Gli Antipodi Del Caffè: Frammenti Di Una Danza Ad Oriente.

Nella foto di Ivan Ebegela: Francesca Calloni

Preparo la moca, carica ma non troppo. Ne sollevo il coperchio e così la poggio sul fornello. Il fuoco è lieve. In una tazza di porcellana, sottile, metto tre abbondanti cucchiaini di zucchero, semolato, bianco. Attendo il primo caffè uscire. Eccolo, poco e denso. Lo verso, attenta a non metterne troppo, altrimenti lo zucchero si scioglie. Sbaglio, inesorabilmente. Troppo caffè. Rimedio aggiungendo uno o due cucchiaini di zucchero, semolato, bianco.Impugno il cucchiaino, di nuovo. Mescolo energicamente zucchero e caffè.

La moca è già colma. Il fuoco è già spento. Lo zucchero, intriso dell’anima del caffè riposa nella tazza, di porcellana, sottile. Ripongo parte della crema in altre tazze. Il dolce, troppo, rovina il sapore del caffè.
Il caffè ancora nella moca: lentamente lo verso, sul bordo della tazza. La crema così pian piano si solleva, e arriva in superficie. Aggiungo della polvere, alle volte di cacao, alle volte di cannella.

La caffeina mi risveglia dal torpore del sonno. Il caffè mi risveglia ricordi ed immagini che mi portano altrove. Lo zucchero, i chicchi, il cacao, la cannella mi ricordano le parole di Stuart Hall quando fa l’esempio del tè e dell’Englishness per spiegarci, tra le altre cose, come le identità nazionali non siano mai ‘pure’, bensì frutto delle reti e delle connessioni, del presente e del passato, tra un luogo e le sue genti e molteplici altri luoghi e molte altre genti, spesso lontani.

Because they don’t grow it [tea] in Lancashire, you know. Not a single tea plantation exists within the United Kingdom… Where does it come from? Ceylon – Sri Lanka, India. That is the outside history that is inside the history of the English. There is no English history without that other history… People like me who came to England in the 1950s [from the West Indies] have been there for centuries; symbolically, we have been there for centuries… I am the sugar at the bottom of the English cup of tea. I am the sweet tooth, the sugar plantations that rotted generations of English children’s teeth. There are thousands of others… that are… the cup of tea itself. (Hall 1991: 48-9).

Il profumo del caffè oggi mi porta agli antipodi. Mi risveglia immagini sfumate di una sera, di venti anni fa. Con Peter, Anne e Claire, seduti attorno al tavolo di un ristorante libanese a Auckland. Servito in una cuccuma forse in ottone, nelle tazzine piccolissime, sorseggiamo un caffè, amarissimo. I dolci dolcissimi. Le luci si spengono. Buio. Silenzio. Parte la musica. Pian piano si fa più chiaro e si scorgono delle donne tra i tavoli che danzano una danza orientale. Vent’anni fa, in Nuova Zelanda. Ed è là, agli antipodi, che ho conosciuto Francesca.

Oggi, Francesca la vedete lì, in quella foto lassù, in apertura di post. Lì che danza la sua danza.
Mi piace guardare Francesca ballare: i muscoli, i colori, i ritmi e le movenze. La femminilità.

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«Questa è la danza che danzo.

La danza, qualsiasi tipo di danza, è per me un linguaggio che attraverso movimenti, gesti simbolici, tecnica e innovazione, permette uno scambio tra danzatore e pubblico. È un dialogo che può trascendere barriere di lingua e cultura. Questo perché la danza è un linguaggio “universale” che tutti possono parlare e comprendere.
La danza che danzo è una danza di donne e femminilità. Nessuna esclusa. Ogni donna infatti ha la possibilità di imparare questo linguaggio e i suoi riferimenti culturali per personalizzarli, proprio perché le emozioni non seguono confini geografici ma mondi interiori ben più vasti e indefiniti.
La danza orientale, in particolare, possiede un vocabolario di movimenti in cui il femminile è, per me, portato in primo piano grazie a movenze, sentimenti ed emozioni particolarmente affini al corpo delle donne.
Impegno. Fatica. Passione. Tempo da dedicare a noi stesse. Momento in cui i problemi e le ansie spariscono per lasciare spazio alla musica e ai movimenti che risiedono, spesso imbavagliati, nel nostro cuore.»

Ispirazioni bibliografiche

Hall, S. (1991) Old and new identities, old and new ethnicities. In King, A.D. (ed.) Culture, Globalization and the World System. London: Macmillan.

La Tigre E La Pavlova: In Ricordo Di Antonio Ligabue.

Silenziosa, una tigre con le fauci spalancate gira attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano. La cucina dell’ottavopiano è ampia, indefinitamente ampia. Ci sono tante cose e tante finestre nella cucina dell’ottavopiano. C’è un tavolo in legno di ciliegio, al suo centro. Su quel tavolo ci sono: un unico pizzico di sale, mezzo cucchiaino di essenza di vaniglia, un intero cucchiaino di aceto bianco, due cucchiaini rasi di maizena, una piccola ciotola in vetro con 250 grammi di zucchero a velo, una grande ciotola in ceramica con otto albumi d’uovo, diversi frutti di bosco lavati ma ben asciutti. La panna riposa ancora nel frigorifero, nella sua ciotola di metallo. Il forno è acceso, sta raggiungendo i 130 gradi centigradi.

Attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano, la tigre dalle spalancate fauci, come un gatto si insegue la coda, senza sosta gira. Io ho in mano la frusta per montare i bianchi delle uova con il pizzico di sale. Così preparo la Pavlova . Sempre nello stesso senso, muovo la frusta e la nuvola di albumi man mano si ingrossa: aggiungo gradualmente lo zucchero, l’aceto e l’amido di mais. Continuo a montare il composto finché non si addensa rimanendo gonfio, bianchissimo e lucido. Ci va un bel po’ di tempo e molta energia. Su una teglia formo una grossa meringa che subito rinchiudo in forno per un’ora e mezza o poco più. La tigre con le fauci spalancate continua il suo periplo attorno al tavolo di ciliegio della cucina dell’ottavopiano.

Prima di girare attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano, la tigre dalle fauci spalancate, imprigionata tra spire di un serpente, ruggiva, invocando una via di fuga – immagino. Ancora prima, la tigre correva sfuggendo tra i rigagnoli di colore impregnato nei fitti peli del pennello. E, ancora ancora prima, la tigre si muoveva, con cautela, tra i colori della tavolozza. Pigmento dopo pigmento, pigmento tra pigmento, pigmento più pigmento, si aggirava la tigre, forse non ancora intimorita. Ben prima della tavolozza, giaceva la tigre nell’anima del pittore. Antonio Ligabue, nato Laccabue nel 1899, liberava la belva sulla tela. Qui, intrappolata dal serpente ruggisce la tigre, come immagino il pittore ruggire , imprigionato dal manicomio.

In posa come per essere fotografato, impettito. Lo sguardo spavaldo sembra, nella mia immaginazione, sussurrare paura per l’umanità, là fuori dalla finestra. O forse, quell’espressione incertamente sicura non pertiene solo al pittore. Mi piace intravederci l’occhio della “normalità” che ha creato la prigione dei propri spettri istituzionalizzando il manicomio.

Dall’esterno verso l’interno, lo sguardo “normale” si dirige e si ferma, impietrito, ad osservare il ventre della gabbia dei matti. Spazio creato, mi viene da pensare, per contenere e domare quelle fiere incomprensibilmente inferocite, irragionevolmente fuori controllo, uscite dal “normale” corpo della società.

Il manicomio – generato da una modernità forse mai compiuta – era, mi piace dire, uno spazio-specchio: non conteneva, non domava, non controllava l’immagine di un’umanità che, impaurita e distaccata, si osservava, senza riconoscersi. Rifletteva quel corpo sociale che, dispensandosi delle proprie responsabilità, cercava di prendere le distanze dai propri spettri, irrazionali. Deformava e intrideva di orrore chi dentro lo specchio veniva inquadrato (framed), come la tigre catturata dal serpente e dalla tela pittore.

Con le fauci spalancate, la tigre gira ancora attorno al tavolo, in legno di ciliegio, della cucina, indefinitamente ampia, dell’ottavopiano. La Pavlova è quasi pronta. Nel forno si è già raffreddata. Ora è su di un piatto, tondo. La ricopro con panna montata e la decoro, con compassione e passione, posandoci sopra lamponi, mirtilli, fragole e more. Fantastico del pittore mai entrato nello specchio, lo immagino posare i pennelli e guardare la Pavlova, incuriosito. Lo vedo avvicinarsi e addentare un pezzo di una torta che per sua natura non può essere addentata. Chissà se, potendo addentare l’inaddentabile, il pittore libero dalla cornice e dal riflesso deformante dello specchio manicomiale si fosse dipinto il volto: le rughe attorno agli occhi stendersi in un sorriso stupito e divertito, le pupille scintillanti nascoste dalla panna.

La tigre ha ora chiuso le fauci. Quieta, riposa accanto alla gamba del tavolo di ciliegio della cucina, ampia, dell’ottavopiano.

Ispirazioni e fonti bibliografiche, cinematografiche, gastronomiche, iconografiche e pittografiche.

Basaglia, Franco

Bucci, Flavio

Ligabue, Antonio

Ligabue, Antonio, Pavese, Cesare Indisciplina

Ligabue, Antonio, Autoritratto

Pavlova, dolce

Pavlova, immagine

Nocita, Salvatore (1977) Ligabue, RAI Radiotelevisione Italiana

Tigre con serpente