Dialogo A Due Con Morpheus

Matrix Prendendo spunto dalla terza edizione del Public Camp 2010, abbiamo contattato un personaggio che di Rete se ne intende e abbiamo cercato di approfondire con lui alcuni degli argomenti trattati durante l’evento.
Il nostro ospite si chiama Morpheus*, uno che non ha certo bisogno di presentazioni.

D. In sintesi Morpheus, cosa è emerso dall’ultima edizione del Public Camp?
R. Che la Rete è un enorme insieme di mezzi di comunicazione e di influenza di massa. È il più interessante per potenzialità, molte delle quali ancora inespresse, e per velocità nella costruzione e nella tenuta delle relazioni. Ma una volta per tutte ci tengo a sottolineare anche un altro aspetto: dimentichiamoci tutte quelle balle sulla Rete come luogo aperto, libero e democratico. Il web ricorda molto più il Sud America e le sue peggiori dittature che una democrazia.

D. Scusi, credo di non aver capito.
R. Partiamo da un assunto: sono d’accordo con Formenti quando dice che la democrazia è morta. Lo è da tempo, perciò tentare di resuscitarla attraverso la Rete è roba da impostori. Il fatto che sia partecipata e accessibile più o meno a tutti non significa che la Rete sia un luogo democratico. I suoi protocolli di funzionamento non appartengono agli utenti. I contenuti scritti, modificati e commentati, rimbalzanti da una parte all’altra del mondo, ne sono una prova: più li fai girare, più entrano a far parte dell’immaginario collettivo generando cultura di massa. Difficile ribaltarne il significato, anche quando si tenta di farlo. L’unica cosa che può fare la Rete, è assumere le sembianze di un generatore di processi democratici, ma solo se partecipativi e derivanti dal basso.

D. Quindi lei non crede alla cosiddetta “rivoluzione” del web?
R. Non ho mai detto questo. Sarei un pazzo a non certificare la realtà dei fatti. Proprio al Public Camp, attraverso studiosi e addetti ai lavori, è stata dimostrata l’importanza concreta delle reti virtuali. Si è discusso del peso reale che un network può avere rispetto al comportamento degli esseri umani. Soprattutto è stato evidenziato quanto la Rete influisca sulla costruzione dell’opinione comune.

D. E quindi?
R. Significa che una rivoluzione c’è e ce ne saranno tante altre ma ciò non vuol dire che la piattaforma virtuale sia democratica. Tutto è assolutamente sotto controllo, non dimenticatelo mai. Non si esercita alcuna forma di esercizio della volontà popolare: la Rete è il luogo in cui tutti dicono di tutto e chi è più forte ha un effettivo dominio sugli altri. In sostanza, più si ha una preparazione culturale adeguata, più si può diventare protagonista della nuova lotta di classe che inevitabilmente si combatte proprio su internet.

D. Allora come si può influenzare l’opinione pubblica? Chiunque in Rete può farlo?
R. Assolutamente no. Affinché si generi influenza sulle coscienze è necessario individuare coloro che hanno il fisico e l’autorevolezza per farlo. Sono gli influencer, soggetti capaci di costruire controllo ed egemonia del consenso. La Rete, fatta comunque di relazioni vere in carne e ossa, solitamente è strutturata con grandi hub, circondati da una miriade di nodi e di link. Ma deve essere solida. Ce lo ha spiegato Barabàsi.

D. E questo può bastare a generare consenso?
R. No. Certamente devono essere gli hub i fattori determinanti, in quanto portatori di numerose relazioni nella rete. Ma a questi vanno affiancati i router, che generano conoscenza, gli switch che hanno il potere della persuasione e i bridge ovvero quelli che utilizzano le relazioni per rintracciare informazioni da mettere a frutto giorno dopo giorno. Il tutto deve dar vita a uno strumento tattico, un mezzo che sappia essere il centro di un fitto sistema relazionale e che sia in grado di veicolare il più possibile contenuti e informazioni.

D. Lo scenario appena descritto sembra quasi prospettare il sopravvento prossimo della Rete sul Pianeta…
R. Purtroppo la Rete è un altro marchingegno inventato e messo in circolazione per controllare l’intelletto di voi umani, sempre troppo fiduciosi nel prossimo e speranzosi riguardo all’innovazione. Ciò che vi ho raccontato non è una novità, basta guardare come è stato ridotto il lavoro proprio sul web. Sono riusciti a far passare i bloggers e i nuovi media-attivisti come rivelatori di ogni verità, quando in realtà, senza dar loro alcuna contribuzione, li sfruttano campando alle loro spalle.

D. Quindi, è troppo tardi per invertire la tendenza?
R. Bisogna lottare e fare in modo che a vincere siano quelli più buoni. Noi non ci siamo riusciti. Spero che a voi vada decisamente meglio.


* protagonista della trilogia di Matrix

Public Camp, Ottavopiano, I Media Tattici E La Strategia Del Paradosso

Qualche mese dopo il mio arrivo in Puglia (ottobre 2006), organizzai un primo meeting dei comunicatori di Puglia, al Kursaal Santa Lucia (cinema/teatro di Bari). C’erano 40 persone la mattina e 8 il pomeriggio. Un flop, ma non mi fermai.
Eppure pensavo che la mia idea di connettere i comunicatori o gli operatori degli URP (Uffici di relazione con il pubblico) dei comuni o delle province pugliesi a qualcuno doveva interessare.
Eppure la rete tra comunicatori pubblici ha sempre stentato, anche quando lanciammo Puglia 2.0, ovvero la comunità virtuale pugliese degli URP. La comunicazione pubblica appiattita sotto il peso della comunicazione politica (che appiattisce anche la politica) generava respiri corti e aveva poco interesse per i respiri lunghi.
Sono tre anni che il Public Camp ormai esiste. Sono tre anni che riempio le sale di giovani, di comunicatori, di persone interessate alla comunicazione. Sono tre anni che ci confrontiamo con l’Italia e il Mondo.
Ai tempi dell’università ero anche un operatore sociale dell’Arci, che lavorava con i minori a rischio e il sommerso.
E provavo nel mio più grande limite, quello di non esser mai andato via dal mio paese di origine, a dire a tutti che il mondo e la vita non erano racchiuso nei confini territoriali e negli interstizi di quel territorio.
Non ho mai pensato che nella comunicazione serva a qualcosa parlare di bello o brutto. La comunicazione o raggiunge l’obiettivo (messaggio>target>feedback) oppure no. E se la comunicazione raggiunge il suo obiettivo, vuol dire per forza che ha una strategia e una tattica, lo sa bene Campbell.
Oggi studio la potenza dello storytelling, dell’immaginificazione e del framing.
Sono uno studioso e chiamo gli autori delle mie letture a spiegarmi cose che se pur capisco ho bisogno di capire meglio.
Vivo delle mie analisi e dei miei confronti. Ero convinto che Formenti fosse più significativo di Castells, e lo ho dimostrato prima a me stesso che agli altri.
Perchè per me la conoscenza è una forma di libertà.
Utopia e entropia.
Perchè De Certeau mi ha spiegato che nelle mie pratiche quotidiane, come la lettura, la scrittura, i miei post su internet, posso esercitare il mio modo tattico di resistere ai domini del potere e della normalizzazione, in una società che è una tecnologia delle credenze collettive.
Quando negli anni novanta ho sperimentato l’insegnamento del prof. Eco, ovvero sovvertire il codice in una guerriglia semiologica che unita alla battaglia digitale per una internet libera, una TAZ libertaria, mi sono convinto che tutto dipendeva dall’identità.
La gioiosità e la pericolosità di identità multiple e collettive si opponevano alla limitatezza e al controllo delle singole identità.
L’hacking, il social engeenering, Luther Blissett, i media tattici, Genova 2001.
Poi fu solo coercizione. Uno stigma che non si cancella più. Dominio del sapere da parte del mercato, il dominio capitalistico delle nostre identità normalizzate.
Poi la sovversione del codice fu normalizzata, la pubblicità e la tv hanno fagocitato ogni codice.
Non solo.
Da uomo ombra ben so quanto conta la capacità di costruire strategie del paradosso e ingegnerie di influenza sociale.
So cosa significa un sistema panottico, l’ho capito conoscendo un uomo, Renato il carbonaro.
So cosa significa oggi la rete, matrice in cui vivono pulsioni e desideri di libertà, ma non la certezza di libertà.
Deleuze mi ha insegnato non abbiamo bisogno di comunicazione, al contrario ne abbiamo troppa. Abbiamo bisogno di creatività. Abbiamo bisogno di resistenza al presente.
./exploit the media
Nuove geometrie di relazione.
Immaginificazioni sul futuro anteriore.
E così che nasce la strategia del paradosso che anima il Public Camp e Ottavopiano.
Il potere è relazionale, il dominio istituzionale. Le istituzioni che producono relazioni, che cedono potere.
Sovvertire il codice non si può, sovvertire il contesto significa riscrivere la lettura.
Il Public Camp è una rete connettiva di cervelli, il cui hub oggi non sono più solo io. Oggi è venuto il momento che produca codice.
Ottavopiano è il tentativo di generare un contesto diffuso, in cui il codice può essere rifissato perchè produca significato e senso.
Nella società indefinibile è il numero di contesti e codici, totale è la confusione.
Public Camp e Ottavopiano sono media tattici.
Sistema produttivo e politico globale dell’unico esistente possibile – che espropri tempi, energie e saperi, che annulli continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto – io oggi non solo ho imparato la Tua lingua per farti pesare di più i miei silenzi.
Oggi io sto decodificando la Tua lingua.