Della Crisi, Dei Giovani E Dei Social Media.

Tutti i governi occidentali hanno definitivamente rotto il “patto fra generazioni”, quel patto che negli anni è servito non solo a garantire a tutti un futuro – ovvero istruzione/formazione, creazione di posti di lavoro e costruzione di appartamenti/case a buon mercato -, ma soprattutto ha costituito il potere di immaginarlo e la capacità di narrarlo.[1]
Dopo che i governi occidentali – come ultimo atto del loro fallimento – hanno precluso ai giovani questi tre diritti fondamentali, possiamo solo aspettarci un nuovo medioevo per il controllo dei sogni dei nostri giovani, ormai confinati sempre più in un anarco-individualismo da “infelici e sfruttati”, attraverso una nuova strategia e tecnologia del controllo sociale: “una economia della felicità”.
Perché ai giovani, alla gente interessa soprattutto essere felice, anche se poi ognuno intende esserlo a suo modo, lontano, però, da una felicità collettiva.
Ed è proprio per questo che il crollo dei titoli in borsa non è nulla in confronto al declino della coesione sociale, a cui nessuno – politica e media in primis – presta attenzione.
A chi, anche dopo un duro percorso di studio in aule sovraffollate, non intravede più opportunità per sé e per i propri sogni, a un certo punto Facebook o Twitter non bastano più come valvola di sfogo.
Allora, come in Inghilterra, basterà un episodio tragico, ma in fondo banale, a far esplodere la frustrazione repressa in seguito al salvataggio della finanza.
Così, spinte da motivazioni peraltro giuste, le persone devastano e saccheggiano in un desiderio di avidità e di accumulazione personale di risorse. E trasformano in inutile e dannosa la propria rivolta di individui.
Nel suo piccolo, questa reazione sembra l’esatta riproduzione del modello proposto alla popolazione dai piani alti della società: arraffa quel che puoi e scappa.
Quelli che stiamo osservando sono in realtà i banchieri della strada, come li chiama Karl Fluch. [2]
Questa degenerazione potrà essere arrestata solo dalla politica, non con la polizia e le frasi fatte, ma con atti concreti e senza ulteriore indugio.
Perché i giovani di oggi si stanno scontrando con una realtà che non può o non intende più soddisfare le loro richieste, nonostante siano teoricamente garantite da diritti fondamentali.
E le proprie richieste purtroppo sono immolate all’unico dio che questi giovani conoscono: il consumismo.
Sembra di vivere un romanzo di Ballard, in questi giorni.
Individui in rivolta nell’appagazione del dio consumismo, governi che l’unica cosa che sanno proporre è bloccare Facebook, Twitter e i sistemi di messaggistica istantanea.
Con la benedizione di qualche blogger, anche in Italia. [3]
Perché i media non riescono a percepire il profondo declino della coesione sociale, la mutazione che il consumismo e, in particolare, l’utilizzo tecnologico, la comunicazione mobile, l’utilizzo di internet, ha favorito una identità collettiva – collante di individualità anarco-individualiste – dagli stili di consumo e vita delle fasce giovanili.
La società si costruisce diversamente. Nel sapore quasi metallico di device e onde radio, quella autonomia spacciata per libertà ha mutato lo stesso concetto di felicità.
La felicità nata dai petali dei fiori nei “non luoghi”. [4]
I pc e internet sono i simboli della società “comunicativa”.
Costituiscono, stando alla portata di tutti, un immenso serbatoio virtuale di tutto il sapere del mondo e si presentano, oggi, come la chiave virtuale di tutte le relazioni immaginabili.
Tutto sta nell’aggettivo “virtuale”: ideale per trovare subito l’informazione o il dettaglio dimenticato.
Ma Internet non è di per se uno strumento pedagogico, insegna molto a chi sa già.
La molteplicità delle informazioni impone a ciascuno, dietro l’apparenza della libera scelta, la dittatura del consumo e l’illusione della diversità.
Internet è uno specchio della nostra società divisa tra due vertigini opposte: la dittatura del senso (quando ciascuno ha il suo posto/ruolo, ma non il diritto ad averne un altro) e la libertà vuota (quando ciascuno ha scelta, ma non sa tra cosa).
Quanto alle relazioni sociali che permette di stabilire sono di due tipi: quelle che diventano reali nel mondo naturale reale e quelle che vivono di un nuovo sé nel mondo artificiale reale, ovvero non solo avatar virtuali, perché, una volta catapultati nel reale possono trovare la rottura dei codici di senso ed essere capaci di tutto.
Perché quell’immagine del mondo costruita nella monade individualistica che prende corpo nel virtuale allevia le forme di isolamento e solitudine soltanto al prezzo di una maggiore dipendenza da quel simulacro di realtà.
Ma se si vuole davvero dialogare con chi ha il coraggio di dire in piazza quello che molti pensano in privato, allora bisogna isolare i pochi esagitati e prendere sul serio tutte le forme di ribellione dell’individuo occidentale.
Perché da questo può nascere un movimento costituente dell’immaginario capace di trasformare i metodi di rappresentanza e quelli decisionali.
Perché nel bel mezzo di una crisi strutturale che corrode l’esistenza quotidiana, la condizione necessaria per cambiare il modello è trasformare il modo in cui è elaborato e gestito.
Perché per cambiare va ripensata tutta la democrazia.
Perché non si tratta di rigenerare mercati, ma di rigenerare le fondamenta politiche e democratiche dell’occidente, facilitare i luoghi e i cambiamenti, il potere normativo deve essere più distribuito con nuove opportunità di accesso e di garanzia quando la politica è lenta, corrotta incapace e fuori dalla capacità di capire le trasformazioni in gioco.
Perché la vita degli uomini e delle donne non può appartenere alle Banche, nuovi padroni delle nostra nazioni. Perché non si può vivere con la paura di qualcosa che accadrà all’improvviso in peggio.
È una sfida radicale, per quanto si voglia intenderla non violenta, all’ordine sociale, e tutti hanno chiare le possibili conseguenze: dalle bastonate della polizia fino ai problemi sul mercato del lavoro.
Ma la paura si supera solo unendosi. In rete e nelle piazze.
Trasformando gli immaginari individuali in collettivi condividendo gli stessi desideri, non più dei singoli ma della collettività.
Perché il desiderio è un’altra società, anche se le istituzioni sono marce e la crisi non è una crisi, ma una truffa dei potenti.
Perché la lotta per decidere come decidere, è già vita, nella gioia di sentirsi liberi.
Per questo i politici non riescono a capire quello che sta accadendo.
I partiti si fanno le domande sbagliate: quale organizzazione? Quale programma? Quale strategia? Se non ci sono risposte prevedono, con la condiscendenza di chi ha rinunciato ai propri sogni, che la ribellione sparirà. Forse.
Ma non le sue idee, non le sue speranze, non i semi di una nuova politica.
Potrebbe essere un ultimo appello alla vita prima di precipitare nel vortice di distruzione che ci inghiottirà.

[1] Leggi anche Della crisi e della vita degli uomini e delle donne alla periferia del Nuovo Impero.

[2] Karl Fluch è redattore della sezione musicale del quotidiano viennese Der Standard.

[3] Mi ha molto fatto pensare l’intervista de “Il Messaggero” di oggi (12.08.2011) a Luca Sofri, che sostiene che bloccare la rete è lecito in caso d’emergenza.
Non credo che la trasformazione tecnologica e mediologica, che ha rivoluzionato l’intero paradigma delle relazioni umane, si possa fermare. E non perché io creda alla mitologia della grande rete libera e democratica.
Ma perché i blogger italiani sono degni della superficialità della pop Italia a cui siamo condannati, in cui le persone che producono contenuti sono più importanti dei contenuti prodotti.
Sofri, d’altra parte, ha avuto, finalmente, il coraggio di dire internet e, in particolare, i social network non sono un servizio pubblico ma imprese private che offrono servizi ai privati.
E questo legittima le tesi di Ottavopiano.it contenute in “The cyberbrain warfare: la guerra degli influencer” e in “Intellettuali, giornalisti e blogger nell’Italia della PopPolitica“.
Internet è lo specchio dei processi di potere che ci sono nel mondo naturale reale. Per cui se le banche sono i veri padroni dei nostri governi, hanno il potere di decidere sulla vita degli uomini e delle donne. Così le imprese sono padrone di Internet, hanno il potere di decidere sulla vita dei propri utenti, modificandone la percezione del mondo, i processi di influenza e costruendo nuovi controlli sociali.
Siamo ritornati al mitologico scontro tra Gilgamesh, sovrano della città di Erech (o Uruk), e il selvatico Enkidu, simbolica metafora dell’incluso nella città degli uomini e dell’escluso da essa .
Un muro, un recinto di mura ancora più alto e invalicabile, che marca la differenza tra esclusi e inclusi, instaurando dispositivi relazionali fondati sulla dicotomia inclusione-esclusione, che non soltanto gerarchicamente rende inferiore gli esclusi agli inclusi, ma assai peggio li priva della loro qualità specifica rendendoli non-umani, inutili al sistema.
All’Alt! che esso decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena oppure in guerra.
Alle soglie del Terzo Millennio il Nuovo Impero , sistema finanziario globale delle Banche dell’unico esistente possibile, espropria tempi, energie e saperi, riduce continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto.

[4] “Non luoghi” è un termine coniato e utilizzato dall’antropologo Marc Augé nel 1991, quando scriveva il il libro a cui ha dato titolo nel 1992. Il luogo antropologico è uno spazio intensamente simbolizzato, abitato da individui che vi trovano dei punti di riferimento spaziali e temporali, individuali e collettivi. Uno spazio nel quale è possibile leggere, decifrare, le relazioni sociali e le forme di appartenenza comune.
Il termine “non luoghi”, al contrario, si applica in modo del tutto naturale agli spazi nei quali quella lettura immediata del sociale non è possibile agli spazi in transito che frequentano, senza incontrarsi, individui che hanno in comune, per lo più senza essere coscienti, soltanto una effimera consistenza.

Tic Tac… È Iniziata La Guerra!!!

Oggetto di cronaca recente è la malsana idea di diffondere l’ora della Mecca come “tempo ufficiale” del nostro martoriato pianeta.

Il feticcio occidentale di Greenwich, secondo la Famiglia Reale Saudita, verrà sostituito da un orologione di 43 metri per 43, tempestato da 2 milioni di led e 21 mila luci che proietteranno, fino a 30 km di distanza, “Allah è Grande”.

Questa mega attrazione, costruita da quei palazzinari dei Bin Laden, è posta sul secondo edificio più alto della Terra e, sovrastando tutto il mondo arabo, guarderà dall’alto in basso il povero Big Ben che scomparirà all’ombra (o alla luce?) della nuova torre.

Lo Swatch formato famiglia (reale) è ubicato alla Mecca ma costruito su un centro commerciale. Di cosa stiamo parlando allora? Di sfarzo architettonico? Di un’idea politica o più semplicemente di un nuovo marchio per attirare nuovi turisti nella città araba?

Che motivo c’è di creare ulteriore contrapposizione tra due mondi che, al di la di ogni estremismo, non riescono a trovare motivo di unione se non nel reciproco odio?

Perché anche la dimensione temporale deve essere fonte di diseguaglianza? Come ci comporteremo quando un tizio per strada ci chiederà l’ora? Gli chiederemo prima la sua fede religiosa e, dopo aver fatto gli opportuni calcoli, gli risponderemo?

La crociata per egemonizzare il mondo è partita con questa opera e verrà scandita dalle sue lancette.