Benigni Vuol Bene All’italia, La Rai No!

Possibile che lo spettacolo di Roberto Benigni al festival di Sanremo sia stato accolto tiepidamente dagli spettatori presenti? Il dubbio mi è balenato ascoltando la sonorità degli applausi. Lui è stato unico, non c’è dubbio. Battute ficcanti e velate, storie tanto intrecciate quanto distanti tra loro e una dolcezza inusuale, da grande letterato. Si è rivolto a loro per primi Benigni, a quelle persone sedute in teatro. Li (ci) ha incitati a sdegnarsi, a ribellarsi in occasione di offese di un certo genere. Ricordandogli (ci) chi sono stati i loro nonni e il prezzo che hanno pagato per la conquista della libertà, concetto spesso abusato a destra e a sinistra.
Ma non è questo il punto: lo si ami o no, è stato protagonista indiscusso di una prestazione di rara fattura.
Perché allora non ho sentito, nemmeno per un attimo, un applauso fragoroso? Nessun trionfo. Almeno è ciò che mi è parso di capire da casa. Il pubblico lo ha pure omaggiato con una standing ovation al termine della sua esegesi dell’inno di Mameli, che peraltro conoscevo in maniera molto approssimativa prima del suo intervento.
E allora?
E allora, in quell’istante, la mia mente ha elaborato un bizzarro assioma: non avranno mica ritoccato gli effetti acustici e sonori? Tutto è possibile a questo mondo! Così ho prestato attenzione anche alle inquadrature video e, facendo un rewind cerebrale, ho ricordato come le uniche facce riprese in primo piano durante il suo monologo appartenessero a personaggi più o meno noti: ministri vari, direttore generale Rai e quello artistico del festival, parlamentari (leghisti), vip e conduttori della tv di Stato. Non sembravano particolarmente colpiti dallo spettacolo, anzi. Quasi a un passo dalla noia. Ma come? Almeno incazzatevi! Nonostante il premio Oscar abbia fatto più volte riferimento al premier, anche se con eleganza e ironia insolite, nonostante abbia addirittura chiamato in causa Mauro Masi, seduto lì di fronte a lui. Niente. Proprio niente. Possibile? Immaginavo di leggere sul volto del direttore generale una sacrosanta voglia di rifarsi su quel giullare da quattro soldi…..in fondo lo sta prendendo in giro…..chissà quanto si sarà pentito di aver autorizzato l’ospitata…..è intollerabile tutto ciò……ma non c’è reazione…..Benigni  continua, beato e rassicurante……la faccia di Masi però non si vede…..no, non si vede. Nulla.
Ecco, ci risiamo.
Ho pensato: “L’hanno fatto ancora”. È la Rai!
Il volto di Masi non avrebbe retto al confronto con quello di Benigni, questo è chiaro. Non si devono incazzare, non devono mostrare alcun nervo scoperto.
E la regia del festival è sembrata aver seguito, per filo e per segno, indicazioni molto precise: proseguire con l’eliminazione di ogni traccia di attualità. Rai 1 non può non farlo. Non ci sono alternative.
Accade nel telegiornale di Minzolini, a porta a porta di Bruno Vespa o in quelle trasmissioni di cucina assolutamente al di fuori di ogni contesto di vita quotidiana. Perché non a Sanremo?
Il festival deve camuffare il più possibile la realtà e addolcirla. È la sagra della canzone, l’appuntamento degli italiani per eccellenza, di un popolo che deve continuare a sognare anche se l’incubo sembra aver preso il sopravvento da un po’.
E Benigni è una scheggia impazzita, imbrigliata dalla par condicio, ma pur sempre una scheggia impazzita. Come si fa a decontestualizzare i suoi discorsi, le sue parole, le sue verità, in modo che gli spettatori a casa pensino solo e soltanto alle sue movenze, al suo figuro o alla parte più pagliaccesca del suo personaggio e del suo spettacolo?
Certo, le parole non le puoi fermare. Ma fare in modo che facciano meno male forse sì. Il paese lo consente. Il modello culturale di riferimento pure.
Via allo show. Mai inquadrare il pubblico sghignazzante (si può ridere del premier? giammai!). Riprendere, invece, visi cupi e annoiati e noti ministri o dipendenti Rai stipendiati dal governo. Mai far sì che a Benigni, acuto oppositore del regime, sia accostato un altro concetto del tipo “cazzo, forse questo qui ha ragione!”. No, gli italiani non devono sapere. Non devono accorgersi che i primi piani toccano soltanto a quella gente sbeffeggiata, arrivata anche grazie all’establishment politico e pagata (sempre dalla politica) in un anno molto, ma molto meno, rispetto alla performance unica dell’ex ragazzaccio toscano.
A casa non devono sapere, non tutto. Che diamine! Un po’ di controllo ci vuole.
Bah, sono confuso. Forse sono uno dei tanti maligni che si aggirano da tempo in Italia.
Forse, in un attimo, mi si è materializzata davanti agli occhi tutta l’espressione della potenza degli strumenti di comunicazione di massa.
Forse era semplicemente stanchezza. Meglio dormire, e tornare a sognare.

Dalla Periferia Dell’impero

Ho sempre collocato le mie fantasie di bambino nell’epoca dei Greci, quelle di ragazzino nel Medioevo.
Eppure il Medioevo mi sembra di viverlo, oggi, nella nazione che amo, perchè non solo è la mia terra, ma il Paese in cui voglio e ho deciso di vivere, nonostante tutto.
Perchè siamo in un nuovo Medioevo?
Perchè c’è in atto la più totale degradazione del sistema Italia, troppo inaduegato a un mondo e una società glocale che cambia. Troppo vasto nelle sue diversità, complesso, superato e corrotto per essere controllato, anche, nelle singole parti da un apparato manageriale efficiente, destinato – e in gran parte già – al collasso e, per gioco di interazioni reciproche, a produrre un arretramento di tutta la società italiana.
E se a questo aggiungiamo (a) una democrazia che in realtà non c’è, (b) la messa in discussione dei diritti sociali e lavorativi, (c) un imbarbarimento culturale e dei costumi, (d) una classe dirigente (pubblica e privata in ogni ambito) sempre più corrotta e piena di interessi privati, gerontocratica, mediocre, corporativistica, inutile e incapace di risolvere i problemi della società italiana, (e) troppe istituzioni autoreferenziali che aumentano la complessità e non la risolvono, (f) una crisi economica internazionale, che divide sempre di più la forbice tra ricchi e poveri, credo proprio che possiamo parlare di un nuovo Medioevo.
E se la potenza di una nazione è il risultato del grado di sviluppo del sapere/della techne e del suo territorio, l’Italia scivola verso la periferia dell’Impero.
Questo è il quadro che si ricava leggendo “Il mondo in cifre. 2011” edito da “The Economist” e pubblicato in Italia da Internazionale.
L’Italia è tra i Paesi con la crescita economica più debole nel mondo (al 7° posto, prima ci sono solo solo Eritrea, Costa d’avorio, Gabon, Haiti, Domenica, Rep. Centroafricana); situazione analoga nella crescita dei servizi (al 10° posto, in Europa solo la Germania è prima al 9° posto).
Al 9° posto nella percentuale del totale delle esportazioni mondiali (beni, servizi, reddito), al 7° tra i leader del commercio di beni, all’11° in quella dei servizi.
Ha un saldo negativo di 78.144 milioni di dollari, 2° Paese a livello mondiale per debito pubblico, 9° per spesa pubblica.
Non ha un debito estero alto, ma spende per difendersi(?) ovvero per spese militari (bilancio della Difesa) $ 30,9 miliardi, per la ricerca e sviluppo solo $ 21,1 m.
Ha un tasso di crescita, negli ultimi dieci anni, dello 0,4% di media annuale, 7° posto per produzione industriale, 5° posto per industria manifattutiera, 7° posto per servizi, 11° posto per agricoltura.
5° posto per produzione di frutta, 8° posto paese per produzione di verdure.
40° posto per competività globale, 43° posto per ambiente imprenditoriale.
Fuori dai primi 25 Paesi per creatività economica, per capacità tecnologica, e per la capacità di sfruttare brevetti.
5° Paese per turismo e per la spesa in turismo, 4° per i ricavi dal turismo.
Ha una spesa media per la sanità rispetto alle altre nazioni.
Il 96,6% degli italiani ha un tv a colori in casa.
Il 35,7% hanno una linea telefonica in casa, ma per 100 abitanti ci sono 151,6 sim telefoniche (8° posto) e 36,7 pc per 100 abitanti (26° posto).
18,9 abbonamenti di banda larga per 100 abitanti (25° posto) Il 46,9% delle famiglie ha internet (38° in classifica). 215 copie di quotidiani per 1000 abitanti.
L’Italia non è nei primi 29 posti per la stampa più libera, ma nemmeno nei 29 posti dei Paesi con la stampa meno libera. Una transizione permanente, lenta, che dell’Impero ormai più che altro è la periferia.
Ma nella sua apparenza immobilistica e dogmatica il MedioEvo fu, paradossalmente, un momento di rivoluzione culturale.
Non fu solo attraversato da pestilenze e stragi, intollerenza e morte.
Ha prodotto alla fine un Rinascimento, ha inventato la società comunale senza avere avuto notizie precise sulla polis greca, arriva in Cina credendo di trovare uomini con un piede solo o con la bocca sul ventre, arriva forse in America prima di Colombo usando l’astronomia di Tolomeo e la geografia di Erastotene…

Quella Sovranità Della Moneta In Mani Private Di Ida Magli – Il Giornale – 11/12/2009

Abbiamo ricominciato a tremare per le Banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle Banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l’unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l’ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà. C’è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. E’ così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera.

La Banca d’Italia non è per nulla la “Banca d’Italia”, ossia la nostra, degli Italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche Centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro. Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di “federale”), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche Centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca Centrale Europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.
Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto “signoraggio”, ossia sull’interesse che gli Stati pagano per avere “in prestito” dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l’accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori.* Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. E’ vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l’accordo con le banche e di cui si parla come dei “caduti” per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti, (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato i provvedimenti che autorizzavano lo Stato a produrre il dollaro in proprio.
Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile. E’ questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine. In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.
Ida Magli

Rousseau Peccava Di Un Eccesso Incommensurabile Di Ottimismo

Se la politica è l’arte di governare ovvero orientare, piegare, esaltare le passioni, limitare gli egoismi, promuovere gli interessi in vista di scopi d’ordine generale, che trascendono quasi sempre la vita individuale perché si proiettano nel futuro, non v’è dubbio alcuno che l’elemento fondamentale di questa arte, è l’individuo. La politica rappresenta, quindi, un’organizzazione e una limitazione.
Gli individui tendono, sospinti dai loro egoismi, all’atonismo sociale, ad evadere continuamente, a disubbidire alle leggi, a non pagare i tributi. Pochi sono coloro – eroi o santi – che sacrificano il proprio io sull’altare dello Stato, tutti gli altri sono in una posizione di potenziale rivolta contro di esso.
C’è una finzione e un’illusione di più. Il popolo. E’ una entità politica meramente astratta, mai definita. Non si sa dove cominci esattamente, né dove finisca. La sovranità riferita al popolo è un’altra tragica menzogna. Il popolo al più, delega, ma non esercita sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale.
Le corone cartacee della sovranità vengono strappate. L’autonomia del popolo viene sottratta, lasciandolo nell’incoscienza dei fatti. Le domande restano sospese perché le risposte diventano fatali.
“Perché la natura de’ populi è varia; è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione; e però conviene essere ordinato in modo che, quando non credano più, si possa fare credere loro per forza“

Vecchi Simboli. Nuove Guerre…

Propongono leader,anziché idee. Ci inscatolano una vita distante anni luce dal mondo che sogniamo.

Ma è tempo di andare oltre la destra e la sinistra. Superare le lacerazioni del passato, di capire che bisogna rispondere alle sfide odierne del capitalismo globale.

Il nemico, il nuovo nemico, opera su binari diversi, distanti anche dalla recente contrapposizione liberismo-socialismo.

Dobbiamo rifondare la politica su basi comunitarie, aprire a nuove e antiche sensibilità come l’ambiente, il recupero dei centri storici, l’idea di tradizione, l’identità, non chiusa nella riserva indiana ma aperta alla dimensione locale e alla civiltà europea, il senso del sacro.

Bisogna liberarsi del nostalgismo fradicio e furbetto di chi commercializza la memoria degli ideali ai soli fini elettorali, una specie di compravendita politica farcita di ignoranza culturale di base. Solo grazie a questi piccoli passi che la prospettiva culturale e antagonista degli opposti si potrà finalmente rivalutare.

Siamo di fronte ad una svolta storica, ma senza il consueto corteo di analisi, di proiezioni, di previsioni. Anche se, come al solito, turbe di «esperti» ci disegneranno i loro scenari per l’ avvenire. Ben prima di Hegel, gli antichi Padri parlavano dell’ ironia divina: l’Onnipotente si prende gioco della presunzione umana nel voler prevedere un futuro di cui Egli solo conosce il mistero.

Lo “scatto” è di: Francesco Monaco