L’Essenziale È Impalpabile – Ovvero: ‘Del Buon Cibo’.

Non si cucina bene che col cuore.

Gli ingredienti son invisibili agli occhi.

Non si assapora bene che con l’anima.

Il gusto è impercettibile al palato.

Nota di Zolletta 1: Magari mi sbaglio. Anzi, come scriverebbe l’ottimo @jovanz74 sul suo Gilda35 :  OppureNO.

Nota di Zolletta 2: “non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi” [cit.]

Nota di Zolletta 3: Oggi mi è tornato alla mente Un’insalata non poi così terribilmente complicata, cioè quello che considero il mio primo vero “Racconto della (e dalla) Cucina” di Ottavo Piano . Alcuni si chiedevano cosa significasse. Mi sono anche ricordata di un post di Oz e, di conseguenza, la celebre frase del piccolo principe (cfr. Nota 2). E poi, ecco che la memoria mi porta a un buon libro. O meglio, a un buon cuoco scrittore che ha ispirato i miei racconti della cucina. Mi piace sempre molto leggere Allan Bay : scrive bene, in modo chiaro e intriso di passione per il suo lavoro. Le sue ricette sono semplici, decise e oneste, come piacciono a me. Nella mia cucina. I 100 strumenti di un cuoco curioso è, se non sbaglio, il suo ultimo libro: una sorta di compendio, autobiografico, degli strumenti, più o meno essenziali (più meno che più, a dir la verità), da tenere in una cucina eccellentemente attrezzata. Utensili, macchinari, arnesi, tecniche, qualche ricetta e frammenti di vita dell’autore. L’opera completa di Bay, ho sempre pensato, è come se fosse impregnata dell’essenza, impalpabile ed onesta, del cibo che sentiamo buono. Onesta è l’essenza di ciò che percepiamo buono, in cucina. Perché, ricordando le parole dell’impareggiabile twittera @dtblamethecake: è impossibile mentire in cucina. Infine, chiudo questa Nota,con l’ambizione di candidare questo post alle celebri “Regole” della @riduc. In fin dei conti, potrebbe trovare una collocazione adatta accanto alla regola N° 24 “Non mettere mai a bollire l’acqua del tè o della pasta se stai lavorando!”.

Disegnami Ancora Una Pecora

E nella vita giuro che proverò sempre a disegnare una pecora. Giuro che lo farò mille volte ancora, disegnando sempre una casetta e immaginando che sia proprio lì, al suo interno, essenziale ed invisibile agli occhi. E se nessuno capirà, allora cercherò il mio Piccolo Principe nel deserto, senza mai stancarmi. E se tu dovessi avere la fortuna di incontrarlo ancora, per favore non lasciarmi triste, scrivimi che è tornato!

“…Guardate attentamente questo paesaggio per essere sicuri di riconoscerlo se un giorno farete un viaggio in Africa, nel deserto. E se vi capita di passare di la, non vi affrettate, fermatevi un momento sotto le stelle! E se allora un bambino vi viene incontro, se ride, se ha i capelli d’oro, se non risponde quando lo si interroga, voi indovinerete certo chi è. Ebbene, siate gentili! Non lasciatemi cosi triste: scrivetemi subito che è ritornato…”.

Estratto da: Le Petit Prince – ( Antoine de Saint-Exupéry – Lione, 29 giugno 1900 )

Leggi Le Petit Prince.

“…Quando finalmente potei parlare gli domandai: “Ma che cosa fai qui?”

Come tutta risposta, egli ripeté lentamente come si trattasse di cosa di molta importanza: “Per piacere, disegnami una pecora! “

Quando un mistero è cosi sovraccarico, non si osa disubbidire. Per assurdo che mi sembrasse, a mille miglia da ogni abitazione umana, e in pericolo di morte, tirai fuori dalla tasca un foglietto di carta e la penna stilografica. Ma poi ricordai che i miei studi si erano concentrati sulla geografia, sulla storia, sull’aritmetica e sulla grammatica e gli dissi, con un po’ di malumore, che non sapevo disegnare.

Mi rispose: “Non importa. Disegnami una pecora! “.

Non avevo mai disegnato una pecora e allora feci per lui uno di quei due disegni che avevo fatto tante volte: quello del boa dal di fuori;

e fui sorpreso di sentirmi rispondere:”No, no, no! Non voglio l’elefante dentro al boa. Il boa è molto pericoloso e l’elefante molto ingombrante. Dove vivo io tutto e molto piccolo. Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora”.
Feci il disegno.

Lo guardo attentamente, e poi disse: “No! Questa pecora e malaticcia. Fammene un’altra”.

Feci un altro disegno.

Il mio amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza. “Lo puoi vedere da te”, disse, “che questa non è una pecora. E’ un ariete. Ha le corna”.  Rifeci il disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i tre precedenti. “Questa è troppo vecchia. Voglio una pecora che possa vivere a lungo”.
Questa volta la mia pazienza era esaurita, avevo fretta di rimettere a posto il mio motore. Buttai giù un quarto disegno. E tirai fuori questa spiegazione: “Questa è soltanto la sua cassetta. La pecora che volevi sta dentro”.

Fui molto sorpreso di vedere il viso del mio piccolo giudice illuminarsi:

“Questo è proprio quello che volevo. Pensi che questa pecora dovrà avere una gran quantità d’erba?”
“Perché?”
“Perché dove vivo io, tutto e molto piccolo!”
“Ci sarà certamente abbastanza erba per lei, è molto piccola la pecora che ti ho dato”.
Si chinò sul disegno:
“Non così piccola che – oh guarda! – si è messa a dormire…”
“E fu cosi che feci la conoscenza del piccolo principe.