardare l’altro con sospetto, di non scrutare mai più nell’animo altrui per conoscerne sentimenti e desideri. Mettiamo da parte, una volta per tutte, ogni forma di timore verso l’altro. Sono qui per questo. Voglio imparare anch’io, con loro, a non vivere il resto dei miei giorni sopraffatto dal terrore. Voglio vivere non solo esistere.

Mi prendono con la forza. Il momento è giunto. Mostrano oggi tutta la loro diffidenza nei miei confronti. Pure io sono un nemico. È lo scotto che devo pagare per aver fatto la fatidica scelta. Colpa di chi decide sulle teste altrui stando ben attento a scegliere da che parte stare. O forse è solo colpa della natura umana, della sua brutalità, della sua insoddisfazione. Lo capisco.

In questo luogo sono finalmente riuscito a vivere, e a gioire. Ora posso anche morire. Non l’ho scelto, lo so. Non vi è scelta quando la morte arriva per mano altrui. Ma ho vissuto. Non temete per me: mi basta questo per andarmene libero da ogni paura.

Paladini Della Giustizia O Mercenari Senza Palle?

Guardatela bene questa mappa. Sono le guerre civili attualmente in corso nel mondo. Ce li ricorda Peace Reporter di Emergency. Osservatela bene perché alla fine di questo post ci sono domande alle quali vorrei tanto dare una risposta.

Il buon Massimo Fini pensa che “Il conflitto in Libia vada risolto solo dai libici“, che il diritto all’autodeterminazione dei Popoli è sacrosanto. Beato lui, lo invidio. Lo invidio perchè riesce a prendere una posizione tanto difficile quanto realistica, netta e fredda.

Forse ha ragione: non siamo in grado di aiutare gli altri se non per interessi e quindi è meglio che si aiutino da soli, almeno salvaguardiamo la dignità e la faccia.

Quella mappa ci aiuta a capire che prendiamo parte a guerre solo in quei territori dove c’è la possibilità di “ricostruire” dopo aver distrutto, di attingere alle ricchezze che offrono, di salvaguardare gli interessi degli investimenti fatti. Ce lo insegnano le guerre in Serbia, Afghanistan e in Iraq.

La scusa, però, è sempre la stessa, sempre più schifosa: “interveniamo per salvare i diritti umani degli oppressi”.

In Libia accade la stessa cosa.

È noto, ormai, che gli interessi da difendere sono tanti. Ce lo ricorda in questa intervista il buon Morya Longo del Sole 24 ore. Ci interessa il petrolio, soprattutto. E poi, addirittura, mi ricordano che sono gli italiani i massimi esportatori di armi in Libia e che c’è da considerare che la Libia ha partecipazioni economiche in tutto il mondo. Solo in Italia possiede quote consistenti in Unicredit, Finmeccanica, Juventus ed Eni.

Tutto ciò mi fa pensare che non siamo i paladini della giustizia che credevo e mi chiedo: con quale coraggio combattiamo in Libia per chiari interessi economici e lasciamo altri Popoli oppressi nel mondo al loro destino? In Africa, ad esempio, è pieno di guerre civili. Come mai non muoviamo mai un dito? Eppure basterebbe molto meno. In quei Paesi vale il principio di autodeterminazione solo perchè non hanno nulla da offrire in cambio?

E ancora mi chiedo: saremo mai capaci di difendere questi Popoli solo per il piacere di “difendere” davvero i diritti umani? Avremo mai le palle di salvare la faccia, di combattere e tornare indietro a mani vuote ma col cuore pieno di gioia per aver difeso qualcuno?

Sarei addirittura disposto a chiudere un occhio quando difendiamo un Paese per interessi, se solo aiutassimo gli altri Popoli in difficoltà per il solo piacere di aiutarli. Allora sì che sarei orgoglioso del mio Paese.

E dunque mi chiedo e vi chiedo: siamo paladini della giustizia o schifosi mercenari senza palle?

(grazie a Mauro Biani per questa splendida vignetta)

La Responsabilità Della Conoscenza

Premessa: ogni fatto umano può essere analizzato a partire da infiniti punti di vista.
Corollario: ogni punto di vista è inevitabilmente parziale.

La libertà di accesso alla conoscenza è ciò che consente ad un gruppo sociale di operare quelle scelte che lo porteranno a definire una “morale” socialmente condivisa. La possibilità di partecipare collettivamente alla costruzione dell’identità del proprio gruppo è presente in misura diversa in quasi tutte le culture, ma in nessuna si manifesta con la forza tipica di quella occidentale.
Questa caratteristica, questa possibilità di accesso al sapere, all’informazione e all’arte, porta con sé un’implicazione molto seria: la possibilità di emettere un giudizio sull’aderenza o la discrepanza fra ciò che la “morale” occidentale stabilisce ed i reali comportamenti che collettivamente vengono utilizzati nella prassi.

L’Occidente si trova in una posizione privilegiata ma di grande responsabilità: ciò che scegli può essere giusto o sbagliato.

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono praticate in una trentina di Paesi africani e in alcuni del Medio Oriente e si stima che ogni anno circa 2 milioni di bambine e giovani donne corrono il rischio di subire questo tipo di mutilazioni. La pratica che noi occidentali conosciamo di più è quella dell’infibulazione: clitoride e piccole labbra vengono mutilate mentre le grandi labbra vengono cucite fra loro. Viene lasciato solo un piccolo orifizio per la minzione e la fuoriuscita del sangue mestruale.

L’infibulazione ha due funzioni: è un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta fondamentale per l’inserimento della giovane donna nel tessuto sociale del suo gruppo di appartenenza, e serve a garantire alla famiglia dello sposo l’assoluta integrità della sposa. Questo si traduce in ricchezza economica per la famiglia della giovane donna poiché “la purezza” deve essere pagata dalla famiglia dello sposo.

Tutto questo è terribile e ripugnante.

Le PFM-1 sono la copia sovietica delle americane BLU-43/B.
Tecnicamente si tratta di ordigni antiuomo. Mine.
In Afghanistan sono conosciute come “pappagalli verdi” e hanno fatto tantissime vittime.
Gino Strada dice che in più di dieci anni di servizio in zone di guerra non ha mai curato una vittima di PMF-1 che non fosse un bambino. I bambini le trovano, ci giocano (non si attivano che dopo una prolungata manipolazione), le portano ai loro amici, se la passano di mano in mano. Poi esplodono.
Non ammazzano ma producono mutilazioni gravi. Spesso rendono ciechi.
Anche la PMF-1, come l’infibulazione, ha due funzioni: terrorizzare le popolazioni colpendo la fascia d’età più debole e ridurre il numero potenziale dei futuri combattenti nemici.

Tutto questo è terribile e ripugnante.
Come l’infibulazione.

Solo che “noi” abbiamo delle responsabilità maggiori.
L’infibulazione ci atterrisce perché la violenza subita da tutte queste donne è perpetrata in modo diretto e brutale proprio dal loro stesso gruppo di appartenenza. Non riusciamo a concepire una simile pratica nella nostra cultura e pensiamo che le culture che praticano le MGF siano retrograde ed incivili.
Eppure mi domando: cosa c’è di civile nel produrre ordigni che spappolano le mani di un bambino di otto anni? Cosa c’è di morale nel fare soldi storpiando delle giovani vite?
Sono domande serie, non retorica.

La mia premessa era che la libertà di accesso alle informazioni, alla cultura e all’arte ti garantiscono la possibilità di scegliere fra bene e male, fra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Se i Paesi dove l’infibulazione viene praticata avessero avuto uno sviluppo economico libero come il nostro probabilmente oggi le cose sarebbero diverse.
Noi bruciavamo le “streghe” sui roghi poi ci siamo – per così dire – “evoluti”.

Ne abbiamo avuto la possibilità.

La conoscenza è un bene prezioso legato a doppio filo al benessere economico del posto in cui vivi. Se la tua priorità è trovare da mangiare, difficilmente ti preoccuperai di leggere un libro. L’Occidente non può rifugiarsi dietro “antichi retaggi culturali” per giustificare le proprie azioni: siamo responsabili delle scelte che facciamo in misura direttamente proporzionale al benessere di cui godiamo.
Il mondo è un posto pieno di cose storte che possono essere cambiate.

A partire dalle nostre incoerenze e ipocrisie.