Il Contadino Che Ammucchiava Libri

Van GoghColtivava i giorni, sapeva che il tempo poteva essere generoso oppure terribilmente avaro. Sapeva che imparare è vivere, e che sapere è morire. Sapeva che la ricchezza di un raccolto non voleva dire la certezza di un futuro. Non si stupiva di certo se i frutti del suo lavoro accoglievano i vermi o altri insetti, eppure il suo sforzo quotidiano era quello di preservare i frutti dalla loro presenza. Degli insetti ne osservava il mondo, era interessato soprattutto a quelli capaci di tesser una tela. Di due tipi di insetti era affascinato. Entrambi  infaticabili tessitori di ragnatele, ma ciò che li rendeva estranei quegli insetti era che a ai primi interessavano le mosche da acchiappare per rafforzare le proprie posizioni, ai secondi le ragnatele come organi di collegamento nel mondo degli insetti. Non amava i primi, era incuriosito dai secondi. Nella natura così complessa, anche nelle forme più apparentemente disordinate, trovava strategie di semplicità per comprenderne la maggioranza degli aspetti. E della comprensione dei fatti e delle cose della natura sapeva nutrire le sue giornate. Non era nato ricco, né aveva intenzione di esserlo. Gli bastava quando i raccolti erano ricchi, metter da parte per i tempi magri e soprattutto andar per mercati per comprar libri. Ammucchiava libri per un giorno futuro, per il giorno in cui i proventi dei raccolti non potevano permettergli di acquistarne. Ne acquistava, in realtà, più di quanti ne leggesse. Era la sua incessante preghiera che mormorava alla vita accoglienza.

2010/06/08
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Maestro Yoda: Contro-Cultura Rivoluzionaria

Fuggire dalla prigione di Jeremy Bentham è un atto dovuto a noi stessi, alla nostra libertà. Me lo ha insegnato Bonhomme. E per poterlo fare devi disimparare ciò che hai imparato , devi credere e usare la forza: me lo ha insegnato il Maestro Yoda.

Quella prigione è tutto un trucco: non esiste verità in ciò che vivi, non esiste la potenza del controllo ma continui a percepirla. Avverti la sua onnipresenza, senti il fiato sul collo del guardiano. Hanno creato un mondo che non esiste, sei convinto di ciò che non esiste, credi di fare ciò che pensi ma la tragica realtà è che fai soltanto ciò che hanno programmato. Vivi un’idea che non è  tua, è innestata: è obbedienza alla “disciplina” del sistema.

Sovvertire, rifiutare il controllo, concentrarsi e scegliere: “provare no! fare o non fare! non esiste provare”.

Fuggi, scappa, corri veloce. E se li incontri sulla tua strada sappi che non esiste controllore che non possa essere aggredito, che non c’è guardiano che non possa essere ucciso, che non c’è falsità che non possa essere svelata.

La forza scorre potente in te. E allora credi o fallirai.

E non cercare di piegare il cucchiaio, è impossibile. Sii saggio e, piuttosto, giungi alla verità: il cucchiaio non esiste!

Dolorose Suggestioni Di Un Sacrificio D’Amore


E fra contatti, fra abbracci,
sento già la tua pelle
che mi offre il ritorno
al palpito iniziale,
senza luce prima del mondo,
totale, senza forma, caos.

Pedro Salinas, La voce a te dovuta, Giulio Einaudi Editore

Questo video è stato realizzato dalla nostra amica russa Lucid_dream, blogger di Fire From Inside e da poco anche di ottavopiano.it !:)

That video is a property of our russian friend Lucid_dream, blogger of Fire From Inside . Thank you Lucid ! Great work!

Intellettuali, Giornalisti E Blogger Nell’Italia Della Poppolitica.

Che in Italia la televisione campi sull’audience della politica è ormai un truismo, ovvio anche ai bambini. E quando i politici hanno capito di poter raggiungere il vasto pubblico adattandosi alle logiche dello spettacolo è nata la politica Pop.
Un ambiente mediale trasmutato dal collasso di generi televisivi e costumi sociali invecchiati, quasi decadenti, in cui politica e cultura popolare, informazione e intrattenimento, comico e serio, reale e surreale, gossip e paure collettive si fondono dando vita a un nuovo ceto culturale. Un nuovo ceto culturale per un nuovo “Regno a venire” -avrebbe detto James Graham Ballard – nazionalpopolare, addormentato nella sua sonnecchiosa vita, aspetta paziente l’arrivo di incubi e paure che lo faccia risvegliare in un mondo carico di passione.
Una volta il nazionalpopolare era una categoria gramsciana, i giornali erano pieni di scrittori, intellettuali e giornalisti, la sinistra dominava la produzione culturale.
Oggi nazionalpopolari sono i reality show pieni di volgarità, la televisione pubblica e privata è piena di grandi cerimonieri di sedicenti interpreti della Volontà generale, di nani e ballerine, cantori del Popolo, fonte di ogni legittimità.
Gramsci è morto. Gramsciano non lo è nemmeno più l’ultima illusione e speranza della sinistra diffusa, Vendola, pasoliniano convinto, l’altra faccia della medaglia del berlusconismo.
Eppure non bisogna essere gramsciani per essere intellettuali o giornalisti liberi, per puntare il dito e dire che il re è nudo.
Per portare alla luce il potere quando esso è da qualche parte, remoto, inattingibile ma influentissimo o puntare il dito quando è incarnato dai quotidianemente visibili e imperversanti “potenti”.
Tutta la civiltà antica era costruita, persino nelle sue gerarchie, intorno all’uso della parola. Ed era la parola, l’arma con cui giornalisti e intellettuali, puntavano e sparavano al potere.
La politicizzazione di un giornalista o di un intellettuale, diceva Gilles Deleuze, si faceva tradizionalmente a partire da due cose: la sua posizione nella società borghese, nel sistema di produzione capitalistica, nell’ideologia ch’essa produce o impone; e il suo discorso, nella misura in cui rivelava una certa verità, scopriva rapporti politici là dove non se ne vedevano.
La morte degli intellettuali o del giornalismo libero – nè quello berlusconiano e antiberlusconiano sono liberi, proprio perchè si fondano sulla piena sudditanza o sulla piena pregiudiziale al berlusconismo – è l’effetto della desacralizzazione della parola compiuta dalla finzione dell’immagine.
Ci fu un tempo in cui il reale si distingueva, nelle sue narrazioni fatte di parole chiaramente, dalla finzione, in cui ci si poteva fare paura raccondantosi storie, ma sapendo che erano inventate, in cui si andava in luoghi (parchi del divertimento, fiere, teatri, cinema) in cui la finzione copiava il reale.
Nella società dei nostri giorni, insensibilmente, si sta producendo l’inverso: il reale copia la finzione.
Berlusconi non dice qualche bugia, dice solo bugie.
La spettacolarizzazione, passaggio alla finzione integrale e simulacro baudrelliano della realtà che fa saltare la distinzione reale/finzione si estende al mondo intero.
La società contemporanea ha svuotato di senso e significato le parole, “nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso” ci ha insegnato Guy Debord.
Quando le logiche consumistiche sono state applicate alla televisione dell’era dell’informazione e dello spettacolo, si è passati a una televisione che non è più testimone delle vicende sociali o produttrici di forme di spettacolo, ma un medium che interviene “direttamente” nella vita sociale creando o modificando ruoli e situazioni, sogni o paure, speranze di un istante di popolarità.
E in tutto questo la rete, sognata come luogo di libertà e di esuli in patria, anche essa è diventata pop.
Per capire la rete serve semplicemente uno specchio.
Uno specchio che rifletta la nostra società, quella descritta in un sondaggio sul calcio apparso qualche settimana fa.
La rete non produce una nuova opinione pubblica, radicalizza in posizioni sempre più accentuate ed estreme le convinzioni della società reale.
Eppure i blogger dovevano essere i nuovi cantastorie della resistenza al mondo reale. Sembrano essere uguali agli ultras con il megafono nelle curve infette da violenza nei nostri campi di calcio.
I blogger sono sotto il controllo nel Panopticom di Bentham, e sembrano quasi compiacersi a fare la parte dei sorvegliati, mentre il potere sorveglia e influenza le loro vite.
Gramsci è morto senza essere studiato, la P2 ha vinto la sua guerra senza combattere facendo “rinascere l’Italia”.
Mi disse una notte davanti a una bottiglia di vino Marc Augé che l’Italia era funestamente 10 anni avanti e in anticipo agli altri Paesi dell’Europa, era già fin troppe volte dimostrato. Gli chiesi se dovevamo rassegnarci, lui rispose “ce n’est qu’ un début, continuons le combat…”.

Sgangherati E Sgangherabili

 

L’alternativa c’è: chiudere tutto senza leggere il finale, privandosi del gusto di scoprire come evolve la storia, senza sapere se qualcuno, lassù, ti “ristamperà” ancora o se morirai così, nel nulla.

Ma come accade nei fumetti alla fine di ogni “tavola”, così nella vita deve esserci sempre un punto interrogativo per andare avanti.

“…Il suo Dylan Dog è un capolavoro, poichè ogni capolavoro ha in comune due cose: è sgangherato e sgangherabile. Sgangherato perchè nasce senza un’idea precisa, prosegue senza un’idea precisa. Sgangherabile perchè se estrai una sua vignetta dalla tavola, essa funziona anche da sola…” . Lo disse Umberto Eco a Tiziano Sclavi.

E allora mi viene da pensare che anche le vite di tutti noi siano capolavori! Vanno avanti a punti interrogativi, sono sgangherate e sgangherabili. Nascono prive di un senso specifico, finiscono allo stesso modo e senza sapere il perchè. Ma se proviamo ad estrarre ogni loro singolo attimo, vedremo che ognuno di essi vive anche da solo, con un proprio significato, così come accade allo schizzo di un fumettista su una tavola.

E la mia vita in questo momento è proprio come la tavola di un fumetto: piena di punti interrogativi, di attimi intensi che significano da soli, ricca di riflessioni, di gioie e di ripensamenti, di timori e di scatti in avanti senza paura. E non è figlia di un’idea precisa.

E in questa notte, in questo istante fatto di punti punti interrogativi, ritrovo ancora una volta il momento giusto per voltare una sua pagina e andare avanti.

Il Mio Nome È Jacques Bonhomme

Io sono jacques bonhomme, nacqui un giorno in cui le nuvole scaricavano la loro tristezza sulle terre francesi del Beauvais e i contadini piangevano i loro inutili sacrifici. Anche io nacqui contadino… così come mio padre, e prima di lui mio nonno… Io amai la terra, ma né vidi mai né godei dei suo i frutti. Tutti i suoi frutti,  le nostre donne comprese, erano di proprietà di quei porci dei Padroni, gente senza dignità e umanità… La nostra ignoranza ci aveva relegato a una vita senza pretese, dove i soprusi erano il pane della nostra povera e misera tavola… Quell’anno avevamo perso tutto, i nostri bambini stavano morendo di fame … Era il  maggio del 1358 Anno del Signore Dio Nostro.  Si … il Signore Dio Nostro … noi lo invocavamo con le nostre preghiere … Dove eri Signore quando mio figlio moriva tra le braccia della mia donna … dove eri io credevo in Te… I Signori chiedevano i loro tributi, noi non avevamo niente… niente era rimasto dai nostri raccolti. Dai nostri stracci non potevamo ricavare più nulla. Solo le parola di un uomo ci sollevavano lo spirito… diceva che non dovevamo attendere il Paradiso per poter vivere come uomini felici … il suo nome era Guillame Carle. Fu la rivolta… il Beauvais fu solo l’inizio. E io ero al fianco di Guillame, … ormai ero solo … non avevo che lui … mia moglie aveva seguito il nostro bambino lì dove solo la morte acconsente ad andare. Distruggemmo castelli, massacrammo i Padroni, trascinammo i nostri fratelli contadini alla rivolta… La Francia Settentrionale era nostra. La Normandia, il Ponthieu, la Piccardia … e infine Parigi.!!!!!!!!!!! Tremavano tutti al nostro passaggio … e i nostri fratelli contadini gioivano… Il nostro Paradiso era diventato la Terra…  la terra che ci aveva visto nascere, la terra che tanto avevamo amato … Non dovevamo più aspettare!  Io mi chiedevo quanto potesse continuare … Guillame mi rispondeva sempre : “Fratello Jacques adesso e per l’eternità”. Carlo V, re di Navarra, ci chiese di trattare… era sceso a trattare con i pezzenti. Un re che parla con i contadini, la storia non ammette debolezze. C’è un tempo e un luogo per cui ogni cosa abbia un inizio e una fine. Io sentivo che era la nostra fine. Dissi a Guillame di non andare. Respiravo la morte. Guillame andò … i contadini erano in festa. Alcuni di noi lo seguirono.  E la loro festa si trasformò in rovina. Il re tradì il suo popolo … Presero prigioniero Guillame. Gli altri furono tutti ammazzati. Le truppe regie ci attaccarono … un bagno si sangue allagò la nostra terra… Guillame fu torturato fino alla pazzia. Fu mangiato dai topi nelle buie segrete del carcere. Così raccontavano anni dopo vecchi barboni. Quella notte io fui l’unico a non morire. O morii tante volte quanti furono quei contadini che chiedevano pietà per non essere uccisi. Ma  nessuna pietà ebbero di loro. All’inizio di una estate gocce di sangue scandivano un altro tempo. Un tempo eterno… di dannazione. Non ricordo come feci a trovarmi né lì né altrove. Ero fuori dal mio corpo … Per continuare a vivere in eterno…

Il Silenzio Di Un Bacio Rubato

Delle miserie della vita, lo stigma è senza dubbio la capacità più piena di creare una soglia tra il desiderio e la realtà.
C’è un malessere della normalità la cui prigione è non andare oltre la convenzione, oltre i nomi appiccicati alle cose.
La radio, la televisione, internet hanno svuotato di senso la relazione tra individui, l’hanno fatta sciamare ovunque.
Vivere ed esistere hanno significati diversi, entrambi pervasi da parole inutili, da una quantità folle di immagini e parole.
Sono cambiate le relazioni con il mondo, e tra le persone che lo vivono. La convergenza tecnologica ha aumentato in modo esponenziale contatti e relazioni.
E in tutto questo tanta è la confusione, modalità di espressione esistenziale ma non vitale.
Agiamo come se non potessimo esprimerci, ma in realtà non smettiamo di esprimerci.
“Che c’è? Parla…” è la soglia dell’incomprensibilità.
La dolcezza di non aver nulla da dire, il diritto a non aver nulla da dire: è questa la condizione perchè si formi qualcosa di raro che meriti, per poco che sia, di essere detto.
Non è la confusione che produce asfissia, ma frasi che non hanno il minimo interesse.
Ed è in questo che il silenzio di un bacio rubato è rifugio vitale, dominio assoluto di rarità da nascondere e amare.
Altrove dove vivere ed esistere.

Moi J’Veux Crever La Main Sur Le Coeur

In ogni momento c’è qualcuno che fugge.
Si fugge dall’amore o dall’odio,dalla guerra intorno o dentro di noi, dalla diversità o dalla normalità.
Si fugge perchè il desiderio non manca di nulla, mentre la vita si.
È così triste e pericoloso – scriveva Deleuze – non poter più sopportare gli occhi per vedere, i polmoni per respirare, la bocca per inghiottire, il cervello per pensare […].
Offriamo al mondo la nostra mal sopportazione con i nostri volti.
Pensiamo che il volto sia un prodotto delle nostre speranze o paure, del nostro desiderio o delle sue atroci sconfitte, della nostra insofferenza o sofferenza. Dimentichiamo che è la società che produce i volti.
Il tuo sogno lo si vede sempre sul tuo viso e nei tuoi occhi. Ed esso sussurra pensieri zitti, linguaggio di ogni volto.
E il linguaggio non è la vita, dà ordini alla vita: la vita non parla, ascolta e attende.
La vita è distanza critica tra esseri della stessa specie.
Possiedo solo distanze, oggi.
Nel buio colto dalla paura, un bambino si rassicura canticchiando.
Cammina, si ferma al ritmo della canzone.
Sperduto, si mette al sicuro come può e si orienta alla meno peggio con la sua canzoncina.
La mia canzoncina è la mia resistenza, vorrei, quando non sarà più possibile resistere, morire con la mano sul cuore.