Progetto Grafico 20. Nuove Strade Per Le Riviste, Sette Domande A Eugenio Iorio.


Nuove strade per le riviste, sette domande a Eugenio Iorio.

Le riviste stanno vivendo un processo di traformazione in cui le dinamiche partecipative dei media digitali si intrecciano a nuove forme di comunicazione scientifica e di pratiche della ricerca.
Progetto Grafico ha così scelto di intervistare ricercatori, esperti provenienti da campi molto diversi, dall’editoria allo studio della comunicazione in chiave semiotica e sociologica, fino alle scienze sperimentali.
Questo perché Progetto Grafico è convinto di due cose:
1) l’impostazione grafica degli articoli e delle riviste e la forma di visualizzazione delle informazioni sono rilevanti nella costruzione del dibattito e del discorso scientifico;
2) le innovazioni per la grafica stanno venendo non solo da chi riflette sulla comunicazione visiva ma anche da chi si confronta con le sfide della ricerca e dell’informazione.

1) Tra journal e magazine. In quale modo in una rivista può interagire la componente scientifica e specialistica (magari con peer review) con la dimensione culturale rivolta ad un pubblico più ampio?

Se l’editoria fa il suo ingresso nel suo decennio più drammatico, il giornalismo di settore potrebbe invece uscire da questo passaggio storico paradossalmente rafforzato.
Oggi l’informazione, quella che non è infotainment o volgare gossip, ci costringe, per nostra fortuna, all’eccellenza, rimette al centro la notizia, permette di contrapporre/confrontare il valore del locale – dove l’esperienza è più vicina a chi la racconta e la vive – e il globale – dove il confronto tra esperenziale diffuso e soggettività è molto più di contenuto.
Se Internet, da un lato, ci ha mostrato che le persone non hanno più bisogno a tutti i costi di mediatori (nel nostro caso le riviste), mettendo in discussione a volte l’autorevolezza dell’informazione, dall’altro sempre più cresce la necessità di un qualcosa che possieda strumenti tecnici e culturali per fare sintesi, per gettare ponti tra le specializzazioni, per comporre visioni.
La rete riorganizza l’opinione pubblica.
L’influenza in rete è diversa da quella della società reale.
Gli influencer attivano network di persone così da creare awareness, loyalty, partecipazione o da originare conversazioni attorno a prodotti, marche e iniziative.
É qui che il parere fatto dagli influencer (i nuovi opinion leader della rete) ha peso, il peer review per verificarne l’eventuale idoneità alla pubblicazione di un articolo, di un saggio o di un libro è la soglia della trasformazione dal giudizio del singolo esperto al giudizio della community di settore esperta e meno esperta ma interessata all’argomento.

2) Come penserebbe una rivista digitale immaginando che non siano mai esistite riviste cartacee?

Mi risulta difficile rispondere.
Probabilmente sarebbe semplicemente una applicazione: un software che mette insieme testo, audio, video, e chissà cos’altro, compresa la struttura fondamentale che organizza le informazioni appoggiando l’interpretazione. Capace di vedere e ascoltare le immagini, i video, gli oggetti 3D, i suoni e le esperienze interattive in una logica converasazionale autore/lettore e non solo.
Mi risulta difficile perchè senza esperienza non c’è progetto.

3) Ci sarà la possibilità di integrare testo e immagine, come sembra prefigurare l’introduzione massiccia di infografica, superando la dicotomia tra testo alfabetico serio e immagine evocativa?

Lo scrittore austriaco Ivan Illich diceva che «La lettura libresca”classica” degli ultimi 450 anni non è che uno dei parecchi modi di usare l’alfabeto».
Nella babele dei codici, sovvertire il codice non avrebbe più senso.
Si tratta di sovvertire il contesto nel quale avviene la guerra di memi nella semiosfera.
Il punto è che oggi bisogna riscrivere la lettura.
Questo comporta la costruzioni di connessioni sapienti tra media tattici per rielaborare il contesto dove avvengono i processi di significato delle conversazioni.
L’infografica, ha in sè una sapienza connettiva, riscrive la lettura, ma è solo il primo passo. Presto dall’esperienza trasversale ai diversi contesti d’uso si passerà ad una infografica con interazione conversazionale.
Oggi il design presenta sfide e opportunità narrative tese verso il processing – elaborazione dei dati prodotti dalla “conversazione” software/utente – e la progettazione generativa, fondata sul concetto di DNA, il codice genetico portatore di tutte le informazioni di una specie. Ed è proprio ispirandosi al concetto di DNA che sarebbe possibile sintetizzare le caratteristiche di un oggetto in una sorta di codice genetico, per ripartire dallo stesso e “generare” tanti oggetti diversi tra di loro, sebbene appartenenti ad una stessa “specie”.

4) Gli spazi e i tempi del dibattito culturale sono cambiati, basti pensare ai social network, da Facebook a Twitter, e a tutta la rete dei blog. Presto e bene ora stanno insieme?

Nell’abitare il tempo dell’istantaneo, il presto e il bene trovano ancora difficoltà a vivere insieme. Nella trasmutazione morfologica delle forme mediologiche tra utente e interfaccia, e nel suo utilizzo per genere contenuti, il presto regna.
Ogni lato conversazionale del nostro io, immesso in una moltitudine di solitudine generate dalla debolezza delle relazioni della rete, è drogato dal presto.
Il bene è la forma dell’atto creativo – riferibile al contenuto più che alla forma intrinseca dell’io. Ma come dicevo prima, c’è sempre più bisogno di sintesi tra conoscenza, saperi e soggettività per comporre visioni.

5) Può fare un esempio di rivista che ha cambiato il concetto stesso di rivista?

Mi viene in mente un esempio: “La vita Nòva” – il nuovo magazine digitale del Sole 24Ore per Ipad – che abilita una nuova forma di lettura mediologicamente tattica performata per tablet. “La vita Nòva” è la dimostrazione che probabilmente le redazioni del futuro non saranno più fatte (per dirla sommariamente) di articolisti e grafici. Saranno fatte di autori, designer e programmatori.
Che il passaparola ha un enorme importanza nella diffusione delle notizie sulle novità editoriali nei media digitali, giorno per giorno.
Che il linguaggio con il quale si propone l’informazione va radicalmente riformato, integrando grafici interattivi, video, nuove forme della scrittura.

6) A chi serve una rivista di grafica?

Probabilmente oggi una rivista di grafica non può servire solo a studiare la grammatica visiva della vita e ricercare le sue rappresentazioni in finalità di progetto. Oggi una rivista di grafica ha il dovere di indagare la forma del futuro.

7) Definisca “rivista” come un’enciclopedia degli anni Settanta, definisca “rivista” come un’enciclopedia del 2010.

Anni 1970. Rivista ( underground) La rivista è : il bisogno di liberazione attraverso la conoscenza e il sapere dalle istituzioni totali, di rivendicazioni dei propri diritti da una società misogena, patriarcale, maschilista e bigotta. Artefatto cartaceo da usare come manganello. Enciclopedia di amore e odio tatuati tra le nocche di una mano.
Anni 2010. Rivista (digitale) La rivista è: una estensione del corpo cybernitico. Esperenzialità conseguenza naturale dell’integrazione del corpo e del sapere trattenuta e veicolata dalla tecnologia. Proiezione digitale da usare come chip neurale. Enciclopedia neurale di sensi trasmutati.

Intervista pubblicata su Progetto grafico
Anno 9 – n. 20 Giugno 2011
Periodico dell’Aiap Associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva
Sono stati intervistati in merito anche: Francesca Comunello, Giovanni De Mauro, Martha Fabbri, Peppe Liberti, Anna Maria lorusso, Giorgio Napolitani.

Benigni Vuol Bene All’italia, La Rai No!

Possibile che lo spettacolo di Roberto Benigni al festival di Sanremo sia stato accolto tiepidamente dagli spettatori presenti? Il dubbio mi è balenato ascoltando la sonorità degli applausi. Lui è stato unico, non c’è dubbio. Battute ficcanti e velate, storie tanto intrecciate quanto distanti tra loro e una dolcezza inusuale, da grande letterato. Si è rivolto a loro per primi Benigni, a quelle persone sedute in teatro. Li (ci) ha incitati a sdegnarsi, a ribellarsi in occasione di offese di un certo genere. Ricordandogli (ci) chi sono stati i loro nonni e il prezzo che hanno pagato per la conquista della libertà, concetto spesso abusato a destra e a sinistra.
Ma non è questo il punto: lo si ami o no, è stato protagonista indiscusso di una prestazione di rara fattura.
Perché allora non ho sentito, nemmeno per un attimo, un applauso fragoroso? Nessun trionfo. Almeno è ciò che mi è parso di capire da casa. Il pubblico lo ha pure omaggiato con una standing ovation al termine della sua esegesi dell’inno di Mameli, che peraltro conoscevo in maniera molto approssimativa prima del suo intervento.
E allora?
E allora, in quell’istante, la mia mente ha elaborato un bizzarro assioma: non avranno mica ritoccato gli effetti acustici e sonori? Tutto è possibile a questo mondo! Così ho prestato attenzione anche alle inquadrature video e, facendo un rewind cerebrale, ho ricordato come le uniche facce riprese in primo piano durante il suo monologo appartenessero a personaggi più o meno noti: ministri vari, direttore generale Rai e quello artistico del festival, parlamentari (leghisti), vip e conduttori della tv di Stato. Non sembravano particolarmente colpiti dallo spettacolo, anzi. Quasi a un passo dalla noia. Ma come? Almeno incazzatevi! Nonostante il premio Oscar abbia fatto più volte riferimento al premier, anche se con eleganza e ironia insolite, nonostante abbia addirittura chiamato in causa Mauro Masi, seduto lì di fronte a lui. Niente. Proprio niente. Possibile? Immaginavo di leggere sul volto del direttore generale una sacrosanta voglia di rifarsi su quel giullare da quattro soldi…..in fondo lo sta prendendo in giro…..chissà quanto si sarà pentito di aver autorizzato l’ospitata…..è intollerabile tutto ciò……ma non c’è reazione…..Benigni  continua, beato e rassicurante……la faccia di Masi però non si vede…..no, non si vede. Nulla.
Ecco, ci risiamo.
Ho pensato: “L’hanno fatto ancora”. È la Rai!
Il volto di Masi non avrebbe retto al confronto con quello di Benigni, questo è chiaro. Non si devono incazzare, non devono mostrare alcun nervo scoperto.
E la regia del festival è sembrata aver seguito, per filo e per segno, indicazioni molto precise: proseguire con l’eliminazione di ogni traccia di attualità. Rai 1 non può non farlo. Non ci sono alternative.
Accade nel telegiornale di Minzolini, a porta a porta di Bruno Vespa o in quelle trasmissioni di cucina assolutamente al di fuori di ogni contesto di vita quotidiana. Perché non a Sanremo?
Il festival deve camuffare il più possibile la realtà e addolcirla. È la sagra della canzone, l’appuntamento degli italiani per eccellenza, di un popolo che deve continuare a sognare anche se l’incubo sembra aver preso il sopravvento da un po’.
E Benigni è una scheggia impazzita, imbrigliata dalla par condicio, ma pur sempre una scheggia impazzita. Come si fa a decontestualizzare i suoi discorsi, le sue parole, le sue verità, in modo che gli spettatori a casa pensino solo e soltanto alle sue movenze, al suo figuro o alla parte più pagliaccesca del suo personaggio e del suo spettacolo?
Certo, le parole non le puoi fermare. Ma fare in modo che facciano meno male forse sì. Il paese lo consente. Il modello culturale di riferimento pure.
Via allo show. Mai inquadrare il pubblico sghignazzante (si può ridere del premier? giammai!). Riprendere, invece, visi cupi e annoiati e noti ministri o dipendenti Rai stipendiati dal governo. Mai far sì che a Benigni, acuto oppositore del regime, sia accostato un altro concetto del tipo “cazzo, forse questo qui ha ragione!”. No, gli italiani non devono sapere. Non devono accorgersi che i primi piani toccano soltanto a quella gente sbeffeggiata, arrivata anche grazie all’establishment politico e pagata (sempre dalla politica) in un anno molto, ma molto meno, rispetto alla performance unica dell’ex ragazzaccio toscano.
A casa non devono sapere, non tutto. Che diamine! Un po’ di controllo ci vuole.
Bah, sono confuso. Forse sono uno dei tanti maligni che si aggirano da tempo in Italia.
Forse, in un attimo, mi si è materializzata davanti agli occhi tutta l’espressione della potenza degli strumenti di comunicazione di massa.
Forse era semplicemente stanchezza. Meglio dormire, e tornare a sognare.

Wake Up!

La foto è di NotForYou

Warhol diceva: “in futuro saremo tutti famosi per 15 minuti”.

È una trappola.

Viviamo in un momento storico in cui il mercato delle illusioni è fiorente come mai prima d’ora. E le illusioni sono seducenti come il canto delle sirene.

Il meccanismo è diabolico ma estremamente semplice ed è lo strumento fondamentale attraverso il quale si costruisce, consolida e gestisce il controllo del consenso sociale.

Le lobby del potere hanno capito una cosa elementare: un controllo autoritario e repressivo delle masse genera situazioni potenzialmente esplosive.

La soluzione è mantenere il potere sedando il senso critico.
Come? “Regalandoci” l’illusione che vivere in Occidente vuol dire vivere da uomini liberi. Il controllo non viene più esercitato solo a livello politico ma soprattutto economico e culturale.

Tutto ciò che abbiamo sono una serie di pacchetti libertà spendibili in ambiti ben delineati al di fuori dei quali è quasi impossibile andare. Questi pacchetti libertà sono valvole di sfogo che consentono di abbassare il livello del dissenso nei momenti critici.

Cosa c’è di più rassicurante di una società in cui è possibile riunirsi, partecipare a cortei, manifestare il dissenso senza per questo rischiare di essere gettati a marcire in prigione? Cosa c’è di più democratico di una società in cui il potere d’acquisto è garantito ad una porzione di popolazione sempre più ampia?

Ed è qui il trucco, ti viene offerto un mondo fatto di vetrine colorate in cui, pagando, puoi giocare a sentirti libero, forte, arrivato. Solo che mentre tu sei impegnato nel Paese dei Balocchi qualcuno sta speculando sui tuoi diritti, sul tuo futuro e sulla tua libertà.

Il consumismo è la madre di tutte le bulimie:

avere accesso ad un campionario sempre più vasto di beni e servizi, poter annegare le proprie frustrazioni nell’acquisto di una marea infinita di prodotti è qualcosa che ti distrae e ti assopisce. Siamo tutti dispiaciuti per la fame nel mondo e il riscaldamento globale ma cosa facciamo – sul serio – in merito?

La soddisfazione compulsiva dei propri bisogni è una pillolina dorata che ha il brutto effetto collaterale di abbassare il senso critico:

perché dovrei preoccuparmi della libertà d’informazione se ho la tredicesima e le ferie pagate?

Viviamo nel migliore dei mondi possibili, un mondo fatto di individualismo standardizzato che ha come unico scopo quello di separarci dai nostri simili per renderci più gestibili.

Qualcuno ha detto che dopo gli anni ’70 non ci sono più battaglie che vale la pena di combattere. Per fortuna si sbagliava.

Oggi si combatte per la nostra libertà intellettuale, per il diritto all’indignazione, per riacquistare la capacità di giudicare e agire al di fuori degli schemi predeterminati che tentano costantemente di venderci.
Intorno a noi qualcosa sta cambiando:

la possibilità di accesso ad informazioni non manipolate dalle lobby è qualcosa di tangibile, reale. La rete può essere la roccaforte, la base di partenza per il risveglio civile e culturale delle nostre coscienze. Dobbiamo solo imparare a non perderci, a guardare bene. Quello che dobbiamo fare è tenere gli occhi aperti e non accontentarci delle apparenze.

Cerchiamo, scoviamo e condividiamo.

Se il consumismo è la madre di tutte le bulimie
la conoscenza è la madre di tutte le armi.