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Chi Torna Conta!

‎”Avete tutto il diritto di stare a casa, se volete, ma non prendetevi in giro pensando di non votare. In realtà, non votare è impossibile: si può votare votando, oppure votare rimanendo a casa e raddoppiando tacitamente il valore del voto di un irriducibile”.
David Foster Wallace, Forza, Simba, 2000

Qualche Informazione Utile:
Per chi viaggia in nave: le società di navigazione Compagnia Italiana di Navigazione e Compagnia delle Isole applicheranno, nell’ambito del territorio nazionale, una riduzione del 60% sulla tariffa ordinaria per gli elettori che dovranno raggiungere (dall’Italia o dall’estero) il comune nelle cui liste elettorali sono iscritti.

Per chi viaggia in aereo: Alitalia e Blue Panorama hanno previsto il rimborso del biglietto fino a 40 euro a elettore per i voli effettuati sul territorio nazionale dal 17 febbraio al 4 marzo 2013. Alitalia ha inoltre previsto delle tariffe agevolate per i giovani fino ai 26 anni non compiuti che si trovano all’estero per motivi di studio. Per loro, in caso di viaggi tra il 18 e il 28 febbraio, sono previste tariffe speciali a partire da 49 euro solo andata o 99 euro andata e ritorno sui voli internazionali in partenza da diverse città europee. Per usufruire dell’agevolazione è necessario chiamare il Customer Center Alitalia (dall’estero +39 0665649; dall’Italia 892010) oppure recarsi in un’agenzia di viaggio autorizzata, esibendo questi documenti:
documento di identità;
documento/tessera elettorale;
timbratura tessera elettorale che attesti l’avvenuta votazione, per il viaggio di ritorno.

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#memoria E Ricordi

Oggi è la Giornata della Memoria. In occasioni così importanti e cariche di identità e significato preferisco tacere.
Il silenzio, per me, è una lingua di pensieri zitti.
Non mi piace la retorica degli italiani, fiume di inutili emozioni pubbliche condivise perché bisogna far vedere di parlarne sempre e comunque.
Ma, oggi, ho letto il post di Tommaso Giuntella “#memoria” e sono rimasto incantato. Tommaso è una delle più belle persone, che ho conosciuto ultimamente, una di quelle che la vita ti butta là e a cui ti affezioni perché sembra essere così fuori contesto dalla superficialità e dalla mancanza di spiritualità della società contemporanea.
Sono rimasto incantato immaginando quel cassetto, in cui “un pezzo di fil spinato, le lettere e gli altri maledetti ricordi” fanno compagnia al silenzio, ai pensieri e alle immagini sfocate come in un attraversamento di un bosco, di un labirinto in cui ogni certezza viene meno, in cui è assoluta è la solitudine, e chiunque può smarrirsi come un bambino abbandonato ad erranze che lo fanno sfociare nelle fauci abissali dell’orco di quella memoria di dolore incancellabile che portiamo dentro di noi.
Mi è venuta in mente quella che fu la mia tesi di laurea.
In questi anni mi sono passate più di un centinaio di tesi di laurea per le mani, eppure non mi è mai venuta in mente la mia.
Oggi si. Ricordo, ancora, quando la discussi, l’incapacità da parte della commissione di capirne il senso e i suoi confini.
“Stati modificati del corpo e della coscienza nella reclusione: forme di comunicazione e resistenza vitale” era il suo titolo.
La reclusione – che fosse in un campo di reclusione, in un carcere, in un cpt o in qualunque istituzione totale – sottopone il corpo ad una radicale amputazione relazionale, alla torsione irreversibile di ogni senso e di ogni linguaggio.
Mi sono chiesto come facciano nonostante ciò i reclusi a tenersi in vita, come fanno a vivere giorno dopo giorno.
Una lettera, il fervore della scrittura, i sogni della notte e quello ad occhi aperti, un interesse in cui perdersi e ritrovarsi.
O, ancora, un odore, un sapore, una carezza che richiamino la memoria di piacevoli compagnie.
Il recluso cavalca gli ampi territori degli stati modificati,mentre è lì dove i reclusori lo hanno chiuso; è altrove, dove il cuore lo porta. È lì dove il nonno di Tommi, con maniacale cura, sfruttava al massimo le poche severissime righe delle cartoline che scriveva per dirsi, prima di dire, al mondo e al nazifascismo che era vivo.
Una volta un uomo mi ha detto, su un binario di una ferrovia che lo riportava come ogni sera a ripercorrere a ritroso le cancellate di Rebibbia, che “la libertà è la cosa più importante, e che non bisogna mai dimenticarlo”.
Per quell’uomo che aveva creduto nell’uguaglianza tra gli uomini, nella dottrina più romantica dell’Ottocento, fu l’attraversamento del bosco di Bistorto, cammino interiore, torsione di identità, sensi e percezioni riguardanti il mondo e la vita.
Grazie a quell’uomo scrissi e discussi la mia tesi di laurea, in un anno in cui mi sentivo, in una guerra, poi persa, per la libertà della Rete, schiacciato dall’istituzione del sistema.
Grazie a quella tesi capii quanto fosse importante gridare al mondo nel silenzio che si è vivi, nonostante il mondo ti sta soffocando.
Grazie a Tommi e a suo nonno, oggi, mi è tornato in mente.

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Era Mio Padre

Seppur la vita gli aveva mostrato il contrario, per mio padre non potevano esistere persone che credono di barattare intere via crucis con una semplice stretta di mano e che si approfittano della confusione generale per posare un colpo di spugna su milioni di frasi di dolore o di speranza.
Perché gli altri, per mio padre, erano più importanti di noi stessi.
Per questo mio padre fu socialista lombardiano e lo fu ancor di più quando questa parola fu messa al bando.
Non serbava rancore, anche, quando Eboli, eccitata dall’idea di una rivalsa ipocrita nelle elezioni del ’93, dimostrò di non rispettare un uomo che aveva, con la sua vita austera e altruista, costruito un esempio per chi faceva politica.
Ma mio padre seppe amare senza riserve e senza pentimento, seppe perdonare.
Perché prima o poi, era convinto, che ognuno avrebbe capito.
Ma le miserie del medioevo a cui Eboli è stata condannata hanno scandito un altro tempo, aspettando ai piedi di una primavera che mai più sarebbe arrivata.
Mio padre credeva nei giovani, credeva nel loro impegno e ne è stato per molti mentore e consigliere senza risparmio.
Nel cuor suo fatto di battaglie per principi, che in questa società, sono tristemente romantici e desueti, sapeva che in fondo solo la memoria storica e la consapevolezza ci potevano restituire libertà.
Orgoglioso di mia madre, casalinga, libero da alcun ricatto morale e intellettuale, si è dedicato alla famiglia e a noi figli, agli altri e alle sue passioni, come la caccia e i suoi amici cacciatori.
Era la sua visione della politica, ma soprattutto della vita.
Perché una persona, per mio padre, doveva scegliere liberamente come vivere.
Perché senza libertà non ci può essere dignità, unico vestito che vale la pena indossare.
Come la lealtà, anche quando l’abbiamo da pagare ai nostri detrattori.
Mi diceva, invece, con una lacrima invisibile che scavava il suo stanco volto, che mai mi avrebbe proposto di scambiare un giro di parte nella mia esistenza con un ruolo importante in una gabbia.
Solo anni dopo capii che quelle parole erano un orgoglio di primavera nel pieno autunno della vita.
Nella natura così complessa, anche nelle forme più apparentemente disordinate, trovava strategie di semplicità per comprenderne la maggioranza degli aspetti.
E della comprensione dei fatti e delle cose della natura sapeva nutrire le sue giornate.
Non era nato ricco, né aveva intenzione di esserlo.
Gli bastava poter comprare libri.
Era la sua incessante preghiera che mormorava alla vita accoglienza.

teorie

Il Web 2.0 È Morto. Teorie Critiche Sul Web 2.0.

Non sono molte le teorie critiche sul web 2.0, onestamente la cosa non mi ha mai sorpreso.

La polarizzazione dei quadri teorici tra apocalittici ed integrati non aiuta di certo lo studio e  l’attenzione verso un argomento, il web 2.0, in permanente stato di riflusso.
Dando una occhiata all’attuale quadro sulle analisi critiche del Web 2.0, ritroviamo:

Andrew Keen[1], nel saggio The Cult of the Amateur (2007), uno dei primi lavori critici del sistema di pensiero legato al web 2.0. Keen si chiede “Cosa succede quando l’ignoranza si sposa con l’egoismo, il cattivo gusto e le masse incontrollabili? È la scimmia che prende il sopravvento. Quando sono tutti lì a trasmettere , non rimane nessuno ad ascoltare”. In questo scenario da  “Darwinismo digitale” sopravvivono soltanto le voci più forti e possenti (gli influencers). Il web 2.0 decima le truppe dei nostri custodi culturali.

Nicolas Carr[2], nel saggio The Big Switch (2008), analizza l’ascesa del cloud computing. Questa infrastruttura centralizzata indica la fine del PC autonomo come nodo all’interno di una rete distribuita. Inoltre, Carr segnala una “svolta neurologica” nell’analisi del Web 2.0. Muovendo dall’osservazione che l’intenzione di Google è stata sempre quella di trasformare le sue operazioni in intelligenza artificiale, cioè in un cervello artificiale più intelligente del cervello umano, Carr concentra l’attenzione sul futuro delle nostre capacità cognitive: “Il medium non è soltanto il messaggio, bensì anche la mente. Dà forma a quel che vediamo, noi diventiamo i neuroni del Web. Più link clicchiamo, più pagine visitiamo e transazioni facciamo, e più il Web diventa intelligente, raggiunge valore economico e crea profitto>>. Carr, nel 2008, su Atlantic scriverà il suo famoso saggio <<Google ci rende stupidi? Qual è l’effetto di internet sul cervello?”, sostenendo che in fin dei conti è il continuo passare dalle finestre ai siti e il frenetico ricorso ai motori di ricerca a renderci stupidi, ovvero la perdita della lettura profonda (anche della realtà?).

Carlo Formenti[3], in Cybersoviet (2008), propone le seguenti tesi: 1. che la <<democrazia dei consumi>> promossa dal Web 2.0 – e che ha determinato una rapida e popolare popolarizzazione dei contenuti – non corrisponde affatto ad una estensione della democrazia politica; 2. che anche sul piano puramente economico il fenomeno andrebbe più correttamente interpretato come la messa al lavoro (perlopiù gratuito) dell’intelligenza collettiva da parte delle Internet Company che controllano il mercato;  3. La ripresa del controllo da parte dei governi, imprese e agenzie transnazionali sulle relazioni sociali mediate dal computer sia quasi totale, in barba alla fandonie sull’architettura “intrinsecamente anarchica” di Internet;  4. Le celebrazioni sulla “fine del politico” tendono a legittimare, sia pure inconsapevolmente, i processi di distruzione della sfera pubblica e il suo integrale riassorbimento nella sfera privata, contribuendo a spacciare il chiacchiericcio “intimista” che dilaga nei reality show televisivi ai social network di Internet per l’autogoverno delle moltitudini. Formenti presenta tre mitologie della rete: Mitologia I: la rete non può essere controllata. Mitologia II: la trasparenza è sempre buona. Mitologia III: lo sciame è sempre intelligente.
In “Felici e sfruttati” (2011) Formenti sostiene che ciò che sta dietro all’illusione di democrazia e libertà economica, creata dal web 2.0, fa sì che milioni di persone siano felici e sfruttate, oltre ad essere pervasi dall’illusione di assunzione di libertà nei confronti dei meccanismi del potere.

Manuel Castells[4], in Communication Power (2009), sostiene che “la rete è il messaggio. […]La realizzazione del cambiamento sociale in rete procede riprogrammando le reti di comunicazione che costruiscono l’ambiente simbolico per la manipolazione delle informazioni nelle nostre menti, determinando le ultime pratiche individuali e collettive. Creare nuovi contenuti e nuove forme delle reti che connettono le menti e il loro ambiente comunicazionale equivale a ristrutturare l’impianto delle nostre menti”.  Castells è il teorico della autocomunicazione di massa, ovvero della forma di comunicazione emersa con lo sviluppo del Web 2.0 tesa a costruire sistemi personali di comunicazione di massa, tramite SMS, blog, vlog, podcast, wiki e la conversazione sui social network. Castells, infine, sostiene però <<una quota di questa forma di autocomunicazione di massa è più vicina all’autismo elettronico che a una vera e propria comunicazione>>.

Franck Schirrmacher[5], nel saggio Payback (2009), prende in esame l’impatto di internet sul cervello. Schirrmacher cerca le prove di un cervello umano deteriorato che non riesce a tenere il passo con l’Iphone, Twitter e Facebook, in aggiunta al flusso d’informazione già sfornato da televisione, radio e stampa. In uno stato di allerta continua, ci pieghiamo alla logica di disponibilità e velocità ininterrotte. Schirrmacher parla di un <<io esausto>> e si chiede <<Internet finirà forse per sopraffare i nostri sensi e imporci una propria visione del mondo? Oppure avremo la volontà e la capacità necessarie per padroneggiare questi strumenti>>.

Jaron Lanier[6], in You Are Not a Gadget (2010), si chiede <<Cosa succede quando smettiamo di dar forma alla tecnologia e invece quest’ultima a plasmarci?>>. Al pari di Andrew Keeen, la difesa dell’individuo sostenuta da Lanier rimanda all’effetto riduttivo della <<saggezza della folla>>, laddove le voci dei singoli vengono soppresse a favore delle norme imposte dalla massa, come avviene su Wikipedia e siti analoghi. Lanier sostiene che la democratizzazione degli strumenti digitali non ci ha regalato nessun <<super-Gershwin>>; al contrario Laner rimarca l’esaurimento dei modelli, fenomeno in cui la cultura non riesce più a produrre varianti dei modelli tradizionali e diventa meno creativa in generale.

Sherry Turkle[7], in Alone Together (2011), sostiene che le tecnologie digitali e la robotica abbiano falsificato le nostre relazioni sociali, offrendo una replica svuotata di senso, una simulazione deprivata dei valori essenziali che le caratterizzano. Per tanto, un termine come “amico” nell’era Facebook ha del tutto perso il senso originale, finendo per legittimare la strumentalizzazione dell’altro. La tecnologia rappresenta una possibile soluzione a situazioni percepite come problematiche, per esempio, la solitudine, la mercificazione dei rapporti umani nelle società tardo-capitalistiche, la trivializzazione delle relazioni sociali operata dai mass media e la crescente alienazione nei confronti del cosiddetto “Reale”, ivi inteso come un insieme di esperienze non-mediate, o non-mediabili o im-mediate. Ironicamente, la soluzione tecnologica finisce per diventare parte del problema, creando nuove forme di solitudine. Per Turkle, i computer sono dispositivi tecno-sociali che riconfigurano nozioni quali identità, soggetto, consapevolezza”.

Evgene Morozov[8], in Net Delusion (2011),  pone l’attenzione sugli spazi di intrattenimento online che spostano l’attenzione dei giovani dalla partecipazione civica. Morozov, sostiene che anziché strumenti di conoscenza, autocoscienza e di liberazione, i contenuti stessi di internet stanno diventando una forma di intrattenimento infinito e a buon mercato per le masse, una forma di divertimento che consente di anestetizzare le coscienze della maggior parte dei popoli, anche di quelli soggetti all’oppressione politica più feroce. 
Invece di  uniformare in modo globale, come si paventava, consumi e stili di vita, la diffusione di internet sembra aver dato voce, paradossalmente, ai pregiudizi, ai localismi e ai nazionalismi più deteriori. 
I gruppi terroristi, le bande criminali e  le associazioni politiche più estremiste, infatti, possono trovare in internet un potente strumento di comunicazione e di organizzazione, minando, invece di consolidare, le basi della democrazia.
 Abbandonando ogni facile ottimismo panglossiano, Morozov sostiene che internet è una tecnologia a basso costo, dagli esiti ancora imprevedibili e vagamente inquietanti.

Geert Lovink[9], in Network Without a Cause (2011), si allontana dalle analisi critiche impostate sulla mappatura degli impatti mentali e riflette, invece, sull’influenza della Rete sulla nostra vita. Lovink sostiene che << Internet è un terreno fertile per opinioni polarizzate e utenti tendenti all’estremo. Se questo spazio virtuale è un’oasi di libertà, come ne sostiene la reputazione, vediamo allora come poter fare quel che ci pare. Quest’attitudine distrugge il dialogo, che in ogni caso ci riporterebbe all’utopia della comunicazione di Habermas. L’internet pubblica si è trasformata in un campo di battaglia, spiegando così il successo di <<giardini recintati>> come Facebook e Twitter, in cui il web 2.0 offre strumenti per filtrare sia i contenuti si altri utenti. Infine, Lovink sostiene che i social network non riguardano tanto l’affermazione di qualcosa come se fosse una verità, quanto piuttosto la creazione della verità tramite una serie infinita di click>>.

Siva Vaidhyanathan[10], in Googlization of Everything: And Why we Should Worry (2012), tratta il tema della “googlization”, cioè, lo sviluppo di dipendenza degli utenti di Internet da Google, il motore di ricerca e il fornitore di servizi più importante sulla rete. L’”organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e utili” ha portato Google a generare tecnologie di macroinfluenza sui propri utenti. Google definisce la propria agenda di senso attraverso l’indexing di quali sono le informazioni più rilevanti per gli utenti, modificando le loro percezioni riguardo al valore e significato dei contenuti. Vaidhyanathan sostiene la necessità di un nuovo ecosistema informativo, da lui denominato Human Knowledge Project, che sarebbe un mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

Questo è un primo tentativo di ricostruzione delle teorie critiche di internet.
Sarebbe interessante fare, con i lettori di Ottavopiano.it, una ricostruzione più piena e complessa delle attuali teorie critiche, che mettono in discussione l’ideologia della rete vista come strumento di democrazia, libertà e partecipazione.
In un’epoca di glorificazione di internet, di internet-centrismo, alla rete vengono attribuite tutte le virtù e sul Web vengono riposte tutte le speranze di liberazione, di trasformazione e di progresso del globo.
Noi di Ottavopiano.it abbiamo sempre dubitato di questa ideologia e della devozione che la blogosfera italiana ha sempre manifestato.
Costruire una raccolta delle teorie critiche è il primo passo verso una consapevolezza mediatica che speriamo ci possa portare verso un nuovo ecosistema di informazione, mezzo più democratico di analisi e di organizzazione della conoscenza.

 


Note
[1]  Scrittore e imprenditore anglo-americano. Libri pubblicati in Italia:
Dilettanti.com. Come la rivoluzione del Web 2.0 sta uccidendo la nostra cultura e distruggendo la nostra economia (2009)
[3] Giornalista, scrittore, docente universitario. Libri pubblicati in Italia:
[5] Giornalista tedesco. Libri pubblicati in Italia:
La libertà ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale (2010)
[6] Informatico, compositore e saggista statunitense. Libri pubblicati in Italia:
Tu non sei un gadget (2010)
[8] Blogger, scrittore e ricercatore universitario bielorusso. Libri pubblicati in Italia:
Contro Steve Jobs. La filosofia dell’uomo di marketing più abile del XXI secolo (2012)
L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet (2011)
[9] Docente, saggista e teorico delle culture di rete olandese. Libri pubblicati in Italia:
Ossessioni collettive. Critica dei social media  (2012)
Internet non è il paradiso (2004)
Zero comments. Teoria critica di internet (2004)
Dark fiber (2002)
[10] Scrittore e docente universitario. Libri pubblicati in Italia.
La grande G. Come Google domina il mondo e perché dovremmo preoccuparci (2012)
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Non Siamo Stato Noi! Noi Sappiamo, Noi Non Dimentichiamo!

 C’era un tempo in cui le bugie di Stato animavano i miei pensieri di cittadino insignificante sulle stragi senza verità.
Una velleità scomposta giocava con le cause buttate lì: ogni anno una nuova.
I depistaggi di Cossiga, le mezze verità di Carlos, i mozziconi di Gelli: tutti dannatamente alla ricerca di confusione perché la verità perisca soffocata.
Ma quest’anno è un anno diverso.
Giusva dice che ‘perdere un figlio è diverso che perdere una suocera’ e «i servizi segreti deviati sono una bestemmia i servizi segreti devono fare cose deviate».
Mi sono addormentato così questa notte, con queste parole.
E purtroppo io, ormai, le condivido. Chi non è sposato e non ha figli o chi è ignorante dello Stato non condivide.
Niente è deviato.
Solo le mancanze di memoria e consapevolezza deviano.
Lo sa anche Ingroia, che preferisce lasciar perdere nell’indagine trattiva Stato-Mafia gli anni dal 1991 al 1993; tanto in Italia è sempre meglio partire dalla seconda Repubblica in cui tutte le colpe sono solo di Berlusconi.
Ma nonostante questo, quest’anno ho fatto un sogno.
Un sogno strano.
Ero su un aereo, sembrava quello di Ustica.
Ci hanno colpito con un missile, la prima volta in aria, la seconda volta quasi a terra.
Pensavamo di salvarci noi su quell’aereo. La nostra colpa è che viaggiavamo su un aereo simile a quello che clandestinamente usava Gheddafi per venire in Italia.
Gli Usa lo hanno sempre voluto morto, ma i missili non erano americani erano francesi.
Cazzo i francesi, ci hanno uccisi loro. Son morto ma mi ritrovo lì nella stazione di Bologna, la mia direzione è Roma: sto andando a chiedere allo Stato Italiano perché non dichiara guerra alla Francia.
Mi han sentito, sento un’esplosione, un calore che mi squaglia. Mi sveglio sudato, mi viene da piangere.
Son morto due volte, una volta per mano dei francesi, una volta per mano nostra degli italiani.
Ma per fortuna abbiamo evitato una guerra.
Non sono Stato io. E allora Giusva Fioravanti ha ragione, i servizi non sono deviati e anche Gelli ha ragione quando dice «noi abbiamo facilitato lo Stato italiano per tanto tempo» e che «il potere nelle mani lo avevano avuto, era dovuto ai comportamenti amichevoli di quelli che avevano il potere» e «ci avevano riconosciuto e consentito di nominare il capo dei servizi segreti».
Ma Gelli e Pazienza si son conosciuti solo nel 2008.
Cossiga è morto e ha portato con se le sue bugie di Stato.
Guardo l’orologio è fermo alle 10 e 25 di quel 2 agosto 1980.
Anche quest’anno non ho dimenticato.

Noi sappiamo,
noi non dimentichiamo.

ANTONELLA CECI anni 19
ANGELA MARINO anni 23
LEO LUCA MARINO anni 24
DOMENICA MARINO anni 26
ERRICA FRIGERIO IN DIOMEDE FRESA anni 57
VITO DIOMEDE FRESA anni 62
CESARE FRANCESCO DIOMEDE FRESA anni 14
ANNA MARIA BOSIO IN MAURI anni 28
CARLO MAURI anni 32
LUCA MAURI anni 6
ECKHARDT MADER anni 14
MARGRET ROHRS IN MADER anni 39
KAI MADER anni 8
SONIA BURRI anni 7
PATRIZIA MESSINEO anni 18
SILVANA SERRAVALLI IN BARBERA anni 34
MANUELA GALLON anni 11
NATALIA AGOSTINI IN GALLON anni 40
MARINA ANTONELLA TROLESE anni 16
ANNA MARIA SALVAGNINI IN TROLESE anni 51
ROBERTO DE MARCHI anni 21
ELISABETTA MANEA VED. DE MARCHI anni 60
ELEONORA GERACI IN VACCARO anni 46
VITTORIO VACCARO anni 24
VELIA CARLI IN LAURO anni 50
SALVATORE LAURO anni 57
PAOLO ZECCHI anni 23
VIVIANA BUGAMELLI IN ZECCHI anni 23
CATHERINE HELEN MITCHELL anni 22
JOHN ANDREW KOLPINSKI anni 22
ANGELA FRESU anni 3
MARIA FRESU anni 24
LOREDANA MOLINA IN SACRATI anni 44
ANGELICA TARSI anni 72
KATIA BERTASI anni 34
MIRELLA FORNASARI anni 36
EURIDIA BERGIANTI anni 49
NILLA NATALI anni 25
FRANCA DALL’OLIO anni 20
RITA VERDE anni 23
FLAVIA CASADEI anni 18
GIUSEPPE PATRUNO anni 18
ROSSELLA MARCEDDU anni 19
DAVIDE CAPRIOLI anni 20
VITO ALES anni 20
IWAO SEKIGUCHI anni 20
BRIGITTE DROUHARD anni 21
ROBERTO PROCELLI anni 21
MAURO ALGANON anni 22
MARIA ANGELA MARANGON anni 22
VERDIANA BIVONA anni 22
FRANCESCO GOMEZ MARTINEZ anni 23
MAURO DI VITTORIO anni 24
SERGIO SECCI anni 24
ROBERTO GAIOLA anni 25
ANGELO PRIORE anni 26
ONOFRIO ZAPPALA’ anni 27
PIO CARMINE REMOLLINO anni 31
GAETANO RODA anni 31
ANTONINO DI PAOLA anni 32
MIRCO CASTELLARO anni 33
NAZZARENO BASSO anni 33
VINCENZO PETTENI anni 34
SALVATORE SEMINARA anni 34
CARLA GOZZI anni 36
UMBERTO LUGLI anni 38
FAUSTO VENTURI anni 38
ARGEO BONORA anni 42
FRANCESCO BETTI anni 44
MARIO SICA anni 44
PIER FRANCESCO LAURENTI anni 44
PAOLINO BIANCHI anni 50
VINCENZINA SALA IN ZANETTI anni 50
BERTA EBNER anni 50
VINCENZO LANCONELLI anni 51
LINA FERRETTI IN MANNOCCI anni 53
ROMEO RUOZI anni 54
AMORVENO MARZAGALLI anni 54
ANTONIO FRANCESCO LASCALA anni 56
ROSINA BARBARO IN MONTANI anni 58
IRENE BRETON IN BOUDOUBAN anni 61
PIETRO GALASSI anni 66
LIDIA OLLA IN CARDILLO anni 67
MARIA IDRIA AVATI anni 80
ANTONIO MONTANARI anni 86

« Libera me, Domine, de morte æterna, in die illa tremenda, quando coeli movendi sunt et terra. Dum veneris iudicare sæculum per ignem. Tremens factus sum ego et timeo, dum discussio venerit atque ventura ira. Dies iræ, dies illa, calamitatis et miseriæ, dies magna et amara valde. Requiem æternam dona eis, Domine: et lux perpetua luceat eis. »

Tecnocrazia Al Potere, Il Sogno Che Si Avvera

Se ti chiedono di prendere in mano tutto, in una situazione drammatica come questa, tu che fai? Accetti per forza. Male che ti possa andare, diventeresti il salvatore della Patria, addirittura d’Europa. Non hai nulla da perdere: in un caso, si può dare la colpa al governo precedente, quello degli appalti alla Protezione civile, della recessione e delle serate in allegria; nell’altro, il merito sarà tutto delle tue competenze, della tua professionalità, della tua serietà. Semplice no? Devi solo portare a termine un progetto, il tuo compito è chiaro, ti è stato affidato dai grandi. Quelli potenti che decidono in concreto stando all’ombra dei governi. Che poi sono gli stessi, o comunque parenti di quelli che gli prestano il denaro e fanno in modo che riescano a tenere in piedi una struttura lenta e pachidermica. Ricorda: devi dar conto a loro, questo solo devi fare.  Tu con la politica non c’entri nulla. Questo passaggio deve essere chiaro: la tua tecnica, necessaria e affidabile, è subentrata alla politica, pericolosa e inadeguata. Compreso bene?
Fa in modo che i conti tornino, riporta l’ago della bilancia in equilibrio, devi limitarti a portare avanti qualche riforma, e non avrai problemi a farle passare come improrogabili. Poi si fa ciò che dobbiamo fare. Ma non dare mai, dico mai una connotazione politica alle tue iniziative. Non devi dare spiegazioni a nessuno. In fondo, potevi startene a casa, beato tra i tuoi libri e le lezioni accademiche, e invece ti hanno scomodato e supplicato affinché tu soccorressi dei poveri disperati senza un minimo di speranza nel presente. Ti devono ringraziare, ricordalo bene!
Sii tecnico e basta. Dobbiamo rivedere le pensioni? Non importa come, fallo. Dobbiamo modificare la giustizia? Avanti. Il mondo del lavoro e dell’impresa necessitano di una bella svecchiata? Non tentennare, mostra sicurezza e fa ciò che devi fare.
Determinazione e nessuna pietà. Niente sentimentalismi per cortesia. Peraltro la parte la sai gestire bene.
Gli altri ti chiederanno di concertare, di condividere, di comprendere le loro motivazioni con tutte le menate inventate quando fu concepita la democrazia, la finzione più reale che esista. Te ne devi fottere. Chiaro? I problemi reali sono molti, richieste e bisogni quanti ne vuoi. Ma chi se ne frega! Noi abbiamo una missione. Va ristabilito l’ordine. Sopra le loro teste e i loro pensieri.
Qui non siamo nel mondo dei diritti e dei princìpi. Libertà, parità, giustizia sociale sono concetti ampiamente superati dal tempo per fortuna. Non bisogna nemmeno stare troppo a perderci tempo, parti sociali e cittadini rompicoglioni fiateranno appena, vedrai. Sono troppo impegnati a procurarsi il pane per sè e le loro famiglie.
La democrazia è il sogno di nullatenenti o di figli di papà con i soldi che gli escono dalle cavità auricolari.
Non è più il momento di sognare: qui siamo in stato d’emergenza. Chiaro? E non hai bisogno di alcuna legittimazione per portare avanti il nostro disegno. Sappi che al minimo segno di cedimento, sei fuori!
Tanto, molto presto sarà il turno di qualcun altro.

Manifesto Per La Fondazione Della Città Di Zion

Il tempo delle scelte è arrivato.
Prima che cancellino definitivamente la nostra capacità di guardare il mondo con i nostri occhi, Zion va fondata.
L’Impero degli Stati nazionali è crollato.
L’Occidente è crollato.
I governi nazionali sono solo marionette incapaci.
Nuovi padroni ormai regnano.
Le Banche sono i nuovi padroni delle nostre vite.
Disinformazione, corruzione, crisi economiche e finanziarie, disoccupazione, povertà sono gli strumenti del potere del Nuovo Impero.
Hanno per questo compiuto il loro primo obiettivo: hanno fatto della conoscenza uno strumento di potere e della comunicazione l’intersezione tra il potere e la vita.
Il confine tra finzione e realtà è oggi molto debole.
Le tecnologie delle credenze collettive hanno trasformato la vita umana in un simulacro di immagini in cui l’inganno dei nostri neuroni ha costruito la gabbia di una realtà imposta.
La rete, posto sotto controllo, ha proiettato ologrammi mitologici: libertà, partecipazione, condivisione di sapere generando la grande illusione di poter ancora disporre del proprio comportamento.
Le nostre reti sociali sono sotto controllo dalla nuova polizia del nuovo Impero.
Come animali in  gabbia con l’illusione di poter scegliere, riusciranno anche a prevedere e anticipare i nostri comportamenti.
Espropriati del sapere, condannati all’ossessione dell’uso delle cose tecnologicamente più avanzate senza conoscere il perché e il loro funzionamento, travolti dai trend imposti di comportamenti e stili di vita del consumismo, le mura della città di Erech sono diventate alte e impossibile sarà più distruggerle.
Soltanto dentro o fuori. Nella città dei ricchi o nella periferia dei poveri.
I nuovi padroni del mondo stanno assorbendo tutte le energie, tutti gli interstizi della vita umana.
Un unico credo sarà pronuniato: produci, consuma, credi.
E di Erech (UruK)[1], macchina di eterna infelicità, saremo schiavi per sempre.
Non ci resterà di scappare dentro Zion, la città degli uomini liberi, la città della resistenza.
E Zion esisterà solo se nascerà ora.
Solo se sarà un “essere di linguaggio”, unica possibilità di affrancarci dai limiti dello spazio fisico per inoltrarci nell’esplorazione di uno spazio che è creazione simbolica, di ricerca di senso e significato della copresenza di reale e virtuale.
Vale a dire distruggere tutti quei prolungamenti nell’immaginario costitutivo dell’emancipazione sociale che spesso e volentieri si sono rivelati non solo ostacoli alla costruzione dell’altro, ma peggio speculari e restauratori di una medesima modalità di formazione e funzionamento delle cose (mentalità, stili di esistenza individuali e collettivi, modi di produzione, giustizia redistributiva, istituzioni politiche, e via continuando), in un determinato spazio-tempo storico, «elemento costitutivo del rapporto uomo-società».
Ricominciare altrimenti e altrove significa fondare un luogo in cui si è titolari di una ricerca di felicità e di libertà pubbliche realizzativa del «valore di sé»  e quindi molteplice e incodificabile in norme contraddittorie, aporetiche, produttive di paradossali dilemmi.
Significa fondare un luogo di reciprocità degli scambi senza unità trascendente di coordinamento.
Significa, infine, sottrarsi ai bombardamenti indotti da un sistema eretto sulla rappresentazione simulata di valori incarnati in pratiche ingiuste, violente, fredde e anonime.
«Per costruire il mondo bisogna mettersi fuori dal mondo ( … ), bisogna autoidentificarsi» senza farsi ingrigliare in identità eterodiertte e cristallizzate.[2]
Per questo Zion può nascere solo come “essere di linguaggio” riscoprendo l’umana umanità nel mutuo e reciproco aiuto in uno spazio di virtualità e di resistenza all’esistente in cui la collettivizzazione del sapere e della conoscenza è l’unica ricerca per la libertà, in cui l’immaginario collettivo torna ad essere sognato insieme.

“Cerco nel globo accecante il nucleo nascosto che racchiuda il senso.
Cerco l’antidoto al male, il sonno, la chiave per sfuggire al corpo adesso.
Cerco nell’orgia di corpi ammucchiati un sussulto che già non ricordo.
Cerco nell’aria pesante, nel vento sferzante, nel sangue una traccia di vita.
Cerco nel nuovo deserto chi ha vinto e chi ha perso nel nuovo deserto.
Solo un silenzio inumano, assordante mi riempie di niente la mente.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue nel cielo.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue il mio cielo.
Questa la vostra vittoria, la boria, la gloria, padroni del nulla.
Questo il dominio anelato, lo scontro cercato, negli anni voluto e adesso.
Muore su sabbie d’argento ossidato un presente già scritto da tempo.
Muore su sabbie d’argento ossidato un fu
turo trafitto nel tempo.
Non c’è più tempo.
Continuo a cercare un senso da dare.
Non c’è più tempo.
Confusi nel vuoto, dispersi nel fuoco.

[1] Leggi Camminando nella città di Erech
[2] Leggi Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.
[3] Toesca Pietro M., Manuale per fondare una città, 1994, Editore Eleuthera
[4] Narcolexia, Postatomica

Benigni Vuol Bene All’italia, La Rai No!

Possibile che lo spettacolo di Roberto Benigni al festival di Sanremo sia stato accolto tiepidamente dagli spettatori presenti? Il dubbio mi è balenato ascoltando la sonorità degli applausi. Lui è stato unico, non c’è dubbio. Battute ficcanti e velate, storie tanto intrecciate quanto distanti tra loro e una dolcezza inusuale, da grande letterato. Si è rivolto a loro per primi Benigni, a quelle persone sedute in teatro. Li (ci) ha incitati a sdegnarsi, a ribellarsi in occasione di offese di un certo genere. Ricordandogli (ci) chi sono stati i loro nonni e il prezzo che hanno pagato per la conquista della libertà, concetto spesso abusato a destra e a sinistra.
Ma non è questo il punto: lo si ami o no, è stato protagonista indiscusso di una prestazione di rara fattura.
Perché allora non ho sentito, nemmeno per un attimo, un applauso fragoroso? Nessun trionfo. Almeno è ciò che mi è parso di capire da casa. Il pubblico lo ha pure omaggiato con una standing ovation al termine della sua esegesi dell’inno di Mameli, che peraltro conoscevo in maniera molto approssimativa prima del suo intervento.
E allora?
E allora, in quell’istante, la mia mente ha elaborato un bizzarro assioma: non avranno mica ritoccato gli effetti acustici e sonori? Tutto è possibile a questo mondo! Così ho prestato attenzione anche alle inquadrature video e, facendo un rewind cerebrale, ho ricordato come le uniche facce riprese in primo piano durante il suo monologo appartenessero a personaggi più o meno noti: ministri vari, direttore generale Rai e quello artistico del festival, parlamentari (leghisti), vip e conduttori della tv di Stato. Non sembravano particolarmente colpiti dallo spettacolo, anzi. Quasi a un passo dalla noia. Ma come? Almeno incazzatevi! Nonostante il premio Oscar abbia fatto più volte riferimento al premier, anche se con eleganza e ironia insolite, nonostante abbia addirittura chiamato in causa Mauro Masi, seduto lì di fronte a lui. Niente. Proprio niente. Possibile? Immaginavo di leggere sul volto del direttore generale una sacrosanta voglia di rifarsi su quel giullare da quattro soldi…..in fondo lo sta prendendo in giro…..chissà quanto si sarà pentito di aver autorizzato l’ospitata…..è intollerabile tutto ciò……ma non c’è reazione…..Benigni  continua, beato e rassicurante……la faccia di Masi però non si vede…..no, non si vede. Nulla.
Ecco, ci risiamo.
Ho pensato: “L’hanno fatto ancora”. È la Rai!
Il volto di Masi non avrebbe retto al confronto con quello di Benigni, questo è chiaro. Non si devono incazzare, non devono mostrare alcun nervo scoperto.
E la regia del festival è sembrata aver seguito, per filo e per segno, indicazioni molto precise: proseguire con l’eliminazione di ogni traccia di attualità. Rai 1 non può non farlo. Non ci sono alternative.
Accade nel telegiornale di Minzolini, a porta a porta di Bruno Vespa o in quelle trasmissioni di cucina assolutamente al di fuori di ogni contesto di vita quotidiana. Perché non a Sanremo?
Il festival deve camuffare il più possibile la realtà e addolcirla. È la sagra della canzone, l’appuntamento degli italiani per eccellenza, di un popolo che deve continuare a sognare anche se l’incubo sembra aver preso il sopravvento da un po’.
E Benigni è una scheggia impazzita, imbrigliata dalla par condicio, ma pur sempre una scheggia impazzita. Come si fa a decontestualizzare i suoi discorsi, le sue parole, le sue verità, in modo che gli spettatori a casa pensino solo e soltanto alle sue movenze, al suo figuro o alla parte più pagliaccesca del suo personaggio e del suo spettacolo?
Certo, le parole non le puoi fermare. Ma fare in modo che facciano meno male forse sì. Il paese lo consente. Il modello culturale di riferimento pure.
Via allo show. Mai inquadrare il pubblico sghignazzante (si può ridere del premier? giammai!). Riprendere, invece, visi cupi e annoiati e noti ministri o dipendenti Rai stipendiati dal governo. Mai far sì che a Benigni, acuto oppositore del regime, sia accostato un altro concetto del tipo “cazzo, forse questo qui ha ragione!”. No, gli italiani non devono sapere. Non devono accorgersi che i primi piani toccano soltanto a quella gente sbeffeggiata, arrivata anche grazie all’establishment politico e pagata (sempre dalla politica) in un anno molto, ma molto meno, rispetto alla performance unica dell’ex ragazzaccio toscano.
A casa non devono sapere, non tutto. Che diamine! Un po’ di controllo ci vuole.
Bah, sono confuso. Forse sono uno dei tanti maligni che si aggirano da tempo in Italia.
Forse, in un attimo, mi si è materializzata davanti agli occhi tutta l’espressione della potenza degli strumenti di comunicazione di massa.
Forse era semplicemente stanchezza. Meglio dormire, e tornare a sognare.