D2D: #wister – Le Emozioni Di Un Incontro

Da aprile di quest’anno sono entrata a far parte del gruppo femminile WISTER (Women for Intelligent and Smart Territories) che riunisce donne che credono sia possibile fare lobby mettendo al centro l’idea di conquistare spazi nella società civile, lavorativa, politica,  attraverso l’utilizzo consapevole della tecnologia  intesa come strumento di avvio di partecipazione e innovazione.
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Confesso, Mi Piace Giocare.

Ieri, come ormai mi capita da tanto tempo, mi son tenuta aggiornata nelle mie brevi pause caffè-sigaretta sui social network e dal piccolissimo monitor del mio cellulare. Neanche ieri notte ho avuto il tempo di leggere correttamente quello che era accaduto in giornata e così sono andata a rimorchio: nessun Tg, nessun giornale, manco l’ANSA. Mi sono lasciata trasportare dai top tweet e dalle news che i miei contatti pubblicavano sui social.

Ho saputo di Marini così.
Mi giungevano le onde indignate e, pigramente, mi ci sono tuffata e mi son lasciata trasportare a peso morto in superficie. Liberamente, senza riflessione, senza pensare un attimo a metterci la minima energia per contrastarle.
Stamattina ho continuato a mettere ancora da parte il pensiero consapevole e vi devo dire che mi sono divertita in questo ruolo.

Rodotà mi sta un sacco simpatico ed in passato gli ho pure scritto per avere risposte su quesiti legati alla privacy. L’ho intravisto in TV qualche volta. A me sembra un uomo gentilissimo, molto educato, sicuramente un esperto in materie giuridiche e mi ispira affidabilità. Poi, elemento più importante, non sopporta Berlusconi.
Perché non sostenerlo?

Marini, invece, un bell’uomo, lo abbino alla CISL e mi viene il sangue in testa per via degli accordi separati e per la posizione che questo sindacato ha assunto nei confronti della vertenza FIAT. Lo so, lui è stato segretario generale tanti anni fa ma, che ci volete fare, sono fatta così, tengo i preconcetti.

E’ naturale quindi che, nella mia limitata conoscenza di questi due soggetti, io debba protendere per appoggiare l’uomo che empaticamente sento più vicino e che mi dona un senso di tranquillità e che non proteggerebbe mai il mio acerrimo nemico, quello a cui piacciono le bambine e che controlla le tv.

Sono andata avanti per qualche ora a giocare finché non è giunto il solito senso di colpa e ho ricominciato a diventare seria.

Mi sono andata a cercare la Costituzione e a rileggere il Titolo II, il Presidente della Repubblica, giusto per rinfrescarmi la memoria e subito, come un lampo, il comma 1 dell’art. 87 mi ha riportato con i piedi per terra: Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.
Mi è bastato solo questo per presumere che stavamo sbagliando collettivamente.
Unità nazionale …. Muble muble muble
Cioè, egli deve rappresentare tutti? Anche i miei nemici?
Ohibò, che cattiva notizia!
Non dico che tutto il resto della rete raggiunge il mio livello di ignoranza o, per essere più gentile, il mio basso livello di conoscenza, ma nessuno ha mai chiesto che prima di esprimere la propria opinione, si dimostrasse il livello di competenza in merito? Non credo, ognuno di noi parla, dice, grida perché oggi va di moda la partecipazione.
Ed ognuno di noi partecipa a modo suo, tanto abbiamo la bocca per parlare e le dita per digitare e chissenefrega se esprimiamo inesattezze. Basta che ci siamo, basta che gli amici sharino e amino le nostre trovate che per molti finiscono per rappresentare la verità.
Quanto caos. Ma a chi serve il caos?
Io non lo so.
Però so che Marini sta in un partito che ha vinto le elezioni e che, in un momento di stallo come questo, non ha ceduto dando la possibilità all’opposta fazione di scegliere un candidato presidente di destra.

Forse sembra un’inezia perché in questa finta e falsa onda di indignazione è più facile farsi portare dalle emozioni e dal sentire viscerale, ma il dato di fatto questo è.
Se poi magari qualcuno mi delucida sulle competenze dei due, Marini e Rodotà, mi fa cosa gradita e così imparo anche qualcosa e magari scopro con cognizione di causa, e non solo con la mia pancia, che Rodotà è il Presidente perfetto per la nostra Repubblica andata a rotoli.
E’ importante che chi è ai vertici ascolti la base, i cittadini, il sentire comune, ma è indispensabile, una volta chiamati a dire la nostra, documentarci perché ne va del nostro futuro, del futuro dei nostri figli.

Elogio Dell’ Irreperibilità

Il viandante sul mare di nebbia (1811) – Caspar David Friedrich

<<- L’Uomo è un animale sociale.

– Cazzate!

– Come sarebbe a dire?

– L’animale sociale è un’invenzione del maschio alfa per creare una stratificazione sociale da assoggettare ai propri voleri tramite la politica che è il braccio dell’economia di scambio. Il senso del sacrificio cristiano ha suggellato la schiavitù del plebeo nei confronti dell’alfa per assecondare i sistemi produttivi capitalistici. Siamo tutti schiavi: ieri lo eravamo di un imperatore in carne e ossa, oggi di un imperatore invisibile e più subdolo che agisce tramite onde elettromagnetiche. Il Re del Mondo!

– … alfa?

– Uno stratagemma perfezionato nei secoli dalle lobby socio-economiche per creare un legame apparentemente indispensabile tra gli individui formanti la cosiddetta società civile.

– Misantropo che non sei altro!

– Così come le formiche di un formicaio, quando s’incontrano lungo la stradina che dall’entrata della loro casa sotterranea le porta verso il cibo, hanno continuamente bisogno di toccarsi tra di loro tramite le ‘antennine’ per riconoscersi, allo stesso modo noi esseri umani dobbiamo continuamente parlare, parlare, parlare, comunicare, scrivere, mandare messaggi, lanciare bottiglie con messaggi nell’oceano della solitudine. Sennò moriamo. Naufraghi di noi stessi. Altrimenti siamo costretti a rimanere in compagnia, nella stessa stanza, con la persona più pericolosa e noiosa della nostra vita…

– E cioè, chi?

– Con noi stessi.

– Che assurdità!

– Ti sembrano assurdità perché ormai siamo tutti assuefatti e aborriamo il cambiamento, additando chi non si conforma alla maggioranza. Siamo talmente abituati a contare sulla reperibilità degli altri esseri umani tramite i vari aggeggi forniti dalla tecnologia, che non siamo più in grado emotivamente di gestire un’eventuale assenza di contatto. E tu ne sei la prova. Per non parlare di quella volta, durante quel fine settimana a Capri, quando dimenticasti il caricabatteria a casa e il tuo cellulare giaceva esanime sul comodino. Ti dovetti fare un’endovena di camomilla. Ricordi?

– Ma che c’entra? Io prima ero preoccupata perché non rispondevi.

– Appunto. Lo vedi che mi dai implicitamente ragione?

– In che senso?

– Nel senso che la tua preoccupazione nasce dalla disponibilità di una tecnologia talmente efficiente e presente che in caso di mancata risposta non pensi alla ragione più semplice, non sai supplire alla mancanza utilizzando la forza del pensiero… Se invece di essere nel 2008 ci trovassimo nel 1867, in un’epoca storica senza cellulari, tu non ti saresti preoccupata della mia incolumità perché non saresti stata condizionata dalla facile reperibilità in cui viviamo. E se anche io fossi qui, morto, nel mio monolocale di trenta metri quadrati, lo avresti saputo solo dopo molti giorni o settimane tramite un corriere a cavallo, con una lettera o un biglietto. Non credi?

– Beh! Sì…

– Allora, vedi? Il collante sociale fornito dai cellulari non solo ha soddisfatto le esigenze economiche di chi voleva una società riunita e controllabile, ma è andato oltre: ha azzerato i normali ritmi del tempo, causando un’alterazione della qualità del sapere. Dove per “sapere” non intendo solo le nozioni di chimica o le formule fisiche, ma la normale conoscenza della posizione di un corpo nello spazio. Nella fattispecie, il mio. Noi oggi non veniamo a conoscenza delle cose in maniera normale, quasi casuale, ma andiamo alla ricerca di una conoscenza superficiale delle cose e degli esseri (Ci domandiamo scioccamente:Dove sei? Cosa fai? Con chi sei? Invece di chiedere: Chi sei? Da dove vieni? Quali sono i tuoi obiettivi per il tempo che ti rimane? Cosa c’è dopo la morte? “Cosa” c’è tra un atomo e l’altro? Come mai esisti?) perché il sistema economico ci ha detto che in questo modo saremmo stati meno soli. E noi c’abbiamo creduto.>>

Testo tratto da Elogio dell’irreperibilità dell’individuo .

Storia Di Un Dolce Taroccato: Le Onde Di Hokusai E L’ubiquità Del Tiramisù.

Dovete sapere che Nicolas de Gyvenchy abusò di antenne di aragoste per edificare strutture antisismiche nel Regno Unito. Avrete sicuramente intuito che Max Von der Taifer provò l’importanza dei processi mitocondriali cloridrati nelle relazioni extraconiugali. Sono certa che conoscete la ragione per cui il tiramisù mi ricorda la grande onda di Hokusai.

Amo sprofondare nel tiramisù.

Mi sveglio spesso con un appetito a dir poco lupigno che immancabilmente sparisce quando sorseggio il caffè. Penso: non vi è dubbio che la bevanda che mi sopprime l’appetito possa essere usata per fini migliori.

Pontifico assumendo un tono di ostentata superiorità, ma prima interrogo: perché il mascarpone si chiama esattamente “ma + scarpone”? È un quesito profondo che merita un’indagine vagamente approfondita. Guglo. Anzi, uichipedio: ovviamente né il ma né lo scarpone non c’entrano affatto. Che cretina!

Ritorno in me e considero l’ubiquità del tiramisù.

Il tiramisù è un dolce italiano che troviamo praticamente ovunque. Non vi è città – ebbene sì, il tiramisù sembra essere un dolce cosmopolita e, pertanto, prevalentemente urbano – che non mi abbia palesato la possibilità di consumare l’italico dolciume. Perché?

Comme d’habitude, cerco risposta, ma soprattutto ingenuamente voglio conferme, nella Rete. Guglo e uichipedio nuovamente. Scopro che quella del tiramisù, su uichipidia, è una voce che si fa sentire in almeno 34 lingue. Leggo ogni singola voce, sperando che almeno l’esperanto offra una spiegazione al dilemma quotidiano. La Rete, ovviamente, non può rispondermi. È necessario riflettere, al contempo. Allora intuisco e percepisco che il segreto del tiramisù sta nelle seguenti parole chiave: bontà, semplicità e versatilità. Ogni voce uichipediana declina e declama un’interpretazione di questo dolce.

Urge un’altra versione del tiramisù. Pianifico e immantinente eseguo. L’obiettivo è intervenire nelle molteplici realtà del tiramisù. Solo agendo le cose posson cambiare e la bontà può fiorire.

Separo 3 rossi d’uovo dalle chiare. Metto i rossi in una terrina con un cucchiaio di acqua frizzante e inizio a montarli con la frusta elettrica. Aggiungo 3 cucchiai di zucchero semolato e continuo a far andare la frusta finché lo zucchero in granelli si è completamente sciolto ed amalgamato con i rossi. Continuo a montare il composto e aggiungo il mascarpone, un cucchiaio alla volta finché non ne ho aggiunto ben 250 grammi, come da confezione di supermercato. La crema che ottengo è soffice, confortante. Le chiare le ignoro. Questa volta non le monto e non le aggiungo alla crema. Voi fate come vi pare.

La moca è pronta già da un pezzo. Verso il caffè in un piatto piano e vi inzuppo, una alla volta, le fette biscottate integrali senza zucchero preparate dal panettiere sotto casa. In mancanza di queste avrei usato delle fette di pane integrale, raffermo. Ci fodero il contenitore, orgogliosamente trasparente, del tiramisù, in basso, e ci stendo un primo strato della crema.

Inzuppo e adagio il pane, e poi di nuovo: crema. Quasi come se fossi un muratore bergamasco. Arrivata in cima, all’ultimo strato, spolvero con zucchero di canna, del tipo Mascobado. Sto attenta a spolverare con i granelli più grandi, senza certo dimenticar quelli più piccoli. Velocemente rispolvero, con cacao di qualità. Il gioco è fatto. Pure il tiramisù. È davvero buono. Parola di chi ama sprofondare nelle onde di Hokusai. Mangiate in pace.

Fonti d’ispirazione

La Settimana Enigmistica, Forse non tutti sanno che…

Schatzki, T., Knorr Cetina, K. and E. von Sevigny (eds.) (2001) The Practice Turn in Contemporary Theory. London and New York: Routledge.

TG 5, 16 ottobre 2010, edizione ore 13:00.