tornaconta

Chi Torna Conta!

‎”Avete tutto il diritto di stare a casa, se volete, ma non prendetevi in giro pensando di non votare. In realtà, non votare è impossibile: si può votare votando, oppure votare rimanendo a casa e raddoppiando tacitamente il valore del voto di un irriducibile”.
David Foster Wallace, Forza, Simba, 2000

Qualche Informazione Utile:
Per chi viaggia in nave: le società di navigazione Compagnia Italiana di Navigazione e Compagnia delle Isole applicheranno, nell’ambito del territorio nazionale, una riduzione del 60% sulla tariffa ordinaria per gli elettori che dovranno raggiungere (dall’Italia o dall’estero) il comune nelle cui liste elettorali sono iscritti.

Per chi viaggia in aereo: Alitalia e Blue Panorama hanno previsto il rimborso del biglietto fino a 40 euro a elettore per i voli effettuati sul territorio nazionale dal 17 febbraio al 4 marzo 2013. Alitalia ha inoltre previsto delle tariffe agevolate per i giovani fino ai 26 anni non compiuti che si trovano all’estero per motivi di studio. Per loro, in caso di viaggi tra il 18 e il 28 febbraio, sono previste tariffe speciali a partire da 49 euro solo andata o 99 euro andata e ritorno sui voli internazionali in partenza da diverse città europee. Per usufruire dell’agevolazione è necessario chiamare il Customer Center Alitalia (dall’estero +39 0665649; dall’Italia 892010) oppure recarsi in un’agenzia di viaggio autorizzata, esibendo questi documenti:
documento di identità;
documento/tessera elettorale;
timbratura tessera elettorale che attesti l’avvenuta votazione, per il viaggio di ritorno.

campocalcio

Potiamo L’abete!

La battuta più bella su Giancarlo Abete, detto Giancarlino, è di Zdenek Zeman. A cena con un nemico, con Abete? «Perché no? Abete non è mio nemico, ma nemico del calcio». A rincarare la dose ci ha pensato poi Mino Raiola, il potente procuratore italo-olandese: «Parliamo di un presidente che non è riuscito a portare a casa gli Europei, che non è riuscito ad aiutare i club a fare gli stadi di proprietà, non ha fatto un solo cambiamento dal basso, dal profondo del calcio italiano, eppure è ancora lì».
Alla Federazione Italiana Giuoco Calcio ha accettato di ricandidarsi, in ossequio alla mai tramontata formula del “se me lo chiedono…”, Giancarlo Abete, classe 1950. Parlamentare della Democrazia Cristiana dal 1979 al 1992…e potrei fermarmi qui…Abete ha attraversato indenne qualsiasi terremoto che abbia colpito il nostro calcio dal 1996, anno in cui assunse la carica di vicepresidente. A sostenerlo ci sono due novellini della poltrona come Mario Macalli, classe 1937, presidente della Lega Pro dal 1997 e Carlo Tavecchio, nato nel 1943, capo della Lega Nazionale Dilettanti dal 1999. E’ con questa ventata di novità, con queste finestre spalancate che vogliamo far entrare aria fresca nella casa dello sport italiano. In fondo Bill Clinton sparì dalla vita pubblica a 55 anni dopo due mandati da presidente degli Stati Uniti d’America.
Ma il calcio italiano è in crisi? “Ma non scherziamo, l’Italia è arrivata seconda agli Europei” Crisi economica, bilanci in passivo, campioni che se ne vanno, e tanto altro ancora: queste le tematiche che da diversi mesi, sulla scia del difficile momento dell’intero paese, occupano le pagine delle riviste sportive e animano i dibattiti televisivi intorno allo sport più popolare del Belpaese.
Dall’estate del 2006 abbiamo visto cose assurde legate al mondo della giustizia sportiva, indicative del perché questo sistema garantisce una giustizia non equa con piena consapevolezza di chi la governa.
Con la vicenda legata all’ultimo scandalo del calcio scommesse hanno trovato spazio anche le esasperazioni. Latitanti non ancora pentiti o in via di pentimento che contattano o vengono contattati dalle redazioni dei giornali, che pubblicano lo scoop dopo aver accomodato la versione, rendendola più vicina all’obiettivo da colpire. La condizione necessaria per salire agli onori della cronaca è che il pentito, prima ancora di essere credibile, deve risultare “accomodabile” . 
In tutto questo marciume nemmeno tanto nascosto, cresciuto grazie ad istituzioni sportive inconcludenti, sponsor di interessi che nulla hanno a che vedere con lo sport, quale è la priorità degli esimi rappresenti delle istituzioni sportive? Salvaguardare la poltrona!
Si pensa alla poltrona nel momento in cui, anche grazie alla loro incapacità di controllo e prevenzione, il nostro calcio ha toccato il fondo.
Le istituzioni sportive hanno il potere di decidere chi condannare, chi assolvere, chi credere, cosa dimenticare e cosa enfatizzare, senza necessità di rispettare norme o regolamenti che possono sempre essere cambiati in corsa o semplicemente ignorati. L’autonomia della giustizia sportiva garantisce libertà di movimento. E’ questo il privilegio che si vuole preservare.
La cosa che più mi spiace è che nel rutilante e meraviglioso mondo del pallone non si trova uno meglio di lui.

teorie

Il Web 2.0 È Morto. Teorie Critiche Sul Web 2.0.

Non sono molte le teorie critiche sul web 2.0, onestamente la cosa non mi ha mai sorpreso.

La polarizzazione dei quadri teorici tra apocalittici ed integrati non aiuta di certo lo studio e  l’attenzione verso un argomento, il web 2.0, in permanente stato di riflusso.
Dando una occhiata all’attuale quadro sulle analisi critiche del Web 2.0, ritroviamo:

Andrew Keen[1], nel saggio The Cult of the Amateur (2007), uno dei primi lavori critici del sistema di pensiero legato al web 2.0. Keen si chiede “Cosa succede quando l’ignoranza si sposa con l’egoismo, il cattivo gusto e le masse incontrollabili? È la scimmia che prende il sopravvento. Quando sono tutti lì a trasmettere , non rimane nessuno ad ascoltare”. In questo scenario da  “Darwinismo digitale” sopravvivono soltanto le voci più forti e possenti (gli influencers). Il web 2.0 decima le truppe dei nostri custodi culturali.

Nicolas Carr[2], nel saggio The Big Switch (2008), analizza l’ascesa del cloud computing. Questa infrastruttura centralizzata indica la fine del PC autonomo come nodo all’interno di una rete distribuita. Inoltre, Carr segnala una “svolta neurologica” nell’analisi del Web 2.0. Muovendo dall’osservazione che l’intenzione di Google è stata sempre quella di trasformare le sue operazioni in intelligenza artificiale, cioè in un cervello artificiale più intelligente del cervello umano, Carr concentra l’attenzione sul futuro delle nostre capacità cognitive: “Il medium non è soltanto il messaggio, bensì anche la mente. Dà forma a quel che vediamo, noi diventiamo i neuroni del Web. Più link clicchiamo, più pagine visitiamo e transazioni facciamo, e più il Web diventa intelligente, raggiunge valore economico e crea profitto>>. Carr, nel 2008, su Atlantic scriverà il suo famoso saggio <<Google ci rende stupidi? Qual è l’effetto di internet sul cervello?”, sostenendo che in fin dei conti è il continuo passare dalle finestre ai siti e il frenetico ricorso ai motori di ricerca a renderci stupidi, ovvero la perdita della lettura profonda (anche della realtà?).

Carlo Formenti[3], in Cybersoviet (2008), propone le seguenti tesi: 1. che la <<democrazia dei consumi>> promossa dal Web 2.0 – e che ha determinato una rapida e popolare popolarizzazione dei contenuti – non corrisponde affatto ad una estensione della democrazia politica; 2. che anche sul piano puramente economico il fenomeno andrebbe più correttamente interpretato come la messa al lavoro (perlopiù gratuito) dell’intelligenza collettiva da parte delle Internet Company che controllano il mercato;  3. La ripresa del controllo da parte dei governi, imprese e agenzie transnazionali sulle relazioni sociali mediate dal computer sia quasi totale, in barba alla fandonie sull’architettura “intrinsecamente anarchica” di Internet;  4. Le celebrazioni sulla “fine del politico” tendono a legittimare, sia pure inconsapevolmente, i processi di distruzione della sfera pubblica e il suo integrale riassorbimento nella sfera privata, contribuendo a spacciare il chiacchiericcio “intimista” che dilaga nei reality show televisivi ai social network di Internet per l’autogoverno delle moltitudini. Formenti presenta tre mitologie della rete: Mitologia I: la rete non può essere controllata. Mitologia II: la trasparenza è sempre buona. Mitologia III: lo sciame è sempre intelligente.
In “Felici e sfruttati” (2011) Formenti sostiene che ciò che sta dietro all’illusione di democrazia e libertà economica, creata dal web 2.0, fa sì che milioni di persone siano felici e sfruttate, oltre ad essere pervasi dall’illusione di assunzione di libertà nei confronti dei meccanismi del potere.

Manuel Castells[4], in Communication Power (2009), sostiene che “la rete è il messaggio. […]La realizzazione del cambiamento sociale in rete procede riprogrammando le reti di comunicazione che costruiscono l’ambiente simbolico per la manipolazione delle informazioni nelle nostre menti, determinando le ultime pratiche individuali e collettive. Creare nuovi contenuti e nuove forme delle reti che connettono le menti e il loro ambiente comunicazionale equivale a ristrutturare l’impianto delle nostre menti”.  Castells è il teorico della autocomunicazione di massa, ovvero della forma di comunicazione emersa con lo sviluppo del Web 2.0 tesa a costruire sistemi personali di comunicazione di massa, tramite SMS, blog, vlog, podcast, wiki e la conversazione sui social network. Castells, infine, sostiene però <<una quota di questa forma di autocomunicazione di massa è più vicina all’autismo elettronico che a una vera e propria comunicazione>>.

Franck Schirrmacher[5], nel saggio Payback (2009), prende in esame l’impatto di internet sul cervello. Schirrmacher cerca le prove di un cervello umano deteriorato che non riesce a tenere il passo con l’Iphone, Twitter e Facebook, in aggiunta al flusso d’informazione già sfornato da televisione, radio e stampa. In uno stato di allerta continua, ci pieghiamo alla logica di disponibilità e velocità ininterrotte. Schirrmacher parla di un <<io esausto>> e si chiede <<Internet finirà forse per sopraffare i nostri sensi e imporci una propria visione del mondo? Oppure avremo la volontà e la capacità necessarie per padroneggiare questi strumenti>>.

Jaron Lanier[6], in You Are Not a Gadget (2010), si chiede <<Cosa succede quando smettiamo di dar forma alla tecnologia e invece quest’ultima a plasmarci?>>. Al pari di Andrew Keeen, la difesa dell’individuo sostenuta da Lanier rimanda all’effetto riduttivo della <<saggezza della folla>>, laddove le voci dei singoli vengono soppresse a favore delle norme imposte dalla massa, come avviene su Wikipedia e siti analoghi. Lanier sostiene che la democratizzazione degli strumenti digitali non ci ha regalato nessun <<super-Gershwin>>; al contrario Laner rimarca l’esaurimento dei modelli, fenomeno in cui la cultura non riesce più a produrre varianti dei modelli tradizionali e diventa meno creativa in generale.

Sherry Turkle[7], in Alone Together (2011), sostiene che le tecnologie digitali e la robotica abbiano falsificato le nostre relazioni sociali, offrendo una replica svuotata di senso, una simulazione deprivata dei valori essenziali che le caratterizzano. Per tanto, un termine come “amico” nell’era Facebook ha del tutto perso il senso originale, finendo per legittimare la strumentalizzazione dell’altro. La tecnologia rappresenta una possibile soluzione a situazioni percepite come problematiche, per esempio, la solitudine, la mercificazione dei rapporti umani nelle società tardo-capitalistiche, la trivializzazione delle relazioni sociali operata dai mass media e la crescente alienazione nei confronti del cosiddetto “Reale”, ivi inteso come un insieme di esperienze non-mediate, o non-mediabili o im-mediate. Ironicamente, la soluzione tecnologica finisce per diventare parte del problema, creando nuove forme di solitudine. Per Turkle, i computer sono dispositivi tecno-sociali che riconfigurano nozioni quali identità, soggetto, consapevolezza”.

Evgene Morozov[8], in Net Delusion (2011),  pone l’attenzione sugli spazi di intrattenimento online che spostano l’attenzione dei giovani dalla partecipazione civica. Morozov, sostiene che anziché strumenti di conoscenza, autocoscienza e di liberazione, i contenuti stessi di internet stanno diventando una forma di intrattenimento infinito e a buon mercato per le masse, una forma di divertimento che consente di anestetizzare le coscienze della maggior parte dei popoli, anche di quelli soggetti all’oppressione politica più feroce. 
Invece di  uniformare in modo globale, come si paventava, consumi e stili di vita, la diffusione di internet sembra aver dato voce, paradossalmente, ai pregiudizi, ai localismi e ai nazionalismi più deteriori. 
I gruppi terroristi, le bande criminali e  le associazioni politiche più estremiste, infatti, possono trovare in internet un potente strumento di comunicazione e di organizzazione, minando, invece di consolidare, le basi della democrazia.
 Abbandonando ogni facile ottimismo panglossiano, Morozov sostiene che internet è una tecnologia a basso costo, dagli esiti ancora imprevedibili e vagamente inquietanti.

Geert Lovink[9], in Network Without a Cause (2011), si allontana dalle analisi critiche impostate sulla mappatura degli impatti mentali e riflette, invece, sull’influenza della Rete sulla nostra vita. Lovink sostiene che << Internet è un terreno fertile per opinioni polarizzate e utenti tendenti all’estremo. Se questo spazio virtuale è un’oasi di libertà, come ne sostiene la reputazione, vediamo allora come poter fare quel che ci pare. Quest’attitudine distrugge il dialogo, che in ogni caso ci riporterebbe all’utopia della comunicazione di Habermas. L’internet pubblica si è trasformata in un campo di battaglia, spiegando così il successo di <<giardini recintati>> come Facebook e Twitter, in cui il web 2.0 offre strumenti per filtrare sia i contenuti si altri utenti. Infine, Lovink sostiene che i social network non riguardano tanto l’affermazione di qualcosa come se fosse una verità, quanto piuttosto la creazione della verità tramite una serie infinita di click>>.

Siva Vaidhyanathan[10], in Googlization of Everything: And Why we Should Worry (2012), tratta il tema della “googlization”, cioè, lo sviluppo di dipendenza degli utenti di Internet da Google, il motore di ricerca e il fornitore di servizi più importante sulla rete. L’”organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili” ha portato Google a generare tecnologie di macroinfluenza sui propri utenti. Google definisce la propria agenda di senso attraverso l’indexing di quali sono le informazioni più rilevanti per gli utenti, modificando le loro percezioni riguardo al valore e significato dei contenuti. Vaidhyanathan sostiene la necessità di un nuovo ecosistema informativo, da lui denominato Human Knowledge Project, che sarebbe un mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

Questo è un primo tentativo di ricostruzione delle teorie critiche di internet.
Sarebbe interessante fare, con i lettori di Ottavopiano.it, una ricostruzione più piena e complessa delle attuali teorie critiche, che mettono in discussione l’ideologia della rete vista come strumento di democrazia, libertà e partecipazione.
In un’epoca di glorificazione di internet, di internet-centrismo, alla rete vengono attribuite tutte le virtù e sul Web vengono riposte tutte le speranze di liberazione, di trasformazione e di progresso del globo.
Noi di Ottavopiano.it abbiamo sempre dubitato di questa ideologia e della devozione che la blogosfera italiana ha sempre manifestato.
Costruire una raccolta delle teorie critiche è il primo passo verso una consapevolezza mediatica che speriamo ci possa portare verso un nuovo ecosistema di informazione, mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

 


Note
[1]  Scrittore e imprenditore anglo-americano. Libri pubblicati in Italia:
Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia (2009)
[3] Giornalista, scrittore, docente universitario. Libri pubblicati in Italia:
[5] Giornalista tedesco. Libri pubblicati in Italia:
La libertà ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale (2010)
[6] Informatico, compositore e saggista statunitense. Libri pubblicati in Italia:
Tu non sei un gadget (2010)
[8] Blogger, scrittore e ricercatore universitario bielorusso. Libri pubblicati in Italia:
Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo (2012)
L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (2011)
[9] Docente, saggista e teorico delle culture di rete olandese. Libri pubblicati in Italia:
Ossessioni collettive. Critica dei social media  (2012)
Internet non è il paradiso (2004)
Zero comments. Teoria critica di internet (2004)
Dark fiber (2002)
[10] Scrittore e docente universitario. Libri pubblicati in Italia.
La grande G. Come Google domina il mondo e perché dovremmo preoccuparci (2012)

E’ Questione Di Tempo…

In questo post, sono state catalogate e schematizzate le figure di influencer che, in virtù delle loro caratteristiche, riescono a modificare l’opinione pubblica.
Proprio in questo senso, pensavo al ruolo che svolgono i giudici nel nostro Paese.
Volendo schematizzare, il giudice o il magistrato (la mia analisi è tout court e non vuole essere in alcun modo giuridica) potrebbe essere definito un Guru in quanto detiene il potere delle relazioni, della conoscenza e della persuasione  (nota di Oz).
Il giudice può contare innumerevoli relazioni umane: personali (amici, parenti, gente comune), professionali (imputati, colleghi, personale), collaterali (politici, imprenditori, malavitosi).
Al pari degli intellettuali (i router) ha conoscenze proprie e derivanti dalla professione che svolge. Il giudice, nella sua qualità, può avere accesso a diverse informazioni precluse alla gente comune (intercettazioni, pedinamenti ed indagini di vario genere).
Nelle sue funzioni, è uno switch. Le informazioni ottenute (indagini), le instrada affinché una porta (indagato) ne venga colpito.
Il giudice, o il magistrato, vive, inoltre, dei benefici del bridge e del firewall!
Come un bridge, il giudice fa da ponte tra varie realtà sociali e professionali e le sue informazioni, derivano da altri bridge (collaboratori o altri giudici). Ha la funzione di firewall, i togati sono organizzati in lobby (l’ultracasta) organizzati con regole proprie.
Voglio ricordare che nell’esercizio delle sue funzioni, il giudice non ha responsabilità civile (sì parla di effettività non di esistenza cfr. L. 117/88), ergo non solo causa ingenti danni al cittadino, ma mina alla radice la legalità e la democrazia!
Al giudice, vanno riconosciute altre due peculiarità: l’autorevolezza e l’uso del tempo.
L’autorevolezza è classificabile in immateriale ed in materiale. Immateriale perché ogni magistrato vive della propria aurea di intoccabilità (e della propria presunzione). Materiale, perché il giudice fa  le sentenze (parlo di vincolo morale e non ex lege) e quindi precedenti. Obbliga così tante persone ad attenersi ad un comportamento che egli stesso impone [talvolta anche senza osservare le leggi (i salomonici giudizi di equità)].
Il tempo, ma forse sarebbe più corretto parlare di tempistica (i magistrati, è noto, riescono ad influenzare anche l’agenda della politica). Il giudice può decidere quando mettere in moto tutte le sue potenzialità e scagliarle contro il presunto, siamo pur sempre garantisti, reo.
Credo sia chiaro, come questa figura possa in totale autonomia vivere sulle spalle della comunità, aggiustando situazioni civili e politiche a proprio piacimento, piegando al proprio volere la dura lex.
Ora Vi pongo una domanda, ma se ci fosse qualcuno pronto a cambiare lo status quo, a questa minaccia, l’ecosistema appena descritto come reagirebbe?

A Voi la risposta…

Elogio Dell’ Irreperibilità

Il viandante sul mare di nebbia (1811) – Caspar David Friedrich

<<- L’Uomo è un animale sociale.

– Cazzate!

– Come sarebbe a dire?

– L’animale sociale è un’invenzione del maschio alfa per creare una stratificazione sociale da assoggettare ai propri voleri tramite la politica che è il braccio dell’economia di scambio. Il senso del sacrificio cristiano ha suggellato la schiavitù del plebeo nei confronti dell’alfa per assecondare i sistemi produttivi capitalistici. Siamo tutti schiavi: ieri lo eravamo di un imperatore in carne e ossa, oggi di un imperatore invisibile e più subdolo che agisce tramite onde elettromagnetiche. Il Re del Mondo!

– … alfa?

– Uno stratagemma perfezionato nei secoli dalle lobby socio-economiche per creare un legame apparentemente indispensabile tra gli individui formanti la cosiddetta società civile.

– Misantropo che non sei altro!

– Così come le formiche di un formicaio, quando s’incontrano lungo la stradina che dall’entrata della loro casa sotterranea le porta verso il cibo, hanno continuamente bisogno di toccarsi tra di loro tramite le ‘antennine’ per riconoscersi, allo stesso modo noi esseri umani dobbiamo continuamente parlare, parlare, parlare, comunicare, scrivere, mandare messaggi, lanciare bottiglie con messaggi nell’oceano della solitudine. Sennò moriamo. Naufraghi di noi stessi. Altrimenti siamo costretti a rimanere in compagnia, nella stessa stanza, con la persona più pericolosa e noiosa della nostra vita…

– E cioè, chi?

– Con noi stessi.

– Che assurdità!

– Ti sembrano assurdità perché ormai siamo tutti assuefatti e aborriamo il cambiamento, additando chi non si conforma alla maggioranza. Siamo talmente abituati a contare sulla reperibilità degli altri esseri umani tramite i vari aggeggi forniti dalla tecnologia, che non siamo più in grado emotivamente di gestire un’eventuale assenza di contatto. E tu ne sei la prova. Per non parlare di quella volta, durante quel fine settimana a Capri, quando dimenticasti il caricabatteria a casa e il tuo cellulare giaceva esanime sul comodino. Ti dovetti fare un’endovena di camomilla. Ricordi?

– Ma che c’entra? Io prima ero preoccupata perché non rispondevi.

– Appunto. Lo vedi che mi dai implicitamente ragione?

– In che senso?

– Nel senso che la tua preoccupazione nasce dalla disponibilità di una tecnologia talmente efficiente e presente che in caso di mancata risposta non pensi alla ragione più semplice, non sai supplire alla mancanza utilizzando la forza del pensiero… Se invece di essere nel 2008 ci trovassimo nel 1867, in un’epoca storica senza cellulari, tu non ti saresti preoccupata della mia incolumità perché non saresti stata condizionata dalla facile reperibilità in cui viviamo. E se anche io fossi qui, morto, nel mio monolocale di trenta metri quadrati, lo avresti saputo solo dopo molti giorni o settimane tramite un corriere a cavallo, con una lettera o un biglietto. Non credi?

– Beh! Sì…

– Allora, vedi? Il collante sociale fornito dai cellulari non solo ha soddisfatto le esigenze economiche di chi voleva una società riunita e controllabile, ma è andato oltre: ha azzerato i normali ritmi del tempo, causando un’alterazione della qualità del sapere. Dove per “sapere” non intendo solo le nozioni di chimica o le formule fisiche, ma la normale conoscenza della posizione di un corpo nello spazio. Nella fattispecie, il mio. Noi oggi non veniamo a conoscenza delle cose in maniera normale, quasi casuale, ma andiamo alla ricerca di una conoscenza superficiale delle cose e degli esseri (Ci domandiamo scioccamente:Dove sei? Cosa fai? Con chi sei? Invece di chiedere: Chi sei? Da dove vieni? Quali sono i tuoi obiettivi per il tempo che ti rimane? Cosa c’è dopo la morte? “Cosa” c’è tra un atomo e l’altro? Come mai esisti?) perché il sistema economico ci ha detto che in questo modo saremmo stati meno soli. E noi c’abbiamo creduto.>>

Testo tratto da Elogio dell’irreperibilità dell’individuo .

A Volte L’Uomo Inciampa Nella Verità, Ma Nella Maggior Parte Dei Casi Si Rialzerà E Continuerà Per La Sua Strada. (Piccolo Compendio Alle Noie Della Vita)

“Se qualcosa può andar male, lo farà”. Così declama la legge di Murphy e d’altronde, come dargli torto? Generalmente, lasciate a loro stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio.
A quanti, seduti su di un comodo divano, non è successo, con una mossa sbagliata, di far scivolare il telecomando della tv per terra? Tranquilli, cadrà sempre in modo da produrre il maggior danno possibile. Di pari passo in macchina, la coppa dell’olio o la batteria quando decideranno di rompersi? Quando avremo una fretta irrimediabile! Come dire, tutte le cose vanno male contemporaneamente e si danneggiano in proporzione al loro valore.
E dopo il danno? La beffa! Dovremmo sentirci i soliti medici che hanno un rimedio per tutto, quei qualcuno che “l’avevano detto”, sempre pronti ad intasare la nostra coda, perché l’altra va sempre più veloce. Ed è inutile cambiarla, quella che si è appena lasciata diventerà immediatamente la più celere. Senza contare che più è urgente il motivo per cui si fa una fila, più lento sarà l’impiegato allo sportello. Perché se c’è una maniera di rimandare una decisione importante, la buona burocrazia, pubblica o privata, la troverà.
Tutto diventa un delirio e se le persone intorno a voi sorridono quando le cose vanno male, è perché non hanno capito il problema o peggio, hanno già trovato qualcuno (VOI!) a cui dare la colpa. Errare è umano, ma dar la colpa a un altro, ancora di più.
Siatene certi, se tutto vi sembra andare bene, sicuramente state sopravvalutando qualcosa.
Certe cose si percepiscono anche nella vita di tutti i giorni! Quando non guardi, segnano. Quando incontrerete l’unico autobus che viaggia, in direzione opposta alla vostra, lungo una strada deserta? Ovvio, sul ponticello. E durante lo shopping? Se  piace, non hanno la misura. Se piace e hanno la misura, non sta bene. Se piace, hanno la misura e sta bene, costa troppo.
Ma se è periodo di saldi, non importa quale fosse il prezzo originale, ma quanto forte è lo sconto applicato.
Quindi, non lasciatevi affliggere dalla quotidianità. Il vero problema risiede nelle bruciature. Prima di proseguire vi ricordo che il vetro rovente ha esattamente lo stesso aspetto del vetro freddo. Ma finché ti morde un lupo, pazienza. Quel che secca è quando, ad azzannarti, è una pecora.
Rimanete fermi ai vostri principi e ai vostri valori, senza dimenticare che se aiutate un amico nel bisogno, non si scorderà di voi la prossima volta. Riuscirete così a farvi un nuovo nemico che, a dispetto degli amici che vanno e vengono, si accumulerà ai vecchi.
E lasciate perdere gli stupidi, né perdete tempo a discutere con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza. Purtroppo la somma dell’intelligenza sulla Terra è costante ma la popolazione è in aumento.
A tal proposito, se il computer  non dovesse dar segni di vita, funzionerà meglio se inserite la spina.

Dialogo A Due Con Morpheus

Matrix Prendendo spunto dalla terza edizione del Public Camp 2010, abbiamo contattato un personaggio che di Rete se ne intende e abbiamo cercato di approfondire con lui alcuni degli argomenti trattati durante l’evento.
Il nostro ospite si chiama Morpheus*, uno che non ha certo bisogno di presentazioni.

D. In sintesi Morpheus, cosa è emerso dall’ultima edizione del Public Camp?
R. Che la Rete è un enorme insieme di mezzi di comunicazione e di influenza di massa. È il più interessante per potenzialità, molte delle quali ancora inespresse, e per velocità nella costruzione e nella tenuta delle relazioni. Ma una volta per tutte ci tengo a sottolineare anche un altro aspetto: dimentichiamoci tutte quelle balle sulla Rete come luogo aperto, libero e democratico. Il web ricorda molto più il Sud America e le sue peggiori dittature che una democrazia.

D. Scusi, credo di non aver capito.
R. Partiamo da un assunto: sono d’accordo con Formenti quando dice che la democrazia è morta. Lo è da tempo, perciò tentare di resuscitarla attraverso la Rete è roba da impostori. Il fatto che sia partecipata e accessibile più o meno a tutti non significa che la Rete sia un luogo democratico. I suoi protocolli di funzionamento non appartengono agli utenti. I contenuti scritti, modificati e commentati, rimbalzanti da una parte all’altra del mondo, ne sono una prova: più li fai girare, più entrano a far parte dell’immaginario collettivo generando cultura di massa. Difficile ribaltarne il significato, anche quando si tenta di farlo. L’unica cosa che può fare la Rete, è assumere le sembianze di un generatore di processi democratici, ma solo se partecipativi e derivanti dal basso.

D. Quindi lei non crede alla cosiddetta “rivoluzione” del web?
R. Non ho mai detto questo. Sarei un pazzo a non certificare la realtà dei fatti. Proprio al Public Camp, attraverso studiosi e addetti ai lavori, è stata dimostrata l’importanza concreta delle reti virtuali. Si è discusso del peso reale che un network può avere rispetto al comportamento degli esseri umani. Soprattutto è stato evidenziato quanto la Rete influisca sulla costruzione dell’opinione comune.

D. E quindi?
R. Significa che una rivoluzione c’è e ce ne saranno tante altre ma ciò non vuol dire che la piattaforma virtuale sia democratica. Tutto è assolutamente sotto controllo, non dimenticatelo mai. Non si esercita alcuna forma di esercizio della volontà popolare: la Rete è il luogo in cui tutti dicono di tutto e chi è più forte ha un effettivo dominio sugli altri. In sostanza, più si ha una preparazione culturale adeguata, più si può diventare protagonista della nuova lotta di classe che inevitabilmente si combatte proprio su internet.

D. Allora come si può influenzare l’opinione pubblica? Chiunque in Rete può farlo?
R. Assolutamente no. Affinché si generi influenza sulle coscienze è necessario individuare coloro che hanno il fisico e l’autorevolezza per farlo. Sono gli influencer, soggetti capaci di costruire controllo ed egemonia del consenso. La Rete, fatta comunque di relazioni vere in carne e ossa, solitamente è strutturata con grandi hub, circondati da una miriade di nodi e di link. Ma deve essere solida. Ce lo ha spiegato Barabàsi.

D. E questo può bastare a generare consenso?
R. No. Certamente devono essere gli hub i fattori determinanti, in quanto portatori di numerose relazioni nella rete. Ma a questi vanno affiancati i router, che generano conoscenza, gli switch che hanno il potere della persuasione e i bridge ovvero quelli che utilizzano le relazioni per rintracciare informazioni da mettere a frutto giorno dopo giorno. Il tutto deve dar vita a uno strumento tattico, un mezzo che sappia essere il centro di un fitto sistema relazionale e che sia in grado di veicolare il più possibile contenuti e informazioni.

D. Lo scenario appena descritto sembra quasi prospettare il sopravvento prossimo della Rete sul Pianeta…
R. Purtroppo la Rete è un altro marchingegno inventato e messo in circolazione per controllare l’intelletto di voi umani, sempre troppo fiduciosi nel prossimo e speranzosi riguardo all’innovazione. Ciò che vi ho raccontato non è una novità, basta guardare come è stato ridotto il lavoro proprio sul web. Sono riusciti a far passare i bloggers e i nuovi media-attivisti come rivelatori di ogni verità, quando in realtà, senza dar loro alcuna contribuzione, li sfruttano campando alle loro spalle.

D. Quindi, è troppo tardi per invertire la tendenza?
R. Bisogna lottare e fare in modo che a vincere siano quelli più buoni. Noi non ci siamo riusciti. Spero che a voi vada decisamente meglio.


* protagonista della trilogia di Matrix

The Cyberbrain Warfare: La Guerra Degli Influencer

“C’è un solo mondo ed è falso, crudele, contraddittorio, corruttore, senza senso. Un mondo così fatto è il vero mondo”. (Friedrich Nietzsche)

“Come fai a capire se questa realtà è autentica o se è solo una estensione di false illusioni generate da segnali virtuali?” (Ghost in the Shell II)

La terza era del capitale, quella che viene dopo l’epoca classica delle ferriere e del vapore e dopo l’epoca moderna del fordismo e della linea di montaggio, ha come territorio di espansione l’infosfera, il luogo dove circolano segni-merce, flussi virtuali che attraversano la mente collettiva.
La colonizzazione dell’immaginario non è che l’ultima tappa del processo di colonizzazione capitalistica delle Reti.
Immaginario e memoria individuale, immaginario e memoria collettiva sono i territori di conquista della guerra dei sogni nel postumanesimo.
Internet resta un insieme di media pervaso di un caos spesso confuso per libertà, in cui i suoi utenti possono permettersi di contraddirsi da soli, fra menzogna e verità, informazione e disinformazione in una società liquida dai valori composti.
Se pur internet a volte urta vari poteri e fa scoprire menzogne di stato, e modifica l’essere della stampa/editoria mondiale o permette di finanziare o far vincere campagne elettorali come è avvenuto nel 2008 con Obama, non ha dato forma a nessuna vera democratizzazione dal basso.
Su Internet è preferibile evocare microfluenze – che impongono al pubblico un percorso ipertestuale e cognitivo con l’obiettivo di convincerlo a sottoscrivere le proposizioni presentate e a relanzionarvisi – invece di pesare troppo sul passo del mondo attraverso i processi di macroinfluenza che non solo cambiano la percezione del mondo (il “mi piace di Facebook” ad esempio) o che potrebbero mettere in crisi la netneutrality, attraverso il concentramento della tecnologia di accesso a internet in mano a pochi (uno) operatori di mercato.
Nelle reti si gioca una guerra senza pietà fra le differenti memorie evocate e sulla capacità di costruire framing e di consolidare priming.
La dicotomia oggettivo/soggettivo, sovrapposta a quella verità/opinione, è del tutto inadeguata nel mondo delle reti.
E se le cose sono ridotte alle loro immagini, il nostro cervello oggi produce e consuma immagini che definiscono il desiderio. E una volta messa in moto la macchina del desiderio è difficile da governare.
È per questo che noi viviamo un assedio esterno, una influenza costante e sofisticata sui nostri desideri.
Il processo di produzione globalizzato tende a diventare sempre più processo di produzione di mente a mezzo di mente. Il suo prodotto specifico ed essenziale sono gli stati mentali.
Attraverso le tempeste semiotiche nell’infosfera elettronica, producono un puzzle incompiuto di strane collezioni di idee, credenze e dottrine composite.
Più un individuo è esposto a stimoli identici e più sarà incline ad appropriarsi delle proposizioni che corrispondo a questi stimoli.
Una moltiplicazione di sè composta, una volta di più, da tanti avatar quante sono le sue gradazioni di desiderio, d’umore e di emotività.
Le caratteristiche della semiosfera ipermediale producono effetti sul sistema emozionale.
Esiste un’influenza diffusa sul reale, più difficile da definire perchè agisce sull’interpretazione del mondo attraverso specchi interposti.
Questa influenza non è politica nè strategica, ma esperenziale.
Nella fase conversazionale della semiosfera i motivi di condivisione riflettono ormai l’intera gamma delle passioni, dei bisogni, degli interessi e dei desideri che caratterizzano la vita sociale: i gusti musicali, le preferenze sessuali, l’entusiasmo per un attore o un genere letterario, l’appartenenza a una categoria professionale, il desiderio di vedere riconosciuto il proprio talento creativo o di promuovere un prodotto che si ritiene particolarmente meritevole, la speranza di incontrare qualcuno con cui stringere amicizia o di intrecciare una relazione erotica, la pura e semplice smania di esibizione; praticamente qualsiasi cosa può diventare occasione per alimentare una qualche forma di “appartenenza”.
Malgrado questo processo di frammentazione culturale il riferimento ad alcuni valori di fondo del Popolo della Rete – come la possibilità di esprimere il malessere sociale, di rifiutare le gerarchie precostuite, l’insofferenza nei confronti di ogni genere di censura, l’etica della libera condivisione delle risorse – non viene meno.
Ed è proprio per questo che la semiosfera vive una illusione prolungata, la speranza che si formi e (r)esista una nuova opinione pubbica digitale.
Nella sua mutazione storica la pubblica opinione è stata: prima soggetto sociale (per Habermas, che la identifica con le emergenti élite borghesi); poi oggetto di indagine di statistica (per gli studiosi della mass communication research e per il marketing politico); infine luogo (doxasfera) in cui si misurano ogni volta, i rapporti di fra decisori politici ed economici, media, pubblico generalista e minoranze attive, con queste ultime sempre più capaci di condizionare il ruolo di agenda setting dei tradizionali media broadcasting.
Il punto paradossale è che le visioni con approccio utopistico/visionario al tema rapporto fra nuovi media e scenari postdemocratici poggiano sull’interpretazione che il fascino delle grandi narrazioni del rapporto uomo/tecnica-tecnologia/cultura sia fondato sulla carica utopistica che li pervade: esse sognano l’unificazione planetaria delle culture umane e l’avvento di un mondo globale pacificato e liberato da diseguaglianze e ingiustizie sociali.
Tutte le riflessioni sulle nuove forme di democrazia partono dal tentativo di definire in primo luogo il nuovo soggetto antropologico della democrazia, soggetto che viene concepito come un “prodotto” delle tecnologie di rete, in cui il confine tra pubblico e privato è cancellato.
E in questo confine che non esiste più, i cittadini della Rete sono prigionieri di una architettura che non conoscono, di cui non sono proprietari; una architettura che non può essere, come sostengono gli ottimisti o i fascisti digitali, refrattaria per natura a ogni volontà di controllo, per il semplice fatto che non è mai esistita una natura di Internet, ma solo una struttura fatta in un determinato modo così come l’avevano progettata i suoi creatori originali; così come non esiste alcun reale ostacolo tecnico alle intenzioni dei “nuovi padroni” della Rete che si propongono di ridisegnarne la logica.
La rete è uno spazio pubblico già ridotto al dominio del mercato, e non è lo spazio dell’infinita libertà, di un potere anarchico e libertario che nessuno può domare. È ormai un luogo di conflitti, dove la libertà è presentata come nemico della sicurezza, le ragioni della proprietà contrastano con quelle dell’accesso.
Nasce di qui il dilemma di capire cosa avremo domani un’opinione pubblica resistenziale o un dominio del mercato che ha l’obiettivo di influenzare e controllare il desiderio, i sogni, e le abitudine dei cittadini digitali? Un dominio delle anime digitali?
Ghost in The Shell, Matrix, Inception sono solo scenari fantastici o una invenzione che dall’immaginario retorico e futuristico ci avverte che la conoscenza sarà uno strumento di potere e di dominio assoluto?
Con “cyberbrain warfare” si indica la pratica di impiegare “il ghost hacking” come mezzo per ottenere l’accesso a un cervello cibernetico e infine al “ghost”, ovvero l’istinto non mediato da calcoli, di un determinato indviduo. La “cyberbrain warfare” è una conseguenza naturale dell’interazione delle tecnologie della cibernetica e delle comunicazioni senza fili direttamente connesse al cervello umano.
Sembra non esserci futuro per l’umano nella storia dell’umanità.
Il medium non è più il messaggio, i nostri cervelli vengono utilizzati come media per creare influenza sotto il dominio dei segni e del significate da parte della colonizzazione capitalistica della sfera.
Il dominio della infosfera e della semiosfera sotto un nuovo ordine di guerrieri: gli influencer.
Chi sono gli influencer?
Con la nascita dei Social Media, l’esperienza panottica di Bentham – ovvero il controllo senza essere visti – è stata traslata dai blogger ai nuovi potenziali profili di influenza.
La rete delle relazioni connesse, mutua il suo gergo e le sue funzioni dall’informatica: hub, nodi, router, switches. I profili che si riscontrano, oggi, nella rete sono:
A- coloro che hanno i contatti più numerosi e che connettono persone che con altre persone (hub). Si possono classificare secondo due criteri: lo scambio di relazione frequente o meno frequente, e se i legami sono forti o deboli;
B- coloro che hanno il sapere e la conoscenza (router), a cui le persone si rivolgono per chiedere informazioni;
C- coloro che hanno il potere di persuadere gli altri a comportarsi in un certo modo o effettuare determinati acquisti (switches);
D- coloro che gestiscono relazioni e connessioni con l’obiettivo di reperire informazioni e skill da utilizzare quotidianamente (bridge);
E- coloro che nella piena autosufficienza tendono a trovare da soli informazioni di cui necessitano;
F- coloro che non sono collocabili in alcuna delle precedenti categorie e che hanno atteggiamenti e comportamenti discontinui.
Gli influencer sono la mescolanza dei profili A, B, C. e attraverso le metriche sociali, qualitative e quantitative, ovvero quantità e qualità di post, commenti, di follower e fan, etc si possono determinare nella rete chi sono gli influencer e a quale tipologia essi appartengano.
E se a ciò aggiungiamo gli studi di profilazione per permettere al brand marketing di individuare e cogliere le tipologie di utenza delle piattaforme social oriented, possiamo immaginare come la piramide dei bisogni di Maslow è stata già ridisegnata per i fruitori della Rete. Una nuova riprogrammazione di bisogni di sopravvivenza, di sicurezza, di affiliazione e socializzazione, di stima e di riconoscimento, di realizzazione personale nella fruizione della infosfera e della smeiosfera, dei social network, del porno, e dei processi di produttività.
Un brand, o un movimento sociale, o un nuovo ordine identifichi gli influcer in un dato territorio geografico (locale, provinciale, regionale, nazionale, internazionale o mondiale) possono ridisegnare totalmente il framing costruendo un sistema di reputazione, simulacro di qualsiasi matrice cognitiva si voglia organizzare.
In Italia abbiamo già assaporato un assaggio delle strategia fatta attraverso gli influecer.
Due i casi, che voglio prendere in considerazione: 1. la geneaologia del Popolo Viola e 2. Wired e la campagna Internet for Peace.
Il Popolo Viola, movimento e identità resistenziale, pulsione vitale dal basso, nasce da un profilo Facebook, che nessuno sa in realtà di chi fosse. Celato sotto l’avatar “Precario San del Popolo Viola”*, il fondatore del Popolo Viola, potrebbe essere in realtà una strategia degli influecer della Casaleggio Associati, società nata all’interno dei medialab di Telecom e la più esperta e avanzata realtà di studio e di ricerca in Italia su potere, influenza e mobilitazione virtuale. Ha tra i suoi clienti: Beppe Grillo, Antonio Di Pietro e Marco Travaglio.
Internet for Peace, la campagna di sostegno alla candidatura di Internet a Premio Nobel organizzata da Wired Italia, era semplicemente una campagna di marketing per il posizionamento della rivista. Il problema in sé non esiste, ma la questione su cui bisogna riflettere è la strategia avanzata da Telecom attraverso gli influencer della rete, attraverso Wired – attraverso Riccardo Luna ex giornalista sportivo e direttore del romanista – trasformato in guru delle culture digitali, attraverso i blogger italiani -panotticamente controllati ?- che si riuniscono nei contest tipo Riva del Garda per costruire una propria autolegittimazione e referenza, oggi messa in discussione dai social network e media, attraverso i Working Capital, distonie comunicative della strategia di corporate tesa a licenziare i lavoratori e a catturare talenti creativi, attraverso i Future Lab che immaginificano il futuro anteriore.
Eppure Telecom è contro l’NGN, il Next Generation Network, ovvero la più grande evoluzione che la rete possa avere in questo momento capace di consentire il trasporto di tutte le informazioni ed i servizi (voce, dati, comunicazioni multimediali) incapsulando le stesse in pacchetti TCP/IP.
E su NGN anche la televisione potrebbe trasmettere, aprendo a una pluralità di voci, ma Governo Berlusconi e Telecom sono contrari.
Con gli influencer e le strategie ad essi connessi si apre un nuovo mondo, e con esso un nuovo ordine di dominio.
La conoscenza moltiplica la capacità umana di produrre cose utili, e moltiplica gli spazi di libertà per tutti gli essere umani, riducendo così il tempo di lavoro necessario per produrre ciò che occorre alla società.
Ciò vuol dire che conoscere è potenza.
Oggi c’è un obiettivo preciso: fare della conoscenza uno strumento di potere, non di liberazione.
Ma questo non accadrà facilmente, perchè la conoscenza non tollera il dominio, e irreversibilmente la postumanità ha preso il posto dell’umanità.

Bibliografia
Marc Augè, La guerra dei sogni, Eleuthera
Franco Berardi ‘Bifo’, Il sapiente, il mercante, il guerriero, Derive Approdi
Manuel Castells, La nascita della società in rete, Egea
Stefano Cristante, Media Philosophy, Liguori
Derrick De Kerchkove, Dopo la democrazia, Apogeo
Carlo Formenti, Cybersoviet, Raffaello Cortina Editore
Carlo Formenti, Incantati dalla rete, Raffaello Cortina Editore

Note
* Il “Precario San del Popolo Viola” non è San Precario del collettivo Chainworkers.
Il collettivo Chainworkers ha co-creato sia la Mayday Parade del primo maggio dal 2001, sia la figura di San Precario.
Da quando è nata il 29 febbraio 2004 l’icona di San Precario è sempre stata una icona libera, da usare liberamente. L’icona è stata usata da lavoratori, collettivi, sindacati di base.
Articolo di approfondimento sulle differenze di San Precario da Precario San del Popolo Viola:
http://www.precaria.org/san-precario-vs-precario-san.html

Cyberwar Di Oggi E Di Ieri


È da un po’ che su Internet e sui giornali circolano articoli relativi alle varie cyberwar che animano la Rete. Il direttore della CIA Leon Panetta, in una intevista rilasciata qualche tempo fa a Jake Tapper di “This Week”, programma della ABC (qui il riassunto in italiano de ilPost.it), ha dichiarato: “Un’altra preoccupazione è la sicurezza informatica. Viviamo in un mondo in cui la guerra informatica è ormai reale e può minacciare le nostre reti e il nostro sistema funzionario. Può paralizzare il nostro Paese”.

Sono quasi sicuro però che non molti sanno che quelle di oggi sono solo le ultime, in ordine di tempo, guerre digitali in atto. Infatti qualche anno fa, quando la Rete viveva la sua Dark Age, moltre altre guerre sono state combattute.

C’è stato un tempo (primi anni ’90) in cui accese battaglie sono state combattute per il dominio di un canale Irc (#Italia era un canale molto conteso ma anche #Sesso, #Coppie o il minore #Salerno non sono stati da meno) o per il possesso di una shell. A quel tempo si passavano le notti a takare canali, collidare nick, bucare sistemi nei quali telnettarsi, ripulire ed applicare patch, notti in cui grazie ad un green a 56k (o anche a 9600 bit/s) si rimaneva connessi ore ed ore e chi poteva codava e chi non poteva scandagliava la rete alla ricerca dell’exploit giusto per bucare quel bot o quella rete ed ottenerne così il controllo.

Ci si scontrava con hackers ed internauti di altri paesi (all’epoca gli israeliani erano molto forti così come i finlandesi) in battaglie senza tregua in cui di giorno si dormiva e di notte si combatteva con ping -f, smurf, synflod e altri DOS o DDOS.

In quel periodo si consolidava la distinzione tra hacker (buoni) e cracker (cattivi): i primi avevano un’etica (il Manifesto dell Hacker di  Loyd Blankenship, aka The Mentor, ne è un esempio), i secondi avevano un fine ed in alcuni  – non pochi – casi questo fine era soprattutto economico (in Italia il carding era nel suo periodo d’oro e c’è stato chi si è fatto recapitare a casa addirittura un frigorifero).

A qualcuno potrà sembrare un gioco, un hobby infantile per nerd che non avevano niente di meglio da fare che passare le notti davanti ad un monitor (nb: molti di quelli che a quei tempi criticavano e bollavano come “noiose” o “sprecate” le tante ore passate  su Internet oggi sono tra i più assidui ed accaniti frequentatori di Facebook o altri socnet e spendono il loro tempo a registrare video da caricare su qualche piattaforma di condivisione) ma non era affatto così. La Rete a quel tempo era uno strumento di affermazione ed emancipazione sociale in cui la privacy era per molti un aspetto fondamentale. Persone che vivevano la vita reale con un po’ (o anche tanto, lo spettro emozionale era molto ampio) di disagio sulla rete e dietro un nickname diventavano qualcosa di diverso, liberavano il loro ego o diventavano qualcun altro e, per il tempo di una connessione (le adsl flat o non c’erano o non erano così diffuse), si sentivano qualcuno, si sentivano vive. Ma c’era anche chi semplicemente viveva la propria presenza sulla Rete come un momento d’incontro ed un mezzo per fare nuove amicizie (molti degli inquilini del Piano si sono conosciuti proprio grazie ad Internet) senza dover prima mostrare un po’ di fatti propri in giro (come invece succede oggi su Facebook).

A quei tempi (non so perché ma usare queste parole mi fa sentire molto vecchio :D) la Rete era qualcosa di diverso da ciò che è diventata oggi, non migliore, solo diversa e non entro nel merito di giusto/sbagliato perché credo che, sebbene molti governi facciano di tutto per cercare di controllarla, Internet viva di una sua naturale e non controllabile evoluzione (quello che secondo me è l’evoluzione della Rete magari lo scrivo in un altro post).

Per meglio ricordare quel periodo voglio citare alcuni dei nick dei protagonisti che, nel bene e nel male, lo hanno animato (ovviamente l’ordine è assolutamente casuale e sicuramente sono molti quelli che al momento mi sfuggono, mi scuso in anticipo con loro): ARCANGELO, Jester, Bonhomme, Magoz, Fosdo, [PiTBull], [Bull], Nncisto, Blacklion, Zcot, Saponetta, Thule, LupinIII, Sigma, Mofoz (buonanima), Cecco, Tsunami, Bigbob, Dodo, nilo, Mercury, V|pera, Ak|ra, Vincent. D3vah, orcaloca, J3di, rigian, mtb, dashx, dekadish, ^jonas^, gunzip, nigma, kaossino e tanti tanti altri.

Molti di loro non hanno mai avuto un volto né lo avranno mai ed è forse per questo che non saranno mai dimenticati.

Ed ora, come diceva il quit message di uno di cui non ricordo il nome: “Telnet to real life”

Un Link Speciale Per Te!

Hanno tutti un’immagine photoshoppata, un alfabeto irriconoscibile e una citazione che rimeggia con cuore o amore. Ne ho visti di tutti i colori, sgrammaticati, con orrori di ortografia, mancanti di punteggiatura e firmati dai nick più infausti:  “Camorra and Love”, “Principe Azurro” (il mio non è un refuso), “bambolina napoletana triste” e chi più ne ha, più ne metta!

La banalità usata per indicare una appartenenza a chissà quale categoria: “Uomini e donne”, “sono figo”, “mi stressi”, “ti stimo” e tutta una seria di improperi difficili pure a ripetersi.

Ho visto, attribuita a Jhonny Deep, la frase “Non si desidera ciò che è facile ottenere”. Nulla contro il grande attore, ma povero OVIDIO!!!

Li chiamano “link”.

Non molto tempo fa, erano utilizzati per scopi diversi collegando notizie ed argomenti tra loro omogenei. Insomma, qualcosa di utile.

Ora rappresentano le tue emozioni, i tuoi stati d’animo, i tuoi pensieri.

Ci lamentiamo tanto dell’omologazione, della globalizzazione ma siamo i primi a non voler lasciare un segno e preferiamo affidare ad altri questo compito.

E tu, povero idiota, che hai seguito il link (questo lo è) solo perchè hai visto una bella figliola, sei stato costretto a leggere tutto il mio noioso post fatto di apprezzamenti che – magari – ti riguardano. Ora, da bravo, torna sul tuo profilo e guarda quanto ti sei manifestato omologato e ignorante, condividendo pensieri, tramutati in immondizia da persone che nemmeno conosci.

No, non ti sto disprezzando ma… odi profanum vulgus et arceo.