La Tigre E La Pavlova: In Ricordo Di Antonio Ligabue.

Silenziosa, una tigre con le fauci spalancate gira attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano. La cucina dell’ottavopiano è ampia, indefinitamente ampia. Ci sono tante cose e tante finestre nella cucina dell’ottavopiano. C’è un tavolo in legno di ciliegio, al suo centro. Su quel tavolo ci sono: un unico pizzico di sale, mezzo cucchiaino di essenza di vaniglia, un intero cucchiaino di aceto bianco, due cucchiaini rasi di maizena, una piccola ciotola in vetro con 250 grammi di zucchero a velo, una grande ciotola in ceramica con otto albumi d’uovo, diversi frutti di bosco lavati ma ben asciutti. La panna riposa ancora nel frigorifero, nella sua ciotola di metallo. Il forno è acceso, sta raggiungendo i 130 gradi centigradi.

Attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano, la tigre dalle spalancate fauci, come un gatto si insegue la coda, senza sosta gira. Io ho in mano la frusta per montare i bianchi delle uova con il pizzico di sale. Così preparo la Pavlova . Sempre nello stesso senso, muovo la frusta e la nuvola di albumi man mano si ingrossa: aggiungo gradualmente lo zucchero, l’aceto e l’amido di mais. Continuo a montare il composto finché non si addensa rimanendo gonfio, bianchissimo e lucido. Ci va un bel po’ di tempo e molta energia. Su una teglia formo una grossa meringa che subito rinchiudo in forno per un’ora e mezza o poco più. La tigre con le fauci spalancate continua il suo periplo attorno al tavolo di ciliegio della cucina dell’ottavopiano.

Prima di girare attorno al tavolo della cucina dell’ottavopiano, la tigre dalle fauci spalancate, imprigionata tra spire di un serpente, ruggiva, invocando una via di fuga – immagino. Ancora prima, la tigre correva sfuggendo tra i rigagnoli di colore impregnato nei fitti peli del pennello. E, ancora ancora prima, la tigre si muoveva, con cautela, tra i colori della tavolozza. Pigmento dopo pigmento, pigmento tra pigmento, pigmento più pigmento, si aggirava la tigre, forse non ancora intimorita. Ben prima della tavolozza, giaceva la tigre nell’anima del pittore. Antonio Ligabue, nato Laccabue nel 1899, liberava la belva sulla tela. Qui, intrappolata dal serpente ruggisce la tigre, come immagino il pittore ruggire , imprigionato dal manicomio.

In posa come per essere fotografato, impettito. Lo sguardo spavaldo sembra, nella mia immaginazione, sussurrare paura per l’umanità, là fuori dalla finestra. O forse, quell’espressione incertamente sicura non pertiene solo al pittore. Mi piace intravederci l’occhio della “normalità” che ha creato la prigione dei propri spettri istituzionalizzando il manicomio.

Dall’esterno verso l’interno, lo sguardo “normale” si dirige e si ferma, impietrito, ad osservare il ventre della gabbia dei matti. Spazio creato, mi viene da pensare, per contenere e domare quelle fiere incomprensibilmente inferocite, irragionevolmente fuori controllo, uscite dal “normale” corpo della società.

Il manicomio – generato da una modernità forse mai compiuta – era, mi piace dire, uno spazio-specchio: non conteneva, non domava, non controllava l’immagine di un’umanità che, impaurita e distaccata, si osservava, senza riconoscersi. Rifletteva quel corpo sociale che, dispensandosi delle proprie responsabilità, cercava di prendere le distanze dai propri spettri, irrazionali. Deformava e intrideva di orrore chi dentro lo specchio veniva inquadrato (framed), come la tigre catturata dal serpente e dalla tela pittore.

Con le fauci spalancate, la tigre gira ancora attorno al tavolo, in legno di ciliegio, della cucina, indefinitamente ampia, dell’ottavopiano. La Pavlova è quasi pronta. Nel forno si è già raffreddata. Ora è su di un piatto, tondo. La ricopro con panna montata e la decoro, con compassione e passione, posandoci sopra lamponi, mirtilli, fragole e more. Fantastico del pittore mai entrato nello specchio, lo immagino posare i pennelli e guardare la Pavlova, incuriosito. Lo vedo avvicinarsi e addentare un pezzo di una torta che per sua natura non può essere addentata. Chissà se, potendo addentare l’inaddentabile, il pittore libero dalla cornice e dal riflesso deformante dello specchio manicomiale si fosse dipinto il volto: le rughe attorno agli occhi stendersi in un sorriso stupito e divertito, le pupille scintillanti nascoste dalla panna.

La tigre ha ora chiuso le fauci. Quieta, riposa accanto alla gamba del tavolo di ciliegio della cucina, ampia, dell’ottavopiano.

Ispirazioni e fonti bibliografiche, cinematografiche, gastronomiche, iconografiche e pittografiche.

Basaglia, Franco

Bucci, Flavio

Ligabue, Antonio

Ligabue, Antonio, Pavese, Cesare Indisciplina

Ligabue, Antonio, Autoritratto

Pavlova, dolce

Pavlova, immagine

Nocita, Salvatore (1977) Ligabue, RAI Radiotelevisione Italiana

Tigre con serpente

Un’insalata Non Poi Così Terribilmente Complicata.


Questa immagine è di Ulrich Schmidt-Langhoff


Ingredienti e quantità, per un paio di persone:

Soncino: tre copiose manate.

Pere: una è più che sufficiente.

Grana: quanto piace a voi, ma non esagerate.

Semi di lino (molti), di girasole (abbastanza) e di zucca (alcuni): meno di mezzo pugno.

Olio extravergine di oliva: un paio di cucchiaiate sono fondamentali.

Diverse lacrime di limone.

Una lieve grandinata di pepe ci sta bene.

Gherigli di noce: tanti quanti ce ne stanno nel palmo della vostra mano, da aggiungere solo qualora ne sentiate la necessità.

Sale, Amore e Buon Senso: Q.B.

Alcune imprecise decise precisazioni:

Il sale è vagamente fino e decisamente integrale. Il sale comune da cucina è incompatibile con l’alchimia che sostiene – teoricamente, magicamente e chimicamente – questa insalata.

Il pepe, rosa e nero, è macinato ma non polverizzato. Pepe bianco o verde qui non possono entrare.

L’olio è verde, deciso. Forse è pugliese.

Il limone ha una scorza ruvida e le sue lacrime sono certamente acidule ma non troppo.

La pera appartiene alla varietà Decana del Comizio o William rossa. Le Kaiser sono incompatibili in questo contesto.

Il grana basta che sia grana, di qualità. In scaglie, se vi vien bene.

Il semi finiscono prima in pentola per essere tostati. Sono pronti quando quelli di lino iniziano a scoppiettare e a salticchiare. Lasciateli calmare e riposare a fiamma spenta.

Il soncino meglio regge i chicchi abbruciacchiati. Pertanto usate questa varietà d’insalata quando la preparate per la prima volta. Successivamente, potrete usare quella che ritenete più adatta.

Se sentite di dovervi allineare alla tradizione e siete, pertanto, convinti che le noci qui non possono mancare, allora scomponetene i gherigli nel mortaio, avendo l’accortezza di non ridurli in polvere.

L’insalatiera è panciuta, priva di spigolature, possibilmente di vetro. Di plastica sarebbe irriverente.

L’amore che ci mettete deve essere semplicemente sincero. Altrimenti ordinate una pizza o il cinese.

Mode d’emploi:

Mangiate l’insalata, condividendola esattamente nell’insalatiera, con il commensale che desiderate e concludete facendo scarpetta.

Per innaffiare:

Un calice di vino bianco, secco e fresco o addirittura freddo, vino che sceglierete in base alla corposità delle bollicine: se, sorseggiandolo, queste van su a scoppiettare là dove le narici si avvicinano quasi ad incontrare il principio della fronte fino a solleticarvi le pupille, allora avete scelto il vino giusto.

Se invece optate per una birra, in un grande bicchiere infreddolito, questa deve essere rosseggiante e abbastanza ricca di bollicine dall’indole piuttosto quieta.

Se non vi va né vino né birra, o, tant pis pour vous, se siete astemi: accompagnate l’insalata con dell’acqua che pizzica – detta anche “frizzante”. E se le bolle non vi vanno: acqua liscia, ma per lo meno servita in un bicchiere di classe.

Ça va sans dire:

Conciliate gli elementi, o amalgamate gli ingredienti, secondo Buon Senso. In fondo è un’insalata non poi così terribilmente complicata.