La Responsabilità Della Conoscenza

Premessa: ogni fatto umano può essere analizzato a partire da infiniti punti di vista.
Corollario: ogni punto di vista è inevitabilmente parziale.

La libertà di accesso alla conoscenza è ciò che consente ad un gruppo sociale di operare quelle scelte che lo porteranno a definire una “morale” socialmente condivisa. La possibilità di partecipare collettivamente alla costruzione dell’identità del proprio gruppo è presente in misura diversa in quasi tutte le culture, ma in nessuna si manifesta con la forza tipica di quella occidentale.
Questa caratteristica, questa possibilità di accesso al sapere, all’informazione e all’arte, porta con sé un’implicazione molto seria: la possibilità di emettere un giudizio sull’aderenza o la discrepanza fra ciò che la “morale” occidentale stabilisce ed i reali comportamenti che collettivamente vengono utilizzati nella prassi.

L’Occidente si trova in una posizione privilegiata ma di grande responsabilità: ciò che scegli può essere giusto o sbagliato.

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono praticate in una trentina di Paesi africani e in alcuni del Medio Oriente e si stima che ogni anno circa 2 milioni di bambine e giovani donne corrono il rischio di subire questo tipo di mutilazioni. La pratica che noi occidentali conosciamo di più è quella dell’infibulazione: clitoride e piccole labbra vengono mutilate mentre le grandi labbra vengono cucite fra loro. Viene lasciato solo un piccolo orifizio per la minzione e la fuoriuscita del sangue mestruale.

L’infibulazione ha due funzioni: è un rito di passaggio dall’infanzia all’età adulta fondamentale per l’inserimento della giovane donna nel tessuto sociale del suo gruppo di appartenenza, e serve a garantire alla famiglia dello sposo l’assoluta integrità della sposa. Questo si traduce in ricchezza economica per la famiglia della giovane donna poiché “la purezza” deve essere pagata dalla famiglia dello sposo.

Tutto questo è terribile e ripugnante.

Le PFM-1 sono la copia sovietica delle americane BLU-43/B.
Tecnicamente si tratta di ordigni antiuomo. Mine.
In Afghanistan sono conosciute come “pappagalli verdi” e hanno fatto tantissime vittime.
Gino Strada dice che in più di dieci anni di servizio in zone di guerra non ha mai curato una vittima di PMF-1 che non fosse un bambino. I bambini le trovano, ci giocano (non si attivano che dopo una prolungata manipolazione), le portano ai loro amici, se la passano di mano in mano. Poi esplodono.
Non ammazzano ma producono mutilazioni gravi. Spesso rendono ciechi.
Anche la PMF-1, come l’infibulazione, ha due funzioni: terrorizzare le popolazioni colpendo la fascia d’età più debole e ridurre il numero potenziale dei futuri combattenti nemici.

Tutto questo è terribile e ripugnante.
Come l’infibulazione.

Solo che “noi” abbiamo delle responsabilità maggiori.
L’infibulazione ci atterrisce perché la violenza subita da tutte queste donne è perpetrata in modo diretto e brutale proprio dal loro stesso gruppo di appartenenza. Non riusciamo a concepire una simile pratica nella nostra cultura e pensiamo che le culture che praticano le MGF siano retrograde ed incivili.
Eppure mi domando: cosa c’è di civile nel produrre ordigni che spappolano le mani di un bambino di otto anni? Cosa c’è di morale nel fare soldi storpiando delle giovani vite?
Sono domande serie, non retorica.

La mia premessa era che la libertà di accesso alle informazioni, alla cultura e all’arte ti garantiscono la possibilità di scegliere fra bene e male, fra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Se i Paesi dove l’infibulazione viene praticata avessero avuto uno sviluppo economico libero come il nostro probabilmente oggi le cose sarebbero diverse.
Noi bruciavamo le “streghe” sui roghi poi ci siamo – per così dire – “evoluti”.

Ne abbiamo avuto la possibilità.

La conoscenza è un bene prezioso legato a doppio filo al benessere economico del posto in cui vivi. Se la tua priorità è trovare da mangiare, difficilmente ti preoccuperai di leggere un libro. L’Occidente non può rifugiarsi dietro “antichi retaggi culturali” per giustificare le proprie azioni: siamo responsabili delle scelte che facciamo in misura direttamente proporzionale al benessere di cui godiamo.
Il mondo è un posto pieno di cose storte che possono essere cambiate.

A partire dalle nostre incoerenze e ipocrisie.

Gabbie E Recinti

La foto è di NotForYou

E arrivo.
È qui che imparerò a colmare la distanza fra ciò che mi frulla per la testa e la sostanza concreta di cui sono fatte le mie idee. Questo posto fatto di uomini e di storie, questo magazzino di carne e sangue e infezioni e dolori e illusioni e speranze andate a male. Questa babele di naufraghi.
Qui imparerò che un uomo è un uomo. Sempre.

Non è un posto in cui si sprecano sorrisi, ed io lo so perché, ma saperlo non smorza il mio disagio.
Posseggo qualcosa che tutti loro hanno perduto, qualcosa che mi strapperebbero via.
Ai loro occhi devastati posseggo una dignità intatta.

Pura.

Qui è dove dormi tu” dice.
La stanza è grande e puzza. Un odore sgradevole e potente di malattia mi riempie i polmoni, si insinua nel circolo sanguigno e mi si incunea nel cervello. Puzza di morbi contagiosi, di cose morte, cose dalle quali è meglio star lontani. Cosa ci faccio qui? E scapperei via fra l’erba bagnata e fredda della collina sulla quale sorge questo inferno in cui sono voluto venire a tutti i costi.
Chiudo gli occhi e cerco di calmarmi. Quella che sento è solo puzza di chiuso e calzini luridi.
Lo so che è così ma la paura è potente ed io ho solo 17 anni e mi sento perso.

Adesso sistema le tue cose, fatti una doccia e poi vieni a tavola che ceniamo”.
“Qual è il mio letto?” chiedo. “Quello accanto all’armadio. Lì ci dorme Massimino ma adesso puoi usarlo tu perché lui è in ospedale” dice. E lo dice in modo secco. Mi mette alla prova, mi valuta.

Non voglio domandargli perché quel tipo è all’ospedale,

[puzza di morte]

so che quello che mi dirà mi farà paura.
“Come mai l’hanno ricoverato?”
Dice: “Ha avuto una crisi. Seria. Massimino ha l’AIDS”.

[infezioni, cadaveri]

Continua: “Le lenzuola sono pulite”.

Tutto questo accadde una primavera di 15 anni fa.
Ovviamente quella notte non chiusi occhio. Mi convinsi di essere stato contagiato circa 40 secondi dopo essermi infilato sotto le lenzuola. Volevo piangere e tornare a morire a casa, perché sarei morto senza ombra di dubbio. Non ero stupido, conoscevo le modalità di contagio, ero preparato.
Tuttavia ero ossessionato dalla paura. La paura di qualcosa che non conoscevo davvero, che avevo solo letto sui libri o visto da lontano.

Così diventi cieco all’evidenza. E l’evidenza è che gli uomini restano uomini anche quando sono sieropositivi. La nostra è una cultura che crea scissioni forti tra ciò che è percepito come normale e ciò che non lo è e viene posto ai margini. Confini netti e decisi che sono ideali e fisici.
I pazzi nei gruppi appartamento gestiti dalle cooperative, i tossicodipendenti nelle comunità terapeutiche, i poveri in squallidi sobborghi urbani. O per strada. C’è sempre un modo per costruire barricate, delimitare.
Siamo la civiltà dei ghetti.

Quando Massimino tornò avevo già cambiato stanza. Ero in camera con Claudio.
Claudio aveva le mani completamente deformate a causa degli effetti collaterali dei medicinali sperimentali che prendeva. E Claudio aveva una storia. Una storia fatta di cose comuni, cose che appartengono al vissuto di qualsiasi essere umano. Lui mi raccontava di suo figlio ed io gli parlavo di me.
Ciò che insegniamo ai nostri figli, a chi ci sta accanto, è che l’AIDS è una piaga, che dobbiamo fare attenzione altrimenti ci ammaleremo e moriremo. Ci dimentichiamo sempre di ricordare ai nostri figli che un sieropositivo non è un morto che cammina, un mostro. Ci dimentichiamo dell’umanità.

La malattia porta via loro la vita, noi gli portiamo via la dignità. Tutto ciò che occorre è trovare il coraggio di pensarli come noi. Perché SONO come noi.

Quella primavera imparai che, nonostante fossi convinto del contrario, ero pieno di pregiudizi.
Imparai che l’unica cosa che può fare a pezzi un pregiudizio è la forza della conoscenza.