Manifesto Per La Fondazione Della Città Di Zion

Il tempo delle scelte è arrivato.
Prima che cancellino definitivamente la nostra capacità di guardare il mondo con i nostri occhi, Zion va fondata.
L’Impero degli Stati nazionali è crollato.
L’Occidente è crollato.
I governi nazionali sono solo marionette incapaci.
Nuovi padroni ormai regnano.
Le Banche sono i nuovi padroni delle nostre vite.
Disinformazione, corruzione, crisi economiche e finanziarie, disoccupazione, povertà sono gli strumenti del potere del Nuovo Impero.
Hanno per questo compiuto il loro primo obiettivo: hanno fatto della conoscenza uno strumento di potere e della comunicazione l’intersezione tra il potere e la vita.
Il confine tra finzione e realtà è oggi molto debole.
Le tecnologie delle credenze collettive hanno trasformato la vita umana in un simulacro di immagini in cui l’inganno dei nostri neuroni ha costruito la gabbia di una realtà imposta.
La rete, posto sotto controllo, ha proiettato ologrammi mitologici: libertà, partecipazione, condivisione di sapere generando la grande illusione di poter ancora disporre del proprio comportamento.
Le nostre reti sociali sono sotto controllo dalla nuova polizia del nuovo Impero.
Come animali in  gabbia con l’illusione di poter scegliere, riusciranno anche a prevedere e anticipare i nostri comportamenti.
Espropriati del sapere, condannati all’ossessione dell’uso delle cose tecnologicamente più avanzate senza conoscere il perché e il loro funzionamento, travolti dai trend imposti di comportamenti e stili di vita del consumismo, le mura della città di Erech sono diventate alte e impossibile sarà più distruggerle.
Soltanto dentro o fuori. Nella città dei ricchi o nella periferia dei poveri.
I nuovi padroni del mondo stanno assorbendo tutte le energie, tutti gli interstizi della vita umana.
Un unico credo sarà pronuniato: produci, consuma, credi.
E di Erech (UruK)[1], macchina di eterna infelicità, saremo schiavi per sempre.
Non ci resterà di scappare dentro Zion, la città degli uomini liberi, la città della resistenza.
E Zion esisterà solo se nascerà ora.
Solo se sarà un “essere di linguaggio”, unica possibilità di affrancarci dai limiti dello spazio fisico per inoltrarci nell’esplorazione di uno spazio che è creazione simbolica, di ricerca di senso e significato della copresenza di reale e virtuale.
Vale a dire distruggere tutti quei prolungamenti nell’immaginario costitutivo dell’emancipazione sociale che spesso e volentieri si sono rivelati non solo ostacoli alla costruzione dell’altro, ma peggio speculari e restauratori di una medesima modalità di formazione e funzionamento delle cose (mentalità, stili di esistenza individuali e collettivi, modi di produzione, giustizia redistributiva, istituzioni politiche, e via continuando), in un determinato spazio-tempo storico, «elemento costitutivo del rapporto uomo-società».
Ricominciare altrimenti e altrove significa fondare un luogo in cui si è titolari di una ricerca di felicità e di libertà pubbliche realizzativa del «valore di sé»  e quindi molteplice e incodificabile in norme contraddittorie, aporetiche, produttive di paradossali dilemmi.
Significa fondare un luogo di reciprocità degli scambi senza unità trascendente di coordinamento.
Significa, infine, sottrarsi ai bombardamenti indotti da un sistema eretto sulla rappresentazione simulata di valori incarnati in pratiche ingiuste, violente, fredde e anonime.
«Per costruire il mondo bisogna mettersi fuori dal mondo ( … ), bisogna autoidentificarsi» senza farsi ingrigliare in identità eterodiertte e cristallizzate.[2]
Per questo Zion può nascere solo come “essere di linguaggio” riscoprendo l’umana umanità nel mutuo e reciproco aiuto in uno spazio di virtualità e di resistenza all’esistente in cui la collettivizzazione del sapere e della conoscenza è l’unica ricerca per la libertà, in cui l’immaginario collettivo torna ad essere sognato insieme.

“Cerco nel globo accecante il nucleo nascosto che racchiuda il senso.
Cerco l’antidoto al male, il sonno, la chiave per sfuggire al corpo adesso.
Cerco nell’orgia di corpi ammucchiati un sussulto che già non ricordo.
Cerco nell’aria pesante, nel vento sferzante, nel sangue una traccia di vita.
Cerco nel nuovo deserto chi ha vinto e chi ha perso nel nuovo deserto.
Solo un silenzio inumano, assordante mi riempie di niente la mente.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue nel cielo.
L’ultimo fungo svanisce lontano, colora di sangue il mio cielo.
Questa la vostra vittoria, la boria, la gloria, padroni del nulla.
Questo il dominio anelato, lo scontro cercato, negli anni voluto e adesso.
Muore su sabbie d’argento ossidato un presente già scritto da tempo.
Muore su sabbie d’argento ossidato un fu
turo trafitto nel tempo.
Non c’è più tempo.
Continuo a cercare un senso da dare.
Non c’è più tempo.
Confusi nel vuoto, dispersi nel fuoco.

[1] Leggi Camminando nella città di Erech
[2] Leggi Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.
[3] Toesca Pietro M., Manuale per fondare una città, 1994, Editore Eleuthera
[4] Narcolexia, Postatomica

Della Crisi, Dei Giovani E Dei Social Media.

Tutti i governi occidentali hanno definitivamente rotto il “patto fra generazioni”, quel patto che negli anni è servito non solo a garantire a tutti un futuro – ovvero istruzione/formazione, creazione di posti di lavoro e costruzione di appartamenti/case a buon mercato -, ma soprattutto ha costituito il potere di immaginarlo e la capacità di narrarlo.[1]
Dopo che i governi occidentali – come ultimo atto del loro fallimento – hanno precluso ai giovani questi tre diritti fondamentali, possiamo solo aspettarci un nuovo medioevo per il controllo dei sogni dei nostri giovani, ormai confinati sempre più in un anarco-individualismo da “infelici e sfruttati”, attraverso una nuova strategia e tecnologia del controllo sociale: “una economia della felicità”.
Perché ai giovani, alla gente interessa soprattutto essere felice, anche se poi ognuno intende esserlo a suo modo, lontano, però, da una felicità collettiva.
Ed è proprio per questo che il crollo dei titoli in borsa non è nulla in confronto al declino della coesione sociale, a cui nessuno – politica e media in primis – presta attenzione.
A chi, anche dopo un duro percorso di studio in aule sovraffollate, non intravede più opportunità per sé e per i propri sogni, a un certo punto Facebook o Twitter non bastano più come valvola di sfogo.
Allora, come in Inghilterra, basterà un episodio tragico, ma in fondo banale, a far esplodere la frustrazione repressa in seguito al salvataggio della finanza.
Così, spinte da motivazioni peraltro giuste, le persone devastano e saccheggiano in un desiderio di avidità e di accumulazione personale di risorse. E trasformano in inutile e dannosa la propria rivolta di individui.
Nel suo piccolo, questa reazione sembra l’esatta riproduzione del modello proposto alla popolazione dai piani alti della società: arraffa quel che puoi e scappa.
Quelli che stiamo osservando sono in realtà i banchieri della strada, come li chiama Karl Fluch. [2]
Questa degenerazione potrà essere arrestata solo dalla politica, non con la polizia e le frasi fatte, ma con atti concreti e senza ulteriore indugio.
Perché i giovani di oggi si stanno scontrando con una realtà che non può o non intende più soddisfare le loro richieste, nonostante siano teoricamente garantite da diritti fondamentali.
E le proprie richieste purtroppo sono immolate all’unico dio che questi giovani conoscono: il consumismo.
Sembra di vivere un romanzo di Ballard, in questi giorni.
Individui in rivolta nell’appagazione del dio consumismo, governi che l’unica cosa che sanno proporre è bloccare Facebook, Twitter e i sistemi di messaggistica istantanea.
Con la benedizione di qualche blogger, anche in Italia. [3]
Perché i media non riescono a percepire il profondo declino della coesione sociale, la mutazione che il consumismo e, in particolare, l’utilizzo tecnologico, la comunicazione mobile, l’utilizzo di internet, ha favorito una identità collettiva – collante di individualità anarco-individualiste – dagli stili di consumo e vita delle fasce giovanili.
La società si costruisce diversamente. Nel sapore quasi metallico di device e onde radio, quella autonomia spacciata per libertà ha mutato lo stesso concetto di felicità.
La felicità nata dai petali dei fiori nei “non luoghi”. [4]
I pc e internet sono i simboli della società “comunicativa”.
Costituiscono, stando alla portata di tutti, un immenso serbatoio virtuale di tutto il sapere del mondo e si presentano, oggi, come la chiave virtuale di tutte le relazioni immaginabili.
Tutto sta nell’aggettivo “virtuale”: ideale per trovare subito l’informazione o il dettaglio dimenticato.
Ma Internet non è di per se uno strumento pedagogico, insegna molto a chi sa già.
La molteplicità delle informazioni impone a ciascuno, dietro l’apparenza della libera scelta, la dittatura del consumo e l’illusione della diversità.
Internet è uno specchio della nostra società divisa tra due vertigini opposte: la dittatura del senso (quando ciascuno ha il suo posto/ruolo, ma non il diritto ad averne un altro) e la libertà vuota (quando ciascuno ha scelta, ma non sa tra cosa).
Quanto alle relazioni sociali che permette di stabilire sono di due tipi: quelle che diventano reali nel mondo naturale reale e quelle che vivono di un nuovo sé nel mondo artificiale reale, ovvero non solo avatar virtuali, perché, una volta catapultati nel reale possono trovare la rottura dei codici di senso ed essere capaci di tutto.
Perché quell’immagine del mondo costruita nella monade individualistica che prende corpo nel virtuale allevia le forme di isolamento e solitudine soltanto al prezzo di una maggiore dipendenza da quel simulacro di realtà.
Ma se si vuole davvero dialogare con chi ha il coraggio di dire in piazza quello che molti pensano in privato, allora bisogna isolare i pochi esagitati e prendere sul serio tutte le forme di ribellione dell’individuo occidentale.
Perché da questo può nascere un movimento costituente dell’immaginario capace di trasformare i metodi di rappresentanza e quelli decisionali.
Perché nel bel mezzo di una crisi strutturale che corrode l’esistenza quotidiana, la condizione necessaria per cambiare il modello è trasformare il modo in cui è elaborato e gestito.
Perché per cambiare va ripensata tutta la democrazia.
Perché non si tratta di rigenerare mercati, ma di rigenerare le fondamenta politiche e democratiche dell’occidente, facilitare i luoghi e i cambiamenti, il potere normativo deve essere più distribuito con nuove opportunità di accesso e di garanzia quando la politica è lenta, corrotta incapace e fuori dalla capacità di capire le trasformazioni in gioco.
Perché la vita degli uomini e delle donne non può appartenere alle Banche, nuovi padroni delle nostra nazioni. Perché non si può vivere con la paura di qualcosa che accadrà all’improvviso in peggio.
È una sfida radicale, per quanto si voglia intenderla non violenta, all’ordine sociale, e tutti hanno chiare le possibili conseguenze: dalle bastonate della polizia fino ai problemi sul mercato del lavoro.
Ma la paura si supera solo unendosi. In rete e nelle piazze.
Trasformando gli immaginari individuali in collettivi condividendo gli stessi desideri, non più dei singoli ma della collettività.
Perché il desiderio è un’altra società, anche se le istituzioni sono marce e la crisi non è una crisi, ma una truffa dei potenti.
Perché la lotta per decidere come decidere, è già vita, nella gioia di sentirsi liberi.
Per questo i politici non riescono a capire quello che sta accadendo.
I partiti si fanno le domande sbagliate: quale organizzazione? Quale programma? Quale strategia? Se non ci sono risposte prevedono, con la condiscendenza di chi ha rinunciato ai propri sogni, che la ribellione sparirà. Forse.
Ma non le sue idee, non le sue speranze, non i semi di una nuova politica.
Potrebbe essere un ultimo appello alla vita prima di precipitare nel vortice di distruzione che ci inghiottirà.

[1] Leggi anche Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.

[2] Karl Fluch è redattore della sezione musicale del quotidiano viennese Der Standard.

[3] Mi ha molto fatto pensare l’intervista de “Il Messaggero” di oggi (12.08.2011) a Luca Sofri, che sostiene che bloccare la rete è lecito in caso d’emergenza.
Non credo che la trasformazione tecnologica e mediologica, che ha rivoluzionato l’intero paradigma delle relazioni umane, si possa fermare. E non perché io creda alla mitologia della grande rete libera e democratica.
Ma perché i blogger italiani sono degni della superficialità della pop Italia a cui siamo condannati, in cui le persone che producono contenuti sono più importanti dei contenuti prodotti.
Sofri, d’altra parte, ha avuto, finalmente, il coraggio di dire internet e, in particolare, i social network non sono un servizio pubblico ma imprese private che offrono servizi ai privati.
E questo legittima le tesi di Ottavopiano.it contenute in “The cyberbrain warfare: la guerra degli influencer” e in “Intellettuali, giornalisti e blogger nell’Italia della PopPolitica“.
Internet è lo specchio dei processi di potere che ci sono nel mondo naturale reale. Per cui se le banche sono i veri padroni dei nostri governi, hanno il potere di decidere sulla vita degli uomini e delle donne. Così le imprese sono padrone di Internet, hanno il potere di decidere sulla vita dei propri utenti, modificandone la percezione del mondo, i processi di influenza e costruendo nuovi controlli sociali.
Siamo ritornati al mitologico scontro tra Gilgamesh, sovrano della città di Erech (o Uruk), e il selvatico Enkidu, simbolica metafora dell’incluso nella città degli uomini e dell’escluso da essa .
Un muro, un recinto di mura ancora più alto e invalicabile, che marca la differenza tra esclusi e inclusi, instaurando dispositivi relazionali fondati sulla dicotomia inclusione-esclusione, che non soltanto gerarchicamente rende inferiore gli esclusi agli inclusi, ma assai peggio li priva della loro qualità specifica rendendoli non-umani, inutili al sistema.
All’Alt! che esso decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena oppure in guerra.
Alle soglie del Terzo Millennio il Nuovo Impero , sistema finanziario globale delle Banche dell’unico esistente possibile, espropria tempi, energie e saperi, riduce continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto.

[4] “Non luoghi” è un termine coniato e utilizzato dall’antropologo Marc Augé nel 1991, quando scriveva il il libro a cui ha dato titolo nel 1992. Il luogo antropologico è uno spazio intensamente simbolizzato, abitato da individui che vi trovano dei punti di riferimento spaziali e temporali, individuali e collettivi. Uno spazio nel quale è possibile leggere, decifrare, le relazioni sociali e le forme di appartenenza comune.
Il termine “non luoghi”, al contrario, si applica in modo del tutto naturale agli spazi nei quali quella lettura immediata del sociale non è possibile agli spazi in transito che frequentano, senza incontrarsi, individui che hanno in comune, per lo più senza essere coscienti, soltanto una effimera consistenza.

Della Crisi E Della Vita Degli Uomini E Delle Donne Alla Periferia Del Nuovo Impero.


Sono giorni e giorni in cui i media ci parlano della crisi, sputando termini e concetti tecnici della finanza che la maggior parte degli uomini e donne comuni non comprendono.
Generando, così, un’information overload inutile a capire cosa sta succedendo.
La crisi e l’Italia, l’Europa e gli Usa: ovvero il mondo occidentale è cambiato.
Forse solo questo si è capito.
C’è la crisi, ma fin quando gli uomini e donne, nelle loro case, nelle loro camera da letto, nelle loro abitudini di pranzo, di cena e di vita quotidiana non percepiranno cambiamenti in peggio, la crisi sarà un concetto ancora lontano, un fantasma che aleggerà, spaventerà, ma non affamerà lo spirito.
Perché questa crisi è crisi del capitalismo dei finanzieri che ha soppiantato quello dei produttori, il denaro si è infatti sganciato dal merito, dal lavoro e dall’uomo, trasformandosi in un valore a sé. L’unico.
La crisi finanziaria e, poi per riflesso economica, è stata provocata in buona parte dagli eccessi di banche e banchieri, che hanno pesato e pesano sulla vita degli uomini e delle donne comuni; ma mentre le persone comuni sentono di avere pagato un prezzo per la crisi e di continuare a pagarlo, la sensazione è che chi l’ha provocata, i banchieri e le banche, se l’è cavata senza alcuna punizione, che per le loro la bella vita prosegue come prima e più di prima.
In tutto questo le manovre finanziarie dei governi degli Stati, cosiddetti nazionali – chi aumentando le entrate e non riducendo la spesa, chi sancendo tagli che colpiscono i poveri e non i privilegiati – non faranno ripartire l’economia e non funzioneranno, pur avendo chiesto sacrifici, lacrime e sangue subito, e soprattutto non hanno mantenendo la “reason why” che grazie a un forte sacrificio subito, saremmo stati meglio in un secondo tempo, tornando rapidamente a un benessere diffuso.
Il punto vero è che lo Stato Nazione è finito.
Dallo Stato Nazione siamo passati a una sovranità monetaria, in cui le Banche sono le uniche, vere padrone del mondo.
Possiedono, nella precisa accezione tecnica del termine ‘possedere’, tutti gli Stati, mentre politici e giornalisti svolgono la funzione di servizio, in qualità di gestori, del Potere finanziario.
E’ per questo che tacciono i Governi di tutto il mondo, che si trovano nelle nostre stesse condizioni, avendo demandato alle Banche il diritto di creare il denaro, interessate a mettere le mani, in questa crisi, sull’oro ancora nelle casse degli Stati del mondo occidentale.
In Italia, poi, tace anche l’opposizione – che a mio avviso è anche peggio di chi ci governa – che non proferisce parola sull’assurda anomalia del debito che lo Stato ha nei confronti della Banca Centrale Europea e tanto meno parla dei ricchi per eccellenza, ovvero i “banchieri”, i suoi maggiori nemici.
E né tantomeno chiede che la crisi la paghino loro, tassando plusvalenze e speculazioni finanziarie, mettendo un freno ai giochi della finanza.
La sua unica proposta è far fuori Berlusconi con un governo tecnico con a capo Monti, economista e International Advisor per Goldman Sachs.
La politica è sempre più annebbiata e incapace confinata in un angolo negativo del nostro immaginario dalla retorica demagogica nazionalpopolare sulla “casta”, che se pur va, in maniera perentoria, riformata in numero e stipendi, andrebbe contemporaneamente riformata con le istituzioni per competenza, esperienza ed expertise.
Perchè in tutto questa crisi finanziaria c’è, anche e soprattutto, una crisi della capacità narrativa, quella che i Greci chiamavano anekdiegesis.
La competenza narrativa degli individui e delle collettività regredisce fino a scomparire mentre l’esperienza cessa di essere comunicabile. Il corso dell’esperienza è crollato, la politica non è esperienza capace di costruire futuro.
In questa sensazione di strategia del “silenzio”, forma moderna di censura, la volontà di non spiegare e far capire agli uomini e le donne quello che accade è anche molto più grave e più efficace nell’attuale mondo dell’informazione planetaria, di una censura dichiarata ed esplicitamente coercitiva in quanto se una notizia non viene “raccolta” e ripetuta passando da uno strumento di comunicazione all’ altro, e’ inesorabilmente condannata ad una morte peggiore della morte perché, quale che sia la sua importanza, ne viene negata l’esistenza.
E’ per questo che i fatti di Londra ci rimbalzano come avvisaglia della fine del mondo occidentale così come lo conosciamo.
Teppisti con scarpe firmate che mettono a ferro e fuoco una metropoli occidentale – correndo a saccheggiare negozi per rubare tv, playstation, ipad e iphone – sono l’emblema, che si sgretola rovinosamente, di quel mondo flaccido, consumista e dell’eccesso, in cui tutto ciò non era la deriva ma l’idealtipo.
Di un mondo senza politica, senza cultura, senza solidarietà, senza immaginario condiviso, senza futuro.
Il teppista griffato non si rivolta per ottenere un impiego, del cibo, dei diritti civili o idealisticamente una società migliore.
Reclama soltanto anch’egli l’accesso agli status symbol della pubblicità acquistabili attraverso il denaro.
Reclama il diritto ad avere i 15 minuti di celebrità che il dominio dell’immagine reclama nel mondo occidentale.
Tutto ciò non significa condonare i saccheggi e gli episodi di violenza indiscriminata, ma è urgente interrogarsi su questa nuova ed emergente identità che non è trasgressione dei codici prestabiliti, ovvero della grammatica culturale dei nostri Stati nazionali, della nostra (a)civiltà occidentale, ma la creazione di un codice che farà la trasgressione e la rivolta una norma sociale per accedere a ciò che non si ha.
E per questo che sempre più scoppieranno, nelle strade delle capitali del mondo occidentale, guerriglie sociali sempre più marcatamente semiologiche e di contesto.
E se da un lato, iniziarle a decodificarle significa riconoscere la realtà, una realtà in cui molti giovani si sentono completamente esclusi non solo da potere e ricchezza, ma pure da ogni tipo di opportunità, dall’altro significa capire che il vecchio e decadente Occidente, ormai, è sempre più periferia del Nuovo Impero.